Come si chiama il tuo Angelo custode?

 

 

    Il martedì mattino 30 agosto scorso mi telefona da un piccolo paese della provincia di Piacenza una signora che ha letto la notizia dei miei genitori Rosetta e Giovanni avviati alla beatificazione e vuole immagini e libro. La segretaria suor Franca Nava provvede subito a spedire il pacchetto con quanto richiesto.

    Il mercoledì mattino 31 agosto, più o meno alla stessa ora (le 11), mi telefona quella signora per dirmi che ha già ricevuto le immagini, il libro e i bollettini. E’ contenta  e mi ringrazia. Ecco la conversazione:

         Mi pare impossibile che la posta funzioni così bene.

         Ma io non ho mandato il pacchetto per posta.

         Sì, padre, c’erano anche i francobolli.

         Quelli li mettiamo sempre per pagare la nostra tassa allo stato, ma io le ho mandato il pacchetto in altro modo.

         Per posta elettronica?

         No, signora, la posta elettronica non trasporta i libri e le immagini.

         Ma allora, come mi ha mandato questo pacchetto?

         Con l’Angelo custode! Sa, noi missionari ci organizziamo e abbiamo i nostri mezzi veloci di comunicazione.

 

      La cara signora, vedova e sola, mi telefona per la prima volta. Mi ha raccontato un po’ della sua vita. L’importante è che prega molto, certamente è una che crede nei miracoli. Ma rimane attonita e forse dubbiosa. Per toglierla dall’imbarazzo le chiedo:

 

         Mi scusi, ma come si chiama il suo Angelo Custode?

         Mah…, non lo so. Io dico: “Angelo di Dio che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me, che ti fui affidata dalla pietà celeste. Così sia”.

         Sì, brava, quella è una preghiera che recito anch’io, ma bisogna dare un nome, una identità al nostro Angelo custode, che si prende cura di noi fin dalla nascita e ci accompagna fino alla morte. Non le pare?

         Sì, ma il suo Angelo Custode come si chiama?

         Io lo chiamo “Big Peter”, in inglese, che vuol dire “il grande Pietro”, perché io mi chiamo Piero, ma sono ancora, anche a 82 anni, il ragazzino che tutti chiamavano “Pierino”. In tutta la mia vita ho cercato di familiarizzare col mio Grande Pietro, che mi tiene d’occhio, mi accompagna, mi protegge, mi  consola e poi mi fa anche il servizio di portare il pacchetto a lei, cara signora. Stia allegra, perché anche lei ha un Angelo custode bello e buono e provvidenziale come il mio.

 

     Insomma, cari amici che mi leggete, ci siamo fatti assieme una bella risata e lei alla fine mi ha detto: “Padre Piero, le ho telefonato perché ero un po’ giù di corda e volevo sentire la sua voce che sento a Radio Maria. Grazie di questa chiacchierata e Dio la benedica”. Riflessione finale. Tra persone di fede, anche se non si conoscono, ci vuol poco ad aiutarsi e a farsi coraggio.

                                                                 Piero Gheddo


Perchè il Giappone ha bisogno di Cristo?

 

 

      Negli istituti missionari italiani impegnati in Giappone, come il Pime e i Saveriani, si discute sulla missione nel Paese del Sol Levante: è proprio necessario continuare a mandare missionari in un paese dove la Chiesa è ormai fondata e ha un buon numero di vocazioni alla vita consacrata? Domanda interessante, alla quale i missionari che sono in Giappone rispondono dicendo che la missione giapponese è, come dire, profetica per il nostro Occidente e in tutto il mondo, che sarà sempre più secolarizzato e laicizzato.

      Chiedo a padre Alberto Di Bello (40 anni in Giappone intervistato a Milano due mesi fa) se pensa che il Giappone ha ancora bisogno di Gesù Cristo. Risponde: “Il giapponese è un grande popolo, lavoratore, unito, obbediente alle autorità. E’ un popolo religioso, che crede in Dio, ma non lo conosce. Lo immagina come un qualcosa di vago, inafferrabile, inconoscibile, che è nella natura, nel bello, nell’armonia delle cose. Ha bisogno della fede che Dio è persona, che si è rivelato in Gesù Cristo. Capiscono bene il comandamento di amare il prossimo, non capiscono quello di amare Dio. I cristiani, a poco a poco, entrano in questa visione, ma è un messaggio difficile da fare accettare. Per loro tutto è divinità e poi magari niente è divinità.

