E' bello fare il prete, è bello fare il missionario

                      

 

      Nel 2011 a Barlassina  in provincia di Milano (circa 6.000 abitanti) celebra il centenario della nascita di tre bambini che sono diventati missionari del Pime. Una celebrazione sentita da lla gente e solennizzata da un piccolo libro, una ricca mostra fotografica dei tre missionari, alcune cerimonie religiose e una conferenza nel teatro dell’oratorio maschile, con circa 300 ascoltatori compresa la signora sindaco del paese, il parroco don Sandro Chiesa e altri tre sacerdoti. Il 15 ottobre ho tenuto la conferenza, illustrando brevemente i tre padri, che ho visto tutti e tre all’opera: Luigi Galbusera in Birmania, Luigi Pozzoli in India e Luigi Roncoroni in Brasile (negli anni ottanta è stato al Centro missionario Pime di Milano).

     Nella seconda parte della conferenza, in accordo col parroco don Lorenzo Chiesa, ho parlato della vocazione missionaria oggi. Tre punti, partendo dal messaggio del Papa per la Giornata missionaria mondiale che si celebrerà in tutto il mondo cattolico domenica 23 ottobre prossimo:

     1)  La missione alle genti è sempre più necessaria e urgente, specialmente in Asia dove il progresso economico e sociale fa capire a molti che solo il cristianesimo dà risposte ai problemi della modernità perché solo il cristianesimo umanizza l‘uomo. Le religioni tradizionali si scoprono inadeguate  al mondo moderno e vogliono modernizzarsi imitando in tanti modi le Chiese cristiane, ma molti capiscono che i principi di quelle religioni non vanno d’accordo con lo sviluppo moderno, la dignità e l’uguaglianza dell’uomo e della donna.

 

      2)  La missione della Chiesa è di tutti i battezzati: il dono della fede e il battesimo rendono missionari di Cristo (Marcello Candia). In Corea ad esempio non si capisce il cattolico passivo. Molte conversioni di adulti (300-400 adulti l’anno in media per ogni parrocchia) e nel catecumenato di due anni i catecumeni debbono impegnarsi a servizio della parrocchia per l’annunzio di Cristo ai non cristiani, secondo le capacità e le possibilità dei singoli. I cattolici sono “attivi” nella Chiesa, non passivi. Per rievangelizzare l’Italia dobbiamo essere attivi anche noi tutti.

 

     3)  Se il Signore vi chiama non ditegli di no. Dopo 58 annidi sacerdozio vi posso dire che è bello fare il prete, è bello fare il missionario. Se vi date tutti a Cristo e alla Chiesa di Cristo, avete una vita piena, serena e felice, pur con tutte le difficoltà e sofferenze di ogni uomo. Un giovane o una ragazza che si fanno missionari, prete, fratello o suora, non sono una perdita per la famiglia e la parrocchia, ma il segno più bello della fede e della generosità di quella famiglia e parrocchia. E Dio non può non ricompensare quell’atto di generosità nel lasciar maturare e partire una vocazione per la missione alle genti.

      Le reazioni sono state positive. Sono semi che si gettano e  che maturano, speriamo, con la preghiera.  

                                                                    Piero Gheddo

Quando gli ospedali erano "la casa di Dio"

 

 

      Il titolo può sembrare strano. Ma non è così. Ho appena letto un libro che racconta, in modo documentato, come nella storia dell’umanità gli ospedali sono nati dalla Chiesa cattolica e dai cristiani, animati dalla parola di Gesù (“Curate infirmos”, Luca 9, 2) e dal comandamento evangelico di amare il prossimo come noi stessi. Un volume interessante che si legge come un romanzo ed è autentica storia, da non dimenticare dato che c’è ancora chi non vuol riconoscere le radici cristiane dell’Europa (e le università non sono nate anch’esse dalla Chiesa?): Francesco Agnoli, “Case di Dio, ospedali degli uomini – Perché, come e dove sono nati gli ospedali – Con prefazione di Giancarlo Cesana”, Fede e Cultura, Verona 2011, pagg. 121.

     Nel mondo greco-romano non esistevano gli ospedali, anche se la medicina è nata in Grecia (Ippocrate, Esculapio, Galeno). Quindi in qualche modo si curavano gli ammalati. Platone però riteneva che “sono degni di cura solo i cittadini liberi e soprattutto quelli che possono guarire sicuramente”. Sono stati i cristiani ad iniziare la cura sistematica dei malati, di tutti gli ammalati, e dopo la conversione di Costantino sorgono gli ospedali sotto l’egida di monaci, suore e ordini religiosi. Ne vennero fondati a  migliaia grazie a lasciti di devoti.

     Agnoli ricorda che il primo ospedale di cui si ha notizia sicura venne fondato dalla patrizia Fabiola a Roma nel 390 dopo Cristo. Fabiola si convertì a Cristo e dedicò il resto della sua vita alle opere di carità. Ecco cosa scrive K. Haeger, storico della medicina: “Fabiola riuniva tutti gli ammalati raccolti per le strade, occupandosi personalmente degli infelici e delle vittime della fame e delle malattie”. I numerosi ospedali nati nel Medioevo, in genere presso monasteri, venivano chiamati “Domus Dei”, “Casa di Dio”, “Hotel-Dieu” in Francia, come ancor oggi sono indicati gli ospedali maggiori. La fioritura degli ospedali e della cura dei malati nasceva dalla fede, dall’identificazione del povero e del malato con Cristo sofferente. In una storia della Medicina medievale si legge che mentre le autorità civili non s’interessavano della cura sistematica degli ammalati, “questi centri medici monastici non furono soltanto ricoveri ospedalieri, ma centri di insegnamento dove accorrevano giovani desiderosi di apprendere le nozioni mediche dei manoscritti greci e latini, gelosamente conservati in quelle abbazie e dove accorrevano tutti per farsi curare”. I monaci insegnavano la medicina e distinguevano tra “Medicina soprannaturale”, cioè la cura delle malattie dell’anima, e la “Medicina naturale” con la cura dei malati, lo studio e l’insegnamento della scienza medica.

 

     Anche nei tempi moderni gli ospedali sono nati dalla Chiesa. L’Italia si mostrò all’avanguardia, com’era sempre stato il paese di Cassiodoro, dei benedettini, della “scuola medica” di Salerno, dell’Ospedale del Santo Spirito, delle prime università e poi della chirurgia nel XIII secolo. Bologna, Padova, Roma furono per secoli, nel campo della medicina, punti di riferimento per l’Europa intera. Del resto, Agnoli riferisce che lo stesso Martin Lutero, per nulla tenero verso l’Italia “papista”, nel suo viaggio a Roma afferma nei suoi “Discorsi conviviali”: “(Gli ospedali in Italia) sono costruiti con edifici regali, ottimi cibi e bevande e sono alla portata di tutti… Accorrono qui delle spose onestissime, tutte velate, servono i poveri e poi tornano a casa. L’ho visto a Firenze con quanta cura sono tenuti gli ospedali. Così anche le case dei fanciulli esposti, dove i fanciulli sono alloggiati, nutriti ed istruiti in modo eccellente”.

