Con le suore di Madre Teresa in Amazzonia

L’Amazzonia brasiliana è estesa 14 volte la nostra Italia, abitata da circa 18 milioni di abitanti quasi tutti cattolici, con una quarantina di diocesi. Parintins è una di queste, fondata dai missionari italiani del Pime nel 1955 e ancor oggi con un vescovo italiano, mons. Giuliano Frigeni. La parrocchia di Barreirinha (a 250 km. da Manaus) ha 30.000 abitanti ed è estesa più della Lombardia, tutta sui fiumi e tra foreste ancora secolari, sebbene il pericolo di una deforestazione selvaggia è sempre presente. Ho già raccontato di come il parroco, padre Piero Belcredi, è riuscito finora a frenare il progetto che una compagnia brasiliana aveva fatto approvare dal governo di deforestare vaste regioni della “riserva” degli indios Sateré-Mawe per fare piantagioni di soia (Blog del 30 novembre 2012).

Padre Pietro Belcredi, parroco dal 1996, ha creato una vera comunità cristiana nella sua parrocchia (o missione), la cittadina centrale dove lui risiede con circa 10.000 abitanti, e poi una sessantina di villaggi dispersi lungo i fiumi (42 con cappelle in muratura). L’apostolato è fatto quasi tutto da laici da lui formati e animati: catechisti, ministri della Parola, ministri dell’Eucarestia, guide della preghiera, laici impegnati in tanti campi: carità, ammalati, giovani, baraccati, “dizimo” (la tassa per la Chiesa in uso in Brasile), Rosario nelle famiglie, feste del Patrono (ogni chiesa o cappella ha il suo), amministrazione, costruzioni, ecc. La parrocchia è un cantiere in perpetuo movimento, padre Belcredi è contento dei suoi cristiani, che rispondono bene alle sue cure (Vedi Blog del 10 e 15 dicembre 2012). Dice. “Il Signore mi ha aiutato ad animare e impegnare i laici. Il mio compito principale è nei corsi di formazione dei circa 600 collaboratori laici e poi mi fido di loro e dello Spirito Santo”.

Però aggiunge che il vescovo gli ha mandato quattro suore di Madre Teresa che sono “la più grande benedizione che il Signore mi ha dato, anzitutto per la loro preghiera. Pregano per 4-5 ore al giorno, Messa, adorazione eucaristica, Rosario, meditazione, lettura spirituale, ecc. Debbo dirlo: hanno messo in riga anche me e ne sono contento; ad esempio, mi hanno convinto a mettere l’adorazione eucaristica tutti i giorni nella nostra “cattedrale”, come la chiama la gente. All’inizio venivano in pochi, adesso la chiesa a poco a poco si riempie, poi alla fine c’è la Messa. Quando andiamo assieme in barca a visitare villaggi e ci stiamo sopra alcuni giorni, preghiamo assieme, portano il Santissimo e facciamo l’adorazione sulla barca. Dalle 14 alle 15 facciamo assieme un’ora di adorazione. Fermiamo la barca attaccandola ad un albero e devi vedere che non ci sia un serpente che viene su oppure le formiche rosse, e poi facciamo l’adorazione eucaristica. E’ bellissimo, un momento speciale di commozione, in quella natura che ti ricorda la creazione del mondo! Abbiamo barche di 13 metri per 3,50-4, con stanzette.

Chiedo a padre Piero che lavoro fanno le suore. “Primo l’esempio della povertà che non è solo la scelta dei poveri più poveri. In casa loro, ancora adesso non hanno Tv, radio, cellulare, aria condizionata e nemmeno il ventilatore (col caldo che fa in Amazzonia!). Ce l’hanno ma lo usano quando vado a dire Messa da loro. Non vogliono compensi per i servizi che rendono in parrocchia, vivono proprio di carità . E’ proibito a loro di ricevere compensi. Un sistema di vita che fin dall’inizio mi ha impressionato. Ricevono offerte perché quattro volte la settimana fanno il minestrone per i poveri e danno da mangiare a circa 150 ragazzi e sono pranzi buoni. Hanno questa tradizione di visitare le famiglie una per una. Prendono contatto con tutte, conoscono i loro problemi, fanno pregare, creano in parrocchia un clima di amore vicendevole e di servizio ai poveri e alla parrocchia. Sono quattro, due indiane, una brasiliana e una africana, in casa parlano l’inglese. E fanno moltissima cose. A volte mi stupisco di quanto riescono fare.

“Un grande aiuto in parrocchia lo danno i movimenti e le associazioni, che curano la formazione continua dei laici impegnati in parrocchia. Le suore di Madre Teresa seguono l’associazione dell’Infanzia missionaria (Pontificie opere missionarie), hanno 160 ragazzi e poi l’impegno di preparare al battesimo, alla cresima, alla comunione e al matrimonio gli adulti che sono fuori tempo o che si convertono. Ma soprattutto sono il sale della parrocchia, tutti sanno che vita fanno e ne sono ammirati. Loro portano Dio e seguono il gruppo vocazionale. Io ho 18 giovani e ragazze che vorrebbero farsi preti e suore e le suore di Madre Teresa li seguono. Poi ho tre che stanno preparandosi per fare i diaconi permanenti. Nella mia parrocchia c’è un buon movimento per le vocazioni. Ho quattro seminaristi di filosofia e quattro di teologia e diverse ragazze che diventano suore. Poi le suore seguono bene i catechisti. Loro non accettano alcuna responsabilità, ma collaborano sempre, fanno parte del Consiglio pastorale parrocchiale. Hanno uno spirito francescano, sono persone semplici, umili, alla mano con tutti. E poi una caratteristica alla quale Madre Teresa teneva molto è la gioia. Se tu oggi non ti senti di uscire, di fare un lavoro, stai in casa e riposa. Quando vai in giro devi testimoniare Cristo con la gioia di vivere e di lavorare per Lui. Infatti sono sempre sorridenti, accoglienti”.

Nella tua parrocchia ci sono protestanti e le sette? “Sì, tanti fedeli di Chiese e di sette, adesso ci attaccano parecchio perché l’influsso della parrocchia è forte ovunque, abbiamo anche una radio e una trasmissione televisiva parrocchiale, collegate con la radio diocesana “Alvorada” e la Tv cattolica del Brasile. Abbiamo anche tante conversioni alla Chiesa cattolica. Avendo molti contatti con tutte le famiglie, a quelle che sono incerte, poco praticanti o protestanti noi lo diciamo chiaro, con rispetto ma chiaramente. “Voi siete su una strada sbagliata”. Non sono loro che vengono a cercare noi, ma siamo noi, come il buon Pastore; che va alla ricerca della pecorella smarrita”.

Quanti sono gli indios della parrocchia? “Circa i due terzi del territorio parrocchiale sono una “riserva” degli indios Sateré-Mawe che sono 10.000. Con me c’è un giovane prete diocesano, don Rivaldo, che è praticamente sempre tra gli indios, dove in passato padre Enrico Uggé (che adesso è superiore del Pime a Parintins) ha creato la scuola agricola-tecnica “San Pedro”, che è il punto di riferimento per gli indios. Qui vive don Rivaldo che visita i villaggi portando il Vangelo, ma anche aiutando il governo nella sua opera di convinzione e finanziando anche gli indios, affinchè rimangano sul posto e non emigrino ad esempio a Manaus attirati dalle luci della grande città, perché finirebbero nelle baraccopoli a fare la fame”.

Piero Gheddo

Le suore e la liberazione della donna in India

Nel dicembre scorso è scoppiato in India, e poi rimbalzato sulla stampa italiana, il crimine odioso delle numerose donne vittime di violenze sessuali nell’arco di pochi giorni, a volte di una crudeltà disumana come lo stupro di una bambina di sette anni. Pare che queste violenze siano in aumento nelle città indiane, ma questa volta le donne hanno reagito organizzando imponenti manifestazioni contro queste violenze, delle quali la politica e la giustizia indiane sottovalutano la gravità. Leggendo queste notizie ho ripensato alle lettere che i missionari del Pime, in India dalla metà dell’Ottocento, scrivevano descrivendo la semischiavitù della donna indiana e come l’entrata delle suore missionarie nel paese abbia segnato l’inizio di un cammino di istruzione e redenzione di quest’altra metà della società indiana.

Oggi nessuno più ricorda che in India il riscatto della donna è venuto dopo che le missioni cristiane (cattoliche e protestanti) hanno iniziato il loro lavoro sociale e le suore cattoliche hanno accolto nelle loro scuole le prime bambine che venivano scolarizzate. In genere, nelle culture non cristiane (in Asia e Africa) la liberazione della donna è iniziata con l’annunzio del messaggio evangelico. In India, ben prima della colonizzazione inglese (iniziata nel 1876), che ha poi fatto leggi in favore delle donne, c’erano già le suore che lavoravano per la promozione femminile e le prime comunità cristiane che davano esempi concreti di cosa vuol dire dare alla donna l’educazione e la libertà di crescere come persona, al pari degli uomini.

Ma non si tratta solo di scuola e di diritti umani primari. In India ho sentito spesso ripetere che, a parità di condizioni, le ragazze cristiane sono più desiderate, più richieste per moglie delle altre, perché hanno una formazione diversa che le rende mogli più gradite e più utili al marito e alla famiglia.