 

    “Per i giapponesi la vita dopo la morte è come una goccia d’acqua che ritorna nel mare. L’uomo non è la persona vivente oggi che rimane tale e quale e gode della vita eterna con Dio. Ma è un elemento della natura, quando muore ritorna alla natura e perde la sua individualità, la sua identità. Quindi la persona umana ha un valore relativo, non assoluto. Oggi serve alla società, ma domani non servirà più. Per questo è difficile capire che Dio ci ama. Possibile che quel Dio che ha creato tutto possa amare il piccolo uomo, i miliardi di uomini che passano come tutte le cose della natura che sono state create?

     “Questo nulla toglie all’intelligenza e ai buoni sentimenti del popolo giapponese: ad esempio il servizio al bene comune, l’onestà nel lavoro, il senso della fedeltà alla parola data, il rispetto e la devozione per gli anziani, anzi il culto degli antenati, il senso di disciplina nella scuola, nella ditta, nello stato. Il contributo fondamentale che il cristianesimo e la modernità portano al Giappone è il valore assoluto della singola persona umana. Lo sviluppo tecnico-scientifico del Giappone ha portato benessere e innalzamento del livello di vita, ma ha un grosso limite che riguarda la persona, spesso sacrificata alla società e allo sviluppo. In Giappone, più che una società per l’individuo, c’è l’individuo che lavora per la società.

      “Lo si vede anche nell’impianto urbanistico delle grandi città, che non hanno luoghi dove la gente si possa incontrare o anche solo riposarsi, pensare, pregare, chiacchierare. I centri di incontro sono le stazioni ferroviarie e della metropolitana, i grandi magazzini, i ristoranti, i luoghi di divertimento. Il giapponese, super-impegnato, ha poco spazio per coltivare se stesso e spesso spreca in modo banale e alienante le poche ore libere, giocando ad esempio nelle sale di “pachinko” (bigliardini elettronici) o con tutte le altre novità elettroniche che portano in un mondo virtuale e non reale. Soprattutto i giovani che studiano o lavorano vivono spesso lontani  dalla famiglia, hanno poche possibilità di incontrare amici, di socializzare. Le chiese cattoliche e le parrocchie sono apprezzate e ricercate, anche perché offrono spazi e occasioni per l’incontro fra amici, la riflessione, la preghiera, la cultura.

     “Il contributo del cristianesimo diventa così un’esigenza di vita. Il Giappone moderno, sorto dalla macerie della seconda guerra mondiale, non sarebbe quello che è se non ci fossero le Chiese cristiane. E questo vale soprattutto perchè il cristianesimo ha portato in Giappone il concetto del valore assoluto della singola persona umana e di uno sviluppo materiale che deve servire ad ogni persona non solo per il benessere e l’abbondanza dei beni materiali, ma per l’elevazione culturale e spirituale.

      “Le religioni tradizionali giapponesi – continua padre Di Bello – hanno contribuito a preparare una base per lo sviluppo della nazione e della società, trascurando la persona umana. Lo shintoismo ha insegnato al giapponese la divinità della natura, nella quale c’è Dio. Il confucianesimo, ripreso dalla Cina, ha abituato il giapponese ad una visione statica dell’universo e della società, dove la suprema norma morale è quella del rispetto e  dell’obbedienza per mantenere l‘armonia tra cielo e terra, tra superiori e sudditi, tra politica ed economia. Secondo la morale confuciana ciascuno deve svolgere il proprio lavoro col massimo impegno nel posto che gli è stato assegnato. Il buddhismo poi, insegnando il distacco da se stessi, il disprezzo delle passioni e delle idee personali, considerate come perniciose illusioni, rende l’individuo disposto a tutto e oltremodo paziente.

 

     “Il giapponese è figlio di queste religioni che lo rendono  ottimo lavoratore, senza grandi ambizioni, sobrio, obbediente alle direttive. In una società tecnologica, dove tutto deve funzionare come una macchina, il giapponese è l’elemento ideale, perché si muove in gruppo. Anche questo è un aspetto della natura, della vita familiare. La gente ha una forte coscienza unitaria di popolo, ma una scarsa coscienza dei diritti della persona. La vita comune comincia nella famiglia, continua nella scuola e finisce nella ditta, concepita come una grande famiglia. Lo spirito di collaborazione che predomina nella ditta, rende il lavoro altamente efficiente e produttivo. Il successo della ditta per uno lavora è considerato un ideale di vita per il quale vale la pena di sacrificarsi, anche con ore di lavoro straordinario, spesso poco o nulla retribuito.