     Interessante il capitolo intitolato “Le cause teologiche della nascita degli ospedali”, perché dimostra come mai gli ospedali sono nati dalla Chiesa e dai cristiani e cita tre passaggi:

     – solo nel cristianesimo Dio si è fatto uomo in Cristo, che ha rivelato la bontà e la misericordia di Dio e ci ha dato il comandamento dell’amore verso tutti gli uomini;

     – nella sua vita terrena, Gesù è stato guaritore di corpi e di anime e lui stesso sofferente, come dicevano i teologi medievali: “Christus medicus et infirmus”;

     – infine, in età medievale, la Passione di Cristo, profondamente meditata, rende ancor più chiaro il dovere dei cristiani verso coloro che portano qualsiasi tipo di croce. Di qui la definizione presente negli statuti degli ordini ospedalieri: “Domini nostri pauperes”, i nostri padroni sono i poveri.          

     L’ultimo capitolo del volume di Francesco Agnoli è intitolato “Fuori dell’Europa cristianizzata” e ricorda che in America Latina, in Asia e in Africa i primi ospedali  sono stati fondati dalle missioni cattoliche e protestanti e ancor oggi la sanità delle Chiese cristiane occupa un ruolo importante in non pochi paesi, dove i cristiani sono infima minoranza, l’India ad esempio e il Bangladesh, per non parlare dell’Africa nera.

                                                                                              Piero Gheddo 

 

Il Beato Paolo Manna, profeta delle missioni

      

    Dieci anni fa, il 4 novembre 2011, Giovanni Paolo II proclamava Beato il missionario del Pime padre Paolo Manna, che nel 1916 aveva fondato l’Unione Missionaria del Clero, oggi Opera Pontificia. Nel discorso ai pellegrini venuti a Roma per la beatificazione il Papa diceva: “Con la sua esistenza completamente spesa a favore della causa missionaria,  (il Beato Paolo Manna) fu un autentico precursore delle intuizioni e delle indicazioni del Concilio Ecumenico Vaticano II”.

    Perché è importante ricordare e studiare questo Beato? Perché richiama ancor oggi il principio che ha orientato il Concilio Vaticano II: la Chiesa è fatta per evangelizzare l’umanità. Paolo VI  ha scritto che scopo del Concilio è stato di “rendere la Chiesa del XX secolo sempre più idonea ad annunziare il Vangelo all’umanità” (Evangelii Nuntiandi 2). Il beato Paolo Manna era convinto che l’evangelizzazione del mondo dipende in gran parte dai sacerdoti: “Se i preti sono missionari, il popolo cristiano lo sarà egualmente; se i preti non vivono la passione di portare Cristo a tutti gli uomini, anche il mondo cristiano non potrà fare miracoli”. Il tono è il suo, appassionato, un po’ eccessivo nelle affermazioni, ma sincero, diretto, esprime con forza quel che vuol dire.

     Nel testo inedito “Il cammino di un’idea” il beato padre Manna scrive: “Il mondo l’hanno convertito i sacerdoti, che per questo furono creati…. Se diamo uno sguardo al mondo, dobbiamo dire che tutto quanto vi ha in esso di grande, di nobile, di santo, è ispirazione del Vangelo e realizzazione di sacerdoti. Non c’è elemento per cui il mondo è diventato cristiano e civile, che non faccia capo all’opera dei sacerdoti di Gesù Cristo. Se il mondo è per tanta parte buono e santo, è perchè così lo hanno fatto i sacerdoti; e se non è migliore e più santo, è ancora dove e quando l’opera dei sacerdoti è stata deficiente… Quale triste spettacolo offriamo noi sacerdoti quando, sfiduciati, lamentiamo impotenti la deplorevole condizione di gran parte del mondo e dei nostri stessi paesi cristiani, quasi per piangere il fallimento del nostro ministero, il fallimento di Dio! Ma Dio non fallisce mai e non può venir meno la Chiesa; può però fallire un ministero di uomini deboli e inetti per un’opera sì soprannaturale e divina…”.

    L’Unione missionaria del clero, alla cui fondazione partecipò in modo decisivo il beato mons. Guido Maria Conforti, arcivescovo di Parma e fondatore dei missionari Saveriani, aveva lo scopo di infiammare i sacerdoti dell’amore di Cristo e poi “accendere in tutto il popolo cristiano una grande fiamma di apostolico zelo per la conversione del mondo”. E più avanti, in un articolo del 1934 su “Il Pensiero missionario”, padre Manna si lamentava perché nell’Unione missionaria si stava travisando lo spirito degli inizi, riducendo l’associazione ad uno strumento volto ad impressionare, a commuovere per far denaro: “L’opera di Dio non si muove con questi mezzi”.

    Ecco la profezia del Beato padre Paolo Manna, che da superiore generale del Pime (1924-1934) ha scritto 23 “Lettere ai missionari”, poi pubblicate nel volume “Virtù Apostoliche” (IV edizione Emi 1997, pagg. 460), che è stato definito “un vero trattato di spiritualità della missione, maturato nell’esperienza sul campo, un classico della letteratura missionaria dei tempi moderni”. A dieci anni dalla beatificazione, il beato Manna è più che mai attuale. Ancora Giovani Paolo II, nel discorso per la beatificazione di padre Manna (4 novembre 2001) ha detto: “In tutte le pagine dei suoi scritti emerge viva la persona di Gesù, centro della vita e ragion d’essere della missione. In una delle sue Lettere ai missionari egli afferma: “Il missionario di fatto non è niente se non impersona Gesù Cristo… Solo il missionario che copia fedelmente Gesù Cristo in se stesso… può riprodurne l’immagine nelle anime degli altri” (Lettera 6).

                                                                  Piero Gheddo

La fede entusiasta dei cirstiani papua

                 

     Nelle nostre Chiese millenarie abbiamo perso l’entusiasmo della fede dei primi tempi dopo Cristo. Anche nei buoni fedeli che frequentano le nostre parrocchie ci sono molti valori e virtù, ma non viviamo più la fede con lo stupore e la commozione che hanno i neofiti là dove la Chiesa sta nascendo adesso.

     Ad esempio nella lontana Papua Nuova Guinea, da cui viene mons. Cesare Bonivento, missionario del Pime e vescovo di Vanimo dal 1992 (vedi il Blog del 2 ottobre scorso). Bonivento mi dice: “Un aspetto tipico e sorprendente della PNG è l’entusiasmo della fede in chi si converte a Cristo e la voglia di parlare, di comunicare la fede, l’amore a Cristo”.

