“Che posto ha l’islam nei piani di Dio?”

Una domanda che spesso si fanno gli studiosi dell’islam è questa: “Che posto ha l’islam nei piani di Dio? E’ possibile che l’islam sia nato e si sia diffuso così rapidamente senza avere un suo ruolo storico nei piani di Dio?”. Naturalmente nessuno conosce o può conoscere il pensiero di Dio. Ma è possibile proporre e discutere varie ipotesi, per chiarificarci le idee e avere di fronte all’islam un atteggiamento che favorisca “il dialogo”, come il Papa e i vescovi continuamente raccomandano, e non “lo scontro di civiltà” (o la “III guerra mondiale” come alcuni pessimisti immaginano).

Nel 2007 in Libia, il vescovo di Tripoli mons. Giovanni Innocenzo Martinelli mi diceva: “Ritengo che l’islam abbia un significato nella storia e nei piani dì Dio. Non è nato per caso. Io penso che oggi l’islam ha il compito storico di richiamare in modo forte e anche scioccante, contraddittorio a noi cristiani occidentali, secolarizzati e laicizzati (viviamo come se Dio non esistesse), il senso della presenza di Dio in ogni momento della vita dell’uomo e della società, il dovere di essere sottomessi a Dio, il forte senso di appartenenza ad una comunità religiosa universale, il coraggio di essere testimoni di Dio. E poi la preghiera. Vado a visitare – mi diceva mons. Martinelli – molte famiglie musulmane amiche. Una volta non era prevista la mia visita ed era il tempo della preghiera: in una stanza c’erano sette uomini in ginocchio che pregavano rivolti alla Mecca. L’islam significa sottomissione a Dio. Noi in Occidente abbiamo perso questo riferimento a Dio e al soprannaturale. Non approviamo certamente uno stato teocratico e meno che mai il terrorismo o “la violenza per Dio”), ma nemmeno lo spirito prevalente nella società occidentale, che pensa di fare a meno di Dio per risolvere i problemi dell’uomo”.

Il Card. Carlo Maria Martini nel suo “L’lslam e noi” (1990) si poneva anche lui questa domanda: “Cosa pensare dell’islam in quanto cristiani? che cosa significa per un cristiano, dal punto di vista della storia della salvezza e dell’adempimento del disegno divino nel mondo? Perchè Dio ha permesso che l’islam, unica tra le grandi religione storiche, sorgesse sei secoli dopo l’evento cristiano, tanto che alcuni tra i primi testimoni lo ritennero un’eresia cristiana?… In un mondo occidentale che ha perso il senso dei valori assoluti e non riesce più in particolare ad agganciarli ad un Dio Signore di tutto, la testimonianza del primato di Dio su ogni cosa e della sua esigenza di giustizia, ci fa comprendere i valori storici che l’Islam ha portato con sé e che ancora può testimoniare nella nostra società”.

Nella intervista al padre Davide Carraro del Pime, giovane missionario che ha studiato l’arabo per due anni in Egitto ed è già stato in Algeria dove tornerà presto, mi dice: “Ho visto in Algeria che quando risuona la voce del muezzin, si fermano i pullman, i mezzi pubblici, per consentire a chi vuole di fare la sua preghiera in pubblico. In Egitto no, ma anche in Egitto il richiamo pubblico alla preghiera  è molto forte tre volte al giorno e molti si fermano a pregare. Il senso della presenza di Dio nella giornata lavorativa è forte e richiama anche noi cristiani, i copti egiziani e gli operatori occidentali nei pozzi di petrolio in Algeria

“Sono stato un anno in Algeria come cappellano nei pozzi petroliferi del deserto del Sahara, continua Davide, ad Hassi-Messaoud, una città in pieno deserto dove c’è una chiesa e i lavoratori cattolici del petrolio, italiani, francesi, spagnoli, filippini, ecc. In questa città ci sono una sessantina di Compagnie del petrolio e io andavo a visitarle tutte per invitarle a Messa. In questa città avevo la mia sede e poi a Natale e Pasqua venivo chiamato in altri centri petroliferi per la funzione religiosa e incontrare i petrolieri. Allora con i loro piccoli aerei andavo da una parte e dall’altra del deserto e celebravo la Messa nelle varie Compagnie

Hassi-Messaoud, con 50.000 abitanti, è solo una città petrolifera e ci sono gli uffici delle Compagnie petroliere, con circa 2.000 stranieri e gli altri algerini. E’ una vera città con tutto, ristoranti, prostituzione, discoteche, pensioni, hotel, negozi, ecc.

I cattolici venivano a Messa e dicevano che nel loro paese in Europa a Messa ci andavano pochissimo. Qui, nell’atmosfera che si respira in un paese islamico, sembrava loro naturale andare a chiedere l’aiuto di Dio. Non solo, mi dicevano, ma vedendo la fede dei musulmani siamo provocati e interrogati a ripensare alla nostra fede cristiana”.

Dico a Davide che nel 2007 ero a Tripoli e in una festa degli italiani nei locali dell’ambasciata d’Italia ho incontrato un ingegnere di Torino con la sua signora, in Libia da anni per lavoro, che mi confidavano: ”In Italia a Messa non ci andiamo quasi mai, ma in questa non facile società islamica ci andiamo sempre, abbiamo ritrovato il senso di appartenere ad una comunità di fede che ti sostiene e la gioia degli antichi canti natalizi e devozioni che avvicinano a Dio. Abbiamo tre figli in Italia, due già sposati, e tornando diremo anche a loro questa nostra esperienza”.

Non tiro nessuna conclusione, penso che questo tema, qui appena accennato, dovrebbe essere provocatorio per tutti noi battezzati e credenti in Cristo: quanto e come Dio è presente nella nostra vita quotidiana?

Piero Gheddo

Cosa insegna l’islam a noi cristiani?

Padre Davide Carraro del Pime ha 31 anni ed è stato due anni in Egitto per imparare l’arabo e poi andare in Algeria.  Gli faccio una domanda che mi appassiona: “Tu sei vissuto due anni fra un popolo che in grande maggioranza è musulmano. Dell’islam ormai conosciamo quelli che sono gli aspetti negativi. A te chiedo: quali sono gli aspetti positivi di questa religione? Cosa può insegnare a noi cristiani la vita di un popolo musulmano?”.