Le prime suore italiane, quelle di Maria Bambina, sono state chiamate in India dai missionari del Pime, che erano in Bengala e in Andhra Pradesh dal 1855. Padre Albino Parietti scriveva nel 1858 a mons. Marinoni direttore del nuovo istituto missionario a Milano, che sperava prossimo l’arrivo delle suore, perché “senza di loro, tenere aperte scuole regolari per le bambine sarebbe impossibile, le religioni locali (induismo e islam) non le vogliono. Bisogna incominciare “insegnando lavori femminili… prima di urtare così forte contro le persuasioni, facendo una scuola”; e aggiunge: “Le donne della religione braminica sono obbligate all’ignoranza ed è loro proibito leggere e scrivere”. Questo cose in India si sanno e il fascino del cristianesimo viene anche da questo fatto storico: le missioni cristiane sono state le prime ad elevare le donne e le categorie più sfortunate del popolo indiano, i fuori casta (paria), le basse caste, i tribali.

Piero Gheddo

Una bella storia di Natale

Mancano pochi giorni al Natale del Bambino Gesù, milioni di auguri natalizi stanno ingolfando le poste italiane e quelle elettroniche, i telefoni e i telefonini. Molti forse ignorano il significato di questo augurio, che rischia di essere solo una formula stereotipata di gioia per la festa e l’occasione per le molte manifestazioni di consumismo, di sprechi e di egoismi goderecci. La dissacrazione del Natale nella società moderna provoca noi cristiani all’impegno di salvare il Natale del Signore Gesù, la più cara e gioiosa delle feste cristiane.

Nella cupola celeste sopra la stalla di Betlemme gli angeli cantavano: “Gloria a Dio nell’altro dei Cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”. Gesù è venuto a portare la pace nelle famiglie e nel mondo, la speranza in un futuro migliore e la gioia di vivere perché il Figlio di Dio si è fatto uomo per liberarci dal peccato e dalla morte eterna. Il Natale è un messaggio di pace e la pace viene solo dalla carità, dal perdono, dalla solidarietà con i più poveri o meno fortunati di noi.

Rivelandoci il volto di Dio, Gesù ha portato la vera ed unica Rivoluzione nella storia dell’umanità: la rivoluzione dell’Amore. La storia dell’umanità si divide in due parti: prima e dopo Cristo. Prima di Cristo l’umanità viveva sotto il segno dell’egoismo, della violenza, della Legge del più forte. Dopo di Cristo, attraverso il suo esempio e la sua grazia, l’uomo ha incominciato a cambiare in meglio e siamo giunti, duemila anni dopo, alla Carta dei Diritti dell’Uomo dell’Onu, firmata da quasi tutte le nazioni e all’Unione Europea fra 27 nazioni che non si fanno più la guerra ma avanzano, sia pur faticosamente, verso la fraternità e solidarietà continentale. Gesù cambia il cuore dell’uomo a poco a poco, con il precetto dell’Amore: “Ama il prossimo tuo come te stesso”, questa la vera Rivoluzione che dobbiamo tutti compiere per vivere nella gioia e nella pace. La forza che cambia il mondo è l’Amore di Dio e l’Amore dell’uomo per l’uomo. Questo, cari amici lettori, l’augurio che ci facciamo, che possiamo sperimentare nella nostra vita l’Amore di Dio e del prossimo vicino e lontano.

Termino raccontandovi brevemente una bella storia natalizia, quella di un grande amico, Enrico Brambilla, padre di famiglia con quattro figli (Laura, Sara, Andrea ed Elena) e l’eroica moglie signora Maria. Enrico è morto la notte di Natale di dieci anni fa a soli 58 anni, dopo una vita spesa tutta per gli altri secondo l’esempio di Gesù. Figlio di una famiglia profondamente cattolica con cinque figli, Enrico da giovane lavora da falegname, poi da disegnatore tecnico e nel 1963 entra nel seminario del Pime per le “vocazioni adulte” (aveva 19 anni), fino al 1970 quando, terminati gli studi di liceo e filosofia, capisce che quella non è la sua via.

Tornato in famiglia, terminato il servizio militare fra gli Alpini, nel gennaio 1972 viene assunto dalla ditta del cognato Nereo Dall’Armi come impiegato tecnico e lavora fino al 2001, un anno prima della morte prematura, la Notte santa del Natale 2002.

Il 14 dicembre scorso a Gorgonzola (Mi), nell’Auditorium comunale si è celebrato il decennio della morte di Enrico Brambilla (1944 – 2002), che nel 1972 entra nel gruppo locale di Mani Tese, fondato nel 1968 da Gabriele Maria Panfili, lo dirige per quarant’anni e con la sua dedizione e il suo carisma organizzativo lo rende una delle istituzioni caritative più importanti della cittadina lombarda di 20.000 abitanti. Non solo, ma Mani Tese di Gorgonzola, per le sue iniziative e la sua efficienza, è il modello e punto di riferimento per tanti altri gruppi dell’Associazione sparsi in tutta Italia.

Il 14 dicembre, in una notte di neve di gelo sottozero, a ricordare Enrico nella grande sala a Gorgonzola c’erano 140-150 persone, parecchie in piedi, altre non si sono fermate perché non c’era letteralmente spazio. Sono stato invitato come uno dei fondatori di Mani Tese a Milano nel marzo 1964, con altri due missionari del Pime e alcuni laici amici dell’Istituto. Ho detto che Enrico Brambilla era un uomo di pace perché amava davvero Dio e il prossimo, disposto a sacrificare se stesso. Ha dato la vita per gli altri, la sua famiglia e il prossimo più povero e abbandonato; non solo i popoli dei paesi poveri, ma anche per i poveri più vicini della nostra Italia. Non si spiega altrimenti il fatto che, dieci anni dopo la morte, Enrico Brambilla sia ancora così tanto ricordato, amato, celebrato e anche invocato come ispiratore e protettore delle opere di bene.

Con altri amici, abbiamo presentato il libro “L’Enrico di Mani Tese” (pag. 154) pubblicato da Mani Tese di Gorgonzola, che contiene 78 testimonianze concordi e commoventi sul gigante di fede e di bontà che era Enrico Brambilla. La signora Daniela Lovati, che ha curato la redazione e la stampa del volume, ha dovuto smettere di interrogare altri testimoni per rimanere nello spazio concordato. Ecco alcuni ricordi di questo caro a indimenticabile amico “natalizio”, che è nato alla vita eterna la stessa notte santa in cui Gesù nasceva alla vita terrena nella stalla di Betlemme.

Nereo Dall’Armi dice: “Ho avuto la fortuna di avere Enrico come cognato e stretto collaboratore nella mia azienda dal 1972 al 2001 quando è andato in pensione. Che dire di lui? Tutto il bene possibile. Mai uno screzio , mai un diverbio. Ricordo la sua bontà, la sua lealtà. la sua affidabilità. La sua onestà era unica”.

Il prete dell’oratorio don Giuseppe Huonder (scomparso anche lui pochi giorni fa) nel libro ricordava: ”La sua dote particolare era la grande disponibilità a mettersi al servizio degli altri senza alcuna distinzione. Dove c’era un’opera buona da compiere, lui c’era sempre… Il messaggio che Enrico ci lancia dal cielo è quello di tener viva la passione missionaria nella quale lui ha creduto e di continuare a fare della parrocchia di Gorgonzola un avamposto dello spirito missionario che lui ci ha lasciato”.

Don Ambrogio Villa, il parroco attuale di Gorgonzola che non ha conosciuto Enrico, mi dice: “E’ stato un vero evangelizzatore con la sua stessa vita di totale dedizione al prossimo e la sua parola di cristiano convinto. La sua memoria è stata conservata fino ad oggi”.

Carmen Benaglio: “Enrico era la disponibilità e l’accoglienza in persona. Sapevo di ex carcerati che uscivano dal carcere e si rivolgevano a lui perché mancavano di tutto: cibo, vestiti, coperte. Capitava che lo chiamassero anche due volte per notte, per trovare un posto da dormire. Lui la sistemazione la trovava sempre. Era disponibile ad aiutare materialmente, ma anche psicologicamente”.

Giuseppe Canella: “Per noi Enrico non era Enrico. Alle riunioni di Mani Tese lo chiamavamo “capo”. Un compleanno gli abbiamo regalato un cubo di legno con la scritta: “Il capo sono io”. Lui era in grado di gestire tutti, giovani, meno giovani, pensionati. Sembrava un bambino dall’entusiasmo che sprigionava e sempre con la carica di un ventenne”.

Daniela Caccia: “Era un uomo di fede. Al campo di lavoro ripeteva che non era obbligatorio partecipare alla Messa e pregare, ma ci rimaneva male se vedeva poca partecipazione e non mancava di farlo presente agli interessati”.

Laura e Maurizio Mantegazza: “Siamo molto riconoscenti ad Enrico per quello che ha fatto per noi: mettere la nostra vita nelle mani l’uno dell’altra, facendoci conoscere durante un campo di lavoro in Africa (Burkina Faso), conoscenza che poi è sfociata nel matrimonio, scelta che stiamo portando avanti da trent’anni”.