 

     L’amico Cesare, mio redattore a “Mondo e Missione” negli anni sessanta, mi racconta che in PNG le sette pentecostali (di origine protestante) “convertono” rapidamente molti tribali portando loro la Bibbia (o alcune parti di essa) e lasciando a tutti piena libertà di parola. Nelle assemblee delle sette, tutti parlano, parlano e i nostri cattolici a volte dicono: non possiamo partecipare così alle funzioni, perché parla sempre il prete. La nostra liturgia è più strutturata e in chiesa parlano solo il sacerdote o il diacono. Ma al di fuori della liturgia c’è spazio per tutti. Anche i cattolici vogliono parlare nelle piazze e il vescovo li incoraggia a dare la loro testimonianza di fede e di conversione a Cristo, dicendo sempre che non parlano a nome della Chiesa, ma per testimoniare la loro fede.

 

     “Allora dice Bonivento – i cattolici si organizzano e parlano nelle piazze, nei mercati, dove si raduna la gente. Questi gruppetti di cattolici portano con sé anche i suonatori, la banda musicale per fare un po’ di musica, portano gli altoparlanti e poi predicano e la gente è contenta, vengono a sentirli. Io dico sempre a loro che la predicazione deve essere accompagnata dalla testimonianza della loro vita e dalla preghiera, altrimenti non funziona e può anche scandalizzare.

     “Ma il dato fondamentale è che questa gente vuole esprimere se stessa, vuol comunicare agli altri la gioia di aver incontrato Cristo. Anche le donne, non solo gli uomini, predicano volentieri. C’è la direttrice delle poste di Vanimo, persona colta e laureata, che predica e racconta a tutti la storia della sua conversione a Cristo. Vengono a chiedere a me vescovo non il permesso, ma se non ho niente in contrario. Io dico di no ma faccio le raccomandazioni necessarie.

     “Non soltanto loro predicano volentieri, ma la gente è contenta di questo. Se vai nella capitale Port Moresby, trovi predicatori da tutte le parti. Un po’ lo fanno per i loro interessi, ma c’è anche l’aspetto positivo, anche nelle sette. Perchè parlano e predicano per convinzione personale: per loro l’incontro con Cristo e la conversione a Cristo è un fatto rivoluzionario che cambia la vita, sperimentano la dolcezza e la bellezza di aver trovato il Messia. In tutto questo c’è una componente fortemente emozionale. Loro esprimono una convinzione personale, una storia personale. Gesù Cristo lo sentono profondamente e vogliono raccontarlo a tutti”.

 

      Chiedo all’amico vescovo se la predicazione dei preti deve adattarsi a questo modo di predicare più immediato, non teorico ma molto concreto. Risponde: “La nostra predicazione in PNG è molto diversa da quella in uso in Italia, che è più teorica, là è molto pratica e fatta di episodi, di fatti, di esperienze. Nella predicazione viene usata molto la Bibbia e poi i fatti della vita. Ho dei sacerdoti che vengono dall’India e sono fantastici. Predicano e raccontano delle storie e la gente li ascolta volentieri. Quali storie?  Storie bibliche o evangeliche, loro storie personali, fatti che tutti conoscono, parabole, episodi quotidiani. Il Vangelo è trasmesso attraverso il racconto, la notizia, la vita. Anche una piccola storia, breve, breve, però che ha un significato. Non dev’essere molto lunga. Ad ogni modo, la predicazione dev’essere molto concreta. Tu non puoi andare in Papua con un documento della Chiesa o del Papa e leggerlo. No, devi trasmettere quel contenuto attraverso una storia, come Gesù quando racconta la parabola del buon samaritano o tante altre parabole, per dare un messaggio di salvezza”.

     

     “Certamente è un modo di predicare che per noi missionari è difficile, bisogna adattarsi, faticare, mentre loro lo fanno naturalmente. Noi siamo abituati a trasmettere la verità teorica, loro parlano della vita e il Vangelo va incarnato in quel modo di predicare, che per loro è spontaneo, mentre a noi richiede uno sforzo di riflessione, di preparazione. Loro condividono con gli altri quello che hanno nel cuore, non hanno vergogna di parlare di se stessi e della loro esperienza religiosa, non hanno vergogna di Gesù Cristo, non hanno vergogna di appartenere alla Chiesa cattolica, non hanno vergogna di dire che sono devoti di Gesù e della Madonna. Per loro essere cattolici è un grande dono ricevuto da Dio e debbono trasmetterlo ad altri”.

 

    Chiedo a mons. Bonivento se pensa che tutto questo è esemplare anche per noi cattolici italiani. Risponde:  “In Italia c’è una cultura secolarizzata per cui la fede è un affare privato, un hobby  di cui non si deve dire nulla per non fare brutta figura. In Papua invece, molti cristiani sono proprio neofiti e la fede è la gioiosa scoperta della vita, che li rende entusiasti di quel dono ricevuto da Dio. Raccontano la loro conversione e lo fanno per condividere il dono ricevuto anche a quelli che non credono. Io dico sempre che devono anche dire che la forza per rimanere fedeli a Cristo e alla Chiesa la ricevono dai Sacramenti, Battesimo, Cresima, Eucarestia, remissione dei peccati, partecipazione alla S. Messa e alle cerimonie religiose. Questo perché gli altri predicatori cristiani parlano contro i Sacramenti e noi dobbiamo raccontare come i Sacramenti della Chiesa sono la via attraverso cui lo Spirito Santo ci dà la forza per rimanere fedeli di Cristo.

     “Comunque, in generale, quello che accomuna tutti i papua che credono in Cristo è di comunicare agli altri la fede ricevuta come un dono. Credo che, specialmente in questo “mese missionario” di ottobre, anche i cristiani d’Italia dovrebbero sentire il dovere di dare una testimonianza della loro fede anche con la parola, oltre che con la vita. Cioè parlarne liberamente quando è opportuno e forse necessario, senza vergognarsi del Vangelo”.

                                                                       Piero Gheddo

Nasce una nuova parrocchia e il vescovo non lo sa

 

  

      Domenica 23 ottobre si celebra in tutto il mondo cattolico la Giornata missionaria mondiale. Nelle missioni nasce la Chiesa, lo Spirito Santo è sempre all’opera ed a volte si manifesta in modo imprevisto.  Parlo a Milano col mio confratello mons. Cesare Bonivento, vescovo di Vanimo in Papua Nuova Guinea, che mi racconta la sua ultima avventura in quel grande paese dell’Oceania. “Ho inaugurato, mi dice, una parrocchia della quale non sapevo nulla”. Gli chiedo perché e dice: “I miei cristiani sono giovani ed entusiasti della fede, la mia diocesi è molto grande, montagnosa e forestale, con poche strade. E’ successo che un gruppo di battezzati, nell’interno del territorio non ancora del tutto esplorato, hanno costruito la loro parrocchia e poi mi hanno chiamato a inaugurarla. Allora dico a chi è venuto ad invitarmi: come mai avete fatto una parrocchia senza dirlo al vescovo?”. E mi ha raccontato la storia.