Davide risponde: “La vita sociale in Egitto è segnata dalla preghiera, dal richiamo alla preghiera, dalle molte persone che pregano in pubblico, non si vergognano di pregare in pubblico, anzi questo è un gesto ritenuto positivo, una persona che non si vergogna di professare la sua fede. Anche nel loro modo di parlare, ci sono spesso espressioni religiose: Come Dio vuole… Siamo nelle mani di Dio… Dio ci benedica tutti… Dio è sempre presente nel modo di parlare e anche di vestire. Ad esempio, una donna velata è un simbolo religioso, quella donna teme Dio. In Egitto molti uomini hanno sulla fronte un segno nero o grigio che indica la preghiera (“zabiba”), che si fa posando la fronte sulla terra. A volte fanno un piccolo tatuaggio che indica questo.

“Poi c’è il richiamo pubblico alla preghiera tre volte al giorno che è molto forte, lo sentono tutti: “Venite alla preghiera, che è molto più importante del sonno!”. E’ un richiamo che ritma la giornata. Da noi l’orologio della torre o del campanile ritma il tempo che passa, nell’islam il richiamo del muezzin ricorda che siamo sempre con Dio, alla presenza di Dio. Che poi vadano o non vadano alla preghiera è un altro problema, ma la società pubblicamente richiama alla presenza di Dio. Si sente  nell’atmosfera una certa religiosità che non sento in Italia. Che poi sia formale è un’altra cosa, ma per noi occidentali che abbiamo perso il senso di Dio nella nostra giornata, nella nostra vita, questo è un richiamo forte”.

Ricordo a Davide che negli anni trenta e quaranta, quand’ero ragazzo nel mio paese di Tronzano vercellese, quando le campane rintoccavano l’Angelus tre volte al giorno, al mattino, a mezzogiorno e a sera, anche chi lavorava nei campi o camminava per strada si fermava e si faceva il segno della croce dicendo una preghiera. La mia infanzia e giovinezza a Tronzano (sono nato nel 1929) era segnata da quest’atmosfera religiosa nella vita pubblica e nelle famiglie (per esempio il pregare assieme alla sera col Rosario) che oggi in Italia abbiamo perso.

“Ecco – continua Davide – in Egitto è ancora molto forte. Anche i cristiani copti egiziani si fanno tatuare sul polso, fin da bambini, una piccola croce che si vede sempre quando allunghi la mano per salutare, per prendere qualcosa. I copti, a vedere che i musulmani pregano o nel mese di Ramadan vanno in giro col Corano in mano, dicono che sono segni di ipocrisia, perché poi buttano le bombe contro di noi.

Ma qui andiamo in un altro discorso. Per dialogare con questi fratelli islamici, dobbiamo vedere anche i loro aspetti positivi. Se guardiamo all’altro guardando gli esempi positivi, si può costruire un dialogo, un’amicizia”.

“Un’altra cosa che mi ha impressionato in Egitto è il grande rispetto che loro hanno per il Corano, sempre, non solo pubblicamente, ma anche in privato. Il senso del sacro e del Libro sacro. Non si mette ad esempio, nessun libro sopra il Corano, che va tenuto in un posto onorato, elevato, isolato. Questo indica il senso della presenza continua di Dio nella nostra vita e nella vita della società.

“E’ vero che vivono una religione diversa dalla nostra, ma proprio questo fatto, incontrandoli, ci dà l’occasione di capire il valore della nostra fede e del nostro Libro

“Ad esempio, io, come straniero, nel piccolo commercio, al ristorante, ho avuto più delusioni dai cristiani copti che dai musulmani, i musulmani sono stati più onesti dei cristiani. Forse perché  noi come cristiani insistiamo sempre, ed è giusto, su Dio che è amore, Dio ci vuole bene, Dio ci perdona, abbiamo un po’perso il timore di Dio. I musulmani no. Hanno il senso della continua presenza di Dio che vede e giudica tutto, forse hanno paura,ma non hanno perso il timore di Dio. In Egitto e in Algeria, in contatto con la gente del popolo, ho avuto impressioni positive. La violenza che ogni tanto esplode non l’ho mai vista. In Egitto, andando in giro, ho visto le chiese bruciate dai musulmani e ho conosciuto un padre Comboniano al Cairo che hanno ucciso quando hanno bruciato una chiesa. Però nella strada, nei contatti con la gente, non si respira questo clima”.