Quattro ragazze che partecipavano a Mani Tese fin dagli anni settanta, Luisella Zappa, Giuditta Barlassina, Piera Restelli, Graziella Levati, ricordano: “Se qualcuno gli suggeriva che per risolvere i problemi del Terzo mondo bisognava sensibilizzare l’opinione pubblica e agire all’interno delle strutture politiche, Enrico rispondeva che chi ha fame e sete non può aspettare e quindi si doveva fare subito di tutto e anche di più. I suoi impegni nel sociale erano molteplici e nel suo cuore infatti non c’erano soltanto l’Africa e i missionari, ma anche i carcerati e i senza tetto che a lui si rivolgevano in cerca di aiuto, ai quali andava incontro con generosità e dedizione. Cercava sempre di aiutare chi si rivolgeva a lui per qualsiasi necessità e con vero altruismo, senza pretendere nulla in cambio e senza paura di mettersi in gioco anche in prima persona.

Donata Meroni: “Ciò che apprezzavo in Enrico erano la sua umiltà, disponibilità e generosità. Sapeva infondere sicurezza con la sua calma e autorevolezza….Pensando all’eredità che Enrico ci lascia, vorrei ricordare il richiamo alla sobrietà nell’uso dei beni, nella ricerca del guadagno. Tale sobrietà rimandava all’autenticità dei valori e della persona, la capacità di essere veri, senza fronzoli e sovrastrutture. Il messaggio che ci invia ancora oggi è di spendere la nostra vita per gli altri, non tenersela per sé stessi, accontentandosi del piccolo gruppo, della famiglia e degli amici. Penso che il motore della sua vita fosse la sua fede, forte e semplice, che non si esprimeva in esposizioni teologiche o prediche, ma in azioni: “Quello che avete fatto ad uno di questi piccoli, l’avete fatto a me”, come ha detto Gesù”.

Giustina e Mario Meroni: “Enrico e Maria avevano quattro figli come noi: le problematiche erano le stesse. Enrico amava molto la moglie Maria e i suoi figli: quando erano ammalati si preoccupava molto. Era un padre stupendo!”.

Enrico era cordiale, scherzoso e geniale nelle sue trovate. Nei viaggi che faceva in Africa, in Burkina Faso e in Benin con numerosi volontari, si trattava di andare a vivere poveramente in qualche missione da aiutare. Gianpiero Caironi racconta: “I lavori erano sempre pesanti e non sempre avevamo voglia di faticare troppo. Allora Enrico doveva trovare degli espedienti per invogliarci. Una volta chiede chi è disposto a fare un lavoro culturale e tutti rispondiamo con entusiasmo. Fregati tutti! Si trattava di spostare una biblioteca!”.

Un’ultima testimonianza, quella del parroco di Gorgonzola durante gli anni di Enrico, don Erminio Pozzi, la cui testimonianza penso che sia la più significativa e completa: “Enrico era un grande uomo, buono e generoso, incapace di pensare solo a se stesso, un uomo con un cuore che abbraccia il mondo intero. Essere così è senz’altro qualcosa di straordinario, che nobilita l’uomo, ma che comporta anche delle fatiche, dei problemi, delle difficoltà proprio perché, quando uno abbraccia il mondo intero può rischiare di mettere un po’ da parte quelli che possono essere le persone più vicine… Anzitutto Enrico aveva una grande fede cristiana ereditata dai suoi genitori, plasmata dall’educazione cristiana che ha assorbito nella parrocchia di Gorgonzola. Questo è stato il fondamento di Enrico, che lo ha accompagnato anche nei giorni più difficili della sua vita….

“Enrico credeva che la nostra vita è sempre nelle mani di Dio, è Lui che la guida anche quando le vicende dell’esistenza possono agitate come quelle di un mare in burrasca… Gli ultimi anni di Enrico sono stati segnati dalla sofferenza e dalla prova. Non ci sono colpe da distribuire. Quasi mi viene da dire che la sua “conclusione” non poteva essere diversa da come è stata. E’ il mistero di chi è chiamato a vivere una vita sopra le righe. Anche Cristo ha terminato la sua vita con una bruta morte, per di più vergognosa, la crocifissione.

 

Ma la fecondità della vita di Cristo nasce proprio dalla Croce, dalla morte in Croce. Il dolore di Enrico è stato anche il dolore della moglie, dei figli delle sorelle e dei fratelli. Tutti sono stati coinvolti… Se Enrico è stato un “segno forte” per la città, lo dobbiamo anche alla moglie, ai figli, che hanno accettato alcune volte di essere stati privati di determinate attenzioni perché il marito, il papà era dedito, con dispendio di tempo e di energie, a portare il bene ad una famiglia più grande”.

Concludo con un augurio di Buon Natale a tutti. Enrico Brambilla ci ricorda che la carità dei cristiani è il miglior annunzio di Cristo. Ha dato una bella testimonianza di fede attraverso il suo impegno di amore al prossimo più povero.. Questo il messaggio del Natale: Dio si fa uomo per amore e chiede ai suoi fedeli di esercitare l’amore, la carità, l’aiuto che possiamo dare a chi è nel bisogno. Non basta commuoversi davanti al Bambino Gesù, risentendo le dolci canzoni natalizie. Dobbiamo impegnarci in qualche opera buona, secondo le nostre possibilità, ma soprattutto vivere la vita per gli altri. Buon Natale e Buon Anno 2013 a tutti!Arrivederci al prossimo Blog dopo l’Epifania.

Piero Gheddo

La nuova evangelizzazione in Amazzonia

Padre Pietro Belcredi, missionario del Pime in Amazzonia dal 1996, partecipa alla “guerra per le terre” in difesa degli indios Sateré-Mawé (Blog del 30 novembre) e ha riportato alla fede e alla Chiesa le due bande di giovani che tiranneggiavano il popolo di Barreirinha (Blog del 10 dicembre). La sua parrocchia, estesa come metà Lombardia sui fiumi e tra le foreste, ha circa 20.000 abitanti,10.000 in città, gli altri nelle regioni interne in 44 comunità con cappella, 17 in muratura con l’Eucarestia, le altre in legno. Più dentro nella foresta, a 8 ore di barca da Barreirinha, c’è l’area indigena che fa parte della parrocchia e ha circa 10.000 indios. Ho intervistato a Milano padre Pedro a novembre, prima che tornasse in Amazzonia. Mi dice:

Il segreto della mia parrocchia, che secondo il vescovo di Parintins mons. Giuliano Frigeni è la migliore della diocesi (ma non so se è vero), è il decentramento: formare i laici e poi fidarsi di loro. In Amazzonia la gente è semplice, riceve il messaggio cristiano con fede viva e se li animi e li responsabilizzi, ti seguono e si impegnano. Sono il parroco di questa parrocchia, con me c’è anche il diocesano don Rivaldo, incaricato della “riserva degli indios” e quindi quasi sempre assente per visitarli. Quando sono venuto a Barreirinha nel 1996 ho capito subito che per far rivivere la fede nella mia gente, quasi tutti battezzati nella Chiesa cattolica ma molti lontani dalla parrocchia, dovevo animare i laici ad essere missionari.

Fin dall’inizio ho detto e ripetuto più volte e con forza ai fedeli che un prete solo per 20.000 battezzati, una città e 44 comunità nell’interno, avrebbe combinato poco o nulla. “Se collaborate, dicevo, si può tentare di riportare alla fede i battezzati, altrimenti la fede diminuisce ancora e sarà peggio per tutti. Il Signore mi ha aiutato mandandomi in quel 1996 le Suore di Madre Teresa, dirò più avanti il grande aiuto che mi stanno dando. Ho incominciato con i corsi per formare i catechisti che preparano ai Sacramenti e oggi ne ho 40 in città e più di 50 nelle comunità dell’interno; poi i ministri dell’Eucarestia che curano il culto e guidano le preghiere in chiese e cappelle e fanno anche i funerali e altre cerimonie; infine i “predicatori” che spiegano il Vangelo e la Bibbia. In città abbiamo 23 “oratori mariani”: ogni 30 famiglie si dà un bel quadro della Madonna, con due incaricati di guidare la preghiera e ogni giorno c’è il Rosario in una famiglia con la partecipazione anche di altri devoti. Questa formula di devozione mariana coinvolge circa 700 famiglie. Ogni giorno in città,oltre che in chiesa, c’è almeno un Rosario in famiglia.

Anche ogni comunità dell’interno ha i suoi incaricati che insegnano il catechismo, tengono aperta la chiesa, riuniscono la gente, dirigono la preghiera, ecc. Ho scoperto che la gente collabora, ma vuole essere riconosciuta, avere un incarico, un ruolo ufficiale. Lo dico spesso a tutti: “Io sono il parroco, ma la parrocchia non sono io, siete tutti voi se collaborate, ciascuno di voi si assuma un impegno”. Questa idea è entrata e molti si sentono provocati a dare una mano.

– Hai creato una buona organizzazione parrocchiale, ma com’è la formazione cristiana?

L’idea centrale è che ogni famiglia deve impegnarsi nella formazione dei figli. In parrocchia ho varie associazioni e movimenti che svolgono questo compito: gli Scout, i Focolari, i Carismatici, l’Apostolato della preghiera, i Mariani, la Caritas, la Commissione pastorale della terra, la Commissione dei diritti umani, il gruppo della comunicazione che cura la Radio Andirà che è parrocchiale, molto sentita anche perché è l’unica Radio di Barreirinha. In tutto abbiamo 14 gruppi parrocchiali e adesso stiamo introducendo l’Infanzia missionaria. Quando ho indetto l’ora di adorazione tutti i giorni nella chiesa parrocchiale è stato semplice iniziare. Ogni giorno c’è un gruppo che dirige l’adorazione e vi partecipa, poi vengono anche altri fedeli. L’adorazione in parrocchia funziona sempre dalle 18 alle 19, poi c’è la Messa. All’inizio sono pochi, ma a poco a poco la grande chiesa quasi si riempie per la Messa. Noi lasciamo ad ogni gruppo la libertà di esprimersi, fanno canti, leggono preghiere, devono esprimere la loro spiritualità.

