Noi missionari e la “Nuova evangelizzazione”

Le buone notizie vanno date sempre, anche quando sembrano di scarso interesse. In Italia, come in tutte le Chiese in crisi di fede, c’è un calo sensibile dell’interesse per la missione alle genti. Siamo tutti giustamente preoccupati della decadenza della vita cristiana nella nostra Italia e nelle famiglie, molti dicono a noi missionari: “Perché portare Cristo ai non cristiani quando lo perdiamo qui in casa nostra?”.

Ecco la notizia che va contro corrente. Il primo Istituto missionario italiano, il Pime, è stato fondato a Saronno nel 1850 dal servo di Dio padre Angelo Ramazzotti, poi diventato vescovo di Pavia e patriarca di Venezia; ma nel 1851 l’Istituto (allora “Seminario lombardo per le missioni estere”) si era già trasferito a Milano. Però Saronno è rimasta la città delle nostre radici e ha dato all’Istituto numerosi missionari anche giovani.

Nel 1986 il Pime è tornato a Saronno in una casa offerta dal parroco, come comunità a servizio della parrocchia e per l’animazione missionaria, con due o tre missionari. Purtroppo, 25 anni dopo (nel 2011) si è deciso di ritirare i due missionari anziani e ammalati senza sostituirli per assoluta mancanza di personale! Pochi mesi fa sono andato col nostro superiore padre Bruno Piccolo a chiudere la casa, con molta sofferenza anche per le manifestazioni d’affetto di molte persone del quartiere. Oggi Saronno ha 40.000 abitanti e sei parrocchie, ma la grande cappella del Pime serviva bene un quartiere periferico.

Sabato 17 marzo scorso gli ”Amici del Pime di Saronno” mi hanno invitato per un pomeriggio di ritiro spirituale nella grande scuola delle suore Orsoline in centro città. Sono andato e pensavo di trovare 20-30 persone. Invece erano circa 130, anche con parecchi giovani e famiglie giovani. Il loro assistente spirituale padre Gianpiero Beretta ha celebrato la Via Crucis ricordando i martiri del Pime, poi ho tenuto una conferenza sul martirio nella Chiesa del nostro tempo e infine ho celebrato la S. Messa con un’omelia sull’impegno quaresimale di ciascun battezzato di aspirare alla conversione, che Giovanni Paolo II ha definito “il lento martirio di tutta la vita per essere sempre più simili a Cristo”.

Mi ha consolato sapere che questi Amici del Pime hanno un incontro formativo ogni mese, pregano per i missionari e le vocazioni, sostengono il seminario teologico dell’Istituto a Monza, mandano giovani a visitare le missioni, diffondono le riviste e sono in contatto con diversi missionari che aiutano nelle missioni e fanno circolare le loro lettere. Ho ringraziato il Signore di questa esperienza. In Italia, l’ideale missionario non è affatto tramontato. Siamo noi missionari che dobbiamo vivere e trasmettere questo ideale, proprio come strumento di rievangelizzazione del nostro popolo, perché “la missione rinnova la Chiesa, rinvigorisce la fede e l’identità cristiana, dà nuovo entusiasmo e nuove motivazioni. La fede si rafforza donandola!” (Redemptoris Missio, 2). Se invece la nostra presenza nella Chiesa italiana appare come quella di operatori sociali, perdiamo la nostra identità di missionari che annunziano e testimoniano Cristo, non evangelizziamo.

Piero Gheddo

“Grazie, amici buddisti!”

Il mio confratello padre Angelo Campagnoli pubblica “Grazie amici buddisti” col sottotitolo: “Vivendo con i buddisti ho capito meglio il cristianesimo” (Pimedit, Milano 2012, pagg. 82, Euro 5), nel quale non vuol parlare del buddismo dal punto di vista teorico, ma condividere la sua esperienza di vita con i buddisti, lungo tutti i 52 anni del suo sacerdozio e della sua vita missionaria. Prima in Birmania (1960-1966) quando venne espulso con più di 200 missionari giovani (18 protestanti, gli altri cattolici) dalla dittatura militar-socialista che dura tuttora; e poi, dopo il 1972, in Thailandia, dove Campagnoli venne  mandato con altri tre confratelli a iniziare una presenza missionaria del Pime nel Nord del paese. Nei primi tempi si dedicò al dialogo inter-religioso, frequentando monasteri e università buddiste e in seguito facendo anche conferenze sul cristianesimo nell’Università buddista.
Poi il vescovo di Chang Mai, del quale il Pime si era messo al servizio, l’ha mandato nella parrocchia di Phrae, cittadina capitale di provincia nel nord della Thailandia, nella quale ha fondato una grande scuola con più di duemila alunni in gran parte  buddisti ed ha fatto amicizia con la gente e i monaci buddisti.
Gli chiedo cosa vuol dire in questo piccolo libro. “In Italia – mi dice – molti pensano che più o meno tutte le religioni sono eguali, invece tra cristianesimo e buddismo, ci sono profonde differenze. Ad esempio, noi ci scandalizziamo giustamente per la divisione delle Chiese cristiane, ma il buddismo è molto meno unito. Nel solo Giappone ci sono 18 scuole diverse di buddismo, ciascuna delle quali dice che le altre sono sbagliate e nessuno si meraviglia.
“Fra cristianesimo e  buddismo vi sono molte cose che sembrano simili mentre sono profondamente diverse. Ad esempio, nel buddismo la distinzione tra bene e male è meccanica, fatalista, il karma; nel cristianesimo la vita dell’uomo è un rapporto con Dio. Quindi anche se i nostri comandamenti dal quinto in avanti li hanno anche i buddisti, però ti accorgi che è diverso. Il cristiano sa che il comandamento viene da Dio, padre misericordioso che mi ha creato e mi vuol bene e quella legge corrisponde al mio bene; il buddista non deve fare il male per paura, perché altrimenti paga la sua disobbedienza attraverso la legge del karma che verrà applicata nella prossima rinascita. Ecco la differenza. Il cristianesimo è un rapporto con Dio, è rispondere ad un amore che ci ha amato per primo; mentre nel buddhismo non c’è nessuno rapporto del genere: c’è una regola che è il karma, legge che non ha perdono”.
A Phrae padre Angelo è stato invitato dai monaci buddisti a fare loro corsi di cristianesimo. L’abate gli diceva: “Ci sono sempre più turisti stranieri che vengono a visitare il nostro monastero e ci chiedono di spiegare loro il buddismo. Invito te, che sei un prete cattolico bene inculturato in Thailandia, a spiegarci il cristianesimo, in modo che possiamo parlare a questi turisti in modo appropriato. Campagnoli faceva dei corsi di cristianesimo a questi monaci, diventando loro amico. E poi aggiunge: “Nello spiegare il cristianesimo, dicevano che io faccio un salto. Il mio non è un ragionamento logico, perché dico cose che non spiego. Io ribattevo che questa è la fede in Dio, che vuol dire fidarsi di Dio che mi ama. E loro dicevano: ma noi facciamo solo quello che capiamo”.
Il dialogo con i buddisti, questa l’esperienza di padre Angelo, è progressivo, non è un confronto tra le fedi religiose e le verità da credere, ma una graduale e vicendevole comprensione e il racconto delle proprie esperienze. A loro interessa la vita non la teologia. Dice: “Un atteggiamento battagliero che esprime in modo deciso e aggressivo le proprie idee è il modo più sicuro per allontanare il tuo interlocutore. Se gli chiudi la bocca con le tue ragioni vincenti, non lo vedi più, starà alla larga: ci tiene troppo alla sua serenità interiore. Mai tentare di dimostrare che la tua religione è migliore della sua: puoi dire tutto il bene che vuoi della tua, ma non fare mai il confronto”. E racconta questo aneddoto di uno sperimentato catechista cattolico. Un amico buddista  insisteva  perché gli dicesse quale era la religione migliore: il cristianesimo o il buddismo? Il catechista intelligentemente gli risponde: “E tu dimmi: è migliore la mia moglie o la tua?”. E la conversazione fini lì. Guai se gli avesse detto che è il cristianesimo, avrebbe forse rotto il rapporto di amicizia.
“Io ho scoperto queste cose frequentando i buddisti, dice padre Angelo. Il dialogo inter-religioso è un’esperienza difficile e delicata, siamo ancora ai primi passi in questo cammino”. E conclude raccontando un’immagine che usava il grande guru Buddhadasa: “La vetta a cui vogliamo e dobbiamo arrivare è unica, le vie di ascesa sono diverse e ciascuno pensa che sta salendo per quella giusta”. Ma, dico io, conclude Angelo, se Chi sta sulla vetta mi grida giù: “Guarda che questa è la via maestra, la direttissima, la garantita”, io non posso che voltarmi verso l’amico che sta salendo per un’altra via e trasmettergli quel grido dall’Alto. E se lui continua imperterrito la sua faticosa salita, non mi resta che alzare il capo e gridare verso Colui che sta sulla vetta: “Signore, dai una voce più chiara anche da quella parte!”. E con la mia voce magari un po’ strozzata, affidare al vento dello Spirito un “Arrivederci sulla vetta, amico buddista”. E questo non è relativismo, ma la speranza di incontrarci tutti al termine del nostro cammino poiché noi sappiamo che la salvezza di Cristo arriva a tutti, anche a quelli che non lo sanno”.
Piero Gheddo