 

      In una parte della diocesi di Vanimo considerata “territorio protestante”, un gruppo di cattolici molto fervorosi lavorano per una “Logging Company”, una Compagnia che viene dalla Malesia e disbosca la foresta. Vivono in un accampamento di baracche di legno con le loro famiglie, ma non avevano una chiesa. Così vanno dal datore di lavoro e gli dicono che hanno bisogno di una chiesa cattolica. Il datore di lavoro ha tergiversato un po’, poi ha capito che la costruzione della chiesa è a vantaggio della Compagnia, perché quando c’è la religione e la chiesa, viene il prete e la gente è più contenta, va d’accordo, lavora meglio. Il datore di lavoro, che è un protestante malesiano, ha costruito la chiesa in legno, ma fatta bene, solida, elegante, bella . Mons. Bonivento continua: “Sono andato in quell’accampamento e sono rimasto davvero meravigliato. Pensa che io, come vescovo cattolico, non mi sarei nemmeno osato di avventurarmi in quel territorio che i protestanti si erano riservati. Invece, nasce una parrocchia cattolica, proprio in una posizione centrale per il territorio, dalla quale si possono visitare facilmente molti villaggi. Comunque sono andato ad inaugurare la chiesa ed è stata una bella festa, sono venuti tutti, cattolici e protestanti, animisti e musulmani, non ho mai visto una chiesa così strapiena. Non passava più nessuno, una chiesa piena dentro e fuori, bambini da tutte le parti. Una gioia dirompente. In quel buco nella foresta, dove sorge l’accampamento, dove non succede mai niente, la presenza di un vescovo in paramenti solenni e poi l’inaugurazione della chiesa ha messo tutti d’accordo.

     Dopo la Messa e l’inaugurazione, abbiamo fatto i discorsi e la consegna dei doni. Dopo il discorso del governo, che era presente, arriva il discorso del Land Owner, il proprietario di quella terra che era un uomo grande e grosso. Io avevo paura perché in Papua il problema della terra è complicato, i conflitti e guerre di famiglie e tribali  nascono spesso dai problemi della terra. Poteva dire che non era d’accordo e che dovevamo distruggere la chiesa. Infatti incomincia a dire: “Vorrei ricordare subito al vescovo, che questo è un territorio protestante. Io lo dico a tutti e anche al vescovo”. Io pensavo: qui va a finir male! Invece l’uomo continua: “Però dico anche che sono contentissimo che venga qui la Chiesa cattolica e se qualcuno ha qualcosa in contrario, venga da me e aggiusteremo i conti”. Gli applausi e le grida di gioia salivano al cielo”.

     “Naturalmente il proprietario della terra è contento perchè quando arriva la Chiesa cattolica le cose vanno meglio per tutti, arrivano il prete e poi le suore che sono a servizio della gente. La Chiesa dà sicurezza, stabilità, continuità, educa i figli e cura i malati, porta la mediazione e la pace. Chiunque sa che quando arriva la Chiesa cattolica, la situazione migliora, certo in senso morale, ma anche in senso educativo. Ad esempio, in quella nuova “parrocchia” i cattolici hanno subito fatto domanda alla società che gestisce i lavori di fare una scuola primaria, cioè elementare e media, per i molti bambini e ragazzi che ci sono nell’accampamento e anche per tutti i giovani che dei villaggi vicini senza scuola. Quando avremo questa scuola, fra un anno o due, la parrocchia diventerà un centro di penetrazione evangelica. Tutto questo mi ha convinto di una grande verità. Io vescovo non avrei mai potuto organizzare una cosa simile, non l’immaginavo nemmeno. Lo Spirito Santo ha agito attraverso dei buoni cattolici e ha portato il vescovo a ringraziare Dio per il grande dono di questa nuova parrocchia”.

                                                                           Piero Gheddo

 

 

Quali i messaggi del Papa in Germania?

 

      Ho seguito la visita di Benedetto XVI in Germania (22-25 settembre) sui giornali italiani, per fortuna anche “Avvenire” e “L’Osservatore Romano”. Nei più diffusi giornali laici mi hanno stupito due cose:

 

       1) Prima del viaggio erano comuni le previsioni che facevano temere il peggio: il popolo tedesco non ama il Papa, ci saranno massicce manifestazioni di protesta perché parlerà al Bundestag (il Parlamento tedesco), lo attendono intellettuali e folle ostili, ecc. La realtà è stata ben diversa, manifestazioni contrarie se ne sono viste poche e con scarsa partecipazione, anche i giornali e la parte politica in genere più ostili alla Chiesa e al Papa hanno riconosciuto in Benedetto XVI coraggio e chiarezza, sincerità e autenticità. Gli stessi “Verdi” (il terzo partito politico in Germania) hanno dichiarato che il Papa è diverso, molto più tollerante da come lo immaginavano e hanno ringraziato per le sue forti e ripetute esortazioni a rispettare la natura. La “Bild Zeitung” il giornale popolare più diffuso, certo non catalogabile tra la stampa cattolica, ha riprodotto lo slogan “Wir sind Papst!” (Noi siamo Papa!) su tante spille in regalo ai lettori,  richiamando il famoso slogan di Kennedy a Berlino “Ich bin ein berliner!” (Io sono un berlinese), quando i sovietici volevano soffocare la capitale tedesca. “Wir sind Papst!” sintetizza bene l’atmosfera che s’è creata nella maggioranza del popolo tedesco, nei pochi giorni della visita di Benedetto XVI

 

       2)  I servizi giornalistici sul viaggio del Pontefice in genere sono stati brevi ma abbastanza corretti. Però i messaggi fondamentali di Benedetto XVI alla Germania e all’Europa non sono emersi, non hanno avuto attenzione né risalto (anche nei titoli).

       Benedetto XVI ha posto al centro di tutti i problemi dei popoli e degli uomini d’oggi il problema di Dio: siamo in crisi perché abbiamo abbandonato Dio;

       ha incontrato i protestanti e gli ortodossi, gli ebrei e i musulmani per invitare tutti i credenti a riportare Dio nella cultura moderna;

       “La fede in Cristo non deve essere qualcosa di esclusivamente privato, ma un tesoro da testimoniare al mondo e da vivere nel contesto comunitario della Chiesa”;   

       ha parlato dei fondamenti dell’agire politico e del diritto naturale, secondo i quali l’uomo non può essere manipolato;

       ha sottolineato che la Chiesa  stessa è anzitutto in crisi di fede ed ha richiamato alla conversione del cuore.

 

      Tutto questo, e molto altro ancora, è scivolato come acqua sul vetro, non ha suscitato riflessioni o dibattiti. I mass media hanno dato più risalto al balordo che ha sparato quattro botti con una pistola giocattolo, che non ai messaggi del Papa. La società moderna, di cui i mass media sono l’espressione più icastica, cerca la novità, lo scandalo, lo “scoop”,  non la verità. Spiace dirlo, ma per sapere cosa veramente ha detto il Papa, bisogna inevitabilmente ricorrere alla stampa cattolica.