      “Tutto questo rivela l’influsso delle religioni tradizionali, in gran parte positivo, sul comportamento del giapponese. La morale buddhista ha educato ad una viva coscienza dei propri doveri, più che dei propri diritti. Il cristianesimo, entrando in Giappone attraverso le moderne missioni cristiane e l’influsso dell’Occidente, ha portato in Giappone il concetto fondamentale del mondo moderno, che si esprime ad esempio nella “Carta dei Diritti dell’uomo” varata dall’Onu nel 1948: il valore assoluto della singola persona umana. La società, lo stato, la patria è a servizio della persona umana,  non la persona a servizio della società, dello stato, della patria”.

 

      E’ facile capire perché il Vangelo e la persona di Gesù Cristo sono importanti anche per il Giappone. Maritain diceva, più di 60 anni fa, che lo sviluppo di un popolo dipende essenzialmente del concetto che questo popolo ha di Dio, dal concetto che si fa di Dio. Da questo concetto discende il rapporto con gli altri uomini, con la natura e con la storia. Ecco perché i missionari che sono in Giappone, e la stessa Chiesa giapponese, sostengono che l’invio di missionari dall’estero è ancora e sempre più importante. Specialmente oggi quando più di mezzo milione di lavoratori e famiglie di cattolici vengono in Giappone e hanno assoluto bisogno di assistenza religiosa da parte della Chiesa universale.

 

                                                                                       Piero Gheddo

Giappone: vita austera e la sete di conoscere Dio

 

 

       In estate ritornano a Milano alcuni missionari per un po’ di vacanza. Si incontrano personaggi interessanti. Nel luglio scorso ho intervistato a lungo il padre Alberto Di Bello, in Giappone da quarant’anni, parroco di Shizuoka nella diocesi di Yokohama poco distante da Tokyo. La nostra crisi economico-finanziaria e la prospettiva , per il popolo italiano, di una vita più austera, più povera, mi spinge a chiedergli come vive il popolo giapponese questa stessa crisi. Padre Alberto dice che “c’è molta differenza fra il tenore di vita in Italia e quello in Giappone. Il giapponese è un popolo forte, unito, gran lavoratore. Sebbene il Giappone sia un paese più ricco dell’Italia, il loro livello di vita è inferiore al nostro.

     “Ad esempio, la cultura del cibo che c’è in Italia, non c’è in Giappone. S dice che i  giapponesi mangiano con gli occhi, infatti sono maestri nel presentare nei ristoranti i piatti esteticamente, con varietà di piattini, verdurine e pescetti. Famosi in tutto il mondo sono i sushi e i sashimi. Ma il menu quotidiano tradizionale è quasi sempre più o meno uguale. Mattino, mezzogiorno e sera mangiano riso, pesce (oppure carne, ma poca) e verdure; da bere l’acqua o il tè verde, amaro e senza zucchero. A volte, al posto del riso ci sono gli spaghetti cotti in brodo di verdura, ma non conoscevano fino a pochi anni fa tanti nostri cibi come i salumi, il formaggio, il burro. E’ certo comunque che i giapponesi mangiano meno di noi italiani ed è uno dei misteri di questo popolo, come facciano a lavorare così alacremente mangiando così poco. Forse il segreto è che la loro dieta è scarsissima di grassi e di zuccheri. Poca carne e molto pesce, quasi nessun fritto ma molta verdura e frutta, non c’è il pane ma c’è il riso. Hanno un nutrimento più sano del nostro. Quello che per noi è la carne bovina, di maiale, per loro è il pesce. Ne hanno tante qualità e sono maestri nel cucinarlo. Il vino ce l’hanno ma è considerato bevanda delle donne; gli uomini bevono la birra o il saké, che è l’alcool ricavato dal riso.