Gesù risposta al desiderio di infinito

L’arcivescovo di Milano, card. Angelo Scola, il 7 marzo 2012, ha aperto gli incontri quaresimali dal titolo “Non di solo pane”, promossi dal Centro missionario Pime di Milano nel contesto delle celebrazioni per i 50 anni di fondazione, che hanno per filo rosso lo slogan “Contro la fame cambio la vita”.

Il cardinale, ha parlato ad un folto pubblico che riempiva la sala conferenze  (circa 230 persone) e si è detto contento di essere stato invitato a parlare al Centro missionario Pime, che ha frequentato a lungo in passato. “In particolare – ha detto -ricordo padre Giacomo Girardi col quale ho potuto collaborare in varie circostanze. Per me è anche commovente poter riannodare i rapporti di comunione affettiva con mons. Aristide Pirovano vescovo dell’Amazzonia e superiore generale del Pime, col lecchese padre Angelo Gianola e con Marcello Candia, del quale ho già potuto visitare la tomba nella parrocchia dei Santi Angeli Custodi; e sono anche onorato di poter parlare in questa sede del Centro missionario Pime, nella sua ricorrenza cinquantenaria, sede da cui si è generata per Milano, e non solo per Milano, una attitudine missionaria che è diventata cultura, favorendo così la comunicazione della fede. Perchè, come diceva il Beato Giovanni Paolo II, senza cultura, ma una cultura benintesa cioè radicata nell’esperienza, la fede non risulta convincente, soprattutto agli uomini d’oggi”.

L’arcivescovo di Milano è poi entrato nel tema della serata “Fame di mistero”, chiedendosi anzitutto cos’è il mistero, di cui gli uomini sentono fame. “La parola mistero è usata in senso metaforico. Il mistero è, diciamolo con una formula più accessibile, prima di tutto la voglia di vivere, la ricerca di qualcosa che risponda al desiderio profondo del nostro cuore. E questa ricerca dà all’uomo un carica di energia che orienta tutta la sua vita. L’uomo vuol dare volto concreto al mistero e tutti gli uomini convergono nella ricerca della felicità e della libertà, che sono i motori della nostra vita. Nel Novecento i motori di questa ricerca erano la ragione e la giustizia, nel mondo d’oggi, gli uomini portano nel cuore un immenso desiderio di felicità e di libertà. Questo – ha spiegato il cardinale – costituisce un’opportunità di evangelizzazione per la Chiesa, dato che esiste una sintonia profonda tra il messaggio del Vangelo e il sentire dell’uomo di oggi”.

Il card. Scola continua dicendo che questa voglia di vivere incontra oggi, nella società e cultura in cui viviamo, ostacoli continui. Un esempio: due giovani sposi che vivono il loro amore in modo totale, desiderano che questo amore fruttifichi, in  concreto desiderano un figlio. Mediante la loro libertà trasformano questo loro impeto di amore, questa voglia di compimento, in una scelta effettiva. Cosa che nella nostra Italia oggi, ahimé, si fa assai poco. Il gelo demografico della nostra società è gravissimo e purtroppo non ci rendiamo conto del fatto che il gelo demografico dell’Italia sembra già quasi irreversibile. Questa veramente è una tragedia.

Le mille e mille espressioni di realizzazione della fame dell’uomo d’oggi portano ad uno smarrimento del desiderio, un infiacchirsi della libertà. Le due parole di libertà e di felicità credo siano oggi le parole più in voga, più dette.  Però i cambiamenti che si sono verificati negli ultimi 20-30 anni, dopo la fine del “mondo moderno” e l’inizio del nostro “mondo post-moderno”, sono stati sconvolgenti e noi tutti ci sentiamo come pugili suonati, barcollanti, abbiamo smarrito ogni punto di riferimento. L’uomo ha messo le mani sulla genesi dell’uomo; siamo sottoposti, anche noi in Italia, con un ritmo violento ad un meticciato delle culture; oggi il collegamento istantaneo con ogni parte del mondo sconvolge i nostri ritmi di vita e di comprensione.

L’arcivescovo ha notato che questa situazione non può essere da noi affrontata con la nostalgia e il ritorno al passato, che producono solo lamento. I valori di felicità e di libertà sono quelli che Cristo propone ancor oggi, ma la Chiesa, anche per colpa nostra, viene  avvertita come qualcosa che tarpa le ali della libertà e  mortifica la ricerca di felicità. Ma Gesù ha detto: “Se il Figlio vi renderà liberi, sarete davvero uomini liberi” (Giov. 8. 36). La libertà non è scegliere senza contenuti , ma saper scegliere tra il bene e il male e il cristianesimo è il compimento dell’umano. Gesù ha assunto tutto l’umano e l’ha redento, il cuore del suo messaggio è di portare l’uomo alla felicità e alla vera libertà.

