Che immagine mi sono fatto di Dio?

La parabola del figliuol prodigo (Luca,15, 1-3, 11-32) di questa IV domenica di Quaresima (10 marzo 2013) è una delle più belle e commoventi che si leggono nel Vangelo. Gesù parlava in parabole, cioè raccontava fatti di vita quotidiana che erano comprensibili ai suoi ascoltatori. Non faceva teorie o teologie, raccontava fatti, presentava persone che incarnavano e rappresentavano ai suoi seguaci la verità che il Signore voleva annunziare.

Il dramma familiare di un padre il cui figlio prende una via sbagliata è comune anche ai nostri tempi. Quante volte sentiamo dire da genitori credenti: “Abbiamo educato bene il nostro figlio, ma poi è andato fuori strada e ci fa soffrire”. Il padre della parabola è esemplare. Anche i genitori d’oggi dovrebbero essere come lui in situazioni simili: amare ancor più il figlio ribelle, dargli il buon esempio di un amore gratuito, pregare per lui, attendere con fiducia e pazienza il suo ritorno.

Ma Gesù voleva soprattutto rivelarci il volto del Padre che sta nei cieli. Il Creatore di tutti gli uomini è un Padre pieno di bontà e di misericordia, che ci vuol bene sempre, anche quando noi non comprendiamo il suo amore. In questa parabola vediamo uno sceneggiato simbolico del mondo “post-cristiano” in cui viviamo. I popoli cristiani sono il figliuol prodigo lontano dal Padre e si ritrovano meno uomini, sono diventati “guardiani dei porci”, mangiano le ghiande dei porci. Gli uomini secolarizzati del nostro tempo si rendono conto che lontano da Dio non c’è vero umanesimo, la vita non ha senso. Non parlo di casi personali, mi riferisco alla cultura che tutti respiriamo: molti hanno perso il senso della vita, non sanno perché vivono. C’è in giro molto pessimismo, disperazione, aumentano i suicidi, tanti non vorrebbero più vivere perchè la vita lontano dal Padre non ha senso. Due riflessioni:

1) La prima domanda che mi faccio oggi è questa: che immagine io mi sono formato di Dio? Vivo la presenza di Dio in ogni momento della mia vita? Il card. Carlo M. Martini insisteva sulla “preghiera continua”, cioè vivere con amore alla presenza di Dio, pur nelle molteplici occupazioni e preoccupazioni della giornata. Seminare i nostri passi con giaculatorie, rosari, pensieri amorosi a Dio che ci vuole bene e ci è sempre vicino.

La nostra vita spirituale dipende in buona parte da come pensiamo e sentiamo Dio presente nella nostra vita. Tutti i popoli credono in Dio Creatore e Giudice, lo adorano, lo pregano: non esistono popoli atei! Ma quelli che non hanno ricevuto la rivelazione di Cristo non sanno chi è Dio, come agisce, cosa pensa, cosa vuole da noi; lo immaginano come un personaggio misterioso, lontano dall’uomo e dalle vicende umane, che punisce i crimini degli uomini. Pensano che la vita è sotto il dominio di spiriti buoni e cattivi, che vanno propiziati con atti di magia, sortilegi, superstizioni.

Nel mondo attuale rischiamo anche noi credenti di finire nel gorgo di una visione pagana di Dio. Ebbene, oggi Gesù ci presenta il Padre nostro che sta nei Cieli, quello che preghiamo ogni giorno: è un Padre, una mamma che amano il figlio, lo guidano, lo perdonano, lo proteggono.

Nel 1974 ero nel Vietnam del sud durante la guerra. Scendevo dai monti verso la pianura, da Pleiku a Qui Nhon, su un camion militare, assieme a numerosi vietnamiti. Una giornata intera di viaggio, su strade dissestate, in un paese in guerra: abbiamo attraversato zone dove si combatteva, villaggi bruciati e bombardati, mitragliamenti, profughi che scappavano a piedi e con ogni mezzo. Tutto questo è un’immagine del mondo in cui viviamo anche oggi!

Io e gli altri profughi eravamo seduti su delle panche nel cassone scoperto del camion. Di fronte a me una giovane mamma vietnamita teneva in braccio il suo bambino che aveva pochi mesi. Lo cullava, lo allattava, lo coccolava. Ad un certo punto, passando vicino ad un villaggio in fiamme dove molti gridavano il bambino, sentendo quel trambusto, si è messo a piangere, avvertiva anche lui il pericolo. La mamma ha steso su di lui un lembo del suo scialle ed ha continuato a cullarlo e gli cantava una dolce nenia. Dopo un po’ il bambino dormiva placidamente. Attorno a noi crollava il mondo e lui dormiva: non sapeva niente, non aveva paura di nulla, si fidava dell’amore di sua madre.

Ecco, quando penso a Dio mi vengono in mente quella dolce mammina vietnamita e il suo bambino. Se noi viviamo con questa immagine di Dio e nella nostra piccola vita, non possiamo più essere pessimisti, scontenti, scoraggiati, timorosi di chissà cosa. Qualunque cosa mi capiti, io sono sempre nelle braccia del Padre!

2) Noi cristiani, e specialmente noi preti e suore, rappresentiamo Dio e Cristo agli occhi degli uomini. Chi è riconosciuto come cristiano deve sentire la responsabilità di essere, agli occhi di chi ci conosce e osserva, un testimone a tempo pieno. Non per assumere volutamente atteggiamenti significativi e dire parole opportune. Oggi conta soprattutto essere autentici, non falsi. Anzi, i devoti manierati danno fastidio, sono una contro-testimonianza. Il nostro tempo ci invita ad un esame di coscienza: se io sono duro, scontroso, egoista, avaro, freddo, chiuso ai problemi degli altri, non sono come il Padre della parabola di Gesù: non do una bella immagine della fede e della vita cristiana.

Molti anni fa, nel 1966, sono andato la prima volta in Amazzonia e nella capitale dell’Amazzonia brasiliana, Manaus, ho visitato il lebbrosario di Aleixo. Mi accompagnava il mio confratello padre Mario Giudici, che era stato cappellano del lebbrosario e tornava dall’ Italia dopo un’assenza di quattro anni. Era un uomo di grande umanità, dopo un po’ che stavi con lui pensavi: “Chissà com’è buono Dio, se ha fatto un uomo così buono come padre Mario!”. I lebbrosi gli si avvicinavano e volevano salutarlo, abbracciarlo, parlargli. Io me ne stavo un po’ defilato ed entrando in un reparto di donne, vedo una lebbrosa con due moncherini al posto delle mani. Appena sente da lontano la voce di padre Mario, la riconosce, si mette a gridare un saluto e le viene istintivo di battere i moncherini perchè non aveva più le mani.

Piangeva e si è calmata solo quando sono andato a prendere Mario e l’ho portato da lei. Mi sono commosso anch’io nel vedere che per quella povera lebbrosa quel prete era l’unico che rappresentava in concreto la bontà di Dio. Tutti l’avevano abbandonata, i parenti non venivano a trovarla, ma quel prete era ancora lì a darle un abbraccio e la benedizione di Dio. Mi sono chiesto: chissà se io cristiano, io prete, a tutti quelli che mi conoscono da vicino, do questa immagine forte e amorosa di Dio, che è un Padre pieno di amore e non ci abbandona mai?