Piero Gheddo

Haiti due anni dopo il terremoto

Due anni fa, il 12 gennaio 2010, Haiti era devastata da un catastrofico terremoto. Per l’Istituto italiano di vulcanologia era stato molto più grande di quello registrato nel 2009 in Abruzzo. La capitale Port au Prince quasi rasa al suolo, un caos di detriti e fango, distrutti anche il Palazzo del governo, il Parlamento, la sede dell’Onu, l’ospedale maggiore, ecc. I morti furono circa 250.000, altri poi morirono per il colera, che ancor oggi infetta parecchie decine di haitiani per settimana. Il bilancio finale non è nemmeno stato fatto e in strade fuori città vi sono ancora le macerie del terremoto. Gli aiuti e i soccorsi furono immediati e anche copiosi, Il Corriere della Sera afferma (12 gennaio 2010): “Il mondo intero, scosso dalle tremende immagini di quei giorni, tra sms e stanziamenti aveva raccolto 13 miliardi di dollari, con una velocità tale da far dire allora a Bill Clinton che “questa immane tragedia segnerà la rinascita di Haiti”.
In realtà, la ricostruzione, per mille motivi, va a rilento. Il nunzio apostolico, mons. Bernardito Auza, che raccontò al mondo il terremoto del 2010, prima che arrivassero sul posto i giornalisti e i mezzi di comunicazione, dichiara oggi all’agenzia Fides: “Premetto che riprendersi da un disastro naturale é sempre difficile, e ancor più difficile è ricostruire dopo un enorme disastro come quello del terremoto di Haiti del 12 gennaio 2010. Aggiungerei che ad Haiti la ricostruzione è stata ed è particolarmente difficile e costosa, perché tutto è importato, perfino la sabbia”.
La “Commissione internazionale per la ricostruzione di Haiti”, presieduta dall’ex presidente americano Bill Clinton e dall’ex-premier di Haiti Jean-Max Bellerive, ha terminato il suo mandato nell’ottobre 2011. I commentatori dicono che è servita soprattutto a distribuire gli appalti per la ricostruzione fra le ditte dei paesi che mandavano gli aiuti. Comunque studiava la situazione e orientava gli sforzi distribuendo gli aiuti. Oggi non esiste più alcuna struttura del genere, per cui gli aiuti promessi e programmati rischiano di non arrivare più nel martoriato paese. Il Parlamento dovrebbe rinnovare la Commissione, ma non ha ancora deciso: i problemi di chi gestisce i fondi e di chi prende i contratti sono attualmente in discussione.
Comunque, circa 600.000 abitanti della capitale e dintorni (su circa due milioni) vivono ancora in tende. Persino i seminaristi dei due seminari maggiori dell’isola, filosofico e teologico, in attesa che i seminari siano ricostruiti, sono accampati in modo precario. I gravi problemi di Haiti, che esistevano prima del terremoto, continuano tuttora. Ad esempio l’assistenza sanitaria, che nei tempi dell’emergenza post-terremoto era gratuita per tutti, è oggi tornata a pagamento nelle strutture pubbliche; i bambini non vanno a scuola o ci vanno se la famiglia riesce a pagare le tasse scolastiche: le scuole pubbliche dell’obbligo costituiscono circa il 10% del totale, il 90% sono scuole private e occorre pagare.
Le notizie positive vengono dalle numerose Ong presenti in Haiti, molti i volontari italiani impegnati ad Haiti. Va ricordata la Fondazione Rava, che ad Haiti ha tre ospedali, due centri di riabilitazione per i bambini, 28 scuole di strada, tre orfanotrofi e altro ancora; e la rete del consorzio “Agire” che ha ricostruito 13 scuole, due orfanotrofi, tre centri di salute. Più ancora la Chiesa italiana attraverso la Caritas che due anni dopo il sisma ha documentato in un rapporto (Avvenire, 12 gennaio 2012) di aver aiutato 120.000 haitiani a sopravvivere (circa il 9% delle persone colpite dal terremoto) e soccorso in vario modo un milione e mezzo di terremotati; ha avviato 102 progetti pluriennali, annuali e microprogetti. Paolo Beccegatto, responsabile dell’organismo pastorale della Cei in campo internazionale, afferma: “La situazione è migliorata grazie all’azione del nuovo governo e allo sblocco di meccanismi inceppati per un anno e mezzo. Quasi due terzi degli senza tetto sono usciti dai campi, in parte facendo ritorno alle campagne da cui provenivano, in parte passando dalle tende ormai logore a sistemazioni più dignitose. Subito dopo il sisma, la Caritas italiana in tre mesi raccolse 24 milioni di euro da diocesi, parrocchie e offerenti italiani. Fu una straordinaria dimostrazione di generosità e noi ci siamo mossi subito per impiegarli”.
L’Arcivescovo di Port-au-Prince, Mons. Guire Poulard, ha diffuso un bel messaggio di incoraggiamento rivolto a tutti, invitando a ricordare i morti ed incoraggiando gli haitiani a prendere in mano la situazione, dicendo che “la ricostruzione sarà haitiana o non vi sarà ricostruzione”. La Chiesa locale ha decine e decine di progetti di ricostruzione, ma le fasi preparatorie tecniche sono lunghe e difficili, ci sono progetti che sono quasi pronti, ma che non sono ritenuti come priorità, mentre per quelli prioritari non sono concluse le fasi preparatorie. La Chiesa, dice l’arcivescovo, non si scoraggia, e continua a lavorare a favore dei più piccoli e dei più poveri.
Quando leggo notizie o resoconti di questo genere, mi  commuovo perché sono stato ad Haiti nel 1992 (si vedano i Blog del 2010), il mio animo si rivolge a Dio in preghiera, ma poi debbo chiedermi cosa io, che vivo a 8.000 chilometri di distanza, posso fare per quei fratelli e sorelle, oltre alla preghiera. Non posso essere solo spettatore come per un film dell’orrore, ma debbo coinvolgermi spiritualmente e con l’aiuto materiale alla tragedia di quelle persone che non conosco, ma che sono miei fratelli e sorelle perché figli e figlie dello stesso Padre nostro che sta nei Cieli. Come cattolico, nulla di quanto succede nel mondo mi è estraneo. La tragedia di Haiti mi fa capire in modo provocatorio che la società in cui viviamo non funziona e siamo tutti impegnati a cambiarla. Il Regno di Dio non è di questa terra, ma è possibile, con la buona volontà di tutti, avvicinare l’umanità verso quella meta di giustizia, di pace e di autentica fratellanza.
Piero Gheddo

Meno aborti in Italia, ma sono sempre troppi

L’ultima Relazione del Ministero della Salute italiano sulla legge 194 relativa all’anno 2009 (quella sulla legislazione per l’aborto volontario) riferisce che in quell’anno quasi 117.000 bambini non hanno potuto vedere la luce, mentre nello stesso 2009, 568.857 sono nati vivi. Si è però registrato un calo degli aborti nel nostro paese: passati, nel 2009 rispetto al 2008, da 121.301 a 116.933 (-4368, pari al 3,6%). Nel 1982, anno del triste record (234.801 casi), la diminuzione è di oltre il 50%.

I dati dicono anche che le lavoratrici sono la categoria che fa ricorso più frequentemente alla IVG (Interruzione volontaria di gravidanza). La Lombardia (con quasi 10 milioni di abitanti) è dove si abortisce di più (19.700 casi, -4,2% rispetto al 2008). Le regioni più virtuose sono la Valle d’Aosta (217 casi, -9,6%) e la Basilicata con un calo di quasi il 10% (700 casi), mentre solo in Molise il dato appare in controtendenza (634 casi, +5,7%).

All’estero stanno decisamente peggio: l’Italia ha infatti valori tra i piu’ bassi dei paesi europei: gli aborti per 1.000 donne in età tra i 15 e i 44 anni (range d’età europeo) sono il 10,3% in Italia, molto meglio di Russia (40,3), Romania (31,3), Svezia (21,3), Inghilterra (17,5), Francia (17,4) e Spagna (11,8). Ci battono solo Belgio (9,6), Olanda (8,7) e Germania (7). Infine, un ultimo dato: il 45,5% delle donne italiane che hanno abortito non avevano figli.

Questi i dati che naturalmente non parlano delle tragedie che l’aborto comporta per i bimbi mai nati, per le giovani donne e i loro uomini, per le famiglie a vario titolo coinvolte. La signora Paola Marozzi Bonzi, nel 1984fondatrice e direttrice del Centro di Aiuto alla Vita (CAV) della clinica Mangiagalli di Milano, che in 27 anni ha salvato 13mila bambini dall’aborto (vedi il Blog dell’11 dicembre 2011), mi dice: “Le donne che hanno scelto di abortire, nella grande maggioranza dei casi subiscono un forte p anche fortissimo trauma fisico e psicologico, del quale spesso non si liberano più del tutto”.