Oggi, nel tempo di pluralismo e di meticciamento culturale in cui viviamo, è soprattutto il tempo della testimonianza. Il che significa che il cristiano deve assumere tutto l’umano e che il cambiamento della società è possibile solo a partire da noi stessi. Se noi viviamo in  Cristo, diamo il nostro contributo al mondo nuovo che sta sorgendo. Il card. Scola ha poi portato alcuni esempi, dicendo che “bisogna avere il coraggio della proposta, chiamando ogni cosa col suo nome”. L’aborto è definito “interruzione di una gravidanza”, diciamo che in verità è “l’uccisione di un bambino vivo nel seno materno”; la teoria del genere che nella cultura moderna vuol confondere le carte, noi diciamo che la differenza sessuale tra uomo e donna è insuperabile perché il sesso è costitutivo dell’uomo.

La proposta cristiana dev’essere chiara: da un lato non intimistica, perché la proposta va fatta con “parresia” (cioè con convinzione, forza, entusiasmo); dall’altro evitando ogni “fondamentalismo”, perché “Gesù ha versato il suo sangue, non quello degli altri”. Come Gesù che chiamava gli uomini con dolcezza ma anche con decisione e senza tacere la verità. La stagione delle ideologie, grazie a Dio, sembra finita, quella delle utopie è tramontata. Nel recente passato si diceva che per cambiare il mondo bisognava cambiare “il sistema”, molti ci credevano e volevano fare la “rivoluzione”. Oggi si è capito che il cambiamento è possibile solo se incomincia da me. Noi cristiani dobbiamo mostrare, con la nostra vita, che la gioia di vivere e la felicità sono possibili solo mettendosi alla sequela di Cristo.

Piero Gheddo

Marcello Candia: “Signore, aumenta la mia fede!”

Siamo nel tempo della Quaresima e la Chiesa ci presenta la figura di Abramo, l’icona dell’uomo che ha fede e obbedisce a Dio, rischiando molto. Dio prova la sua fede:

-prima gli dice di abbandonare la terra in cui è nato, le sue proprietà, le conoscenze che aveva e il posto che occupava nella società e lo manda in un paese lontano, misterioso, con la promessa di farlo padre di un popolo numeroso.  Abramo parte da Ur e va dove Dio gli indica, fidandosi di lui.

-Poi lo mette alla prova dicendogli di sacrificargli il suo unico figlio, Isacco. Le religioni dei popoli che non conoscono Dio (come quelli delle Americhe pre-colombiane) chiedevano sacrifici umani e Abramo obbedisce a Dio accettando questa sua volontà. Quando Dio lo chiama risponde: “Eccomi!”.

Abramo rischia molto, perché ha fiducia in Dio, che premia la sua fede e la sua obbedienza e lo rende padre del popolo ebraico da cui nascerà, molti secoli dopo,  il Messia, il Salvatore dell’uomo. Anche per noi la fede è sempre un rischio€ come per Abramo: non è mai un possesso pacifico, ma una conquista quotidiana, continua, un dono di Dio che dobbiamo chiedere ogni giorno, “Signore aumenta la mia fede!” era la giaculatoria del servo di Dio” Marcello Candia. Io gli dicevo: “Marcello,di fede e hai tanta”; e lui rispondeva: “Piero, la fede non basta mai”.

Il Vangelo di San Marco presenta Gesù che prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li porta sopra un monte alto, in un luogo appartato e si trasfigura davanti a loro, brilla di una luce  straordinaria e le sue vesti sono bianchissime, “che nessun lavandaio potrebbe farle così bianche”. Nel Vangelo di San Marco, la Trasfigurazione è come uno spartiacque fra i due tempi della vitadi Gesù:

-Prima c’è il Gesù che cambia l’acqua in vino, che moltiplica i pani e i pesci, che guarisce i lebbrosi, i muti, i ciechi, gli indemoniati, calma le acque del lago. Un Gesù taumaturgo, diciamo un Messia potente e trionfante.

-Poi viene il crollo della sua umanità. Accusato ingiustamente, è arrestato

flagellato, coronato di spine, inchiodato alla Croce come un delinquente.

Per confermare la fede degli Apostoli in vista della Passione e della morte in Croce, in preparazione a quel finale che nessuno degli Apostoli immaginava, ecco che Gesù si trasfigura davanti a loro, per dare un altro segno della sua divinità, oltre a quello dei miracoli.

Cosa ci dice la Parola di Dio in questa Domenica? Che la fede è il fondamento della vita di ogni cristiano e che la fede vuol dire seguire Dio e seguire Cristo in ogni circostanza della nostra vita.

Tutti noi siamo stati battezzati e abbiamo ricevuto da Dio il dono della fede. Ma oggi dobbiamo chiederci: cosa conta Dio nella mia vita? E’ al primo posto oppure è un qualcosa che rimane secondario? E’ l’ispirazione che mi guida in tutte le scelte che faccio, oppiure rimane un fatto intellettuale e staccato dalla vita quotidiana?

Lo sappiamo tutti. Viviamo nell’epoca della secolarizzazione, della fede non si parla mai, Il mondo moderno ci porta a vivere come se Dio non esistesse.

Un esempio molto attuale. Il 1° marzo è morto in Svizzera Lucio Dalla, uno dei massimi cantautori italiani, ma anche un cristiano, un credente.

Il 2 marzo il quotidiano cattolico “Avvenire” aveva questi titoli o sottotitoli: “Ho ancora tanti dubbi ma Dio è una certezza” – Di sé diceva: “E’ Gesù il mio unico o punto fermo” – Quella fede nata tra i Domenicani – “Un  cercatore della verità” – Musicò i Salmi, cantò in scena per ben due Papi – Il suo portavoce Mondella: “Per lui la morte era solo la fine del primo tempo”. Nel giornale cattolico ci sono parecchi articoli sulla sua fede e di come la fede e la preghiera l’avessero aiutato molto nella vita, come diceva lui stesso.

Titoli e sottotitoli de “Il Corriere della Sera”: L’ultimo concerto e gli autografi ai fan – L’infarto dopo la colazione in albergo – “A sette anni restai incantato da Puccini” – Il genio che si sentiva un omino buffo – Aveva un sosia e lo mandava al Festivalbar  – Nella sua casa creò una “famiglia allargata” con sorelle e amici – Scoprì giovani talenti – “Era strano, aveva facoltà da pranoterapeuta”.

Ma la cosa strana è questa: Avvenire, oltre ai titoli e agli articoli sulla sua fede, aveva anche altri titoli e articoli sul genio musicale e sulle sue canzoni. Ne Il Corriere della Sera, sulla fede di Lucio Dalla non ci sono titoli né articoli e nemmeno alcun cenno: semplicemente la fede non esisteva. Ma allora, corrisponde a verità quanto testimonia Enzo Bianchi: “Aveva una fede fortissima e saldissima nell’aldilà, in Gesù Cristo, che sentiva come una presenza che gli dava senso”? E perchè il massimo quotidiano italiano (come pure altri giornali “laici” o “laicisti”) non ricorda nemmeno questo dato basilare nella vita di Lucio Dalla?