Piero Gheddo

 

 

Salvati dalla speranza cristiana

In questi giorni oscuri e tormentati sto rileggendo e meditando l’enciclica del nostro amato padre e Papa Benedetto “Spe salvi”, per ritrovare anch’io, prete da 60 anni, la forza e la gioia della speranza cristiana. Sì, perché noi italiani, con tutte le sofferenze, i crimini, i fallimenti, le povertà  che vediamo attorno a noi, manchiamo di speranza. Siamo non solo preoccupati ma angosciati, pessimisti, a volte disperati o quasi. I nostri discorsi sono volti al peggio, i nostri giornali e telegiornali pare che non diano alcuna speranza di poter vedere la fine dei molti ingorghi di urgenze ed emergenze il cui la nostra cara Patria è precipitata.

E allora, ricorriamo ad una delle tre encicliche di Papa Benedetto che tratta proprio della Speranza. Il testo latino dell’enciclica (del 2007) inizia con queste parole: “Spe salvi facti sumus”, e si riferisce alla prima enciclica “Deus Caritas est”, Dio è Amore, Dio ci ha creati e ci ama sempre, anche nella situazione drammatica in cui ci troviamo. “Spe salvi”  tratta il tema che la fede dà la speranza della Vita eterna con Dio, ma che ci conforta e sostiene anche nella vita terrena in questo mondo. In altre parole: senza la speranza che Dio che è Amore dà all’uomo, l’uomo stesso non può vivere bene, perché, come scrive il Papa: “Solo quando il futuro è realtà positiva, diventa vivibile anche il presente… Chi ha speranza vive diversamente, gli è donata una vita nuova” (n. 2).

Il cristianesimo non è solo comunicazione della “Buona Notizia”, ma infusione della forza della Fede e la Speranza cristiana, che non “in qualcosa”, ma “in Qualcuno”. E Papa Benedetto, per concretizzare queste parole, porta l’esempio del nostro Salvatore. Nel mondo in cui viveva Gesù vigeva la schiavitù. Le persone venivano comperate e vendute al mercato degli schiavi ed erano del tutto nelle mani dei loro padroni. Situazione orrende, spaventosa, certo molto peggiori della nostra. “Gesù Cristo – scrive Benedetto XVI  – non era Spartaco o Barabba, non era un combattente per una liberazione politica”. Anzi “è morto Egli stesso in Croce”; ma ci ha condotti all’“incontro con il Dio vivente e così l’incontro con una speranza che era più forte delle sofferenze della schiavitù e che per questo trasformava dal di dentro la vita e il mondo… Anche se le strutture esterne rimanevano le stesse, questo cambiava la società dal di dentro” (n. 4).

L’enciclica cita anche l’esempio più attuale di Giuseppina Bakhita, nata nel 1869 nel Darfur, in Sudan. “All’età di nove anni – “Spe Salvi” (n. 3) – venne rapita da trafficanti di schiavi e venduta cinque volte sui mercati del Sudan. L’ultima volta era al servizio della madre e della moglie di un generale e ogni giorno veniva fustigata a sangue, per tutta la vita le rimasero sul corpo 144 cicatrici”. Nel 1882 è comperata dal console italiano Callisto Legnani. Aveva sempre avuto “padroni che la maltrattavano e la disprezzavano o, nel migliore dei casi, la consideravano una schiava utile. Ora però sente dire che esiste un Padrone al di sopra di tutti i padroni, il Signore di tutti i Signori , e che questo Signore è buono, è la bontà in persona e che ama anche lei. Anche lei è amata, e proprio dal Padrone supremo, davanti al quale tutti gli altri padroni sono essi stessi soltanto miseri servi”.

Così Bakhita scopre la Speranza cristiana e quando Legnani torna in Italia, la ragazzina gli chiede di portare anche lei nel suo paese. Così arriva a Venezia ed è affidata alle Suore Canossiane, che la curano, le vogliono bene e la educano nella Fede cristiana. Battezzata nel 1890, diventa suora Canossiana nel 1896. muore a Schio (Vicenza) l’8 febbraio 1947, dopo una lunga e dolorosa malattia. E’ canonizzata nel 2000 da Giovanni Paolo II.

Benedetto XVI conclude che Bakhita, “cercò in vari viaggi in Italia soprattutto di sollecitare alla missione. La liberazione che aveva ricevuto mediante l’incontro con il Dio di Gesù Cristo, sentiva di doverla estendere, doveva essere donata anche ad altri, al maggior numero possibile. La speranza che era nata in lei e l’aveva redenta, non poteva tenerla per sé questa speranza, doveva raggiungere molti, raggiungere tutti”. Speriamo, e preghiamo, che raggiunga anche tutti noi italiani e ci ridoni il sorriso e la Speranza di un futuro migliore. Per noi uomini è difficile, ma nulla è impossbile a Dio.

Piero Gheddo

La fede per uscire dal tunnel della crisi

E’ il pomeriggio di domenica 24 febbraio 2013. Mi accingo a scrivere il Blog per domani lunedì 25. I temi preparati sono tanti, ma prevale in me un sentimento che voglio comunicare agli amici lettori. Oggi a mezzogiorno, Papa Benedetto XVI ha parlato ai fedeli che hanno riempito Piazza San Pietro e Via della Conciliazione quasi fosse il giorno di Pasqua e ha ripetuto in termini molto semplici e umili che ha rinunziato al Pontificato per il maggior bene della Chiesa e per dedicarsi alla preghiera e alla riflessione in tempi così difficili per tutti. Caro grande Papa teologo, in quasi otto anni di Pontificato ha dato tutto se stesso e adesso, sentendosi venir meno le forze fisiche, si ritira in un convento di clausura per assistere con la preghiera la Chiesa, noi tutti e l’umanità intera. Ha detto ai fedeli: “Sarò con voi sempre nella preghiera e nell’amore di Dio”. Anche noi lo ricorderemo e il lunedì 18 marzo (ore 21-22,30) a Radio Maria parlerò dell’eredità che ci lascia Benedetto XVI.

Le sue parole commuovono e sono interrotte da continui applausi e agitare di cartelli di augurio. Guardo fuori dalla finestra del mio studio. A Milano nevica pesantemente, si sta votando per il rinnovo della classe politica italiana e da quanto dicono i sondaggi e i giornali prevarrà un voto di protesta; non una proposta in positivo per tirarci fuori da questa crisi che morde la carne viva di persone e famiglie, ma la protesta contro tutto e tutti. Negli ultimi mesi, nella Lombardia considerata “la locomotiva d’Italia” per lo sviluppo e la buona organizzazione di sanità e assistenza sociale, mi è capitato di incontrare famiglie e amici quasi disperati, che non ce la fanno più. Non erano considerati poveri, ma la perdita del lavoro e l’aumento delle spese per tasse e il cibo quotidiano, li stanno conducendo alla disperazione. Non sanno più a chi credere e mi parlano di altre famiglie che stanno peggio di loro. Come posso dire, io prete in una situazione del genere, una parola di speranza?

Ricordo bene che nell’immediato dopoguerra dal 1945 in avanti, molte famiglie vivevano in una miseria veramente nera. Quando sono entrato nel Pime nel settembre 1945 per fare il liceo avevo 16 anni, Milano era piena di macerie (ho visto nascere la montagnetta di San Siro in prati vicini al Pime con le macerie dei bombardamenti ricoperte di terra). Ho fatto gli otto anni di studio per arrivare al sacerdozio (1946-1953) sempre al freddo: in teologia a Milano, c’era una stanza comune con una stufa a legna al centro, dove andavamo per studiare; anche nei tre anni a Genova il riscaldamento non esisteva. Si mangiava poco e male (a volte si andava a “rubare” il pane o il cibo avanzato perché si aveva sempre fame), la disciplina era severa, si veniva licenziati per poco. Oltre agli studi liceali e di teologia, seguivamo giovedì e sabato le lezioni di medicina all’Università di Milano e le esercitazioni al Policlinico di Milano, per prendere il diploma internazionale di infermiere (che poi è servito a non pochi missionari). Fatiche e sofferenze oggi inimmaginabili per la maggioranza degli italiani.