     “In Giappone, continua padre Alberto, il costo del terreno è enorme, gli appartamenti sono piccoli, eccetto in pochi casi. Con qualche amico andiamo qualche volta al ristorante, ma in casa non ti invitano mai perché hanno vergogna di avere appartamenti così piccoli, nei quali ci sta poco o nulla. Ad esempio i vestiti. In Italia una persona normale ha quattro o cinque o più vestiti, molte camicie, pantaloni, scarpe; il giapponese va vestito più poveramente di noi, non ha abiti diversi. Nei loro piccoli appartamenti non ci sta molta roba, debbono liberarsi dei vestiti che non usano perché in casa non ci stanno. Nella mia parrocchia a Shizuoka, noi facciamo raccolte di vestiti che poi  mandiamo alle missioni, in Africa o altrove e ne raccogliamo molti. Loro tengono in casa lo stretto necessario. In campagna le case e gli appartamenti sono più grandi, ma nelle città tutto è piccolo e la maggioranza dei giapponesi vivono in città.

      “Fra noi missionari italiani ci diciamo che in Giappone lo stato è ricco e il popolo povero, in Italia lo stato è povero e il popolo ricco. Cioè, i servizi pubblici, sanità, scuola, trasporti, sicurezza, giustizia, funzionano molto meglio che in Italia, ma il livello di vita è austero. Altro esempio, il Giappone è il maggior produttore di auto del mondo, ma in genere il giapponese medio non ha l’auto privata anche perché, nelle città puoi comperare l’auto se hai il tuo parcheggio privato. Però i trasporti pubblici sono efficienti, loro avevano già l’alta velocità trent’anni fa, noi ci arriviamo adesso; un ponte come quello di Messina l’avrebbero già fato da decenni, noi ne parliamo, ma non lo facciamo mai. Insomma, lo stato c’è e funziona.

 

     “Un altro aspetto da considerare è il lavoro. I giapponesi lavorano molto, devono sempre fare qualcosa, non concepiscono passeggiare senza fare nulla e nemmeno fare delle vacanze. Si vergognano di fare vacanza, andare al mare o ai monti. Anche noi missionari prendiamo le loro abitudini, siamo sempre sotto, sempre al lavoro.  Ad esempio, il Giappone è fatto di molte isole, quindi hanno tantissime spiagge, ma non vanno mai al mare per prendere il sole o nuotare. Noi stessi, missionari del Pime, avevamo nel Kyushu una parrocchia al mare, Karatsu, ma non siamo mai andati in spiaggia a nuotare. Se vai in spiaggia non trovi nessuno. Siamo andati con i bambini per visitare la spiaggia, ma proprio una visita, come visiti il museo. Ci sono anche le gite in comune, pagate magari dalla ditta dove lavorano. La loro passione è fare viaggi all’estero, vedere il mondo, specialmente l’Europa e l’Italia, tanti vengono in Italia, credo sia il paese che attira di più, anche per la musica e il canto. I pensionati che non lavorano più, però trovano sempre qualcosa da fare, poi vedono la televisione, leggono i giornali (i quotidiani in Giappone sono tanti e molto più letti che in Italia), hanno i loro club dove giocano, le loro associazioni che promuovono cultura, concerti  musicali, hobby, oppure visitano i luoghi storici e religiosi del Giappone. Nelle città godono anche entrando nei grattacieli, nei supermercati dove ci sono giochi di luce, giochi per bambini e altri segni della modernità”.

    

      Come si divertono i giapponesi?  “Il loro divertimento è la natura, godono a vedere un giardino fiorito, coltivano piccoli orti o giardini, anche nelle case tengono dei vasi di fiori, nel cortiletto coltivano fiori. La loro passione è la natura, si divertono nel guardare la natura. Attorno ai templi buddhisti c’è sempre un giardino oppure i templi sono in un bosco. Non hanno l’idea di un Dio personale, Dio è la natura, l’armonia della natura, la bellezza dei fiori di ciliegio. Non conoscono Dio e lo vedono nell’armonia della natura, nei fiori, negli alberi, nel fiume, nei monti. Se c’è una cosa che si può dire del Giappone oggi è che il popolo ha un forte senso religioso e ha davvero, nella crisi attuale, la sete di conoscere Dio”.

                                                                             Piero Gheddo

                                                                             

 

Montanelli paladino dei missionari

                       

                                           