Scusatemi l’esempio, ma è solo per dire che noi viviamo in questo mondo ed è inutile lamentarsi. La Chiesa, specialmente in Quaresima, chiama tutti noi i battezzati alla conversione, cioè ad una fede che conti nella nostra vita. La crisi della Chiesa oggi è anzitutto una crisi di fede e bene ha fatto Benedetto XVI a indire l’Anno della Fede, che inizierà l’11 ottobre 2012, nel 50° anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II.

La crisi di fede nella Chiesa significa che per molti battezzati, fra i quali anche persone consacrate, la fede c’è, ma rimane una credenza sul piano intellettuale, che è ininfluente o poco influente nelle scelte che dobbiamo fare nella vita. Cioè non ci converte a Cristo, non ci fa innamorare di Cristo, una fede in Cristo che è staccata dalla vita. Secolarizzazione vuol dire questo: non più l’ateismo aperto e militante com’era a volte in passato, ma indifferenza, adesione acritica alle mode del mondo, materialismo pratico.

La prima volta che sono andato in Cina nel 1973, con una commissione tecnica ammessa anche  nel tempo della “Rivoluzione culturale” di Mao, non c’era una sola chiesa aperta. Alle varie guide chiedevamo: “Noi siamo cristiani vorremmo andare in una chiesa a pregare”. La risposta era sempre la stessa: “La Cina ha imparato a fare a meno di Dio”. Il nostro mondo “cristiano” rischia più o meno questa fine?

Piero Gheddo

“Perché dobbiamo convertirci a Cristo?”

Mancano quaranta giorni alla Pasqua e la Chiesa ci invita a prepararci per risorgere con Cristo ad una vita nuova. Il Vangelo di San Marco, col quale inizia la Quaresima, ci presenta Gesù che, dopo l’arresto di Giovanni il Battista, va nel deserto e vi passa quaranta giorni di preghiera, di tentazioni e di digiuno; poi, percorre i villaggi della Galilea annunziando il suo messaggio: “Il tempo è compiuto, il Regno di Dio è vicino: convertitevi e credete nel Vangelo” (Marco 1, 12-15).

E’ il messaggio che la Chiesa rilancia nella Quaresima ed è anche l’essenza del cristianesimo: credere in Cristo e nel suo Vangelo e convertire la nostra vita quotidiana alla vita nuova che il Vangelo ci propone.

Nel mondo non cristiano, dove i missionari vivono e lavorano, è chiaro cos’è il cristianesimo: il passaggio dalla religione tradizionale alla fede e alla vita in Cristo, unico Salvatore dell’uomo e dell’umanità. Il “primo annunzio” ai non cristiani è veramente l’annunzio di una fede  nuova, di una vita nuova.

Ma, in concreto,  cosa significa “convertirsi a Cristo?”.Ho fatto questa domanda a un missionario del Pime, padre Giuseppe Fumagalli, che da quarantatre anni vive fra i “felupe” nel nord della Guinea Bissau, una tribù nuova, dove il Vangelo è stato portato negli anni cinquanta dal suo predecessore padre Spartaco Marmugi. Siamo in una situazione missionaria: il primo annunzio del Vangelo ai pagani. La predicazione di padre Fumagalli è come quella di Gesù: “Convertitevi e credete al Vangelo”.

Padre Zé (Giuseppe) dice: “La conversione dei Felupe è rottura col passato, inizio di una vita nuova con Cristo: quindi è sacrificio, rinunzia, sofferenza, tentazione di tornare ai costumi pagani del passato, una lotta quotidiana contro se stessi. Chi decide di convertirsi sa che deve perdonare le offese, abbandonare ogni sentimento di vendetta; lasciare il culto degli spiriti, non credere più agli stregoni; avere una sola moglie ed esserle fedele, amare e dedicarsi alla propria famiglia, rispettando la moglie e i figli; non rubare, non commettere ingiustizie, ecc. Il catecumeno sa che spesso va incontro alla persecuzione o alla marginalizzazione nel villaggio, perché va contro-corrente rispetto alla comunità in cui vive. Però Dio lo aiuta e spesso posso dire che continua ad impegnarsi in questo cammino di conversione, anche perchè consolato dai buoni risultati che ottiene vivendo la vita cristiana: anzitutto si libera dalla paura degli spiriti cattivi e del malocchio, che blocca la gente comune. Il cristiano sa e crede che è sempre nelle mani di Dio e acquista una sicurezza e coscienza viva della sua fede e dei vantaggi che ne derivano, che sono tanti altri.

“Insomma – continua padre Zé – a parità di condizioni, il cristiano vive meglio e si sviluppa di più del non cristiano, io lo sperimento spesso. Ha, come si dice, una marcia in più, non ha più paura del futuro e del mistero nel quale è immersa tutta la vita dell’uomo. Dio non si lascia mai vincere in generosità”, dice padre Zè.

Il quale aggiunge che tra i felupe “la conversione a Cristo è una profonda rivoluzione nella vita dell’uomo, della famiglia, del villaggio: è la rivoluzione portata da Cristo, quella che “Dio è amore”, che cambia tutta la vita dell’uomo,della famiglia, dell’umanità. Non una rivoluzione violenta contro altri, ma una rivoluzione non violenta che incomincia nell’interno del cuore dell’uomo, quando egli decide di credere nel Vangelo e di convertirsi a Cristo: passare dall’egoismo all’altruismo, dall’odio all’amore. Oggi nella tribù dei felupe i cattolici battezzati sono circa 2.300 (altri sono nel catecumenato di 2-3 anni)  su circa 20.000 contribali in Guinea, ma la tribù è più presente nel vicino Senegal. Non sono più perseguitati, anzi sono ammirati perché portano la pace fra i villaggi, si interessano del bene pubblico, hanno famiglia più unite, sono disponibili ad aiutare i più poveri”.

Tutto questo avviene nel mondo “pagano”. Al contrario, nel nostro mondo post-cristiano non è più molto chiaro cosa vuol dire “cristianesimo” e “convertirsi a Cristo”, che è il messaggio della Quaresima. Siamo sommersi da così tanti messaggi, problemi, discussioni, cattivi esempi e scandali, molte voci, ipotesi e proposte, che per molti non è più chiaro cosa vuol dire essere cristiano. Un anno fa, il direttore dell’editrice Lindau di Torino, il dott. Ezio Quarantelli, mi ha chiesto di scrivere un libro, che poi ha pubblicato: “Padre, lei ha viaggiato molto e conosce tante situazioni umane. Mi scriva un libro in cui spiega chiaramente e in modo molto concreto come mai dobbiamo convertirci a Cristo, cosa vuol dire  e quale scopo ha questa conversione. Non con un discorso teologico e filosofico, ma in modo comprensibile e direi giornalistico, citando anche le sue esperienze; e non mi parli della vita eterna, ma della vita in questo nostro mondo”. Ho scritto il volume “Meno male che Cristo c’è”, che grazie a Dio, mi dicono che va bene nelle vendite. Non ha altro scopo che quello richiestomi dall’amico Quarantelli.