Eppure c’era in noi, giovani che venivamo in genere dell’Azione cattolica, un grande entusiasmo, la fatica e le sofferenze non contavano perchè l’ideale che ci muoveva era nobile e grande. Questa l’atmosfera che prevaleva in quegli anni di rinascita e in campo missionario a noi giovani aspiranti era viva la coscienza del grande compito che ci attendeva: portare Cristo a tutti i popoli. Mi rendo conto che oggi è inutile raccontare a chi soffre le nostre sofferenze di quel tempo.

Ma certamente la parola di speranza che noi cristiani, e specialmente preti e suore, dobbiamo dare a tutti è quella di ritornare alla preghiera e all’amore vivo a Gesù Cristo, che ci aiuta a sacrificarci nel nostro dovere e per gli altri ed a sperare nella Provvidenza di Dio. La società in cui viviamo, secolarizzata e materialista, ha tolto Dio dall’orizzonte dell’uomo e l’uomo da solo non è autosufficiente, non se la cava.

Certo, bisogna darsi da fare, impegnarsi nel sociale e nella politica, nel fare leggi giuste e rispettarle, ma se manca lo spirito che solo la fede in Cristo può dare, tutto il resto non basta. Anche società più ricche di quella italiana, molto meglio organizzate anche nella giustizia sociale, soffrono del nostro stesso male. In Italia bisogna, con l’aiuto di Dio, ricreare una “cultura cristiana” nella società (ecco il famoso “progetto culturale” del card. Ruini), per ridare un’atmosfera di speranza che ci aiuti tutti ad uscire dal tunnel buio e oppressivo che ci circonda.

Piero Gheddo

L’attesa dei tempi nuovi nella Chiesa

Più passano i giorni dall’11 febbraio scorso, quando Benedetto XVI ha compiuto quel gesto umile e coraggioso di rinunzia al Pontificato e più si chiariscono le motivazioni che l‘hanno portato a questa decisione veramente rivoluzionaria in duemila anni di storia della Chiesa. Perché è proprio la prima volta che succede questo. Le poche rinunzie di Papi del lontano passato erano tutte fatte per pressioni e minacce esterne, in tempi non democratici come questi che viviamo nel nostro Occidente. In altre parole, il segno della rinunzia indica che la Chiesa è alla vigilia di una svolta epocale, che non riusciamo ancora a capire quale sia, ma siamo sicuri che il passo indietro del grande Papa teologo è stato fatto per il maggior bene della Chiesa, come lui stesso ha detto l’11 febbraio scorso.

In altre parole, è stato un atto di saggezza ispirato dallo Spirito Santo, perché apre alla Chiesa una via nuova che favorirà l’annunzio della salvezza in Cristo a tutti i popoli e in particolare a quelli dell’Europa cristiana, avanguardia del “mondo d’oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede” e che si stanno allontanando dalla pratica della vita cristiana. Papa Benedetto, “dopo aver ripetutamente esaminato” la sua coscienza davanti a Dio, è pervenuto alla certezza che le sue forze, “per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino”. Così ha rinunziato, “in piena libertà, al ministero di Vescovo di Roma, Successore di Pietro”.

In fondo, nei suoi quasi otto anni di Pontificato, Papa Benedetto ha dato veramente tutto se stesso per la missione della Chiesa e lo scopo primario che si era proposto fin dall’inizio, la “Nuova evangelizzazione” dei popoli cristiani. Le tre encicliche su Fede (questa non pubblicata, ma speriamo che in seguito lo sia come volume del card. Ratzinger), Speranza e Carità e i tre volumi sulla presentazione di Cristo al mondo d’oggi, con i molti altri testi e gesti (il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione, il Cortile dei Gentili, fondare la Fede sulla Ragione, la lotta contro il “relativismo”, ecc.), sono l’apice di tutto un magistero che aveva soprattutto lo scopo del dialogo e dell’annunzio della salvezza in Cristo al mondo cattolico e cristiano. Mi sono riletto in questi giorni la “Spe salvi” sulla speranza cristiana, un meraviglioso e gratificante scenario di vita cristiana che avrebbe potuto e dovuto provocare i popoli cristiani d’Europa (della Comunità Europea), in crisi profonda non tanto per il Pil e lo Spred, ma perché stanno perdendo ogni speranza di progresso, di rinascita. “Solo quando il futuro è certo come realtà positiva – si legge al n. 2 – diventa vivibile anche il presente”. Ma se nell’orizzonte dei popoli cristiani non c’è più Dio, il futuro diventa disperante, conduce al nichilismo, al nulla. Queste verità Benedetto XVI le ha proclamate e scritte decine e decine di volte, senza suscitare alcuna reazione degna di nota.

Allo stesso modo, il Papa ha continuato il magistero di Paolo VI e di Giovanni Paolo II quando si è dimostrato convinto assertore della razionalità dell’antropologia cristiana, quasi codificando “i valori irrinunciabili” della Chiesa (“Caritas in Veritate”, nn. 28, 44, 75), rilanciati più volte dalla Cei, e poi vede che anche i paesi cattolici vanno dritti per la strada che porta alla rovina della famiglia naturale e del valore assoluto della vita umana dal concepimento alla morte naturale; insomma, quando il Papa condanna la guerra o il razzismo, tutti d’accordo, ma quando parla di matrimonio tra uomo e donna e contro l’aborto e l’eutanasia, allora diventa un conservatore dogmatico e reazionario. E questo senza nessun serio dibattito razionale su questi temi fondamentali nell’ottica evangelica.

Ecco, Papa Benedetto, avendo dato tutto e sentendosi venir meno le energie per l’età, ha fatto il grande gesto, richiamando ancora una volta (nel discorso ai parroci romani del 14 febbraio) il dovere di purificazione nella Chiesa da tutti gli scandali, le divisioni, i giochi di potere, le calunnie; insomma da tutti i peccati personali e comunitari che appannano la santità immacolata della Chiesa e tolgono efficacia all’annunzio della salvezza in Cristo. Oggi per noi è il tempo della preghiera e di ringraziare Dio per il Papa che ci ha dato e per questa sua rinunzia al Pontificato, che apre alla Chiesa prospettive nuove. Come già nel recente passato, il passaggio da un Pontefice all’altro (ad esempio da Pio XII e Giovanni XXIII e a Paolo VI), la Chiesa non è più quella di prima, appunto perché cambiano i tempi e anche l’annunzio di Cristo dev’essere adeguato all’uomo d’oggi. La stessa verità di sempre, ma espressa e vissuta in modo nuovo. Quindi, non è importante ipotizzare e discutere su chi sarà il prossimo Papa, poiché siamo già sicuri che sarà il Papa migliore per la Chiesa d’oggi; è invece importante che tutta la Chiesa, tutti i credenti, chiedano allo Spirito Santo la grazia di accettarlo e di seguirlo con la preghiera e l’obbedienza alle indicazioni che darà sulle vie da prendere per rendere Gesù Cristo più vicino all’uomo d’oggi, soprattutto a quello che lo conosce ma lo rifiuta. Impresa titanica che solo con la fede entusiasta della missione della Chiesa, la preghiera e la testimonianza della vita cristiana, siamo sicuri che porterà i suoi frutti.