Il mio lavoro principale sono i primi tre mesi dell’anno, da gennaio a marzo. Tutti i fine settimana, da giovedì o venerdì a domenica si riuniscono i diversi gruppi e responsabili anche dell’interno per la formazione e io dirigo questo lavoro. Questi corsi li facciamo in un’isola del fiume Javarì, che è solo per questi corsi. Non più di 100 persone per volta. Quando faccio questi corsi sono impegnato da mane a sera, Messa con predica, conferenze, discussioni e poi le confessioni. Sono da solo, quindi un centinaio di confessioni in due-tre giorni! Sono ore e ore, però è molto bello perché incontri i tuoi collaboratori uno per uno e puoi capirli bene, orientarli, sentire cosa pensano. Sull’isola è tutto preparato con la chiesa bella e poi tutto quanto è necessario per viverci due-tre giorni o più. Al mattino ci riuniamo, diciamo qualche preghiera poi facciamo silenzio e udiamo gli uccelli cantare. E’ un silenzio meditativo e contemplativo molto bello, in mezzo alla natura. Non passa mai nessuno, il fiume che scorre vicino, la foresta, gli uccelli e altri animali e tu sei lì davanti alla natura e a Dio. Alla gente questo piace molto.

– Dimmi qualcosa della tua comunità cristiana. Tu sei parroco e conosci la tua gente. Le famiglie fanno ancora tanti figli?

Io ho circa mille battesimi all’anno. Mille nati su 20mila abitanti (più 10.000 indios) sono tanti. Invece i matrimoni sono diminuiti molto, un centinaio l’anno. La vita cristiana è abbastanza intensa come partecipazione e impegno, poi ci sono le attività sociali della Caritas e di altri gruppi di aiuto ai poveri, di difesa delle terre, di piccole cooperative per il lavoro e la vendita dei prodotti locali. Tutto questo viene dal fatto che ho preso una comunità già lavorata da altri e da anni. Il Pime è a Barreirinha dal 1956 circa, prima non c’era nessun prete. Abbiamo una discreta organizzazione e oggi, anche attraverso la Radio Andirà locale e la radio diocesana molto più potete (Radio Alvorada) riusciamo a trasmettere una visione cristiana dei problemi dell’uomo, delle famiglie, della società e diamo spazio anche alla preghiera.

– Le tue 44 comunità dell’interno quante volte le visiti in un anno?

Da dopo Pasqua all’Avvento visito le comunità, mentre in città la vita cristiana va avanti pur senza la Messa, con le suore e i vari incaricati. Nelle comunità più grandi vado due-tre volte l’anno, nelle altre una volta. I loro incaricati dei vari ministeri a gennaio, febbraio e marzo vengono nell’isola del Javarì per i 3-4 giorni di incontro col parroco. In ciascuna comunità si celebrano solennemente le grandi Feste cristiane e la Festa patronale. Abbiamo iniziato a fare un congresso missionario all’anno di tre giorni in estate perché io insisto sempre nel dire che ogni battezzato è un missionario. Nei primi anni facevamo un solo congresso, abbiamo dovuto farne due perché i partecipanti erano più di mille. Nel Congresso si prega, si discute su come essere missionari, si ascoltano testimonianze, io spiego che se la fede non si espande all’esterno non è più una fede viva. E’ commovente per me vedere quanto impegno e quanta fantasia il popolo più semplice sa esprimere, quando ha capito a fondo il valore della fede nella vita. Naturalmente questi Congressi mi costano un po’, anche solo per chiamare tante gente e mantenerla!

– Sei contento della tua parrocchia?

Molto contento davvero, anche se la fatica è tanta, ma sono molto aiutato dalle quattro suore di Madre Teresa. Quando hai dei laici, tanti laici e laiche, decine e decine che ti seguono, pregano, sono convinti e amano Cristo e si impegnano a servizio della parrocchia, allora tutti vedono che la parrocchia è veramente di tutti.

Piero Gheddo

 

 

Amazzonia: come riportare alla fede giovani sbandati

Padre Pietro Belcredi è in Amazzonia brasiliana dal 2006, nella diocesi di Parintins (fondata dai missionari del Pime nel 1955) e parrocchia di Barreirinha, sul Rio delle Amazzoni a 900 km da Belem e 250 da Manaos, nello stato brasiliano di Amazonas. Lo intervisto il 26 novembre 2012 a Milano. Sta ripartendo per la sua missione dopo alcuni mesi di cure medico­-chirurgiche e di vacanza. Racconta la sua partecipazione alla “guerra per le terre” nella riserva degli indios Sateré-Mawé, che un italo-brasiliano del Sud Brasile (Manfredini) ha acquistato presso il governo di Brasilia per tagliare la foresta e fare piantagioni di soia! (Vedi il Blog del 30 novembre)! Poi padre Pedro parla della sua parrocchia e delle meraviglie che lo Spirito Santo compie anche nel nostro tempo. Racconta:

– Il Pime è a Barreirinha dal 1956, prima non c’era un prete residente, ma missionari itineranti che battezzavano tutti. La mia “parrocchia” ha un diametro di 100 km. Daun’estremista all’altra ci metto 7 ore in barca a motore. Poi incomincia l’area indigena, che però è affidata a don Rivaldo, diocesano che abita con me ma è sempre in giro tra gli indios.
Quando sono entrato a Barreirinha nel 2006, i giovani formavano delle gang, con lotte fra l’una e l’altra a colpi di bastone, da ammazzarsi. Cosa debbo fare? A Parintins c’era un prete locale, padre Dilson, che seguiva i giovani e aveva impostato i suoi incontri sul metodo carismatico. Insisteva molto sul Kerigma, il primo annunzio del Vangelo, quello che ha fatto San Pietro a Gerusalemme quando si sono convertite tremila persone. Il primo incontro è la conversione a Cristo. Bisogna portare la persona a fare un’esperienza di Dio, di Gesù Cristo nella propria vita, in modo intellettuale ma anche emozionale, affettivo, che prende tutta la vita. La fede non è solo credere nelle Verità del Credo, ma l’incontro di amore con una Persona divina, Gesù Cristo.
Io ho provato a fare questo primo annunzio. Mi sono fatto aiutare da don Dilson, che aveva un carattere difficile ma con un notevole carisma, e ho saputo che nelle parrocchie dov’era stato c’erano giovani che seguivano la sua linea anche dopo che lui se ne era andato. Il Signore mi ha aiutato. Ho seguito il suo metodo e ho avuto risultati quasi incredibili.
Nel mio primo corso è venuta una ragazza che era la fidanzata del capo di una delle due bande giovanili che terrorizzavano Barreirinha con furti, scontri, prepotenze. Questa ragazza è rimasta colpita e ha portato con sé il capobanda con cinque o sei giovani che avevano delle facce da far spavento. Sono pieni di forza e di ambizioni, in una situazione in cui non hanno nessuna possibilità. Non c’è lavoro se non quello agricolo e la pesca, vanno anche a scuola ma non hanno sbocchi lavorativi, le loro povere famiglie non possono offrire altro che la sopravvivenza. Uomini ormai di 18-20 anni condannati a diventare dei criminali se non li fermi subito. L’annunzio di Cristo a questi cari giovani, se preghi e poi te li porti assieme in visite e aiuti ai poveri che hanno bisogno di tutto, ottiene buoni risultati.

– Cosa facevano nella vita questi giovani?

– Erano studenti per modo di dire, ma ne facevano di tutti i colori. Se uno veniva preso e portato in prigione, era fiero di questo, si faceva vedere grande, come uno che era degno di andare in galera. Questo capobanda lo diceva lui stesso quel che avevano fatto e si vantava di essere stato in prigione pochi giorni o mesi. Finito il corso carismatico, io pensavo: chissà cosa faranno adesso! Invece hanno dato una testimonianza meravigliosa. Finalmente avevano capito che cosa è la vita, che Dio c’è davvero, che Dio li aiuta, che Dio perdona e vuol bene a tutti. Insomma, hanno cominciato a venire in chiesa ad aiutarmi, a uno che è appassionato di musica e canta bene, ho insegnato a suonare e adesso è il mio organista.
L’altro gruppo di giovinastri, visto cosa facevano questi loro “nemici”, dopo un po’ è venuto a parlarmi. Lo chiamavano “Mau Mau”, faceva quasi paura solo al vederlo, ma era un ragazzone cresciuto senza famiglia, senza valori e senza fede, faceva pena e anche tenerezza. Viene con i capelli lunghi e l’aria strafottente, accompagnato anche lui dalla sua guardia del corpo! Gli ho parlato da uomo a uomo dicendogli la verità sulla sua vita, in uno spirito fraterno e rispettoso. I miracoli dello Spirito Santo sono davvero grandiosi. Pensa che qualche mese dopo mi son visto in chiesa, nel primo banco, i due capi banda che prima si odiavano, adesso erano lì tutti e due a pregare e ascoltare le mie prediche! Dimmi tu se questo non è un miracolo della grazia di Dio.
Questi capi banda sono pieni di qualità, intelligenti, carismatici anche loro e a modo loro, sanno comandare, sono forti, furbi, e via dicendo. Non avendo ricevuto nessun ideale nella famiglia e nella società, usano questi doni di Dio per affermare se stessi facendo i prepotenti e opere di male. Se tu gli presenti Gesù Cristo come il loro eroe da seguire, amare, imitare e se la grazia di Dio gli tocca il cuore, diventano a poco a poco bravi cristiani. Sono riuscito a far finire questi gruppi di malviventi, riportando all’ordine e alla società cari giovani che si erano persi. Ma non solo. Da questi corsi carismatici sono passate finora circa 2500 persone. Non tutte hanno reagito bene allo stesso modo. Ma nei gruppi e nelle comunità sul territorio anche nell’interno ho molti di questi che vivono l’ideale cristiano attraverso il metodo carismatico e che in genere hanno assorbito e vivono l’ideale cristiano.