Il nostro problema, di noi battezzati e anche di noi preti, parlando in generale, è che noi ci crediamo già convertiti, per cui la parola “conversione” quasi non ha più significato. Siamo stati battezzati, cresimati, riceviamo l’Eucarestia, andiamo a Messa, preghiamo e se guardiamo al mondo attuale ci consideriamo dei buoni cristiani. Io stesso sono prete e missionario da 59 anni e se guardo alla mia vita, ringrazio il Signore della vocazione al sacerdozio e alla missione e di tutte le grazie che mi ha dato. Gli chiedo perdono dei miei peccati e poi sono tentato di pensare che, tutto sommato, la mia vita l’ho spesa per Cristo e per la Chiesa e posso starmene tranquillo.

Questo l’errore, credo abbastanza comune. Il prete, come il cristiano, non va mai in pensione, non dice mai di essere arrivato alla meta della vita cristiana, che è la conversione a Cristo, l’imitazione di Cristo. Come cristiani, noi ricominciamo sempre una vita nuova ogni mattino e soprattutto nel giorno di Pasqua. La giovinezza della vita cristiana è questa: ricominciare sempre con entusiasmo il cammino che porta all’amore e all’imitazione di Cristo, correggendo a poco a poco le nostre tendenze cattive, i nostri errori di giudizio e via dicendo. Tutto questo non è solo frutto della nostra buona volontà, ma è una grazia che Dio ci dona, se glie la chiediamo.

Piero Gheddo

Clemente Vismara: un bell’esempio di inculturazione

Un amico mi ha detto che Clemente Vismara è un missionario del passato, troppo superato dalla storia e dal cammino che ha fatto la Chiesa e la missione, per poterlo prendere a modello oggi. Penso che non sia vero. Ad esempio, oggi si parla molto, tra i missionari e i “missiologi” (gli studiosi della teologia missionaria) dell’inculturazione. I tempi del Beato Clemente questa parla non esisteva ancora, eppure, il suo genere di vita missionaria era quanto mai “inculturata”
Che tipo di missione poteva fare padre Clemente nel 1924, mandato a fondare la nuova missione a Monglin, dove nessun altro missionario aveva mai evangelizzato e lui stesso era alla prima esperienza di missione? Nell’intervista che gli ho fatto in Birmania nel febbraio 1983, così ricordava il suo apostolato dei primi tempi a Monglin (Vedi “Mondo e Missione”, gennaio 1985):
“Fin dall’inizio il mio apostolato è stato tutto un girare, a cavallo o a piedi, per i villaggi. Avevo con me tre orfani, li tenevo sempre assieme, li educavo e loro mi aiutavano in tante cose. Se c’era tanto da mangiare, mangiavamo tutti; se c’era poco, prima mangiavano loro e poi io. Andando nei villaggi portavo un po’ di medicine e poi cercavo di aiutare la gente in tanti modi: falegnameria, agricoltura, igiene, meccanica, medicina, portare l’acqua ai villaggi e la pace tra i villaggi… Quando avevo finito le medicine, il denaro e il cibo, tornavo a casa, mi riposavo un po’ e ricominciavo. Tutto era fondato sull’amicizia personale: il farsi conoscere e conoscere la gente, famiglia per famiglia, villaggio per villaggio, dire a tutti che io volevo aiutarli e fare il possibile per aiutarli davvero. Intanto, tutti vedono che sei un prete e, quando hanno preso confidenza, ti chiedono qualcosa del tuo Dio. Quante volte, alla sera, seduti attorno al fuoco, ho raccontato le storie dell’Antico e del Nuovo Testamento, di Gesù Cristo, del Papa e via dicendo. Allora, a poco a poco, prima i più poveri, poi gli altri, decidono che la religione del Padre è quella buona e chiedono di essere istruiti nella fede.
“Ma gli inizi, girando nei villaggi, non erano facili. Nei primi tempi, quando arrivavo vicino ad un villaggio, la gente fuggiva, si nascondeva nelle capanne, osservava di nascosto le mie mosse. Era la prima volta che un uomo di pelle bianca, con tanto di barba, andava in mezzo a loro. Avevo la mia tenda militare, la sistemavo accanto al villaggio, curavo i miei cavalli e preparavo da mangiare con i miei orfani. Allora, qualcuno più coraggioso si avvicinava e facevamo amicizia. Al primo seguiva il secondo, poi i miei ragazzini andavano in giro a dire che il Padre voleva bene a tutti: allora la gente si avvicinava, chiedeva qualcosa, mi portavano da mangiare ed io dicevo sempre che era buono, molto buono, benché a volte mi si rivoltasse lo stomaco…
“La mia linea di comportamento è sempre stata questa: da un lato essere contento dì tutto, dall’altro lodare quello che avevano, i loro cibi, la loro lingua, le capanne, le usanze, almeno quelle che non fossero decisamente contrarie alla legge di Dio. E poi fare felici gli infelici.
“Oggi si parla di «scelta preferenziale dei poveri» (leggo anch’io giornali e riviste che mi giungono dall’Italia). Per me non era una scelta, perché non avevo scelta. All’inizio o prendi i poveri o non prendi nessuno. Non ho quasi mai convertito gente importante e ricca, ma i rifiuti del mondo pagano: relitti umani, orfani, ammalati, gobbi, storpi, vedove, miserabili e chi più ne ha più ne metta. La mia preferenza fu sempre per gli orfani, dato che su questi monti, un po’ per la guerriglia, un po’ per la miseria, la fame, le malattie, ce ne sono in abbondanza. Uccellini senza nido, ai quali io ne offrivo uno. Sono il mio sole, la mia speranza, il mio futuro. Che mi serbino più o meno riconoscenza, poco m’importa: se stanno bene loro, sto bene pure io”.
Se questa, esclusi alcuni aspetti diciamo “tecnici” (per esempio andare a cavallo, dormire sotto una tenda), non è un’inculturazione modello, ditemi voi come potrebbe, anche oggi, un  missionario inculturarsi meglio in un popolo del tutto nuovo a cui viene mandato.
Piero Gheddo

I giovani protagonisti del Recital sul Beato Clemente

Uno degli stereotipi ricorrenti oggi è quello che i giovani non si impegnano, sono fragili, mancano di costanza e di spirito di sacrificio. Non è vero. I giovani, oggi come ieri, hanno grandi potenzialità di bene. Ma la società del passato favoriva e sollecitava il nostro impegno nella vita, ci abituava al sacrificio. Quella di oggi, che noi anziani e adulti abbiamo costruito, non offre più ideali e stimoli per grandi obiettivi, al contrario propone e quasi impone (con TV e stampa soprattutto) mode futili, goderecce che appagano i sensi ma distruggono l’uomo.