Piero Gheddo

 

Signore, aumenta la mia fede!

Questa mattina ho celebrato la S. Messa per Papa Benedetto e la Chiesa e per tutti noi, credenti in Cristo, che siamo stati colpiti e turbati dall’annunzio che il nostro grande Papa Benedetto, guida sicura nelle tempeste del nostro tempo, si ritira, perché non si sente più in grado di portare il peso del servizio alla Chiesa e all’umanità come rappresentante di Gesù Cristo in terra. La preghiera d’inizio del Santo Sacrificio dice:

“Custodisci sempre con paterna bontà la tua famiglia, Signore, e poiché unico fondamento della nostra speranza è la grazie che viene da Te, aiutaci sempre con la Tua protezione. Per il nostro Signore Gesù Cristo Tuo Figlio che è Dio e vive e regna con Te e con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen”.

Che bella preghiera,cari amici di questo Sito dei missionari del Pime! Rileggiamola e preghiamola con calma, ci dona serenità e speranza.  Marcello Candia ripeteva spesso questa invocazione: “Signore, aumenta la mia fede!”. Siamo nell’Anno della Fede e il ritiro di Benedetto XVI mette alla prova la nostra piccola e povera fede. Dobbiamo però ringraziare l’onestà e l’umiltà di Papa Benedetto per questo gesto umanamente comprensibile, di ritirarsi nella preghiera e passare l’ufficio di rappresentante di Cristo ad un altro Papa più giovane e con maggiori forze delle sue. Spiace davvero perché Papa Ratzinger è stato il Papa che ci ha illuminato e sostenuto in questi anni con la chiarezza e forza dei suoi testi, discorsi, gesti e opere. Ringraziamo intanto il buon Dio che ce lo ha dato, preghiamo per lui e ricordiamo i suoi insegnamenti, sempre validi anche nel futuro.

E abbiamo fiducia. Adesso si scatena il “Toto Papa”, ma noi sappiamo che lo Spirito Santo sceglierà il miglior Papa per questo nostro tempo. Questa la nostra fede e la nostra speranza, qualsiasi Papa esca dal Conclave della Cappella Sistina, bianco o nero, straniero o italiano, giovane o anziano, progressista o conservatore (secondo il parere dei giornali!), non importa!

Ecco un ricordo dell’ottobre 1958, quando morì Pio XII, un formidabile e grandissimo Papa, alto e austero, solenne, direi maestoso e sacrale nella sua stessa persona e nei suoi discorsi, con quella voce ferma, forte e affilata come la lama di coltello.  In tempi certamente molto ma molto più difficili del nostro, questa l’immagine del Papa che aveva affascinato ed entusiasmato noi giovani di allora e non solo. Tutti aspettavamo un altro Papa come Pio XII invece è venuto fuori, imprevisto, Papa Roncalli. Noi del Pime lo conoscevamo bene perché pochi mesi prima aveva portato da Venezia a Milano la salma le nostro Fondatore, mons. Angelo Ramazzotti, suo predecessore come Patriarca di Venezia. Si è fermato una giornata nella casa del Pime di via Monterosa, paterno, cordiale, semplice, spontaneo, insomma un buon parroco della campagna bergamasca e ricordo anche aneddoti gustosi su di lui.

Abbiamo seguito l’elezione del nuovo Papa davanti ad un piccolo televisore in bianco e nero e quando al balcone di San Pietro si presenta Papa Giovanni XXIII, piccolotto, grassotto, trotterellante, ricordo bene che per noi è stata una delusione, ci siamo messi le mani nei capelli: “Ma per carità! Il nostro caro Roncalli Papa! Signore Gesù, aiutaci tu!”. Invece, cari amici, che Papa grandioso e provvidenziale abbiamo avuto! Non perché Pio XII non fosse grande e provvidenziale anche lui, semplicemente perché, ripeto, lo Spirito Santo sceglie il Papa migliore per ogni tempo storico. Questa la nostra fede e la nostra serenità di vita cristiana.

Domani inizia la Quaresima. E’ tempo di preghiera, di penitenza, di confessione dei nostri peccati, di riprendere con gioia il nostro cammino nell’amore e nell’imitazione di Cristo, che è il significato vero e ultimo dell’essere cristiani. Auguri di Buona Quaresima a tutti.

Piero Gheddo

Tunisia nel caos: perché si tace sull’islam?

Il 6 febbraio scorso, l’assassinio di Chokry Belaid, avvocato che protestava per i diritti dell’uomo violati del governo, ha provocato una rivolta di una parte del popolo tunisino, che teme una dittatura islamica e vorrebbe un governo democratico e laico. Il quadro della “primavera araba” nei paesi sunniti diventa sempre più indecifrabile, pare si ritorni all’autunno e all’inverno della democrazia nei paesi islamici. La situazione oggi è questa:

– nessun paese a maggioranza islamica (e sono più di trenta) ha un governo passabilmente democratico, non pochi di questi sono in uno stato di guerra civile: Siria, Egitto, Tunisia, Afghanistan, Pakistan, Mali, Nigeria, Yemen, Sudan, Somalia;

– in nessun paese a maggioranza islamica c’è piena libertà religiosa per i cristiani e le altre religioni;

– in alcuni paesi nei quali i fedeli del Corano sono minoranza consistente, ci sono guerriglie e terrorismi separatisti: Filippine, Thailandia, India, Cina, Birmania, Indonesia.

Conosciamo tutti le notizie d’attualità, gli avvenimenti che giorno per giorno confermano questa situazione. Stupisce invece il fatto che l’Occidente non si interroga, non discute da dove nasce e come si propaga questa instabilità del modo islamico, queste rivolte, guerriglie, terrorismi che scoppiano tutte o quasi nei paesi islamici e cosa si può fare per andare alla radice di questo estremismo violento, mina vagante che minaccia la pace mondiale. Quando il nazismo, prima della II guerra mondiale, era già una potenza in espansione, il mondo libero ne discuteva a livello popolare, studiava l’ideologia e visitava la Germania, cercava di fare accordi, si convocavano conferenze internazionali per la pace nel mondo. Dopo la II guerra mondiale, quando il comunismo internazionale era in fase espansiva, dagli anni quaranta al 1989, si avvertiva il pericolo di un contagio, si discuteva su come prendere provvedimenti per arginare la diffusione di questa ideologia-religione, si studiavano le radici del marxismo-leninismo e cosa fare per contrastarne la diffusione nel mondo libero. Il comunismo era un pericolo, se ne parlava molto.

Lo stesso non succede con l‘estremismo islamico, condannato da tutti ma che rimane come un oggetto misterioso. Non lo dico per avversione all’islam e meno ancora ai musulmani. Sono convinto che l’islam è una grande religione ed ha avuto il merito storico impagabile di portare molti popoli dal politeismo al monoteismo di Abramo padre di tutti i credenti e dal tribalismo all’unità nella fede: ha dato a popoli divisi e nemici un Libro, una Legge e una Comunità che li hanno uniti e resi solidali. Oggi però l’estremismo islamico ha preso il sopravvento sulla grandissima maggioranza dei fedeli dell’islam e rappresenta un nuovo pericolo per l’umanità e il nostro Occidente, demonizzato dal “grande Sanata americano” in giù, di cui si dichiara nemico giurato. Insomma, dell’islam non si parla. Si lamentano le guerre, le rivolte, i terrorismi, le dittature, ma della radice di tutto questo silenzio assoluto sulla stampa occidentale e negli incontri e dibattiti culturali. Un argomento tabù. Al massimo si maschera il problema scrivendo, ad esempio, che la persecuzione dei salafiti contro i cristiani in Egitto, in Sudan e in Nigeria “non viene da una motivazione religiosa, ma da interessi economici”, mezza verità a cui non crede nessuno.