– Come sono questi corsi?

– Il primo si chiama Nova Vida ed è il Kerigma, il primo annunzio di Cristo, l’esperienza e l’amore di Dio nella nostra vita, cosa vuol dire amare Dio, pregare, amare e imitare Gesù Cristo e cambiare vita. Debbo dirti che entrare in questo aspetto intimo della fede ha convertito anche me. Infatti non puoi predicare la conversione a Cristo, se non ti converti anche tu. Per parlare con entusiasmo e commozione di Gesù Cristo, devi crederci davvero anche tu. Il secondo incontro è sulla Parola di Dio, il Vangelo, la Bibbia, che diventa il Libro che tutti debbono avere. La spesa mia più grossa è di comperare una Bibbia per tutti. Io vendo le Bibbie, non le do gratis, eccetto a chi proprio non può pagare. Gli altri le pagano. La Bibbia costa sui 15 Euro. Loro ci tengono, mettono poi la Bibbia in un luogo riservato, nobile della famiglia, la leggono, la portano in giro. Diventa il loro riferimento nella vita. Poi in questo secondo corso si parla della Comunità dei seguaci di Cristo, cioè della Chiesa.
Questi i due corsi indispensabili e fondamentali. Poi ci sono i corsi specifici, il fidanzamento, il matrimonio, l’onestà nella società, nella scuola e nel lavoro. La finalità è di formare evangelizzatori. Oggi io ho nelle comunità i “predicatori” che predicano, fanno l’omelia sul Vangelo. Quando ne ho bisogno vengono a predicare e a enere dei corsi nella parrocchia a Barreirinha. Il prete non può vivere e lavorare bene se non ha decine di questi laici e laiche ben preparati e animati.

– Tu vieni dall’Amazzonia e prima sei stato 17 anni missionario in Africa (Guinea Bissau). Cosa pensi che le giovani Chiese possano insegnare a noi sacerdoti delle Chiese antiche?

– Dalle mie parti, l’Oltre Po pavese, ci sono già giovani preti africani, indiani e altri, che fanno benissimo. La tentazione dell’imborghesimento c’è per tutti, ma dobbiamo reagire pregando e facendo una vita austera e dedicata a Dio. O uno accetta davvero un rapporto intimo con Cristo, dedicandosi totalmente all’apostolato per portare tutti a Gesù, oppure cadi nel borghesismo e nel cercare i soldi per star bene e sempre meglio.

Piero Gheddo

 

Se il missionario racconta la vita

Il 28-29 novembre ho trascorso una giornata faticosa ma meravigliosa a Correggio (Reggio Emilia), cittadina di 25.000 abitanti, parlando sul tema: “Quale il futuro dell’Africa?” col sottotitolo: “Perché il continente nero fatica a svilupparsi?”.

Il 28 sera conferenza a 110 persone del “Circolo Pier Giorgio Frassati”; il mattino dopo la Messa (con omelia sull’Anno della Fede) nella chiesa pubblica delle suore di clausura Clarisse Cappuccine; poi, dalle 9,30 a mezzogiorno ho parlato dell’Africa a 200 e più alunni del liceo statale e di altre scuole superiori della città, nel quadro di un “programma formativo” organizzato dalle scuole stesse.

In passato le scuole invitavano spesso i missionari, oggi molto meno. Avevo accettato, ma ero anche un po’ preoccupato, dato che si sentono tanti giudizi negativi sulla scuola e sui giovani. Ho detto ai molti giovani che affollavano la Sala multimediale Santa Chiara, che sono solo un missionario di 83 anni con sessant’anni di giornalismo alle spalle e ho avuto la possibilità, lavorando per diversi giornali e radiotelevisioni, di visitare una trentina di paesi africani, diversi dei quali più volte. Non sono un politico o un economista, ma semplicemente un missionario invitato da vescovi africani o da missionari e suore italiani a visitare le loro missioni. Infatti non ho parlato di politica africana, di economia, di guerre, dittature, commerci.

Ho raccontato per esperienza diretta nei villaggi rurali e nelle periferie delle città, come vivono la grande parte dei neri africani. Ho cominciato raccontando l’ultima volta nel 2009 che ho dormito in una capanna di fango e paglia nella missione di Tulum fra i “tupurì” del Nord Camerun, su una brandina e relativa zanzariera. Voi – dicevo – quando vedete quelle capanne nei film e nei fumetti, con le palme sullo sfondo, pensate che quell’ambiente è bello e poetico. Ma se nella capanna ci vivete e dormite dentro, è diverso. Vai a letto e dopo due-tre ore ti svegli per fare pipì, tiri fuori il braccio, prendi dal tavolino la pila, la accendi e metti la testa fuori della zanzariera. Ecco, ti accorgi che quella capanna è abitata, oltre che dal sottoscritto, da molte altre creature del buon Dio: insetti, zanzare, formiche, mosche, lucertole, ragni, topi. Nel grande salone dove raccontavo questa esperienza, non si sentiva volare una mosca! E quando esci all’aperto sotto un bel cielo stellato, ti accorgi che lì finalmente respiri davvero. Nella capanna, che ha solo una piccola finestrella ben chiusa (per non far entrare i serpenti e gli spiriti cattivi), manca l’ossigeno. Dormire con poco ossigeno, lo sappiamo tutti, non riposa bene. Se uno va avanti anni così, certo sopravvive, ma la persona non può avere pieno sviluppo.

I 200 cari giovani che avevo davanti non avevano mai sentito una simile presentazione del popolo africano. Erano attenti, maturava in loro una visione realistica dell’abisso fra ricchi e poveri del mondo, cioè fra noi italiani e i nostri giovani fratelli africani. Poi ho continuato raccontando come sono le scuole (spesso le classi hanno 60-80 alunni, in Italia al massimo trenta) e come i giovani della loro età, che hanno avuto la fortuna di andare a scuola, studiano in quelle capanne di cui ho detto e si impegnano al massimo, perché sanno che se non passano gli esami tornano a fare i contadini, i manovali; e poi il lavoro, il cibo, l’assistenza sanitaria, le strade, le dittature e l’instabilità politica, i tabù, gli stregoni, la magia e il malocchio, che bloccano lo sviluppo di una persona libera, ecc.

Raccontando questi esempi dal vivo mi sono commosso e ho visto adolescenti e giovani attenti e sensibili. La prima domanda l’ha fatta una ragazza che mi dice: “Mi sento fortunata e inutile davanti a queste situazioni di miei coetanei. Cosa possiamo fare noi per aiutarli?”. Ho risposto: “La cosa migliore che puoi fare è vivere una vita d’impegno e di onestà, una vita non egoistica ma altruistica: studia, lavora, impegnati nella famiglia e nella società, per aiutare l’Italia ad uscire dalla crisi esistenziale in cui tutti ci troviamo, che ci porta al pessimismo e quindi alla chiusura verso gli altri. Siete voi giovani il futuro dell’Italia e del mondo globalizzato. Ma dovete capire che la vita non è un divertimento, ma va vissuta con spirito di sacrificio per poter realizzare i vostri ideali e spirito di solidarietà verso tutti gli altri che hanno ricevuto dalla storia e da Dio meno di voi. Gesù dice: “Quello che gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente datelo a chi ha ricevuto meno di voi”.

Poi ho continuato parlando brevemente delle cause del sottosviluppo africano, che sono esterne ed interne: soprattutto la povertà africana viene dal ritardo storico di un continente, che è stato colonizzato per poco più di un secolo (con due guerre mondiali in mezzo), quindi è entrato nel mondo moderno da troppo poco tempo per avere popoli preparati a governarsi e a produrre per la propria sopravvivenza e la crescita economica. Cito alcuni esempi che ripeto da una vita: a Vercelli produciamo 80 quintali di riso all’ettaro, nell’agricoltura tradizionale africana sono 5-6; le vacche italiane producono 25-28-30 litri di latte al giorno, quelle africane non producono latte, eccetto 1-2 litri al giorno quando hanno il vitellino; molti progetti industriali costruiti dall’Occidente nelle città africane spesso non producono o producono il 30-40% della potenzialità. Ma per capire tutto questo bisogna conoscere com’è la vita di base della maggioranza dei neri africani e il peso negativo che ha il tribalismo e le superstizioni della religione locale, l’animismo. L’Africa e gli africani sono il continente giovane e hanno immense potenzialità di sviluppo, purchè siano aiutati come fratelli e non sfruttati con astuzia e prepotenza.