Negli ultimi tempi è venuto sempre più alla ribalta dell’informazione il problema degli aborti, non direttamente per abolire la Legge 194, ma almeno per applicarla con rigore, visto che la Legge afferma e tutti concordano sul fatto che l’aborto dovrebbe essere il più possibile evitato con vari provvedimenti economici di aiuti alle famiglie e anche psicologici di aiuto alle donne in difficoltà di vario genere per partorire. Se non altro perché noi italiani diminuiamo di più di 100.000 unità all’anno, aumentiamo solo grazie ai circa quattro milioni di lavoratori “terzomondiali” che si sono stabiliti in Italia. Insomma, tutti ormai sanno che in Italia nascono troppo pochi bambini italiani! Almeno quelli che sono stati concepiti e stanno giungendo a maturazione, lasciamoli e aiutiamoli ad uscire dal grembo materno!

Il 30 dicembre scorso, in primissima serata dopo il TG di Rai Uno delle ore 20, nella rubrica “Qui Radio Londra” con grande coraggio Giuliano Ferrara ha parlato non dell’aborto, ma della vita di un bambino che nasce, con molto garbo e commozione, in modo del tutto laico. Dato che la sera seguente il Presidente Napolitano avrebbe tenuto nelle reti unificate delle Tv il suo annuale “Discorso agli italiani” per augurare Buon Anno a tutti, Giuliano ha avanzato una proposta che credo rappresenti la grande maggioranza degli italiani. “Caro Presidente, ha detto in sostanza, domani sera, nel suo discorso atteso da tanti italiani parlerà di tanti problemi della nostra Italia e la sua parola ha un notevole influsso sui nostri compatrioti. Ebbene, veda di inserire un cenno al dovere che tutti abbiamo di aiutare una  donna, una coppia che vorrebbero avere un bambino ma si orientano verso l’aborto per vari motivi. Aiutare chi è in difficoltà dovrebbe essere cosa normale per ognuno di noi. Caro Presidente della Repubblica (cito sempre a memoria) perché non mettere in agenda questa battaglia civile per la vita? Lei ne ha fatte tante: la sicurezza sul lavoro, i dissesti idrogeologici, l’immigrazione e la cittadinanza per i figli di immigrati… perché non aggiungere anche questa battaglia per la vita? Molti del popolo si sono già mossi in questo senso con il “Progetto Gemma”, nel popolo c’è già questa sensibilità di far nascere il più possibile tutte le vite. Domani sera, dica qualcosa su questo”.

Ecco, la sera del 31 dicembre eravamo molti milioni a sentire il discorso di Napolitano. Non ha parlato della vita che deve nascere e non può per mancanza di solidarietà umana e di sostegno da parte dello Stato italiano. Mi spiace dire che ha deluso molti e ci ha fatto sentire, per quella sera, non pienamente rappresentati dal Capo dello Stato.

Piero Gheddo

Una predica nella festa dell'Epifania in India

Nel 1965, in India, alla festa dell’Epifania, sono stato invitato a parlare nella chiesa di una cittadina dello stato di Andhra Pradesh, dove lavorano i missionari del Pime. Essendo l’unico prete disponibile, ho dovuto celebrare la Messa (ma allora si celebrava in latino!) e anche fare la predica dell’Epifania. Dato che sapevo solo poche parole di telegu, la lingua locale (una delle più importanti delle 18 lingue ufficiali dell’India, parlata da più di 80 milioni di indiani, con una letteratura molto ricca e antica), il vescovo di Warangal monsignor Alfonso Beretta mi aveva fatto accompagnare da un catechista che sapeva bene l’inglese. «Tu parla inglese andando adagio », mi aveva detto, «e lui tradurrà in telegu, frase per frase, parola per parola ».

Così sono andato in quella grande chiesa di Kammameth (che oggi è diocesi), piena di gente, col mio bel discorso scritto in inglese. Dopo la lettura del Vangelo, la gente si è seduta e io ho cominciato a parlare, facendo riflessioni sulla festa liturgica, sul significato teologico dell’Epifania. A ogni frase mi fermavo e lasciavo al catechista il tempo di tradurre. Ma, man mano che andavo avanti nella predica, mi accorgevo che mentre le mie frasi erano brevi, il catechista parlava a lungo; e poi, io non citavo nessun nome proprio, ma lui continuava a citare Baldassarre, Melchiorre e Gaspare.
Dopo la Messa gli chiedo come aveva tradotto la mia predica e mi sento rispondere: «Padre, tu dicevi cose troppo difficili che io capivo poco e i nostri fedeli, gente semplice, non avrebbero capito nulla e non sapevo come tradurre. Allora ho raccontato alla gente la storia dei tre Re Magi, chi erano, da dove venivano e cosa hanno fatto quando sono tornati alle loro case dopo aver visto Gesù.  Forse tu non sai, ma in India c’è la tradizione che i Magi erano indiani. Io li ho ambientati nei nostri villaggi telegu, in modo che tutti li sentissero come loro antenati. Ma non preoccuparti, ai nostri fedeli la tua predica è piaciuta molto, anche perché hanno capito tutto e adesso le vicende della vita di Gaspare, Baldassarre e Melchiorre le racconteranno anche ad altri».
Quell’episodio mi ha fatto capire una grande verità: il Vangelo è il racconto di un fatto, di un avvenimento, di una notizia; cioè comunica la «Buona Notizia» e usa un linguaggio estremamente concreto, che invita a cambiare vita, a convertirci. Gesù parla con parabole, cioè racconta dei fatti che avrebbero potuto anche essere veri, per dare un’indicazione morale. Non fa come in certe prediche di noi sacerdoti, che la gente non ascolta o non capisce, perchè disincarnate dalla vita quotidiana. Essere cristiani significa vivere la vita di Cristo e offrire agli uomini degli esempi concreti di vite spese per Dio e per il prossimo. Quello che convince o scuote e fa riflettere i non credenti o i non praticanti non sono i ragionamenti o le dimostrazioni filosofiche o teologiche (ci  vogliono anche queste, ma a luogo e tempo debito)., sebbene i buoni esempi delle vite di Gesù, di Maria e dei santi. E anche dei Re Magi che venivano dall’Oriente!
Anche la nostra vita cristiana deve diventare, agli occhi di chi non crede, un annunzio di salvezza, una testimonianza di fede e di bontà. Nessuno riesce mai a essere un vero cristiano, perché il modello di Gesù è infinitamente al di là delle nostre piccole persone: ma quel che importa è la sincera volontà di camminare per la via che Cristo ci ha indicato. Non preoccupiamoci troppo delle nostre cadute, quando sono sinceramente combattute e detestate, quando ripetiamo ogni giorno al Signore il nostro pentimento e la volontà di togliere il peccato dalla nostra vita. «La santità», diceva Santa Teresina del Bambino Gesù, «non è una salita verso la perfezione, ma una discesa verso la vera umiltà» .
Piero Gheddo