Cosa possiamo fare? Tante cose, ma penso che in Italia ci sono due milioni circa di lavoratori e studenti musulmani, in genere brave persone che cercano solo lavoro, casa, cordialità di rapporti, sicurezza, pace sociale, benessere. Il tema delle radici dell’estremismo islamico va pubblicizzato, discusso, dibattuto, portato a livello popolare, per coinvolgere la gente comune e gli ospiti musulmani, in un clima di rispetto e di fraternità fattiva. Nella “lectio magistralis” a Ratisbona (12 settembre 2006) Benedetto XVI aveva detto con chiarezza che l’islam deve confrontarsi con la ragione umana, secondo la quale la “violenza per Dio non esiste”. Al Papa risposero poco meno di 200 imam e docenti universitari islamici dicendosi d’accordo e avviando un dialogo su questo tema fondamentale per l’islam oggi.

Nel viaggio in Terrasanta come “pellegrino di pace” (8-15 maggio 2009), Benedetto XVI ha ripreso il tema quando ha dato la chiara indicazione del come andare d’accordo fra i fedeli delle tre religioni monoteiste, ebrei, cristiani e musulmani. Sull’aereo che lo portava in Giordania ha detto che la chiave dell’andare d’accordo è “parlare alla ragione e appoggiare le posizioni realmente ragionevoli”. E poi, negli incontri con i musulmani in Giordania ha insistito su questo: la religione è ragionevolmente contro la violenza sull’uomo. Questa visione della religione, ha aggiunto, “rifiuta tutte le forme di violenza e di totalitarismo: non solo per principi di fede, ma anche in base alla retta ragione”. La ragione spinge a servire “il bene comune, a rispettare la dignità dell’uomo, che dà origine ai diritti umani universali”.

Ma in seguito non si è più parlato né discusso di questo, anche nelle democrazie occidentali dove vivono milioni di musulmani e c’è libertà di pensiero e di stampa. In un paese democratico e di libertà come il nostro, temi tabù non dovrebbero esserci, perché non producono nulla di buono.

Piero Gheddo

Veri e falsi profeti

La liturgia di questa domenica IV del tempo ordinario parla del rapporto di Dio con l’uomo attraverso i profeti, che hanno ricevuto il compito di trasmettere la parola e la volontà di Dio a Israele e poi a tutti gli uomini. La prima lettura è del profeta Geremia, formato e consacrato fin dal seno materno, che nel 650 prima di Cristo aveva predetto l’esilio del popolo in Babilonia, poi è incarcerato e battuto, deve scappare in Egitto e in seguito viene ucciso. Non era creduto. Lo stesso è poi successo a Gesù, il Figlio di Dio e massimo profeta. Il Vangelo riferisce cosa dicevano di Gesù: non è il figlio di Giuseppe, cioè di un falegname? Quello che hai fatto a Cafarnao fallo anche qui e ti crediamo… Anche lui non era creduto. Gesù aggiunge: “Nessun profeta è bene accetto nella sua patria”.

1) Chi è il profeta? Non colui che predice il futuro come fanno gli indovini, i cartomanti e quelli che leggono le stelle e predicono il futuro con gli oroscopi. Per la Bibbia il profeta è chi parla in nome di Dio, che annunzia la verità che viene da Dio.

Dio ha voluto servirsi degli uomini per trasmettere i suoi messaggi, la sua volontà, non solo nell’Antico Testamento, ma anche nel Nuovo. Gesù si è fatto uomo per farci conoscere il volto di Dio, per trasmettere la volontà di Dio e dopo di lui i Papi, i vescovi e tutti quelli che nella Chiesa parlano in nome di Dio.

Ma solo l’uomo Gesù Cristo era perfetto, tutti gli altri dopo di lui sono imperfetti, deboli, peccatori. Noi preti parliamo dal pulpito, abbiamo l’autorità di parlare in nome di Dio, ma per carità, come uomini non siamo credibili, specialmente quando diciamo cose che vanno contro corrente e richiedono la conversione. Anche i santi riconosciuti dalla Chiesa avevano i loro difetti e a volte non erano creduti. Spesso si crede di più ai falsi profeti, che non a quelli autentici mandati da Dio.

2) Perché Dio ha voluto servirsi degli uomini e non degli angeli? Il motivo è facile da capire. La fede è un dono di Dio ma è anche libera scelta dell’uomo, perché Dio ci dà tanti motivi per credere e tanti motivi per non credere. Siamo sempre liberi di credere o non credere. Noi dobbiamo credere al Vangelo, al Papa e ai vescovi che parlano in nome di Dio, di Gesù Cristo e con l’assistenza dello Spirito Santo.

Oggi è la ”Giornata della Vita” col titolo “Generare la vita vince la crisi”. L’Italia soffre per le poche nascite, perché non hanno creduto a Paolo VI che profetizzava in nome di Dio.

Nel 1950, Pio XII pubblicò l’enciclica “Humani generis”che parlava del monogenismo: gli uomini discendono tutti dall’unica prima coppia Adamo ed Eva, e condannava il “poligenismo”, cioè la teoria che gli uomini vengono da molti progenitori: quindi il “peccato originale” non ha senso. Pio XII parlava in nome di Dio, ma non fu creduto. Oggi il peccato originale è considerato da molti una favola, un mito del passato, in molti si è affermata l’idea dell’Illuminismo, che distrugge lala base la Redenzione portata da Cristo: l’uomo nasce buono, lo corrompe la società.

Nel 1968 Paolo VI nel 1968 pubblicò l’enciclica “Humanae Vitae” “sulla regolazione della natalità e sulla procreazione responsabile”. In sintesi Paolo VI affermava che “qualsiasi atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita” (n. 11) e condannava, oltre all’aborto e alla sterilizzazione, “ogni azione coniugale…che si proponga come mezzo per impedire la procreazione” (n. 14): in pratica ogni metodo o mezzo contraccettivo artificiale. Paolo VI proponeva come soluzione la “procreazione responsabile” e affermava che quell’enciclica “vuole contribuire all’instaurazione di una civiltà veramente umana” (n. 18).

Era un messaggio forte e contro corrente rispetto alla cultura di quel tempo, infatti non venne accettato e fu contestato da un pochi cattolici. Mezzo secolo dopo, tutti quelli che scrivevano della “bomba atomica demografica” e lanciavano lo slogan “Il mondo scoppia per le troppe nascite”, scrivono che l’Italia deve produrre più bambini, altrimenti va male anche l’economia, il welfare e il benessere.

3) Anche oggi, in prossimità delle elezioni politiche, la Chiesa si interessa di bioetica. La Cei ha pubblicato un appello per questa “Giornata della vita”, dove si legge: “Il momento che stiamo vivendo pone domande serie sullo stile di vita e sulla gerarchia dei valori che emerge dalla cultura diffusa. Abbiamo bisogno di riconfermare il valore fondamentale della vita”. Avvenire sta iniziando una serie di articoli per rispiegare quali sono i “valori irrinunciabili” che Papa Benedetto XVI e la Cei ripetono ormai da anni e che il credente deve tenerli come criterio primario per la scelta del voto.