Ho concluso dicendo che la Chiese cristiane sono radicate nei paesi a sud del Sahara e, con gli aiuti materiali, l’educazione e la sanità, portano il Vangelo, che nella vita di Cristo e dei primi cristiani educa a quei princìpi che hanno rivoluzionato la storia dell’umanità e sono alla base del progresso moderno: Dio è Padre e Amore, l’uomo e la donna creati ad immagine di Dio, dignità assoluta della creatura umana e della famiglia (che viene prima dello Stato), i diritti dell’uomo e della donna, il lavoro per dominare e utilizzare la natura, le libertà democratiche, ecc. Tutti valori che non ci sono nell’animismo africano. Alla fine ho detto che la fede in Gesù Cristo, unico Salvatore dell’uomo, dà una marcia in più nella vita e ho terminato dicendo a quei cari giovani di salvare la fede, l’unica vera ricchezza che abbiamo e che la crisi della nostra Italia viene dal fatto che, come popolo, stiamo abbandonando Dio e Gesù Cristo e da soli siamo vittime dei nostri egoismi. Poi domande degli alunni, interesse degli insegnanti, che continueranno questo incontro dando compiti, ecc. Insomma, quando esco per incontri faccio fatiche notevoli (per la mia età!), ma torno a casa ringraziando il buon Dio che mi offre tante occasioni di diffondere la buona notizia del Vangelo.

Piero Gheddo

 

Come la Chiesa aiuta gli indios dell’Amazzonia

Padre Piero Belcredi è in Amazzonia dal 1996, nella parrocchia di Barreirinha diocesi di Parintins, fondata dai missionari del Pime nel 1955, estesa come l’Italia settentrionale con circa 250.000 abitanti, in grande maggioranza battezzati ma ancora scarsamente evangelizzati. Parintins ha il quarto vescovo italiano dagli inizi (mons. Giuliano Frigeni, vescovo dal 1999), ma ormai la diocesi ha un buon numero di giovani sacerdoti locali (14 + 14 missionari stranieri). L’immenso territorio è tutto foresta e fiumi, i due terzi sono “riserve” degli indios, dove si può entrare solo con il permesso del governo. In queste sterminate pianure amazzoniche si combatte la “guerra delle terre”, che è stata la prima battaglia di padre Piero Belcredi. L’ho intervistato a Milano in questo novembre, mentre sta ritornando in Amazzonia dopo una breve vacanza in Italia. Mi dice:

– La mia parrocchia ha 30.000 abitanti, di cui 10.000 nella cittadina, gli altri in villaggi dispersi lungo i fiumi e nelle foreste. Sono quasi tutti battezzati. Poi ci sono circa 8.000-9.000 indios (che stanno crescendo molto perché c’è un’assistenza sanitaria abbastanza buona), quindi la parrocchia ha 30.000 abitanti. Nella riserva degli indios Sateré-Maué c’è la scuola tecnica e agricola di San Pedro con i due padri Enrico Uggé (che è spesso a Parintins per altri impegni) e il prete diocesano don Rivaldo da Costa. In parrocchia a Barreirinha sono l’unico prete. La mia parrocchia è fra due fiumi, il Rio Ramos e l’Andirà, con in mezzo l’isola di Parintins, sede della diocesi, che dista circa 320 km. da Manaos e il battello del servizio da Manaos a Parintins ci mette 24 ore. Da un punto all’altro della mia parrocchia ci metto in media sette ore di barca, poi c’è la riserva degli indios molto più estesa. In Amazzonia le distanze si misurano a ore di barca, non a chilometri, perché la barca è l’unico mezzo di trasporto”.

– Chiedo a padre Pedro se c’è deforestazione nella sua parrocchia.

– Io sono un uomo pacifico, anzi ho iniziato un movimento carismatico che insegna la preghiera per la pace e le virtù che ci vogliono per vivere in pace. Però mi sono visto arrivare a Parintins una dimostrazione di popolo indio, hanno percorso le vie della città e si sono fermati davanti alla chiesa, agitando cartelli e striscioni: “Noi indios ringraziamo padre Pedro perchè si interessa dei nostri problemi”. Venivano da Ariaù, un grosso villaggio indio (300 famiglie) a sette ore di barca, li ho visitati e mi sono interessato per risolvere i loro problemi. Mi hanno detto che si è presentato nel villaggio un tale Manfredini (figlio di italiani da molto tempo in Brasile), accompagnato dalla Polizia, ha mostrato al capo villaggio e altri l’atto del governo che lo rende proprietario di tutta la terra da lui comperata e pagata. Manfredini voleva mandar via gli indios e disboscare la foresta. Alle proteste degli indios, la Polizia ha bruciato alcune case, distruggendone altre. La gente si è spaventata ed è venuta da me perché non si fidano di nessun altro, dato che le autorità hanno firmato quella vendita. Sono venuti a chiedermi cosa fare perchè si trattava di difendersi con le armi.

– E tu cosa hai fatto?

– Anzitutto ho fondato anche a Parintins la “Commissione della pastorale della terra”, che esiste già a Manaos e in altre missioni. Abbiamo fatto una riunione là nella foresta, io ho fatto venire da Manaos dei laici ben preparati, avvocati e altri della Commissione per la terra diocesana di Manaos, e poi è venuto il sindaco di Barreirinha e altri. La riunione è durata ore e ore e abbiamo scoperto che anche il sindaco e altre autorità statali erano d’accordo con quel Manfredini che aveva comperato il terreno degli indios. Abbiamo poi scoperto che quel tale italo-brasiliano aveva dato soldi a questo e quello per le loro campagne politiche.

– Com’è finita la riunione fiume?

– Abbastanza bene. Loro hanno dimostrato che Manfredini è il proprietario, cioè ha comperato legalmente i terreni e il governo gli ha dato la proprietà. Ma noi abbiamo dimostrato il diritto degli indios di occupare la terra che hanno da sempre, quindi non si può pretendere di mandar via chi è sul posto da decine e decine di anni. Ragionando, si può affermare le proprie ragioni senza ricorrere alla violenza e alle armi. Insomma, per il momento la cosa si è fermata, cioè la distruzione della foresta adesso è ferma. Hanno visto che c’è un popolo pronto a ribellarsi, la Chiesa lo appoggia e fa propaganda a livello locale e nazionale contro questa ingiustizia. Il problema non è risolto: prima si trattava di stabilire chi è il proprietario della terra; adesso è stabilito che il proprietario è Manfredini, ma le autorità hanno riconosciuto che non può fare quel che vuole. Però la distruzione delle foreste continua in modo più parziale e nascosto.

Noi abbiamo fatto un esposto al governo nazionale e locale dell’Amazzonia denunziando che la distruzione va avanti. Sono venuti, li abbiamo accompagnati a vedere, ma loro dicevano che tutto è regolare. Vedevano ma dicevano che tutto è a posto, non si sono nemmeno fermati a vedere tutto il fronte della distruzione. Arrivati sul posto hanno chiesto a chi dirigeva i lavori se c’erano difficoltà, hanno detto di no e sono tornati a casa! Era chiaro che a loro non interessavano i diritti degli indios, a loro interessava che tutto fosse a posto e la gente non piantasse più grane.. Allora, con la Commissione della pastorale della terra siamo andati là, abbiamo fotografato di nascosto col pericolo di buscarci una fucilata, abbiamo fatto anche un filmino, poi trasmesso dalla televisione cattolica e da altre. Abbiamo visto un fronte di circa 20 chilometri con decine e decine e decine di moto-seghe che stavano buttando giù sistematicamente tutta la foresta; e c’erano circa 200 montagnette di tronchi già pronti per essere portati via, con dei loro barconi a motore. Ci sono molti fiumi e affluenti e sanno come fare per far arrivare questi tronchi in un porto attrezzato per caricarli sulle navi che li portano fuori del Brasile o nel Brasile del sud senza pagare niente. Là in foresta sono attrezzatissimi. Hanno dei grandi trattori che portano via i tronchi con tutti i rami, poi tagliano e buttano via il materiale inutile, mettono i tronchi su chiatte e di notte li fanno passare in questi fiumi.

Noi ci siamo dati da fare e abbiamo fatto un documentario nel quale abbiamo dimostrato che la distruzione è totale, tagliano anche alberi protetti che non si potrebbero tagliare. Tagliando tutto, lasciano il deserto, una terra fragile che causerà inondazioni e altri mali. Un altro crimine è che chiudono gli igarapè, che sono i piccoli affluenti dei fiumi, da dove passano i pesci per andare a deporre le uova; buttano olio bruciato e altro veleno nei fiumi. Abbiamo filmato tutto questo, con molti rischi, presentato alle autorità denunziando la rovina dell’Amazzonia. Vediamo cosa decideranno.

– Ma tu sei impegnato in questa battaglia per difendere indios e foreste?