Nel teatro dell’oratorio di Limido Comasco ho assistito al Recital sul Beato Clemente Vismara (beatificato il 26 giugno 2011 in Piazza Duomo a Milano) preparato dai giovani di Agrate Brianza, Omate e Caponago, le tre parrocchie della Brianza della stessa Comunità pastorale, che hanno coinvolto, nella ideazione e preparazione, tutte le realtà dei tre centri, compresi i Comuni, la scuola di danze che c’è ad Agrate e altri enti.
Bellissimo e commovente! Se parlo, scrivo e leggo di Clemente, io mi commuovo sempre, ma si sono commossi in molti nel teatro dell’oratorio di Limido Comasco. Pensate che quel Recital ha coinvolto 150 persone per testi, regia, prove, luci e audio, spartito musicale, danze, scenografie, coreografie, sartorie, banda di suonatori, coro, attori e attrici, segreteria, ecc…
Una delle cose più commoventi sono stati i bambini e ragazzini di Vismara che ballano e giocano numerosi e le ragazze in varie fogge che danzano accompagnando la scena che si svolge. Alla fine sono saliti sul palco del teatro e non ci stavano tutti! Il finale poi è glorioso, rumoroso, grandioso e gioioso, com’era lo spirito di Clemente. Termina con un applauso corale e spontaneo che non finiscepiù, da Guiness degli applausi. Io immaginavo Clemente che sorride beato dal Paradiso: il Recital infatti è intitolato “Il padre che sorride”, i cjui meriti sono soprattutto due:
1) Anzitutto sono riusciti, in un’ora e mezzo di rappresentazione, a presentare Clemente in modo realistico e poetico, come sarebbe piaciuto a lui. E’ un quadro evocativo che commuove chi già conosce Clemente commuove e genera stupore, ammirazione e curiosità in chi ancora non lo conosce.
2) C’è dentro la spiritualità essenziale del Beato, preghiera, fiducia nella Provvidenza, amore ai bambini e ai poveri, capacità di sacrificio e di donare la vita per gli altri, gioia di vivere: infatti  è morto a 91 anni “senza mai essere invecchiato”. Con numerosi appelli alla vocazione missionaria. Ci sono dentro sia i missionari del Pime che le suore di Maria Bambina.
Don Stefano Guidi, giovane viceparroco e direttore dell’oratorio di Agrate Brianza, nel febbraio 2011 ha proposto ai suoi giovani di realizzare un Recital su Clemente Vismara, che è stato beatificato il 26 giugno scorso in Piazza Duomo a Milano.  Oggi dice: “Volevo avvicinare i ragazzi e i giovani alla figura di padre Clemente. E quale strumento migliore del teatro? Un lavoro di questo genere non si era mai fatto prima. I giovani che hanno poi sviluppato l’idea del Recital – insieme all’aiuto della regista Stefania – hanno fatto un vero e proprio lavoro di studio su Clemente: chi di loro ha portato in scena le parti principali e chi ha creato i testi e le canzoni hanno letto interamente i libri “Il bosco delle perle” e “Prima del sole”. E li hanno letti con piacere, perché Clemente, con la sua vita avventurosa e le sue lettere poetiche e geniali sono capaci di comunicare simpatia, ironia, gioia. Sono cariche di ottimismo e di fiducia. Trasmettono messaggi grandiosi e ricchi di valore, senza mai cadere nella retorica e nella pesantezza. Clemente conserva una capacità straordinaria di entrare in dialogo con i giovani. Dagli scritti e dai racconti di Clemente, i giovani – dopo un lavoro condiviso di studio – hanno tratto e selezionato i racconti più significativi, gli episodi più salienti e simpatici della sua poliedrica vita missionaria, che poi abbiamo inserito nel Recital. Un grande lavoro è stato svolto per la creazione dei testi musicali: credo che siano i testi in cui emerge con grande efficacia l’anima di Clemente. Quindi, direi che il primo obiettivo è stato raggiunto: i giovani si sono messi in dialogo con Clemente, e questo dialogo li ha fatti crescere.
“La seconda motivazione – continua don Stefano – era quella di coinvolgere i ragazzi e i giovani nella celebrazione della beatificazione. Con il parroco don Mauro siamo stati subito d’accordo nel considerare i giovani come protagonisti e soggetti attivi della festa, non solo spettatori. Così abbiamo pensato a diverse iniziative – anche molto semplici, come la stampa delle magliette – per coinvolgere i ragazzi degli oratori nella festa delle beatificazione. L’apice è stato sicuramente raggiunto dalla visita del cardinale Tettamanzi per il “Vismara day”. Non è semplice coinvolgere i giovani in progetti tanto ambiziosi e impegnativi.
“Infine, terza motivazione. Quello del recital sarebbe stato il primo vero “lavoro pastorale” che avrebbe coinvolto tutti i giovani delle tre parrocchie che formano la nostra Comunità Pastorale. E così è stato!
“Alla fine, la realizzazione del Recital ha coinvolto 150 persone di diverse fasce d’età, diventando – a tutti gli effetti – un lavoro comunitario. Ma ciò che rende qualitativamente importante questo lavoro è che tutto è stato fatto “partendo da zero”. Tutto è nato da un lavoro di studio e di conoscenza del personaggio, con l’obiettivo di comunicare i tratti salienti della sua personalità e le vicende più belle della sua vita missionaria. Il guadagno pastorale e spirituale per la comunità di Agrate è altissimo. Ormai, nei cammini giovanili, la presenza di Clemente è diventata famigliare. Spesso lo ascoltiamo negli incontri formativi, nella preghiera, nella catechesi.
“Voglio ancora aggiungere – conclude don Stefano – che mi meraviglio io stesso di come sia stato possibile costruire questa macchina complessa del Recital – disponibile  per altre rappresentazioni – in un solo anno, partendo veramente da zero nel febbraio 2011. Il gran lavoro, fino ad aprile, è stato lo studio del personaggio. Poi sono venuti gli altri impegni, i testi, le canzoni, le musiche, i costumi, le scenografie, le prove, ecc. La grande emozione del debutto di ottobre, nasceva anche dal pensiero ricorrente a due dei nostri ragazzi, che hanno condiviso la nostra idea senza poterla realizzare, perché morti poco prima in un incidente stradale! Un’ultima notizia. I giovani che hanno realizzato il Recital, sono per la maggioranza impegnati normalmente nelle nostre tre parrocchie: sono catechisti, educatori, responsabili della sala cinematografica e teatrale della parrocchia. Sono tra i miei più stretti collaboratori. In tutti questi mesi hanno portato avanti con lo stesso impegno di sempre tutte le attività dell’oratorio, e in più hanno portato a termine il lavoro consistente del Recital, disponibili anche ad eventuali repliche”.
Nell’ottobre prossimo si celebra a Roma il Sinodo episcopale sulla “Nuova Evangelizzazione” : siamo tutti alla ricerca di nuovi metodi, nuovi linguaggi, nuove iniziative per riportare il popolo italiano, soprattutto i giovani, a Cristo e al Vengelo. Il Recital su Clemente Vismara di Agrate, Caponago e Omate dimostra che quando si propone la figura di un missionario che incarna il Vangelo in una vita avventurosa e poetica, si possono coinvolgere molti giovani impegnandoli a diventare protagonisti del loro cammino di fede e di vita.
Piero Gheddo

I 50 anni del Centro missionario Pime

Sabato scorso 11 febbraio 2012 si è celebrato a Milano il 50° anniversario di fondazione del Centro missionario Pime, con due tavole rotonde nella “Sala Girardi” dello stesso Centro missionario: una sulle radici e la storia del Centro, l’altra sul Pime “in missione nella città e a servizio della città, aperti sul mondo”. C’ è stata una buona partecipazione di pubblico (150 persone) col card. Zen, vescovo emerito di Hong Kong, il superiore generale del Pime padre Gianni Zanchi, quello regionale a Milano padre Bruno Piccolo, il direttore del Centro padre Gian Paolo Gualzetti e personalità autorevoli che hanno parlato nella II tavola rotonda: Maria Grazia Guida vice-sindaco di Milano, Ferruccio de Bortoli, direttore de “Il Corriere della Sera”, Aldo Bonomi sociologo, Mariella Enoc vice-presidente della Fondazione Cariplo e mons. Giuseppe Maffi, rettore maggiore dei seminari milanesi. Prima, avevano raccontato la storia e l’attualità del Centro i padri Piero Gheddo e Massimo Casaro (in partenza per il Brasile), il laico Andrea Zaniboni. Presentatori: il direttore  di “Mondo e Missione” Gerolamo Fazzini e Anna Pozzi, redattrice della rivista.