Il coraggio di un prete per il Vangelo

A tutti gli amici lettori del Blog auguro Buon Anno nel Signore Gesù. E incomincio con una “buona notizia”. Nei giorni del Natale sono stato a Torino dal fratello Mario e parlando con i familiari dicevo che nel 2012 si svolgerà a Roma, in ottobre, il Sinodo generale sulla “Nuova Evangelizzazione” dei popoli cristiani, quindi anche della nostra Italia. E chiedevo, per sentire i pareri di laici credenti e praticanti: “Cosa pensate si debba fare per contribuire a riportare la fede e la pratica della vita cristiana nel popolo italiano?”.  La prima risposta della nipote Chiara ha spiazzato un po’ tutti, me compreso: “Secondo me, bisogna anzitutto pregare di più Poi anche tutto il resto, ma l’obiettivo di rievangelizzare i nostri compatrioti è così superiore non solo alle nostre forze, ma alla nostra stessa fantasia, che ci sentiamo tutti impotenti. Ma Dio sa come si può fare e può realizzare questo ideale. Per cui bisogna pregare molto”.

E Chiara citava l’esempio della parrocchia torinese di periferia del Santo Nome di Maria SS., nella quale lei stessa abitava nell’anno 2000. In quell’anno del Giubileo il giovane parroco, don Benito Rugolini, ebbe coraggio e lanciò l’idea dell’adorazione continua per  tutti i giorni e le notti dell’anno giubilare. L’iniziativa suscitò incredulità e risposte negative, all’interno della parrocchia e della città. Nessuno pensava possibile una simile esperienza. Invece si è rivelata un successo”.

Ecco come il Sito della parrocchia ricorda (http://www.parrocchie.it/torino/nomemaria/): “La gente ha bisogno di segni”: da questa riflessione di don Benito è nata un’iniziativa straordinaria che si è protratta per tutto il Giubileo. La proposta rivolta alla comunità era di dedicare l’intero Anno Santo all’adorazione eucaristica continua e di devolvere il corrispettivo di quattro ore di lavoro per la costruzione di una scuola nel Bengala Occidentale.

Aperta dall’Arcivescovo di Torino Severino Poletto il 26 dicembre 1999, l’adorazione continua è stata accolta con entusiasmo: tutti i giorni, 24 ore su 24, senza interruzioni, si è pregato e meditato davanti al Santissimo, per un totale di 8.880 ore e circa 30-40mila fedeli che sono passati in cappella. L’adorazione, organizzata a turni (almeno una persona presente ogni due ore) non ha mai subito battute d’arresto, nemmeno nel cuore della notte o in giorni “critici” come Ferragosto. Con un’opera di passaparola sono arrivati numerosi fedeli anche da altre parrocchie, anche loro pronti ad impegnarsi gioiosamente e costantemente. I maggiori organi di informazione, laici e cattolici, si sono occupati dell’adorazione con toni rispettosi e anche ammirati per una partecipazione così vasta ed assidua.

L’Arcivescovo aveva chiesto di pregare in modo particolare per le vocazioni e… Dio ha risposto con generosità! Infatti, due ragazzi hanno preso i voti, due adulti sono entrati in seminario e una ragazza ha maturato la decisione di farsi suora.

Per quanto riguarda la seconda parte dell’iniziativa, cioè la solidarietà per l’India, sono state organizzate delle serate che hanno permesso di familiarizzare con la cultura, l’arte e anche la cucina indiane. Sono stati raccolti 25 milioni che padre Anselmo Morra ha provveduto a consegnare personalmente, recandosi sul luogo, ai responsabili della costruzione della scuola. Questi ultimi hanno risposto inviando fotografie della scuola in costruzione, lettere e piccoli doni.

La stupenda esperienza dell’adorazione è terminata il 6 gennaio 2001 con una solenne messa dell’Arcivescovo, tornato appositamente per concludere questa iniziativa da lui stesso definita “unica”. La fine dell’adorazione ha creato rammarico tra i parrocchiani, che hanno chiesto con insistenza a don Benito di prolungarla. Adesso è possibile partecipare all’adorazione dal giovedì sera, a partire dalla messa delle 18,30, fino al venerdì notte alle 23,30 quando si canta Compieta, si esegue una processione solenne fino all’esterno della chiesa e si prega per tutte le intenzioni dei fedeli”.

Non c’è nulla da aggiungere, ma ricordo che nel 2000, l’anno in cui il Pime compiva 150 anni, il superiore generale padre Franco Cagnasso propose a tutte le  case e le missioni del Pime un anno speciale di preghiere per l’Istituto e le vocazioni missionarie. Ebbene, si sono prese diverse iniziative comunitarie e proprio in quell’anno abbiamo registrato in Italia un buon aumento di giovani che entravano da noi per studiare e diventare missionari e quattro o cinque sacerdoti di varie diocesi si sono associati all’Istituto per andare in missione e oggi tre di essi sono membri del Pime.

Piero Gheddo

Natale 2011 – In tempo di crisi ripartire da Betlemme

Cari amici lettori, in questi giorni, in tutte le chiese del mondo risuona la Buona Notizia che in duemila anni è sempre nuova: a Betlemme di Giuda è nato Gesù, il Messia, il Salvatore del mondo. Una parola di speranza, di ottimismo sul futuro, a tutti noi che viviamo in una situazione di crisi esistenziale, oltre che economica e morale: non sappiamo più perché viviamo abbiamo perso il senso, il significato della vita. Siamo immersi in un pessimismo che ci angoscia, ci rende tristi, i nostri discorsi, i giornali e telegiornali diffondono questa atmosfera che tende alla morte.

In un libro dell’Antico Testamento, la Sapienza, c’è la profezia poetica del Natale di Gesù: “Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose e la notte era a metà del suo corso, la tua Parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale discese in quella terra maledetta” (Sap 18,14-15). Parole forti e drammatiche. Il profondo silenzio e il buio della notte sono il mondo in cui viviamo, di cui tutti ci lamentiamo. Ecco la  Buona Notizia del Natale di Gesù, un lampo nel buio della notte. Dio si è fatto uomo per non lasciarci soli e ha deciso di essere sempre vicino alla nostra miseria per aiutarci.

Oggi dobbiamo ripartire dalla stalla di Betlemme. Il Natale ci invita a ritrovare la fede autentica delle persone semplici, dei pastori che accorrono all’annunzio degli angeli, dei Magi che vengono ad adorare Gesù da una terra lontana.