L’enciclica Caritas in Veritate (Cv) di Benedetto XVI (2009) congiunge il diritto alla vita allo sviluppo di ogni popolo e dell’umanità (n. 28). La “questione antropologica”, su cui tanto insistono la Santa Sede e la Conferenza episcopale italiana, diventa a pieno titolo “questione sociale” (nn. 28, 44, 75). Nella Cv i temi di bioetica sono letti in relazione allo sviluppo dei popoli. Il controllo delle nascite, l’aborto, le sterilizzazioni, l’eutanasia, le manipolazioni dell’identità umana e la selezione eugenetica sono condannati (sono “valori irrinunciabili” n.d.r.) per la loro intrinseca immoralità, ma soprattutto per la loro capacità di lacerare e degradare il tessuto sociale, corrodere la famiglia (il matrimonio è solo tra un uomo e una donna!) e rendere difficile l’accoglienza dei più deboli e innocenti. “Nei paesi sviluppati – scrive Benedetto XVI (Cv 28) – le legislazioni contrarie alla vita sono molto diffuse e hanno ormai condizionato il costume e la prassi. L’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo…” L’enciclica spiega che per lo sviluppo dell’economia e della società è indispensabile tenere “sistematicamente conto della dignità della donna, della procreazione, della famiglia e dei diritti del concepito”.

L’insistenza del Papa e dei vescovi, dalla Humanae Vitae di Paolo VI (1968) ad oggi, non è compresa nemmeno dai cattolici, una parte dei quali pensano che la difesa della vita e della famiglia passa in secondo piano di fronte alle drammatiche urgenze della fame, della miseria disumana, delle ingiustizie a livello mondiale e nazionale. Non capiscono il valore profetico di quanto dicono il Papa e i vescovi, che vedono nella cultura che rifiuta la vita la rottura sostanziale fra l’uomo e la Legge di Dio, con conseguenze nefaste anche per la soluzione dei problemi sociali.

Piero Gheddo

 

Com’era il Mali prima di Al Qaida

La visita che ho fatto in Mali nel 2006 ha confermato l’opinione comune che il Mali e il Senegal erano i due paesi migliori dell’Africa occidentale. Ne scrivo per far capire come l’arrivo di Al Qaida e la guerra dell’estremismo islamico contro quello moderato sta procurando danni enormi a questo paese di gente pacifica, accogliente, tollerante. Il mondo moderno, o meglio la cultura dominante nel mondo moderno, secolarizzata e materialista, ha messo in crisi l’islam in una misura abnorme. Basti dire che le guerre e i terrorismi presenti oggi nel mondo sono quasi tutti causati dalla reazione di minoranze islamiche al mondo moderno che, nel tempo della globalizzazione, avanza ovunque e porta gli uomini e i popoli lontani da Dio. Noi cristiani cerchiamo di reagire ritornando a Cristo e al Vangelo. Per i fedeli dell’islam questo è molto più difficile, di qui la reazione delle minoranze fanatiche di usare “la violenza per Dio”, “la guerra santa per Dio”.

In Mali sono stato ospite dei Padri Bianchi e ho potuto visitare varie realtà del paese al 90% islamico, i cristiani sono piccola minoranza del 3-4%. Dal 1991 il Mali è un paese democratico, con libere elezioni e alternanza al potere, libertà di stampa, pluralismo politico, libertà religiosa, islam molto tollerante. E’ un paese povero, con poche risorse naturali, i 15 milioni di abitanti hanno un reddito medio pro capite di 669 dollari Usa, analfabetismo al 68,9%, un medico e un posto letto in ospedale ogni 10.000 abitanti (in Italia uno ogni 300). Il Mali è esteso 1,5 milioni di kmq, cinque volte l’Italia, attraversato dal grande Niger e diviso praticamente in due parti: il Sud più piccolo e più evoluto, è territorio di steppa e foresta, il grande Nord è in buona parte desertico è abitato da popoli nomadi e pastori, fra i quali si è diffusa l’ideologia di Al Quaeda. Il 22 marzo 2012 un colpo di stato militare ha destituito il governo e sospeso la Costituzione, prendendo a pretesto la difficile situazione nel Nord del paese, dove la ribellione tuareg (gli “uomini blu” del Sahara), sostenuta dai movimenti islamisti e fondamentalisti aveva preso il controllo della parte nord del paese. Nei mesi seguenti, il governo è tornato ai civili, ma anche per la debolezza dell’esercito nazionale i ribelli sono avanzati e stavano per occupare la capitale Bamako, quando il 14 gennaio la Francia è intervenuta a fermare la loro avanzata e il 28 gennaio francesi e maliani hanno rioccupato Timbuktu in pieno deserto, una città catalogata dall’Unesco tra i luoghi “patrimonio dell’umanità” per le sue biblioteche con decine di migliaia di testi antichi dell’islam, ben custoditi nel caldo secco del deserto.

Mi ha accompagnato il milanese padre Arvedo Godina di Barzanò (in Mali dal 1968), dei “Missionari d’Africa” (o Padri Bianchi), direttore del catechistato di Ntonimba, vicino a Kati, che mi diceva: “I cristiani in Mali sono circa il 3%, ma la Chiesa ha la grande stima del popolo e delle autorità. Quando sono arrivato nel 1968 avevamo sette preti maliani e un solo vescovo, mons. Sangaré, di origine maliana. Oggi 120 preti maliani e tutti i sei vescovi sono maliani. La Chiesa fa sentire la sua voce con autorità in tutti i settori della vita pubblica. Quando è morto Sangaré, l’11 febbraio 1998, il governo ha fatto i funerali nazionali nello stadio di Modibo Keita.

– Ci sono anche conversioni dall’animismo?

– Ogni anno nelle parrocchie sono dai 30 ai 50, anche 70 battesimi di adulti a Pasqua. Ci sono zone più cristianizzate, ad esempio la diocesi di San dove ci sono i Bobo, una etnia che ha scelto il cristianesimo e hanno parecchie vocazioni. Abbiamo anche conversioni di musulmani, Ho avuto un catechista che per 13 anni ha insegnato il Corano in una scuola coranica, poi ha conosciuto la carità dei cristiani e è diventato cristiano. E’ venuto da noi e ha fatto tre anni di formazione per diventare catechista.

– Ma quando succedono queste conversioni, le famiglie e il villaggio non protestano?

– No, l’islam maliano è molto tollerante, L’idea comune è che ciascuno da adulto sceglie la religione che vuole. Le conversioni dall’islam, in genere tra gli studenti e professionisti, non sono molte, ma non suscitano reazioni esono fatte alla luce del sole. Il segretario della commissione episcopale per la catechesi si chiama Luigi Mamadou Tounkara, era già sposato, poi si è fatto cristiano e porta i due nomi, Tutti sanno che lui era musulmano. Si è convertito da adulto quando era già maestro e anche adesso si firma con i due nomi.

– Quindi in Mali non c’è l’estremismo islamico?