                                                                                          Piero Gheddo

Angelo Ramazzotti Fondatore del Pime

     

    150 anni fa, il 24 settembre 1861, moriva a Crespano sul Grappa (Treviso) il Servo di Dio mons. Angelo Ramazzotti, Fondatore del Pime, poi Vescovo di Pavia e Patriarca di Venezia.Nel marzo 1958 il card. Angelo Roncalli, pochi mesi prima di diventare Giovanni XXIII, ha sollecitato il Pime ad iniziare la sua causa di beatificazione, affermando che, studiando la storia dei Patriarchi di Venezia suoi predecessori, si era formata in lui “la profonda e schietta convinzione che davvero il titolo di Santo gli convenga e di Santo da altare”. Causa che infatti è stata iniziata a Milano nel 1976 ed è in attesa che il Signore confermi con un miracolo la santità del Fondatore del Pime.

     Perché ricordare oggi questo Vescovo, morto 150 anni fa? Perché nel 1861 è nata la nostra Patria, ma non dobbiamo mai dimenticare che l’Italia l’hanno fatta i re, i politici, i diplomatici, l’esercito dei Savoia e i garibaldini, ma gli italiani li hanno fatti la Chiesa e i santi come Angelo Ramazzotti. L’Ottocento italiano è ricchissimo di figure come la sua, vescovi, preti, suore e laici impegnati nell’educazione, nella sanità, nell’aiuto ai poveri, nei ricupero dei marginali; che hanno spalancato agli italiani, come Ramazzotti, gli orizzonti sconfinati dell’universo mondo.

     Nato a Milano il 3 agosto 1800 da famiglia agiata e profondamente cristiana, Angelo Ramazzotti si laurea in diritto civile ed ecclesiastico a Pavia nel 1823 e per due anni esercita la professione di avvocato presso uno studio legale a Milano. Di grande bontà d’animo e vita cristiana, sente fin da ragazzo la vocazione sacerdotale: nel 1825 entra nel seminario diocesano, è ordinato sacerdote il 13 giugno 1829 e il giorno stesso accettato fra i missionari oblati di Rho, sacerdoti diocesani per la predicazione al clero e al popolo. Appassionato predicatore, nei vent’anni dal 1830 al 1850 tiene 179 corsi di otto giorni e 35 corsi di 15 giorni ciascuno, fra missioni al popolo ed esercizi spirituali! Nel 1836 inizia un oratorio festivo nella sua casa patrimoniale di Saronno (dieci anni prima che don Bosco aprisse il primo oratorio a Valdocco); la stessa casa è anche orfanotrofio per gli orfani del colera del 1835-36, ai quali si aggiungono nel 1848 i figli dei militari austriaci costretti a fuggire da Milano durante le famose «Cinque giornate» dell’insurrezione popolare. L’arcivescovo di Milano si serviva di lui per missioni particolarmente delicate, per sedare malcontenti e comporre litigi: la sua opera di mediazione era gradita a tutti. Più avanti, da vescovo e da patriarca, mantiene i rapporti dell’episcopato italiano col governo austriaco, è nominato consigliere privato della Corona d’Austria e membro del consiglio della Corona imperiale a Vienna (parlava bene il tedesco).

     Come Vescovo di Pavia (1850-1856) e Patriarca di Venezia (1956-1861) si distingue per un infaticabile ardore apostolico ed un inesauribile spirito di carità: visita spesso ospedali e carceri, istituisce opere per la gioventù abbandonata e per i poveri, scuole regolari e serali, ecc. Ramazzotti voleva un clero diocesano di spirito missionario: esorta i sacerdoti a vivere in piccole comunità e lui stesso ne prende alcuni con sé in episcopio (la sua “famiglia”), che inviava come sostituti di sacerdoti ammalati o per le missioni al popolo. Nella prima lettera al clero veneziano lamenta che nelle zone più povere e abbandonate della diocesi (ad esempio l’Estuario di Venezia) ci sono pochi preti e chiede ai suoi di offrirsi volontari per andarci a vivere: “Il prete, scrive, dovrebbe pretendere di essere mandato in quelle situazioni di povertà, non rifiutare di andarci! I preti debbono essere come soldati di prima linea: dove nessuno vuole andare, voi dovete essere quelli che chiedono di essere mandati”.  

     Questa lettera è un documento missionario di grande forza, valido anche oggi!
Metropolita della regione triveneta, Ramazzotti convoca diverse vol
te i Vescovi e celebra il primo Concilio provinciale del Triveneto, svoltosi nel seminario patriarcale di Venezia nell’ottobre 1859. Per la prima volta da moltissimo tempo, nei soli tre anni e mezzo di permanenza a Venezia riesce a realizzare la visita pastorale delle parrocchie del patriarcato. Ramazzotti ha mandato le prime suore italiane in missione: nel 1860 partono da Venezia, per diretto suo interessamento, le canossiane per Hong Kong (14) e le suore di Maria Bambina per il Bengala indiano, in aiuto ai missionari dell’Istituto da lui fondato.

    

    Muore poverissimo (aveva venduto tutto per i poveri) a Crespano del Grappa il 24 settembre 1861, tre giorni prima di ricevere la berretta cardinalizia da Pio IX. Quando viene a sapere, mesi prima, che il Papa vuol farlo cardinale, scrive al card. Antonelli, segretario di stato: «Dica al Santo Padre che per piacere non mi faccia cardinale, il denaro mi serve per altro». Gli serviva per i poveri. Mentre è Vescovo a Pavia ci sono grossi disastri naturali: il colera e l’inondazione del Po e del Ticino: con scarsi mezzi realizza miracoli di assistenza e si reca in barca a visitare, uno per uno, i paesi allagati… Il suo amministratore lo rimproverava perchè spesso dava tutto quel che aveva in carità.


     Ramazzotti coltivava il desiderio di dedicarsi alle missioni estere, ma non esisteva ancora in Italia un istituto missionario per i sacerdoti diocesani.
Lo stimolo per la fondazione viene dal grande cuore di Pio IX, che è all’origine dei due seminari missionari di clero secolare, di Milano (1850) e di Roma (1874), che nel 1926 Pio XI unirà dando vita al “Pontificio istituto missioni estere”. Il Pime venera come Fondatore mons. Angelo Ramazzotti, ma ricorda di aver avuto due Papi alla sua origine. E, se vogliamo un terzo Papa, Giovanni XXIII, che quando benedisse nel marzo 1963 la prima pietra del seminario di Sotto il Monte accanto alla sua casa natale donata al Pime, disse in confidenza ai superiori dell’Istituto: “Anch’io volevo venire nel Pime”.

      Nel 1847 Pio IX manda a Milano mons. Giovanni Luquet, già missionario in India, con l’incarico di comunicare all’arcivescovo di Milano, mons. Carlo Bartolomeo Romilli, il “desiderio del S. Padre di aprire un Seminario di Missioni Straniere, fiducioso nel concorso dei Vescovi”. Il superiore degli Oblati di Rho, padre Angelo Ramazzotti, in accordo con alcuni giovani sacerdoti milanesi, si offre all’arcivescovo per realizzare il desiderio del Papa.