– Sì, sono impegnato nel senso che se dietro tutto questo non ci fosse la Chiesa, nessuno là nelle foreste amazzoniche avrebbe la fiducia del popolo, l’autorità e il peso mediatico di fare quello che facciamo noi missionari. Certo non posso fare tutti i passi e le azioni necessarie, ma ci sono i laici che si impegnano e anche volontari. Io cerco di mantenere in me lo spirito di Gesù Cristo, di perdonare le offese, di vivere in pace, di voler bene anche ai peccatori pur denunziando il peccato, però il delitto rimane. Tra l’altro, l’irruzione violenta e disumana del mondo moderno in un ambiente tradizionale come quello del popolo amazzonico, crea anche altri problemi.

Lo stato brasiliano vicino al nostro, il Para, ha distrutto completamente tutta la sua foresta e adesso passano alla deforestazione del resto dell’Amazzonia. Dopo aver distrutto le foreste, vogliono fare una coltivazione enorme di soia.

– Sono molti i volontari che ti aiutano?

– Quando un popolo è cosciente di una grave ingiustizia, se è educato a questo si impegna, io però ci tengo che mantengano uno spirito evangelico di pace e di amore a tutti. C’è sempre il pericolo che diventino a loro volta violenti, incomincino a odiare ed a pensare che con le armi si risolvono i problemi, mentre si peggiora la situazione. Un esempio. Il dottor Renato Soto di Manaos è un medico vero ma ha incominciato ad interessarsi dei diritti umani, l’hanno minacciato di morte e gli hanno mitragliato la casa dicendogli: “O smetti di interessarti di queste cose oppure ti ammazziamo”. Mesi fa l’hanno preso per strada e gli hanno dato una bastonata tale che ha dovuto farsi ricoverare in ospedale. E’ scappato ed è venuto a casa mia, è ancora là in parrocchia, ogni tanto gli telefono dall’Italia. Tra l’altro è un ragazzo giovane, non arriva ai quarant’anni e mi dice: “Il lavoro che sto facendo per i diritti umani non mi permette nemmeno di sposarmi: non posso mettere una donna e dei figli in pericolo di vita”. E’ una persona, e ce ne sono altre, che sanno di rischiare la vita, ma continuano a fare questo lavoro. Ma per capire la situazione ti parlo della mia comunità cristiana. (Continua in un prossimo Blog).

Piero Gheddo

Violenze anticristiane marchio infame in Siria

Nella guerra civile in Siria, per l’opinione pubblica occidentale i protagonisti sono chiari: da un lato la sanguinaria dittatura di Assad, dall’altro il popolo oppresso che si ribella con una resistenza eroica contro il tiranno. La realtà è ben diversa da come ci è presentata e non è la prima volta che i mass media occidentali prendono solenni cantonate, di cui poi nessuno si pente. Pochi ricordano che nella lunga “guerra di Corea” (1950-1953), gli americani che aiutavano il Sud a non farsi travolgere dal Nord erano colonialisti e imperialisti, i cinesi che aiutavano il Nord erano eroici “volontari” in soccorso dei fratelli. Chi allora aveva ragione oggi si vede. Nella guerra civile di Cuba (1955-1959) i “barbudos” di Fidel Castro e Che Guevara erano i “partigiani” contro i “fascisti” del regime di Batista e nasce la più lunga dittatura del mondo moderno. Nella guerra del Vietnam (1963-1975) e della Cambogia (1968-1975), Vietcong e Khmer rossi erano i “liberatori” dei popoli in rivolta contro le dittature filo-americane. E potrei continuare ricordando altri casi, ad esempio quando l’Occidente osannava Khomeini al potere in Iran (1979) perché aveva sconfitto il “Satana americano” e liberato il suo popolo dal tirannico Scià Reza Pahlevi. Ma da Khomeini è nato “il martirio per l’islam” e la “jihad” (guerra santa) contro l’Occidente che hanno portato al crollo delle Due Torri nel 2011, e non solo.

In Siria si sta verificando lo stesso schema? Nessuno lo sa, ma certo il racconto della guerra che ne fanno i media internazionali è ormai “politicamente corretto” nel senso che i ruoli sono segnati e non è facile dire il contrario. Mondo e Missione pubblica (dicembre 2012) un articolo di Giorgio Bernardelli che può aiutare a fare luce su questa che è stata definita “la guerra con meno informazioni dirette sulle due parti in campo”. Protagonista è una suora carmelitana siriana (64 anni), superiora del monastero di San Giacomo di Qara (cittadina presso Damasco), la voce più conosciuta di denuncia delle violenze subite dai cristiani in Siria e fondatrice del movimento «Mussalaha» che lavora per la riconciliazione, approvato e sostenuto dal patriarca greco-melkita Gregorio III Laham. Agnese Maria della Croce non prende posizione fra le due parti in lotta, ma usa parole scomode lamentando che le violenze delle milizie islamiste contro i cristiani hanno dato un volto nuovo agli oppositori di Assad. Suor Maria Agnese (siriana di 64 anni), minacciata dai ribelli e ora fuggita in Francia, cita dati e fatti precisi: “Ci sono più di duemila gruppi che operano in Siria, la maggior parte sono legati ad “Al Qaeda”, ai Fratelli Musulmani e ai salafiti. Non sono venuti per instaurare la democrazia, ma la legge coranica in nome di Allah…. Conosciamo il regime e il suo aspetto dittatoriale, le sue azioni non ci sorprendono. Ma che un’opposizione ufficialmente presentata come promotrice dei diritti umani, della democrazia e della libertà, agisca con violenza ancor più sanguinosa rispetto al regime, è un fatto che sciocca”.

Soprattutto suor Maria Agnese cita i fatti di Homs (vicina al monastero di Qara), città in cui vivevano migliaia di cristiani fuggiti nelle campagne e all’estero, l’ultimo dei quali ucciso all’inizio di novembre, un anziano che era rimasto nella sua casa per accudire il figlio disabile. La verità della guerra siriana a poco a poco viene a galla. Senza alcun dubbio il regime di Bashar al-Asad è totalitario e non ammette opposizione di sorta. Ha reagito con violenza inaudita alle prime manifestazioni popolari nel marzo 2011, che nel quadro della Primavera araba chiedevano libertà, democrazie, sviluppo. Ma è altrettanto vero che, in un anno e mezzo di guerra civile, i fanatici dell’islam, a livello di base come di guida strategica e tattica della guerra, hanno già preso il potere fra gli oppositori di Assad. In un appello reso noto il 26 ottobre 2012, il capo di “Al Qaeda” successore di Bin Laden, Al Zawahiri, è tornato a incitare i musulmani “di tutto il mondo a sostenere i loro fratelli siriani in tutti i modi possibili”, auspicando la fine del regime di Assad.

I cristiani non sostengono affatto la dittatura di Assad, ma non vorrebbero nemmeno che in Siria nascesse un altro regime estremista dell’Islam. La piccola grande carmelitana Agnese Maria ha vissuto sulla sua pelle il dramma dei profughi palestinesi e della guerra in Libano e per questo ha fondato il “Movimento della Riconciliazione” (Mussahala) che aveva in Siria un certo seguito. Oggi è costretta ad essere la voce credibile dei cristiani siriani e di molti musulmani che condannano le violenze anti-cristiane. La mia denunzia, ci tiene a precisare, “non è un complotto pro-Assad, ma una via per superare la violenza e dare voce al popolo siriano. Per scegliere il suo futuro ha bisogno di un minimo di sicurezza e stabilità, dopo aver assicurato la coesione del suo tessuto sociale gravemente colpito da tentativi di settarie frammentazioni, alimentate da sanguinosi attacchi da entrambe le parti».

Piero Gheddo

Eugenio Biffi vescovo in Colombia beato?

Una buona notizia dalla Colombia. Il 9 novembre scorso mons. Carlos Ruiseco vescovo emerito di Cartagena (la prima diocesi del Sud America sul Mar dei Caraibi fondata nel 1534) mi scrive che l’attuale arcivescovo di Cartagena, mons. Enrique Jimenez, ha deciso di iniziare la Causa di beatificazione  di mons. Eugenio Biffi (1829-1896), uno dei primi missionari del Pime mandato in Colombia da Pio IX e vescovo di Cartagena dal 1882 al 1896.

Per noi del Pime e per la Colombia un’ottima notizia. Il milanese mons. Biffi è stato uno dei grandi vescovi dell’Ottocento, quando la Colombia aveva una dozzina di diocesi (oggi ne ha un’ottantina) per un paese vasto quasi quattro volte l’Italia, che hanno salvato la fede del popolo dalle ideologie anti-cristiane in arrivo dall’Europa (massoneria, illuminismo, socialismo, liberalismo, radicalismo laicista). Morì lasciando una grande fama di santità, che ancor oggi sopravvive. E’ ricordato per lo spirito di sacrificio e di amore ai poveri che lo distinse nella sua missione in Colombia, prima tra il 1856 ed il 1862 come missionario, poi capo missione del Pime in Birmania, quindi vescovo di Cartagena dal 1882 al 1896, a quel tempo diocesi vasta come il Nord Italia. Un immenso territorio che Biffi visitava a piedi, a cavallo o in barca, spingendosi fino a villaggi sperduti che mai avevano visto un vescovo e nemmeno un  rappresentante dell’autorità politica. Le sue Visite pastorali, due all’anno, duravano due-tre mesi senza tornare a Cartagena e poter dormire in un vero letto. Eppure nonostante le avversità del territorio, la povertà della gente, il clima costantemente caldo umido e il fisico debilitato fin dai tempi della Birmania, questo era per mons. Biffi il momento più bello del suo mandato episcopale, tanto da fargli scrivere in una lettera del 1893: “Questa vita che si somiglia assai a quella del Missionario, si conforma di più al mio spirito”.