Il tema centrale, sviluppato nella seconda tavola rotonda, è stato il ruolo e l’importanza del Centro Pime nella diocesi ambrosiana e nella città di Milano: i popoli “lontani” sono ormai vicini e il Pime in questo, hanno detto gli ospiti, è sempre stato maestro con varie iniziative culturali e di animazione giovanile. De Bortoli ha ricordato in particolare padre Giacomo Girardi, che aveva conosciuto da giovane cronista cittadino ed era rimasto colpito dalla sua disponibilità e perché gli fece conoscere il mondo in cui operano i missionari; Il Corriere ha poi pubblicato alcuni articoli di padre Gheddo. Ferruccio de Bortoli ha parlato dell’informazione oggi e ha aggiunto: “Noi dovremmo avvicinarci di più al vostro mondo”.

La vice-sindaco di Milano, Maria Grazia Guida, ha parlato della situazione degli stranieri a Milano (circa 250.000), che in non poche scuole sono numerosi (nel quartiere di via Padova circa il 70% dei bambini negli asili!) e ha ringraziato il Centro Pime per l’educazione alla mondialità nelle scuole, il Museo, la Biblioteca e altre iniziative; ha sollecitato la collaborazione alla prossima EXPO 2015, che già è avviata. La vice-presidente della Fondazione Cariplo ha parlato del finanziamento ai progetti sociali nei paesi poveri dell’Africa e della creazione di luoghi di ritrovo e di socializzazione specialmente alla periferia di Milano. La filantropia deve portare alla carità. Il sociologo Bonomi ha fatto un’indagine sociologica delle tendenze che sono vive oggi a Milano, fra le quali anche l’incontro con i diversi (rom, terzomondiali). La cultura che promuove oggi l’arcivescovo Scola è quella del “meticciamento”, che “è la cultura del Pime… Voi del Pime – ha detto – avete il sapere di conoscere questi problemi antropologici”. Ma avete anche il “sapore” da dare all’incontro tra popoli ed etnie diversi, quello della carità cristiana.

Mons. Peppino Maffi, direttore del Centro missionario diocesano dal 1992 al 1998, ha ricordato che il Pime è nato da preti ambrosiani e il rapporto con la diocesi è rimasto sempre attivo, con tempi di maggiore o minore intensità. La diocesi ambrosiana ha un forte rapporto con le giovani Chiese. Il 2007è stato l’anno in cui si sono avute il minor numero di ordinazioni sacerdotali, solo 12; però lo stesso anno 12 sacerdoti ambrosiani sono partiti come “fidei donum” per le missioni. Il Pime ha ancora un grande compito e ruolo in diocesi, come animazione del popolo di Dio alla missione ad gentes, che gli ultimi tre arcivescovi, Martini, Tettamanzi e adesso Scola hanno promosso e ancora promuovono.

Piero Gheddo

”Lei ha sbagliato numero, io molto di più"

Telefono fuori Milano alla famiglia di un confratello in vacanza dall’Africa, al numero dell’Annuario del Pime. Mi risponde una voce maschile, penso sia la sua e dico: “Caro padre Giovanni…”; l’altro ribatte: ”Qui non c’è nessun Giovanni, lei ha sbagliato numero” e chiude.

Dopo un po’ ritento, pensando di aver sbagliato la digitazione del numero. Sento ancora “Pronto?” dalla stessa voce e dico:

Mi scusi, sono ancora io che cerco un missionario….. e si vede che sbaglio ancora numero.

Ma lei chi è?

Sono un missionario anch’io e chiedo scusa.

Un missionario? Ma, caro padre, lei ha sbagliato numero, ma io ho sbagliato molto più di lei.

Ma non mi dica.

Eh, sì, ho sbagliato moglie.

In che senso?

Non era la donna adatta per me e adesso ci stiamo separando.

Avete avuto figli?

Fino adesso no, ma…

Ne segue una chiacchierata che l’amico interrompe dicendo che mi richiama lui. Infatti così avviene e siamo andati avanti una mezz’oretta. Il Signore mi ha aiutato a ricordargli i fondamenti di un matrimonio felice, quelli del Vangelo e della Tradizione cristiana, oltre alla preghiera per chiedere l’aiuto del Padre. Ne abbiamo discusso e l’amico mi ha poi ringraziato. A volte noi preti ci chiediamo come si può realizzare la “nuova evangelizzazione”. Nell’ottobre 2012 si celebrerà a Roma il Sinodo episcopale sulla “Nuova evangelizzazione”, cioè su come riportare al Vangelo e alla vita cristiana i popoli, come il nostro italiano, che in buona parte stanno perdendo la fede. E’ un problema che deve appassionare tutti, non solo vescovi e preti, perché la crisi morale e della famiglia si supera solo col ritorno a Cristo.

Se è vero che il Vangelo e la vita cristiana si trasmettono da persona a persona, come scrive San Paolo ai Corinzi (1 Cor, 15, 1-3): “Vi ho trasmesso l’insegnamento che anch’io ho ricevuto”, Paolo VI precisa: “Nessuna definizione parziale e frammentaria può dare ragione della realtà ricca, complessa e dinamica, dell’evangelizzazione” (Evangelii Nuntiandi, 17). Essa appare piuttosto “un processo complesso e dagli elementi vari” e comprende “la testimonianza di vita, la predicazione vivente, la liturgia della parola, la catechesi, l’uso dei mass-media, il contatto personale…” (nn. 41-48).

Ecco gli elementi che riguardano tutti: “la testimonianza di vita… il contatto personale”. Tutti i battezzati sono chiamati a questo. Viviamo in una società secolarizzata, nella quale è difficile parlare della fede, del Vangelo, della preghiera, della vita cristiana; in genere, anche nelle nostre famiglie e nelle comunità religiose, si parla di tutto, politica, economia, lavoro, salute, sport, che tempo fa, ecc. La fede e la preghiera non c’entrano quasi maia. Sono come “hobby” privati, personali, ciascuno se li gestisce per conto proprio. E’sbagliato, è un frutto amaro della cultura materialista in cui viviamo. Introdurre nel discorso questi temi è già un portare l’attenzione sui problemi che più contano nella vita di tutti..