     La fondazione viene poi rimandata a causa dei torbidi politici e della prima guerra di liberazione da cui nasce l’Italia, ma all’inizio del 1850 p. Ramazzotti manda a Pio IX un progetto dell’istituto offrendo la sua casa di Saronno per la prima sede. Giunta nei mesi seguenti l’approvazione da Roma, dall’arcivescovo di Milano e dai vescovi della Lombardia, l’istituto si apre a Saronno il 31 luglio 1850 con i primi cinque sacerdoti milanesi e due “catechisti” (laici consacrati a vita alla missione). Intanto, essendo stato padre Ramazzotti consacrato vescovo di Pavia, l’arcivescovo di Milano, d’accordo con Propaganda Fide, nomina il primo direttore nella persona di mons. Giuseppe Marinoni, sacerdote milanese che rimane a capo del nascente istituto fino alla morte nel 1891.

     Nasce così in Italia il primo istituto esclusivamente missionario: il “Seminario Lombardo per le Missioni Estere”, dipendente dai Vescovi della Lombardia e da Propaganda Fide. L’atto di fondazione è firmato il 1° dicembre 1850 dai Vescovi lombardi riuniti a Milano in consiglio provinciale, che si impegnavano a “sostenere il Seminario missionario con la loro autorità, a fornirlo di vocazioni e di mezzi ed a considerare i loro sacerdoti che vi sarebbero entrati come sempre incardinati nelle rispettive diocesi d’origine”; affermavano anche di “voler calcolare gli anni passati in missione – quando per giusti motivi fossero tornati in diocesi – come anni passati al servizio della propria diocesi”. Idea magnifica, approvata dai vescovi all’unanimità, che venne però cancellata dal Codice di Diritto Canonico nel 1917 e riscoperta da Pio XII con la “Fidei Donum” (1957) e dal Concilio Vaticano II.

      Il valore profetico del documento di fondazione del PIME è indicato fra l’altro da questo fatto: ancor oggi la S.Sede pubblica documenti, come la “Postquam Apostoli” (1980, della Congregazione del Clero: “Norme direttive per la collaborazione delle Chiese particolari fra di loro e specialmente per una migliore distribuzione del clero nel mondo”), che usano le stesse espressioni dei vescovi lombardi nel 1850. Ad esempio: “La Chiesa particolare non può chiudersi in  se stessa, ma, come parte viva della Chiesa universale – deve aprirsi alle necessità delle altre Chiese. Pertanto la sua partecipazione alla missione evangelizzatrice universale non è lasciata al suo arbitrio, anche se generoso, ma deve considerarsi come una fondamentale legge di vita. Diminuirebbe infatti il suo slancio vitale se essa, concentrandosi unicamente sui suoi problemi, si chiudesse alle necessità delle altre Chiese. Riprende invece nuovo vigore tutte le volte che si allargano i suoi orizzonti verso gli altri” (n. 14).

                                                                         Piero Gheddo

"Avete finito di farci la predica?"

  

     Un giovane amico di Torino, Claudio Dalla Costa, che svolge un’intensa attività professionale in un campo molto diverso, ha avuto l’idea di, come dire, monitorare le omelie domenicali nelle chiese della sua città. Per sei anni, scrive, si è spostato da una parrocchia all’altra “per rendermi conto di persona dello stato di salute dell’omelia. Il mio viaggio è stato, salvo rare eccezioni, piuttosto deludente. Incoraggiato da varie persone, ho pensato di buttar giù qualche pensiero che, a mio parere, potrebbe risultare utile a tutti coloro che ogni domenica si cimentano con questo importante compito”.  E’ il volume “Avete finito di farci la predica? – Riflessioni laicali sulle omelie”, Effatà Editrice, Cantalupa (Torino) 2011, pagg. 160.

      Il volumetto si legge volentieri,perché tratta i temi fondamentali della predicazione oggi: L’omelia è malata – Gli ingredienti della predica – Il linguaggio , della Chiesa – I maestri della predicazione – Antologia – Bibliografia. Non è un trattato sull’omiletica, ma una geniale e gustosa raccolta di casi concreti, da imitare o evitare. Che però quasi capovolge alcuni criteri dell’ “omiletica” di una volta, quando io studiavo nel seminario teologico (anni cinquanta!): meno formalismi e più autenticità, meno astrattezza e più realtà della vita quotidiana. Insomma, la Parola di Dio, dice Dalla Costa, non basta proclamarla e spiegarla, va incarnata nella vita, attualizzata con esempi che  possano suscitare interesse e commuovere. Soprattutto interessanti i “maestri della predicazione” studiati dall’autore. Oltre a “Gesù Il Comunicatore”, anche personaggi del nostro tempo: Giovanni Paolo I, Padre Nazareno Fabretti, Fulton John Sheen, Don Natale Orlandi e Padre Mariano da Torino. I quali dimostrano come, anche partendo da posizioni teologiche e caratteriali molto diverse, si può giungere ad essere un predicatore convincente.

     Esigenza fondamentale per una  buona omelia, secondo Dalla Costa, è l’autenticità (la vita del prete deve corrispondere a quel che dice), la chiarezza dei contenuti e il “toccare il cuore” degli ascoltatori, cioè presentando la Parola di Dio agganciandola ai problemi del nostro tempo, suscitando interesse e commozione. Il volumetto di Dalla Costa è consigliabile a tutti, ma in particolare ai giovani sacerdoti.

      Ai modelli che Dalla Costa presenta, ne presento uno anch’io, di cui quest’anno si celebrano i 150 dalla morte. Il servo di Dio mons. Angelo Ramazzotti è il Fondatore del Pime (1800-1861), vescovo di Pavia e patriarca di Venezia, del quale quest’anno ricorre il 150° anniversario della nascita. Aveva due lauree e prima di diventare sacerdote aveva fatto l’avvocato. Da “missionario di Rho” (gli Oblati diocesani di Milano), “sentiva il fascino del pulpito” e si dedicava alle “missioni al popolo” e quando parlava alla gente si esprimeva “come un paesano”.Il suo modello era San Vincenzo de Paoli che dava ai predicatori questo usggerimento: “Poca oratoria, poca retorica, linguaggio semplice e molto catechismo”. Ramazzotti si acquista la fama di predicatore efficace perché gradito a tutti. Angelo Montonati scrive nella sua biografia (“Angelo Ramazzotti, Fondatore del Pime”, Emi 2000, pagg. 223, citazione a pag. 35), spiegando il motivo di questo gradimento e citando testimoni del tempo:

      “I parroci che poterono ascoltarlo in quelle occasioni concordano nel sottolineare lo zelo apostolico di don Angelo e in modo particolare il suo stile che sapeva adattarsi ad ogni tipo di uditorio: con i sacerdoti usava il linguaggio dei teologi e degli esegeti, con il popolo cambiava totalmente registro, esprimendosi in modo semplice e schietto e ricorrendo spesso al dialetto. “Parla proprio da paesano” commentavano soddisfatti gli ascoltatori”. E questo in conseguenza del fatto che lui, uomo colto, sentiva il desiderio di predicare alla gente incolta (“in erudiendis rudibus hominibus”). Mi chiedo: quanti sono oggi gli “uomini rudi e incolti” nella fede, magari laureati?