Nelle missioni, dove oggi nasce la Chiesa, si respira ancora questa atmosfera del primo Natale. Vi racconto uno dei tanti Natali che ho fatto in missione. Nel dicembre 1964 ero in India, nello stato di Andhra Pradesh dove dal 1855 lavorano i missionari del Pime. Un popolo a quel tempo molto povero, che soffriva ogni anno due-tre mesi di autentica carestia fra un  raccolto e l’altro. I paria erano ancora pesantemente discriminati nella società indiana (e un po’ lo sono anche oggi!): vivevano in villaggetti separati, non potevano frequentare i mercati, i templi, i trasporti pubblici, le scuole. Non potevano sposare persone di casta e soprattutto erano praticamente schiavi dei proprietari di terre e dei saukar, gli strozzini delle campagne indiane, che imprestano riso o rupie col 100 per cento d’interesse annuo.


Oggi l’India ha fatto un buon cammino di sviluppo e di liberazione dei suoi poveri, ma all’inizio degli anni sessanta le condizioni di vita dei paria erano davvero miserabili. Fra questi poveri l’inizio della redenzione sociale è venuta dalle missioni cristiane, che hanno introdotto la scuola per i paria, l’assistenza sanitaria, hanno creato cooperative, «banche del riso», assistenza legale per i contrasti di terre e varie altre istituzioni di sviluppo. Soprattutto, attraverso il Vangelo, hanno dato ai poveri una coscienza della loro dignità e della necessità di unirsi per ottenere il rispetto dei propri diritti. In queste regioni dell’Andhra Pradesh c’è stato e in parte c’è ancora un movimento di conversione dei paria alla fede cristiana, che rappresenta per loro una crescita sociale e l’ingresso in una comunità rispettata e che aiuta. Naturalmente questa conversione al cristianesimo, che avviene ma per interi villaggi, non è vista bene dagli indù proprietari di terre.
Nel dicembre 1964 ero in visita alla missione di Kammameth e il padre Augusto Colombo di Cantù (Corno) mi aveva preparato il villaggio paria di Beddipally da battezzare. Vi siamo andati un sabato mattino in tre missionari e quattro suore per la cerimonia del Battesimo, preparato da due anni di catecumenato. Il povero villaggio di capanne di paglia e di fango era in festa, i 162 paria raggianti di gioia: danze, canti, pifferi, flauti, tamburelli, festoni di carta colorata alle porte e alle finestre. E poi, naturalmente, il grande pranzo a base di riso e maiale arrostito, nella piazza, nella cappella che serve anche da sala comunitaria e sui prati vicini.
Torniamo a Kammameth la sera, contenti anche noi della cerimonia e della felicità di quei nuovi cristiani. Il pomeriggio del giorno dopo, domenica, giungono da Beddipally tre giovani in pianto: «Venite subito al villaggio», ci dicono, «là è successo il finimondo, ci sono anche feriti e abbiamo perso tutto». Vi andiamo con due jeep e troviamo il villaggio quasi distrutto, la gente piangente e disperata, alcuni feriti e molti acciaccati per le bastonate ricevute.
Era successo questo: gli indù dei villaggi vicini, gente di casta e proprietari terrieri, non avevano visto bene la conversione di Beddipally. Forse c’erano anche altri motivi di rancore, fatto sta che la domenica all’alba sono venuti armati di bastoni e hanno cominciato a bastonare tutti, uomini, donne, vecchi, bambini; poi hanno distrutto numerose capanne e sporcato i muri della cappella-sala comunitaria.
Mentre le suore curavano i feriti e distribuivano i primi aiuti, padre Colombo chiama i capi famiglia e dice loro che il giorno dopo sarebbe andato dal giudice a Kammameth a denunziare l’accaduto. Ma si sente rispondere: «Padre, noi non vogliamo nessuna vendetta. Tu ci hai detto che il Battesimo è il più grande dono di Dio e che la Croce è il segno di chi segue Gesù Cristo. Ecco, noi vogliamo soffrire qualcosa in silenzio per ringraziare Dio del Battesimo. Perciò non andare dal giudice, aiutaci e ricostruiremo tutto noi, ma senza chiedere punizione per i nostri persecutori. Non ci hai detto tu che dobbiamo perdonare le offese ricevute, come ha fatto Gesù?».

Il ricordo di quel giorno ancora mi commuove. Ho pensato tante volte: chissà se noi, cristiani d’Italia, con tutta la nostra scienza e teologia millenaria, avremmo la forza di perdonare come i giovani cristiani di Beddipally! Eppure lo diciamo tutti i giorni: « Perdona a noi i nostri debiti, come noi perdoniamo ai nostri debitori ». Ecco la forza del Natale, vissuto come lo vivevano i primi cristiani e ancor oggi lo vivono in tante parti del mondo missionario, dove la Chiesa nasce nella persecuzione. In Occidente noi cristiani siamo liberi di vivere e praticare la nostra fede, ma abbiamo perso l’entusiasmo della fede e il senso della “Rivoluzione dell’Amore”, portata dal Bambino Gesù nella storia dell’umanità. Auguro a tutti Buon Natale, chiedendo al Bambino di Betlemme di dare anche a noi la Grazia di ricevere lo Spirito Santo che trasformi in senso evangelico tutta la nostra vita.

Piero Gheddo

I missionari italiani e la Nuova Evangelizzazione

“Articoli di denunzia ce ne sono molti, ma abbiamo voluto premiare i racconti dove emerge il bene, nonostante le situazioni di sofferenza che accompagnano la quotidianità”. Così il presidente dell’Ucsi di Verona, Lorenzo Fazzini, il sabato 17 dicembre ha presentato i servizi giornalistici vincitori della XVII edizione del “Premio nazionale Natale UCSI” (Unione cattolica della stampa italiana), premiati nella Sala degli arazzi del Comune di Verona: cinque giovani giornalisti (tre donne e due uomini!), che hanno prodotto articoli o servizi televisivi su realtà positive che educano al bene.

“Il Premio speciale “Giornalisti e società” per il giornalismo a servizio dell’uomo a padre Piero Gheddo. Un premio alla carriera che ha voluto riconoscere il suo ruolo di “patriarca” della stampa missionaria”. Così il comunicato dell’Ucsi. Il presidente della giuria, don Bruno Cescon, direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della Conferenza episcopale triveneta, che ha patrocinato il Premio, ha aggiunto: “Abbiamo premiato Piero Gheddo, che ha visitato i quattro angoli del mondo per raccontare, con penna arguta e autorevole, la solidarietà di tanti uomini e donne di buona volontà, dediti all’altro in nome di Dio o della semplice e comune umanità”.