Quanti contatti personali abbiamo nella giornata con persone in difficoltà, sofferenti, depresse, scoraggiate, che sono pessimiste e cercano il senso della vita. E’ molto facile e tranquillo cavarsela con qualche parola d’incoraggiamento. Il cristiano, che va contro-corrente, trova l’aggancio per orientare il discorso sulla fede e la vita cristiana, su Gesù e Maria… Non è facile, lo so. Ma se la nostra vita è’orientata a Dio e a Cristo, se la “preghiera continua” è sempre sulle nostra labbra e nel nostro cuore, se la grazia che chiediamo a Gesù è di imitarlo sempre più, ci viene spontaneo e quindi naturale orientare anche le nostre conversazioni al tema che più ci appassiona, ci conquista, ci emoziona. Ecco quel che la Chiesa chiede a tutti i battezzati, specialmente ai preti, alle suore, alle persone consacrate.

Piero Gheddo

Le suore di clausura pregano per la Chiesa in Cina


Le notizie che giungono dalla Cina sulla situazione in cui si trova la Chiesa sono preoccupanti. Due missionari del Pime, i padri Angelo Lazzarotto e Piero Gheddo, a nome del Pime (che lavora nell’”Impero di mezzo” dal 1858), hanno preso l’iniziativa di coinvolgere i circa 530 conventi femminili di clausura in Italia per una campagna di preghiere, mandando in omaggio il volume “Una vita per la Cina” (EMI 2011, pagg. 363) con le lettere del martire padre Cesare Mencattini (1910-1941) commentate da padre Lazzarotto e inviando due lettere che spiegano alle sorelle il perché di questa iniziativa.
La Chiesa di Cina “oggi è una bella speranza per la Chiesa universale e soprattutto per la missione in Asia, il continente in cui vivono l’80-82% dei non cristiani di tutto il mondo!”, ma “attraversa il più difficile e decisivo momento della sua storia recente, perché corre il pericolo di dividersi e di cadere in uno scisma, una parola drammatica che ricorda altri tristi tempi nella storia millenaria della Chiesa di Cristo”, scrive padre Gheddo che da trenta e più anni manda ai conventi femminili  di clausura i suoi libri sulle missioni e altri dell’Ufficio storico del Pime.
Padre Angelo Lazzarotto, già missionario ad Hong Kong e profondo conoscitore della Chiesa di Cina attraverso decine di viaggi, illustra brevemente, secondo la sintesi di “Asia News”, una crisi “innescata il 20 novembre 2010 quando le autorità comuniste decisero di imporre una ordinazione episcopale nella città di Chengde (provincia Hebei) senza l’accordo del Papa”. “Nell’estate del 2011, il governo ha imposto due altre ordinazioni episcopali, il 29 giugno a Leshan (prov. Sichuan) e 14 luglio a Shantou (prov. Guangdong), anche se gli erano stati comunicati i motivi per cui il Papa non poteva dare la sua approvazione. Così la Santa Sede ha dovuto dichiarare che i due sacerdoti che accettarono di farsi ordinare vescovi contro le leggi della Chiesa sono incorsi automaticamente nella scomunica. La Cina ha protestato”.
“Purtroppo – osserva padre Lazzarotto – il governo comunista non esita ad usare le lusinghe e anche la violenza fisica per raggiungere i suoi scopi. Nell’ultimo anno ha mandato addirittura la polizia per costringere vari vescovi sia a partecipare all’Assemblea del dicembre 2010, che ad eseguire quelle Ordinazioni episcopali. Il governo ha creato per questo l’Associazione Patriottica dei cattolici, che finisce per emarginare i vescovi. Questo assurdo uso della forza per imporre specifiche scelte religiose disonora il prestigio della Nuova Cina di fronte al mondo. Non pochi osservatori e studiosi dicono che ci sono fazioni di estrema sinistra che stanno tentando di prendere il sopravvento nell’apparato governativo: non dimentichiamo che si sta preparando un importante congresso del Partito comunista, che dovrà rinnovare i vertici del potere.
Quanto alle prospettive per la Chiesa in Cina, “c’è bisogno, certo, di nuovi vescovi. Ma la Chiesa di Cina si trova in una vera emergenza perché per 30 anni, con la chiusura di tutti i seminari, non era stato ordinato alcun prete. Oggi i possibili candidati all’episcopato sono tutti giovani sui 35-40 anni, che mancano spesso di esperienza. Così, accanto a numerosi vescovi e altri delegati che hanno cercato in tutti i modi di rifiutare la partecipazione ai fatti sopra ricordati, non mancano di quelli che non hanno saputo opporre resistenza. E’ difficile sapere quanto spontaneamente lo abbiano fatto, perché spesso sono preoccupati di assicurare il funzionamento delle strutture indispensabili alla vita ecclesiale, dato che il controllo sulle finanze diocesane spesso è in mano ai membri dell’Associazione patriottica. E’ noto che molto denaro fluisce attraverso l’Associazione a un numero crescente di diocesi, seminari e parrocchie, per cui chi non coopera col governo deve pagare un grosso costo finanziario. E, come sempre accade, accettare denaro significa una perdita di indipendenza”.
In questo quadro, “vari tentativi del passato di trovare un’intesa anche con le autorità della Cina comunista sono falliti per il sabotaggio di forze interessate a mantenere lo stato di conflittualità. Ma Benedetto XVI, come già i suoi predecessori, non perde occasione per esprimere la sua fiducia nella Chiesa che vive in Cina, come pure la grande stima che nutre per il popolo cinese e il suo rispetto per il governo che lo guida”. E “anche le autorità di Pechino non ignorano il notevole prestigio di cui gode sul piano internazionale la figura del Papa. Per cui anch’esse ripetono di essere disponibili a migliorare le relazioni col Vaticano”.
“Un dialogo costruttivo va cercato, a mio avviso, sul terreno pratico. Le comunità cattoliche desiderano collaborare alla pace sociale e prodigarsi per il bene comune. Ma bisogna che sia assicurata alla Chiesa la possibilità di operare secondo le proprie tradizioni. E nella scelta di candidati all’episcopato è indispensabile che si tratti di sacerdoti idonei sul piano dei requisiti personali ed ecclesiali; e non si può accettare che alcuni organismi, voluti dallo Stato ed estranei alla struttura della Chiesa, si pongano al di sopra dei vescovi stessi nella guida della comunità ecclesiale. Lo ha detto chiaramente anche Papa Benedetto XVI”.
Per raggiungere un accordo valido e duraturo, a giudizio di padre Lazzarotto, “occorre, credo, un vero miracolo. C’è bisogno, quindi, di una crociata di preghiere, sapendo che ‘nulla è impossibile a Dio’. Per questo Papa Benedetto XVI ha chiesto più volte ai cattolici di tutto il mondo di unirsi all’invocazione dei loro fratelli e sorelle della Repubblica Popolare Cinese. Essi hanno una grande fiducia nella Vergine Maria, che venerano in molti santuari; specialmente a Sheshan (vicino a Shanghai) la invocano come Aiuto dei Cristiani. In particolare, il Papa raccomanda di chiedere che l’intercessione di Maria possa “illuminare quanti sono nel dubbio, richiamare quanti hanno sbagliato, consolare quanti soffrono, e dare forza a quanti sono attratti dalla lusinghe dell’opportunismo”.

Piero Gheddo