                                                                                   Piero Gheddo

La Chiesa stimata e apprezzata in Giappone

 

             

     La presenza della Chiesa nella società giapponese, pur essendo limitato il numero dei battezzati (400.000 su 126 milioni), è significativa. Le comunità cristiane testimoniano una vita diversa che è ammirata, anche se la conversione a Cristo non è facile. Padre Alberto Di Bello, missionario del Pime da 40 anni in Giappone e parroco nella città di Shizuoka non lontana da Tokyo, mi dice: “Nel dopoguerra c’è stato un vero boom di conversioni, poi sono diminuite. Ma oggi la Chiesa è molto più conosciuta di quanto si potrebbe pensare, data la nostra piccolezza numerica. I giornali parlano spesso del cristianesimo, citano le idee, i costumi cristiani e i vescovi quando fanno qualche intervento; le scuole cattoliche sono molto frequentate e stimate. Poi c’è il Papa e altri personaggi cristiani che fanno notizia. In Giappone attirano i matrimoni e i funerali che facciamo e vengono anche persone estranee che poi ne parlano ad altri, a volte chiedono qualche spiegazione e mi dicono: “Anch’io vorrei studiare il cristianesimo” e si incomincia un contatto.

     L’impegno fondamentale per i preti e i cattolici giapponesi è di testimoniare Cristo ai non cristiani.  “L’occasione migliore – dice padre Alberto – sono i funerali. Con 750 cristiani nelle mie due parrocchie, in tre anni ho fatto 22 funerali nella mia parrocchia e 12 nell’altra più piccola; sei-sette battesimi di bambini di cristiani e una quindicina di battesimi di adulti (nella parrocchia in cui ero prima avevamo 100 battesimi l’anno, tra i quali molti adulti). Ormai anche in Giappone sono più quelli che muoiono di quelli che nascono”.

     Cosa attira i giapponesi nelle nostre chiese? “Piacciono molto la musica, i canti, gradiscono anche il gregoriano. Quando vengono come turisti nei paesi cristiani, specie in Italia e dal Papa, rimangono ammirati, scossi, ne parlano, non pochi vogliono studiare il cristianesimo. I film biblici o cristiani che le televisioni ripetono spesso suscitano interesse. Anche le nostre piccole chiese, essendo aperte sulla pubblica via, a volte sono visitate dai non cristiani che vi sentono quasi una presenza divina, un’atmosfera di riflessione, di preghiera, di fraternità e di pace.

 

      Perché i funerali attirano i non cristiani? “I giapponesi hanno il culto degli antenati, ma i buddhisti per i funerali fanno poco (dicono preghiere che non si capiscono), pur essendo impegnati in funerali e anniversari dei  morti. I nostri funerali e matrimoni sono cerimonie solenni e partecipate, con fiori, riti, incenso, musiche, processioni, benedizioni e con l’omelia nella quale diciamo che il defunto vive una vita diversa dalla nostra, in seno a Dio che è Padre di tutti gli uomini. Noi tra l’altro abbiamo dei bellissimi canti fatti in Giappone, per i funerali e i matrimoni, sia le parole che la melodia. Sono canti che piacciono e commuovono i giapponesi per le belle parole che dicono. Prima si traducevano i canti italiani o francesi, poi hanno incominciato a farli in Giappone”.    

      Quali sono le difficoltà maggiori che un giapponese incontra per convertirsi? “In genere – risponde padre Alberto – la prima difficoltà viene dalla tomba di famiglia. Ogni famiglia ha la sua tomba dove sono poste le ceneri di tutti i propri defunti. In Giappone, la cremazione dei defunti è obbligatoria. La tomba di famiglia è sacra perché è legata al culto degli antenati e unisce la famiglia. Quindi è impegno di ogni membro della famiglia curare quella tomba, riunirsi sulla tomba negli anniversari per onorare i defunti, pagare l’affitto della tomba per mantenerla. La tomba è sulla terra come per noi, ma non conserva le casse da morto con dentro i resti dei defunti, ma i vasi con le ceneri di ogni defunto. Tutto questo lega ogni membro alla tomba, alla famiglia, al culto degli antenati. Cambiare religione è una difficoltà. Oppure, altra difficoltà è entrare e accettare le verità cristiane, per esempio, che Dio è persona, che Dio è morto in croce per noi, che ci ama. Se il catecumeno non capisce i misteri cristiani o il significato del sacrificio della Messa, viene qualche volta, non si trova bene e non viene più”.

 

      “Il mio compito principale, come parroco, è di prendere le persone una per una, perché difficile averle assieme; incontrare le singole persone, stabilire un rapporto cordiale e parlare, spiegare, rispondere con amore e pazienza. Si potrebbe dire che è la pesca all’amo e non con la rete. Bisogna sfruttare tutte le situazioni possibili per farsi conoscere e conoscere persone, gettando semi di bontà, di amore, di Vangelo. Per questo facciamo concerti, incontri, gruppi, pellegrinaggi, conferenze, feste dell’asilo, abbiamo il Sito internet della parrocchia che ci procura contatti”.

      “Il missionario straniero è importante anche per questo motivo. Il Giappone è un’isola e ha sempre avuto la tendenza a chiudersi. La presenza di missionari stranieri apre molti orizzonti. Il missionario è apprezzato anche per questo. Con i miei parrocchiani ho fatto diversi pellegrinaggi a Roma e a Lourdes, ai quali sono venuti anche amici non cristiani”. Chiedo a padre Alberto se in Giappone c’è piena libertà religiosa. “Assolutamente sì, risponde. La Chiesa non è discriminata, anzi diciamo che è ben vista per i contributi di umanizzazione che porta al popolo giapponese. Ma si può anche dire che il Giappone e la Chiesa giapponese insegnano qualcosa a noi cristiani occidentali”.  

                                                                               Piero Gheddo

Un prete italiano parroco in Giappone

 

 

      Anche in Giappone la Chiesa avverte il problema che preoccupa i vescovi e tutti noi credenti italiani: la mancanza di preti. Il milanese padre Alberto Di Bello, missionario del Pime in Giappone da 40 anni, è parroco di due parrocchie nella città di Shizuoka, vicina a Tokyo (diocesi di Yokohama). Gli abitanti di Shizuoka sono 750.000, di cui 150.000 nelle due parrocchie di padre Alberto, i cattolici 500 in una e 250 nell’altra.