– L’islamismo estremista tenta di nascere a Bamakò, ma non ha seguaci. Poco tempo fa un gruppetto di questscritto una lettera di protesta perchè il presidente aveva messo delle statue nelle piazze per abbellire la città: elefanti, bisonti, ippopotami, leopardi, e poi uomini politici e la lettera diceva che questo non è permesso dall’islam. La gente rideva. In Africa occidentale l’islam è quello delle confraternite come la Tijania, che sono movimenti spirituali, nati da capi carismatici per portare il popolo a Dio. Ci sono confraternite che hanno uno spirito molto vicino a quello di San Francesco d’Assisi. Ad esempio la Tijania che è la maggiore predica bontà, tolleranza verso l’altro, amore agli animali, presenza di Dio in tutte le cose e in tutte le persone. La stima delle scuole cattoliche e dei dispensari delle suore è così grande, che quando abbiamo aperto il seminario minore a Kulikoro si è sparsa la voce che la Chiesa apriva una scuola privata per seminaristi, ma la gente non sapeva chi sono i seminaristi. Un capo musulmano è venuto da me e mi ha detto: “Io vorrei iscrivere mia figlia a questa scuola”. Gli ho detto che la scuola era solo per seminaristi e lui ha risposto: “Non importa, se volete che mia figlia faccia la seminarista, è pronta a tutto pur di entrare nella vostra scuola”. Quando il card. Giacinto Thiandum arcivescovo di Bamakò ha dato le dimissioni per limiti di età c’è stata una commissione di capi islamici che è andata a Roma, in Vaticano, per chiedere al Papa che rimanesse perché “è stato promotore di unità nazionale e di comprensione fra cristiani e musulmani”.

– Ma non ci sono tentativi di portare in Mali l’islam estremista?

– Gheddafi ha dato i soldi per fare la televisione di stato del Mali e quando c’è stata l’inaugurazione Gheddafi è stato invitato e ha detto nel suo discorso: “Questa televisione servirà per diffondere l’islam in Mali”. Partito Gheddafi, subito il governo ha emanato una dichiarazione in cui diceva: “La televisione è un servizio statale a tutto il popolo maliano, quindi è per tutti, non solo per i musulmani”. Un’ora alla settimana parliamo noi cristiani, mezz’ora al mercoledì e mezz’ora la domenica. La cappella del campo militare di Kat è proprio vicino alle mura del campo militare, si vede anche all’esterno. Abbiamo messo una grande croce che si vede anche da lontano. E’ venuto da me un vecchio saggio musulmano che mi ha detto: “Hai fatto bene a mettere quella grande Croce. Voi siete cristiani e noi musulmani, ma anche la Croce richiama la presenza di Dio nella nostra società. Questa chiesa onora tutto il quartiere”. E quando c’è stata l’inaugurazione, è venuto anche il capo dei musulmani di Kati che era col vescovo cattolico, a partecipare alla festa.

– Cristiani e musulmani collaborano per il bene pubblico?

– Un esempio recente. I musulmani hanno fatto una piccola moschea nel villaggio di Ntonimba dov’è il catechistato, che possiede 50 ettari di terreno in buona parte forestale, regalatoci del villaggio. I musulmani sono venuti a chiedermi gli alberi per costruire le impalcature per fare la moschea. Io ho dato tutti gli alberi necessari e mi hanno ringraziato. L’anno dopo i cristiani hanno deciso di rifare la loro cappella, i giovani musulmani sono venuti ad aiutare i cristiani a fare i mattoni e poi per i lavori della cappella.

– Il governo come tale appoggia l’islam?

– Nel governo sono tutti musulmani, ma la costituzione è laica. Io vado tutte le settimane nelle carceri di Bamako e il direttore delle carceri voleva darmi una stanzetta per fare una cappella per quei pochi cristiani che sono in carcere. Sono andato a ringraziarlo e mi ha detto: “Padre non deve ringraziarmi, abbiamo dato un posto all’interno della prigione per la preghiera dei musulmani ed era giusto che dessimo un posto anche alla preghiera dei cristiani”. Dopo qualche anno, il governo mi ha nominato cappellano di tutte le carceri del Mali. Posso entrare ovunque. E’ la prima volta che una nomina del genere non la fa il vescovo, ma un governo fatto tutto da musulmani!

Durante la guerra del 1991 avevano bruciato la macchina del grande imam amico del presidente militare, e lui aveva ricevuto minacce di morte. Allora l’arcivescovo Sangaré di Bamako ha mandato a dirgli: “Se si trova in pericolo, venga a casa mia, perché la mia casa è la sua casa. Qui da me sarà al sicuro”. L’imam si è rifugiato nella casa del vescovo e da allora i rapporti fra cristiani e musulmani sono stati ottimi. Ai funerali di Sangaré il grande capo musulmano ha dato la sua testimonianza sull’amicizia profonda fra il vescovo e i musulmani. In Africa la cosa più importante sono le relazioni umane. Quando tu tratti bene gli altri, non ti metti sopra di loro ma al loro fianco, quando aiuti e saluti tutti, allora ti trovi come a casa tua.

Piero Gheddo

 

Confienza: in Italia la fede c'è

Nella marea di notizie negative che ci sommerge ogni giorno, fa bene sentire che nella nostra Italia ci sono parrocchie che per motivi storici e attuali hanno conservato una fede autentica e lo dimostrano in tanti modi. I buoni esempi vanno conosciuti. Domenica 20 gennaio sono stato a Confienza in Lomellina (provincia di Pavia e diocesi di Vercelli), invitato dal parroco don Roberto Tornielli per celebrare l’Anno della Fede. Una domenica di neve e gelo umido, per me molto faticosa, ma sono tornato a Milano alla sera col cuore pieno di gioia e di riconoscenza a Dio e pregando affinchè l’esempio di questo piccola comunità italiana possa essere esemplare per tante altre. Pubblico questo articolo che mi ha mandato un amico padre di due figli, che sta seguendo i corsi per diventare diacono della diocesi di Vercelli ed è venuto a prendermi ed a riportarmi a Milano con la moglie Anna Racca, insegnante nelle scuole di Confienza. Piero Gheddo

 

Confienza, gennaio 2013

La domenica scorsa, 20 gennaio, è stata caratterizzata da una presenza importante nella nostra comunità: padre Piero Gheddo, cogliendo l’invito del parroco don Roberto Tornielli e di alcuni parrocchiani è venuto tra noi a celebrare l‘Anno della Fede: una giornata di spiritualità e di incontri nella nostra parrocchia. Il nostro piccolo centro con i suoi 1700 abitanti ha da sempre radici agricole e con il trascorrere degli anni, pur soffrendo l’ abbandono delle comunità rurali nelle cascine, non ha perso la sua economia agricola di base, con in più la presenza di un paio di aziende del settore chimico. Avere tra di noi un missionario e giornalista così conosciuto (i suoi genitori Rosetta e Giovanni sono in cammino per la Beatificazione) ha messo in moto una macchina organizzativa che ha coinvolto l’intera comunità sia parrocchiale che civile, compresi il Comune e le scuole elementari e medie. Alla S. Messa, solennizzata dalla corale e da una schiera di chierichetti e chierichette, padre Piero ha parlato della Fede con passione e ha insistito nel dire che la fede va vissuta amando il Signore Gesù e diventando a poco a poco più simili a lui, perché tutti siamo chiamati alla santità; e a diventare missionari nella nostra Italia, specie in questo anno della “Nuova evangelizzazione”. Ha commosso i fedeli raccontando alcuni esempi della sua vita missionaria e dei suoi genitori.