Biffi giunge a Cartagena nel 1882 accompagnato dal chierico ambrosiano Pietro Brioschi (poi suo successore come vescovo fino al 1943!) e trova la diocesi, da cinque anni senza vescovo, “in uno stato miserevole… Fra i 42 sacerdoti solo nove sono bastantemente buoni, ma anche tra questi vi sono alcuni di un carattere tale che non possono vivere in pace con nessuno e mi danno già più tribolazioni degli stessi concubini”. Non si perde d’animo, cerca con successo sacerdoti e suore con lettere accorate in Italia e in Francia, inizia quasi subito il seminario (allora inesistente), soprattutto incomincia a visitare la diocesi risvegliando la fede addormentata del suo popolo con la parola, la carità e il grande esempio della sua vita austera fino all’esaurimento delle forze. Le lettere che scriveva in Italia durante queste visite sono esemplari del suo spirito missionario e della sua vita totalmente dedicata al ministero sacerdotale.

Biffi fu anche uomo impegnato per la giustizia e lo sviluppo sociale della sua Cartagena e della stessa Colombia. Grazie anche ai suoi interventi,  il 4 agosto 1886 il Presidente Nunez (di Cartagena e amico di Biffi) dà alla Colombia la nuova Costituzione che inizia con la formula: “En nombre de Dios, fuente suprema de toda autoridad” e dedica il IV Titolo alla  Chiesa cattolica, riconoscendo i suoi diritti e il ruolo positivo che esercita nella storia colombiana. Questo document trasforma la vita della Colombia e sostituisce la precedente Costituzione radicale del Presidente Mosquera (1863) che penalizzava in ogni modo la Chiesa. Nel 1887 segue la firma del Concordato con la Santa Sede.

Ricordiamo ancora la rocambolesca fuga del Presidente della Repubblica Mariano Ospina nel 1861, incarcerato e condannato alla fucilazione dai radicali, resa possibile da un intervento ingegnoso del padre Biffi, allora semplice missionario, come ancor oggi riportato nei libri di storia di quel paese; oppure quando nel 1884, mettendo a repentaglio la propria vita, egli non esitò a far da paciere tra gli opposti schieramenti politici che si scontravano con le armi, all’indomani delle elezioni che avrebbero trasformato la realtà politica colombiana. Un comportamento super partes che nel 1885 provoca il bombardamento della sua abitazione da parte  degli assedianti di Cartagena. Il “vescovo santo” si salva uscendo in strada pochi minuti prima che la dimora episcopale crolli, per andare da una donna anziana e sola che aveva chiesto il suo aiuto!

La biografia di mons. Biffi è oggi disponibile nel “Quaderno” n. 7 dell’Ufficio storico del Pime, opera del giovane studioso Paolo Labate: “Cartagena de Indias missione speciale – Eugenio Biffi” (pagg. 244, Direzione generale del Pime, Via Guerrazzi, 11 – 00152 Roma – Tel. 06.58.39.151; oppure la Email: ufficio.storico@pime.org).

Nel novembre 1996, centenario della morte di Biffi, l’allora vescovo mons. Ruiseco organizzò solenni celebrazioni e diede inizio all’ “Anno Biffiano”, invitando anche il Pime. Ci sono andato, assieme a padre Giorgio Pecorari che veniva dal Brasile, visitando la città e alcuni villaggi della diocesi, soprattutto partecipando a diverse manifestazioni e incontri anche con le autorità cittadine, allo scopo di iniziare la Causa di beatificazione di Biffi, che un secolo dopo, in diocesi era ancora ricordato e pregato come “il nostro vescovo santo”. Molte prevedibili difficoltà hanno poi impedito negli anni seguenti l’inizio della Causa. Ma mons. Ruiseco, diventando vescovo emerito, ha continuato a pregare e lavorare per giungere alla meta, che, grazie a Dio, pare vicino.

Cartagena è una città fra le più antiche e belle dell’America Latina, fondata il 1° giugno 1533. Oggi si presenta come una città coloniale spagnola molto ben conservata, meta di tanti turisti specialmente nord-americani, con le “calles” ombrose e lastricate in blocchetti di pietra, le piazze circondate da palazzetti con balconi fioriti di legno intagliato, le chiese ed  santuari in stile barocco con le memorie dei santi, i palazzi delle autorità civili e il “Museo de Oro” densi di storia. Fra queste mura si sono girati numerosi films sulla colonizzazione spagnola dell’America Latina, fra gli altri anche il famoso “Mission” con Robert De Niro, Premio Oscar nel 1987.

«Voi missionari imponete una verità che non esiste»

Il 4 ottobre scorso ho tenuto una conferenza sui cristiani perseguitati in Nigeria nella Sala Filarmonica di Rovereto, cittadina del Trentino che ha una speciale relazione con la Chiesa in Nigeria. Un ascoltatore obietta: “Lei dice che i missionari portano la verità di Cristo e a volte muoiono martiri. Ma nel mondo moderno non esiste una verità assoluta, esiste la dialettica. Ciascuno dice quel che pensa e rispetta gli altri, non può imporre ad altri una verità che non esiste. Ma voi missionari fate proprio questo”. Nel nostro mondo secolarizzato e laicizzato, credo che questa mentalità sia abbastanza diffusa. Rispondo che se non esiste una Verità assoluta, ma tutto è relativo e cambia con i tempi, non c’è nemmeno Dio, che non può cambiare parere ad ogni generazione umana che passa; se non c’è Dio, non c’è nemmeno una legge morale ma ciascuno si fa la sua morale, secondo le proprie idee e tendenze; infine, nei battezzati che hanno perso il senso della loro fede, non esiste più nemmeno la fede in Gesù Cristo Figlio di Dio, la “salda roccia” del Vangelo sulla quale costruire la nostra vita.

Tuttavia, tenendo incontri e conferenze anche in ambienti laici, non raramente mi capita di ascoltare domande, obiezioni, pareri che mettono in dubbio la missione universale della Chiesa. La stessa proposta della fede in Cristo è vista come un attentato alla libertà altrui. L’individualismo radicale che trionfa nella cultura moderna (conta l’individuo, non la famiglia, il bene pubblico) porta a questa visione della libertà umana ed è una delle espressioni “di quel relativismo che, non riconoscendo nulla come definitivo, lascia come ultima misura solo il proprio io con le sue voglie, e sotto l’apparenza della libertà diventa per ciascuno una prigione”, come ha detto Benedetto XVI in un discorso alla diocesi di Roma del 6 giugno 2005. E Giovanni Paolo II, nella sua enciclica “Fides et Ratio” (1999, n. 5) scriveva: “Nelle diverse forme di agnosticismo e relativismo presenti nel pensiero contemporaneo, la legittima pluralità di posizioni ha ceduto il posto ad un indifferenziato pluralismo, fondato sull’assunto che tutte le posizioni si equivalgono: è questo uno dei sintomi più diffusi della sfiducia nella verità che è dato verificare nel contesto contemporaneo”.

Ho citato gli ultimi due Pontefici per sottolineare la caratteristica più provocatoria dell’Anno della Fede che stiamo vivendo (11 ottobre 2012 – Festa di Cristo Re 2013): la lotta contro il “relativismo”, che rappresenta la morte della fede e della missione alle genti. E’ una lotta che ciascun credente deve combattere nella propria coscienza prima ancora che nella società. E’ facile infatti che, vivendo in una società come quella attuale, dove in fondo ciascuno fa quello che vuole, con l’unico pericolo di essere beccato nel trasgredire le leggi e pagare la pena in multe, processi e condanne (e magari anche anni di carcere!), si formi anche nel credente una mentalità che a poco a poco scivola verso la deriva del relativismo. Quante volte sentiamo espressioni significative come queste: Fanno tutti così… In fondo, cosa c’è di male?… Ho la mia coscienza, non ho bisogno della Chiesa… Sono un cattolico adulto, non un bigotto…

L’Anno della Fede è anzitutto un appello ad interrogarci sulla nostra fede, sul nostro modo di essere discepoli di Cristo, convinti che la fede può essere un lucignolo fumigante e vacillante e può diventare il sole di mezzogiorno che illumina, riscalda, rende gioiosa la vita e quindi si trasmette facilmente agli altri. Il Sinodo episcopale in Vaticano del 7-28 ottobre 2012 era intitolato “La Nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, che è un impegno di tutta la Chiesa e di tutti i credenti in Cristo. Ma per questo occorre che la fede sia vissuta in pienezza e porti ad una vita cristiana autentica che testimonia la verità di Cristo. I primi missionari della fede sono tutti i battezzati che, vivendo la vita nel mondo ma senza essere del mondo, mostrano in concreto come la fede vissuta nella stessa situazione di tutti è fonte di serenità, di gioia e di speranza, dà una marcia in più nella vita.

Tutto parte dal ricupero di una fede convinta, che sconfigge il relativismo: lo diceva il card. Ratzinger pochi giorni prima di diventare Papa Benedetto XVI, nella “Missa pro eligendo Pontifice” del 18 aprile 2005, quasi un anticipo di quello che avrebbe caratterizzato il suo Pontificato: “Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. ‘Adulta’ non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo”.

Piero Gheddo