Nel discorsetto di accettazione ho detto che ringrazio per questo riconoscimento, che va a tutti i 13.000 missionari italiani nel mondo (preti, fratelli, suore, volontari laici), perché in 58 anni di giornalismo non ho fatto altro che portare alla ribalta il loro lavoro, visitandoli in molti paesi in Asia, Africa, America Latina e Oceania. Nel mondo globalizzato in cui stiamo vivendo, i missionari italiani sono un ponte di solidarietà e di scambi fra il popolo italiano e tanti altri popoli, non solo nel senso di aiuti dall’Italia ai poveri nel Sud del mondo, ma anche, e oggi soprattutto, di testimoniare e comunicare in Italia le ricchezze dei popoli fra i quali nasce la Chiesa. Ho raccontato che un missionario, reduce da quarant’anni di Bangladesh, mi dice
che nella sua vacanza italiana “mi chiedono sempre se faccio pozzi, aiuto gli affamati, costruisco scuole e cose del genere, mentre io vorrei comunicare che là dove nasce la Chiesa lo Spirito Santo soffia con forza e crescono cristiani entusiasti della fede, che diventano missionari fra i loro conterranei”.

La solidarietà è dare e ricevere. I missionari vengono mandati tra i popoli non cristiani per portare la “Buona Notizia” di Gesù Cristo. Poi fanno anche molte opere sociali, educative, assistenziali, di promozione umana, ma anzitutto annunziano e testimoniano la salvezza in Cristo, l’unica ricchezza che abbiamo. E i giovani cristiani delle missioni, sebbene ancora ai primi passi nel cammino di una vita cristiana, rimandano a noi il loro esempio di entusiasmo nella fede. Sanno poco o nulla del cristianesimo, ma sono molto più sensibili alla novità del Vangelo che la nostra gente cattolica da duemila anni.

I vescovi italiani, nella “Nota pastorale“ pubblicata dopo il IV Convegno ecclesiale nazionale di Verona dell’ottobre 2006, hanno scritto (pagg. 7-8): “Desideriamo che l’attività missionaria italiana si caratterizzi sempre più come comunione-scambio tra Chiese, attraverso la quale, mentre offriamo la ricchezza di una tradizione millenaria di vita cristiana, riceviamo l’entusiasmo con cui la fede è vissuta in altri continenti. Non solo quelle Chiese hanno bisogno della nostra cooperazione, ma noi abbiamo bisogno di loro per crescere nell’universalità e nella cattolicità.


Di fronte ai cambiamenti della stagione presente, abbiamo molto da imparare alla scuola della missione, dalle scelte e dalle esperienze delle Chiese sorelle, che da tempo sono provocate dalle dinamiche del dialogo interreligioso e della multiculturalità. Chiediamo pertanto ai Centri missionari diocesani a far sì che la missionarietà pervada tutti gli ambiti della pastorale e della vita cristiana”.

Belle parole, ma che faticano a trovare applicazioni concrete nella vita ecclesiale diocesana e parrocchiale. Il mio “giornalismo missionario” è sempre stato orientato su questo binario e ringrazio l’Ucsi che, attraverso il Premio alla carriera, rilancia in qualche modo questo ideale che può ispirare e aiutare la Nuova Evangelizzazione del nostro popolo.


Piero Gheddo

Elena Frassinetti – Ha sofferto la Passione di Cristo per i preti

Il Vangelo è la “Buona Notizia”, una vita secondo il Vangelo rallegra il cuore ed evangelizza chi viene a conoscerla. Per questo ne scrivo. Il 13 dicembre 2011 sono stato a Genova per il funerale di Elena Frassinetti (1919-2011), religiosa delle Figlie del Cuore di Maria (nate a Parigi nel 1792 durante la Rivoluzione francese), che viveva la sua vocazione in famiglia. Figlia di un dirigente della compagnia di navigazione Costa, con la sorella Rosetta (1916-2006) avevano avuto in casa e nella vicina parrocchia un’educazione profondamente religiosa. Due donne veramente casa e chiesa. Non si erano sposate, hanno dedicato tutta la vita alla famiglia (assistendo a lungo padre, zio e mamma), alla Chiesa e al prossimo, in un severo regime di austerità. Le ho conosciute il 15 agosto 1982 nella giornata missionaria per il lebbrosario di Marituba in Amazzonia nella loro parrocchia del Carignano a Genova e le ho sempre frequentate. Non avevano frigorifero né radio né lavatrice, né televisione. Erano  abbonate ad “Avvenire”, al settimanale diocesano di Genova e a qualche rivista religiosa. Il grande appartamento non aveva nemmeno l’impianto di riscaldamento. D’inverno vivevano in cucina, andavano a letto con la borsa dell’acqua calda. Dicevano che la mortificazione è uno dei pilastri della vita cristiana.
Vivevano ritirate, hanno sempre aiutato la loro parrocchia del Sacro Cuore e di S. Giacomo, i poveri, a volte anche la Curia diocesana. Rosetta era capace di fare i conti, andava negli uffici a sbrigare faccende burocratiche; e come infermiera  assisteva gli ammalati che si rivolgevano a lei. Elena faceva il catechismo e ricordava spesso i preti genovesi che aveva avuto suoi alunni. Ma di Elena ricordo soprattutto che da giovane religiosa aveva chiesto a Dio la Grazia di poter soffrire la Passione di Gesù per i preti e le suore in difficoltà e il Signore l’ha presa in parola. Soprattutto negli ultimi 6-7 anni ha sofferto dolori fortissimi alla schiena e al bacino: una vertebra si era spostata per un sforzo eccessivo nell’alzare Rosetta da terra. Elena camminava tutta storta, poi in un girello sostenuta dalle stampelle e infine non poteva assolutamente stare in piedi e nemmeno seduta. Aveva un’anemia fortissima e in settembre è stata ricoverata in ospedale, gli intestini si sono bloccati e non poteva essere operata. L’hanno rimandata a casa perché dicevano: “Non dura tanto”. In casa, nel suo letto, è cominciata una vera Via Crucis durata più di due mesi, con dolori lancinanti giorno e notte. Morfina e altri anti-dolorifici non le facevano più nulla, i medici stessi si stupivano di questo. Nutrita con flebo,  non poteva mangiare nè bere nulla. Nelle ultime settimane le si era bloccata la mano destra, poi anche la mano e il braccio sinistro. Tutti i  giorni riceveva l’Eucarestia, alla fine solo un frammento.
La badante bulgara, signora Elsa (“Una mia figlia non potrebbe fare di più per me”, diceva Elena), che la accudiva dal 2006 ha detto: “E’ morta molto serena e anche nella morte ha conservato un sorriso sul volto. Il giorno prima di morire le avevo detto che pregavamo perché potesse per Natale incontrare la sua sorella Rosetta, il papà e la mamma. E lei ha fatto un bel sorriso, era contenta di questo”.
Suor  Rita delle Figlie del Cuore di Maria, infermiera in vari paesi africani, ha conosciuto Elena nel 2004 quando è andata a Genova nella casa della sua congregazione. Mi dice: “Elena mi ha detto che quand’era giovane aveva chiesto al Signore di renderla degna della sofferenza. Questo mi ha colpito. E mi confidava: ho offerto la mia vita e ho chiesto al Signore di soffrire la Passione di Cristo per i sacerdoti e i religiosi in difficoltà”. Anche a me Elena ha raccontato spesso la storia di questa sua richiesta a Dio. Quando andavo a trovarla, le portavo l’Eucarestia e passavamo più d’un’ora nella sala, pregando e riflettendo assieme sul mistero della Croce. Verso la fine diceva: “Il Signore mi ha presa in parola, soffro con Lui sulla Croce e lo faccio volentieri per i sacerdoti e i religiosi in crisi”. Negli ultimi tempi, per telefono diceva: “Piero, prega il Signore che venga a prendermi presto!”. Cara Elena, ora che sei in Paradiso, è bene che si conosca il tuo modo di aiutare la Chiesa e i suoi consacrati. I buoni esempi sono Vangelo vissuto ed evangelizzano.
Piero Gheddo