Nel pomeriggio in oratorio, il salone era pieno di bambini e ragazzi, maschi e femmine, alla presenza del sindaco e di numerosi genitori e adulti, padre Piero ha risposto alle domande che gli alunni delle scuole avevano preparato, sulle sue visite alle missioni e sulla vocazione missionaria. L’entusiasmo è stato grande perché, com’è noto, i bambini e i giovani sono persone semplici e sensibili ai nobili ideali del Vangelo e hanno grandi potenzialità di fare il bene! Il nostro oratorio gode di una presenza costante di bambini e ragazzi, che culmina durante il centro estivo raggiungendo la presenza di un centinaio di ragazzi. Ci siamo assicurati che padre Piero ritorni a Confienza per il Centro estivo di quest’anno.

Da circa vent’anni la nostra parrocchia è stata coinvolta e guidata da don Roberto (che ha celebrato da poco i 25 anni di sacerdozio) nella ristrutturazione delle Chiese presenti nel comune (ben 3!), della casa parrocchiale e dell’oratorio che erano in condizioni pietose. La fede del popolo di Dio di Confienza è anche dimostrata dalla partecipazione di volontariato manuale per queste ristrutturazioni in tutte le sue fasi e dall’aiuto economico alla parrocchia per le ingenti spese sostenute senza fare debiti! In un piccolo centro agricolo come il nostro di 1700 abitanti è un risultato non da poco. Il nostro arcivescovo di Vercelli (vicina a Confienza), mons. Enrico Masseroni, durante i lavori veniva spesso a farci visita, per ringraziarci e segnalare alla diocesi un esempio di collaborazione dei fedeli alla parrocchia.

In paese si respira una partecipazione attiva alla vita parrocchiale: il gruppo delle catechiste non solo svolge il compito primario di catechesi, ma coinvolge i bambini nella Liturgia in veste di chierichetti; e c’è una bella sinergia tra parrocchia e Comune in molte iniziative a favore del popolo. Le più rilevanti processioni per le vie del paese sono un richiamo ala fede: Corpus Domini, Immacolata, il Santo Patrono Lorenzo; numerose sono inoltre le varie occasioni di preghiera comunitaria comprese le Rogazioni! La nostra storia recente dimostra l’importanza dei laici che collaborano con la parrocchia, ma anche del parroco, che vive in canonica col papà e la mamma, che anima i fedeli e le famiglie. Padre Piero al termine della sua visita ha così portato con sé il ricordo di una comunità viva, dove pur essendo presenti situazioni familiari di disagio, anziani soli od ammalati ai quali don Roberto con la sua presenza costante e partecipe porta conforto, si respira un’ aria ancora sana e intrisa di spirito evangelico.

Alberto Zanada

 

 

Mali: come fermare l’estremismo islamico?

La situazione in Mali diventa sempre più pesante e dall’esito incerto. Si teme una nuova guerra dell’Afghanistan, che dopo dieci anni tiene ancora impegnati circa 20.000 militari dell’Occidente. L’11 novembre 2012 gli Stati membri della Comunità economica dell’Africa Occidentale (Ecowas) avevano deciso di mandare una missione militare panafricana per liberare le regioni settentrionali del Mali dai gruppi jihadisti. Ma solo il rapido e coraggioso intervento francese ha bloccato l’avanzata degli estremisti islamici verso la capitale Bamako; che però ha avuto una risposta tragica con l’attacco dei ribelli all’impianto petrolifero di Amenas nel deserto algerino ai confini con la Libia e il massacro di ostaggi occidentali.

Il 17 gennaio il vescovo del Sahara, mons. Claude Rault di Laghouat-Ghardaia (Algeria), ha mandato ai suoi fedeli un messaggio nel quale esprime «solidarietà alle popolazioni, agli operai della base di Amenas e agli ostaggi e assicuro il sostegno della mia preghiera e di quella di tutti i membri della nostra diocesi”. Poi aggiunge: “Questa violenza non ha nome, è cieca, inaccettabile, ingiustificabile perché tocca degli innocenti. La riproviamo con tutta la forza delle nostre convinzioni umane e religiose. Dio non vuole la violenza. Non può esserne sorgente e giustificazione. Non facciamo quindi ricadere sui nostri amici musulmani il peso di tali misfatti. Anche loro fanno parte delle vittime. Preghiamo il Dio della Pace che venga a guarire le piaghe vive di chi è nel dolore e nella pena. Che accolga a sé le vittime e rimetta sul retto cammino chi pensa di onoralo commettendo tali orrori”.

Il vescovo del Sahara ha detto bene e non poteva dire altro. Ma noi ci chiediamo: possibile che solo fra i popoli musulmani nascano così tante guerre, guerriglie, terrorismi, violenze contro l’uomo e la donna, violazioni dei diritti dell’uomo, separatismi violenti nei paesi in cui gli islamici sono minoranza? Verissimo quanto dice mons. Claude Rault: “Non facciamo ricadere sui nostri amici musulmani il peso di tali misfatti. Anche loro fanno parte delle vittime”. I missionari che vivono in paesi islamici lo confermano: la grande maggioranza dei musulmani sono come tutti gli altri uomini: amano la pace, la libertà, il benessere, la cordialità nel rapporto col prossimo, l’accoglienza, la solidarietà, ecc. Però come mai questa maggioranza non viene mai alla ribalta?

Inutile nasconderlo. Il mondo intero, e in particolare l’Occidente cristiano, si trova a dover fronteggiare un pericolo più grave di quando dall’altra parte c’erano una trentina di paesi a regime comunista, che volevano conquistare il mondo e diffondere la loro ideologia a tutti gli uomini. Ma il fanatismo religioso è peggiore del fanatismo ideologico, che quando è sconfitto dalla storia si sgonfia. Dopo la caduta del Muro di Berlino, nessuno più ama essere ricordato come comunista. Che fare? Nessuno ha la ricetta decisiva, però si possono esprimere tre passaggi:

1) L’esperienza degli ultimi vent’anni insegna che la guerra non risolve questo problema, anzi lo peggiora, perché favorisce la diffusione della “guerra santa”;

2) Perché nei giornali e radio-televisioni, nei circoli culturali, nelle università non si approfondisce la conoscenza dell’islam, il dibattito con i musulmani in Italia: cosa l’islam può insegnare all’Occidente e come deve cambiare per entrare nel mondo moderno? Sono temi tabù e non si capisce perché, mentre penso che si dovrebbe portare il dibattito a livello popolare. Nella famosa conferenza di Ratisbona (settembre 2006) Benedetto XVI aveva tentato un dialogo con l’islam, ponendo con chiarezza i temi da discutere, ma nessuno l’ha seguito. In Italia i musulmani erano 100.000 nel 1990, oggi sono certamente più di due milioni,che vivono in gran parte separati dagli italiani. E’ giusto e umano questo?

3) Infine è sempre valida la saggia risposta che mi diede nel 1982 in Pakistan mons. John Joseph vescovo di Faisalabad, che poi morì martire in una stazione di polizia (aveva protestato contro la discriminazione dei cristiani), al quale avevo chiesto quel che molti si chiedono: cosa fare per fermare l’estremismo islamico? Risposta: “Sono nato in Pakistan da genitori cristiani, ma ho studiato e conosciuto l’islam, sono vissuto con molti musulmani amici. Per me l’islam rimane un mistero. L’unica cosa certa è questa: dobbiamo pregare e pregare molto, perchè solo Dio penetra nel cuore degli uomini, e solo lui può fermare questa ideologia di odio e di violenza”.

Piero Gheddo