     “In Giappone noi siamo la minoranza delle minoranze, dice, però questa piccola minoranza è fedele, viene in chiesa quasi tutte le domeniche, nonostante le distanze a volte notevoli dalla parrocchia. Abbiamo circa il 25% di frequenza domenicale: 150-200 nella mia parrocchia maggiore, 70-80 nell’altra. Siamo in una società diversa dalla nostra, i giovani ad esempio sono sempre impegnati anche la domenica, per lo studio e altre attività di gruppo specialmente sportive. Anche da noi vengono fino alla Cresima e poi non si vedono più. Ma anni dopo in genere riprendono, perché il senso di identità cristiana e di appartenenza alla Chiesa è molto forte.

    “I giapponesi vanno a fondo nei loro impegni, quello che possono fare per la Chiesa lo fanno. Ad esempio, adesso che sono venuto un mese in Italia, i laici fanno andare avanti la parrocchia. Viene un prete a dire una Messa la domenica, ma poi loro fanno tutto, ogni giorno la liturgia della parola, le preghiere, il Rosario, l’asilo e l’accoglienza di chi viene, l’amministrazione, le riparazioni, gli incontri serali.

 

     Chiedo a padre Alberto come avvengono le conversioni a Cristo. “In genere vengono dai contatti che il sacerdote e i cattolici riescono ad avere con persone non cristiane. Come parrocchia cerchiamo di cogliere tutte le occasioni per farci conoscere e lanciare appelli. E poi i singoli cristiani sono missionari, parlano del cristianesimo, invitano a venire ad una cerimonia, ad incontrare il parroco. Noi mandiamo in giro dei volantini e c’è il Sito Internet parrocchiale abbastanza visitato, fatto da nostri giovani che lanciano messaggi, propongono incontri. Diversi non cristiani prendono contatto col cristianesimo. Ogni giorno ci sono una o due donne che tengono aperto il “salotto dell’accoglienza”, dove vengono cristiani e non cristiani per parlare, chiedere un aiuto o un consiglio, farsi spiegare qualcosa del cristianesimo, conoscere i nostri programmi, esporre i loro problemi di famiglia, ecc. In genere sono persone anziane, ma anche adulti. Da queste visite quotidiane di molte persone vengono buona parte dei nostri catecumeni.

 

     “La cosa bella poi è che nelle cerimonie cristiane c’è sempre un’atmosfera di gioia che fa piacere. La gioia di essere cristiani la sentono. In Italia temo che ci sia indifferenza, non dico nei singoli, ma come atmosfera, partecipazione. In Giappone il fatto di essere una minoranza favorisce questa gioia, anche perchè poi, in una parrocchia, i cristiani si conoscono tutti. Dopo la Messa si incontrano tutti in parrocchia. E questo è un elemento contagioso, i non cristiani che vengono alle nostre celebrazioni ne rimangono colpiti e attratti, con la curiosità di conoscere il cristianesimo.

     “A chi viene e chiede di conoscere il cristianesimo, io lo accolgo e parto dall’annunzio cristiano senza girarci attorno troppo. Dico che il cristianesimo risponde ai problemi della vita, è la risposta di Dio alle sofferenze e all’isolamento che ogni uomo sente.  Dio si è rivelato in Gesù Cristo, il Figlio di Dio che s’è fatto uomo per condividere la nostra vita, le sofferenze e le gioie dell’uomo. Cioè rivelo l’esistenza di Dio come persona, mentre il non cristiano crede in Dio creatore ma pensa che sia lontanissimo e l’uomo non può conoscerlo, deve solo ammirarlo e ringraziarlo della vita e della natura”.

     Questa rivelazione di Dio che si fa uomo come noi e dà la sua vita per salvarci, è accettata o rifiutata? “La prima reazione spesso è negativa. Pare loro impossibile quanto dico, non l’hanno mai sentito né ci hanno mai pensato. Ma poi, se ritornano ed entrano in contatto con i cristiani e le opere della parrocchia, incominciano a pensarci seriamente e noi preghiamo lo Spirito Santo di illuminarli, come a volte avviene, allora incominciano il catecumenato, cioè il cammino di preparazione al battesimo”.    

     Perché queste  persone vengono per conoscere il cristianesimo? Padre Alberto risponde: “I motivi sono molti. Il giapponese ad esempio, soffre la solitudine,  difficoltà a sopportare una sofferenza acuta, sentono il bisogno di trovare una risposta decisiva ai loro problemi esistenziali. C’è un uomo che ha scoperto il cristianesimo attraverso l’internet e il sito internet della mia parrocchia ed è venuto a trovarmi, poi ha fatto un cammino di preparazione e adesso è pronto per il battesimo.

 

      Chiedo a padre Di Bello come si svolge la sua giornata di parroco a Shizuoka. Mi dice che, nonostante lo scarso numero di battezzati, è impegnato tutto il giorno. La parrocchia ha una bella chiesa, vari fabbricati con la casa parrocchiale, l’asilo infantile con 200 bambini, il centro pastorale con uffici, sale di riunione e un cortile abbastanza vasto, acquistato dai missionari più di mezzo secolo fa, perché oggi i costi sarebbero proibitivi. Dice: “Durante la giornata si incontrano in parrocchia vari gruppi, per la musica, la danza, la lettura in comune della Bibbia; poi ci sono i gruppi degli alcolizzati, dei drogati, di lavoratori stranieri. E’ un servizio che facciamo alla società, molto apprezzato, che ti permette di venire in contatto con le famiglie e le autorità. Poi ho l’asilo parrocchiale con 200 alunni, dove mi invitano a parlare ai bambini, alle mamme, alle insegnanti. Io faccio una mezz’ora di catechismo, spiego cos’è il cristianesimo e i Comandamenti di Dio. Ci sono una ventina di maestre, quasi tutte non cristiane come gli alunni.

     “Nelle mie due parrocchie, i convertiti adulti sono una quindicina all’anno. A Yamato, dove lavoravo prima, erano molti di più perché c’erano condizioni più favorevoli. Mi è capitato di battezzare una intera famiglia giapponese, poi un’altra famiglia che era stata prima con la setta del Moon coreano, ma normalmente i convertiti sono singole persone del popolo.  Ho battezzato anche il centravanti della nazionale giapponese di calcio. La madre era un’infermiera che si era già convertita lei da adulta ed è stata brava a sostenerlo. L’ho battezzato io da grande e si è mantenuto cattolico, ma io in chiesa non lo vedo mai, sono troppo impegnati tra partite e allenamenti e viaggi. Però si è sposato in chiesa e so che prega ed è devoto. In un’altra parrocchia in cui lavoravo avevo una famiglia di cattolici con marito, moglie e tre figlie. Due delle figlie si sono fatte suore e una si è sposata. Marito e moglie, ancora giovani, sono andati lui dai Carmelitani e lei in un ordine femminile”.

     “Le conversioni sono sempre misteriose, perchè riguardano il mistero del cuore umano e la corrispondenza alla Grazia divina, che solo Dio conosce. Ecco perché noi missionari in Giappone siamo ottimisti sul futuro cristiano di questo grande popolo. Siamo piccoli strumenti nelle mani dello Spirito”.

                                                                                     Piero Gheddo