Il CAV – 13.000 bambini salvati dall'aborto

Non si è mai finito di conoscere e ammirare i personaggi e le innumerevoli iniziative che nascono dalla fede in Cristo e nella Chiesa. Sabato scorso 3 dicembre, al “Circolo della Stampa”, ritrovo abituale dei giornalisti di corso Venezia 48 a Milano, ho conosciuto la signora Paola Marozzi Bonzi, fondatrice e direttrice del Centro di Aiuto alla Vita (CAV) della clinica Mangiagalli di Milano, che in 27 anni ha salvato 13mila bambini dall’aborto
L’incontro al Circolo della Stampa ha celebrato il primo anniversario del giornale on line “La bussola quotidiana”, il cui direttore Riccardo Cascioli ha lanciato la battaglia culturale contro l’aborto che, dopo i puntuali interventi di Massimo Introvigne e di Luigi Amicone (direttore del settimanale Tempi), ha toccato il suo vertice con la commovente e coinvolgente testimonianza di Paola Bonzi, consulente familiare e mamma di tre figlie, fondatrice e direttrice del Centro di Aiuto alla Vita.
Ho conosciuto brevemente la signora Paola che si è presentata dopo che avevo per un’ora risposto alle domande di Gerolamo Fazzini sul perché la missione alle genti oggi e cosa le giovani Chiesa nel Sud del mondo insegnano alla nostra Chiesa italiana. Paola mi ha detto: “Lei padre ha parlato dei missionari che fanno nascere la Chiesa dove ancora non esiste; io parlo dei volontari e volontarie del CAV che convincono e aiutano a generare il figlio mamme che sono in difficoltà e spesso tentate di abortire”. L’entusiasmo di questa mamma carismatica per la missione di salvare bambini e le rispettive mamme mi ha colpito. Anche questa è una “missione” voluta e benedetta da Dio. Ho poi letto il suo libro “Oggi è nata una mamma – Storie e sfide del Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli”, con la prefazione di Giuliano Ferrara (San Paolo 2009). Il CAV a Milano ha una solida fama e vive per l’aiuto di molti volontari e  volontarie e benefattori.
E’ nato nel 1984 per a aiutare ogni donna a scegliere la vita ed ogni bambino ad essere accolto con gioia. Una maternità imprevista, il disagio economico, l’assenza o la lontananza di amici e parenti, l’eventuale mancanza di un partner, possono far sì che l’attesa di un figlio venga vissuta con paura, ansia, preoccupazione ed un profondo senso di solitudine. Obiettivo dell’associazione è di accompagnare le donne alla nuova condizione di madre, sostenerle psicologicamente e materialmente fino all’anno di vita del bambino, aiutandole così a  superare le difficoltà contingenti e ad impostare la relazione col proprio figlio.
Il progetto di aiuto proposto, personalizzato sulla base delle necessità di ogni donna, può comprendere vari interventi: il sostegno psicologico, la consulenza dell’educatrice e dell’ostetrica per aiutare la mamma e il bimbo a crescere bene insieme, la fornitura di tutto ciò che occorre al neonato (pannolini, corredini, attrezzature) e di ciò che deve garantire il benessere della famiglia (“borsa della spesa, un sussidio di 200 Euro al mese erogato per 18 mesi), l’ospitalità temporanea.
Il CAV opera dal 1984 all’interno della Clinica Mangiagalli a Milano. I risultati raggiunti in 26 anni sono: 15.204 donne incontrate, 13.120 bambini nati, 272 nuclei familiari ospitati fino alla raggiunta autonomia abitativa; 127 bambini iscritti ai nidi famiglia gestiti dall’associazione, aperti nel 2004; 6.600.064,49 Euro destinati a sussidi in denaro. Nel 2010 le nuove utenti sono state 1.688, i bambini nati e seguiti con progetti di aiuto 995.
Paola Bonzi ha commosso parlando in modo appassionato delle “ragazze che hanno avuto una gravidanza non voluta, i sentimenti di insicurezza e di paura che sentono, di incertezza e di incapacità di portare avanti una vita, il bisogno di essere ascoltate e capite”. E aggiungeva: “Noi pensiamo subito di giudicare male casi come questi, che a volte finiscono nell’aborto, perché la società non le aiuta. Io dico: non giudichiamo, perché siamo tutti responsabili”. Ha toccato il cuore di tutti.
Mentre Paola parla penso: guarda quanto è grande il mondo e quanto multiforme la missione della Chiesa. Stamattina ho parlato della missione alle genti che per me è la vita, adesso vengo a conoscere la missione di aiutare le giovani donne a non abortire, a far nascere dei bambini e anche questa è Vangelo vissuto! La “Nuova evangelizzazione” dei popoli già cristiani da lunghi secoli sarà discussa nell’ottobre 2012 dal Sinodo episcopale della Chiesa e avrà bisogno di molti laici che prendano iniziative per testimoniare Cristo in tutti i campi della società italiana. Nessun battezzato può più essere un cristiano passivo, tutti debbiamo impegnare tempo, passione, intelligenza e denaro per dare una mano, anche con la preghiera, se vogliamo che l’Italia possa tornare ad essere un paese cristiano.
Piero Gheddo