     Ho conosciuto Indro Montanelli nel 1972 quando, da presidente di una giuria che comprendeva Enzo Biagi, Guido Piovene, Paolo Monelli e altri, mi diede il premio dei giornalisti italiani “Campione d’Italia”, per il volume “Terzo Mondo perchè povero” (EMI 1971, pagg. 196). Nelle motivazioni del Premio definì i missionari “gli italiani più amati nel mondo”. E dopo la consegna mi prese in disparte e mi disse: “Hai vinto il Premio perché sei un missionario e scrivi dei missionari, raccontando le loro esperienze… Se eri un prete e parlavi dei preti in Italia, il Premio te lo sognavi”. Ero troppo timido e giovane per reagire. Nel 1886 mi chiamò a collaborare con “Il Giornale”. Sapeva che viaggiavo molto e mi chiese di mandargli articoli sulla vita e il lavoro dei missionari. Così è iniziata una lunga collaborazione, continuata con “La Voce”. Gli mandavo cartoline e articoli e quando tornavo in Italia andavo a trovarlo. Era curioso di come vivevano e cosa facevano i missionari, dei quali aveva una visione mitica. “Voi missionari siete tutti eroi, diceva, perché abbandonate la nostra bella Italia, per andare a vivere tra i più poveri dei poveri in capanne di fango e paglia”.

     Quando nel 1991 la Somalia era nel caos e io c’ero stato da poco, Montanelli mi chiese articoli e scrisse due editoriali invitando i lettori ad “aiutare i missionari di padre Gheddo in Somalia”, dicendomi di precisare chi erano questi missionari e missionarie. So che le Missionarie della Consolata di Torino e i Francescani milanesi lo ringraziarono per le notevoli somme ricevute.  Ho conservato due testi di Indro. Il primo è una sua “stanza” sul “Corriere della Sera” di domenica 7 febbraio 1999, che era una mia lunga lettera  pubblicata integralmente, dichiarando: “Ciò che padre Gheddo dice è tutto vero: tonnellate di rifornimenti e “cattedrali nel deserto” servono a poco. Bisogna insegnare agli africani a “fare da sé”, come infatti fanno i missionari…Ho detto e ripeto che per l’Africa non servono né le diplomazie con i loro “protocolli”, né gli eserciti con le loro armi. Servono solo i missionari. Se vogliamo aiutare l’Africa, aiutiamo loro”.

     Il secondo testo di Indro è la prefazione al mio volume “Missionario – Un pensiero al giorno” (Piemme 1997, pagg. 648), nella quale si legge: “Per soccorrere quei popoli disgraziati un mezzo ci sarebbe. Dare la gestione dei miliardi di “aiuti” ai missionari, di cui padre Gheddo scrive in questo libro: quelli che da anni e decenni vivono laggiù, peones tra i peones, sfidando lebbra e colera e tutto il resto, combattendo la fame non con la distribuzione di farina, ma insegnando alla gente – nella sua lingua – come si coltiva il grano, come si scavano i pozzi e i canali, condividendone, giorno dopo giorno, rischi e privazioni. E’ tra questi ultimi grandi Crociati della civiltà cristiana che la Chiesa dovrebbe reclutare i suoi nuovi santi, perché sono i missionari, figli del nostro mondo ricco e arido, che indicano ai giovani la via per stabilire con i popoli poveri ponti di comunicazione e di aiuto fraterno.

     “Per aiutare i popoli poveri – aggiungeva – i miliardi non bastano. Ci vogliono i missionari alla Marcello Candia (industriale della Milano opulenta che vende tutto e va in Amazzonia a servire i poveri) e alla Clemente Vismara (eroe della prima guerra mondiale che trascorre 65 anni fra i tribali in Birmania), di cui parla questo libro. Ma i missionari sono difficili da stanziare nei bilanci dello Stato. Dovrebbero produrli le nostre famiglie, la nostra scuola, la nostra cultura cristiana. Temo che la vocazione profonda della civiltà cristiana – la carità verso gli altri – sia oggi in ribasso, almeno nelle cronache quotidiane e nella “filosofia di vita” della nostra società”.

     “Ho visto con piacere che in queste pagine padre Gheddo parla di padre Olindo Marella, che egli definisce “un santo del nostro tempo”. E’ vero, l’ho conosciuto bene come insegnante di filosofia a Rieti e poi a Bologna. Lo si vedeva per le strade a mendicare, completamente dedito alla missione di aiutare i ragazzi sbandati, i barboni, gli anziani abbandonati, i poveri. Mi insegnò a vivere per gli altri. Insegnamento che peraltro io non ho seguito. In un certo senso oggi lo invidio. E’ morto ignaro di se stesso, ignaro di essere santo”.

    Conservo di Indro un commosso ricordo per le volte che mi bloccava e mi chiedeva perché il Papa dice così o cosà, perché la Chiesa non capisce questo o quel problema, come si può credere a Dio che si lascia flagellare e crocifiggere… Era un uomo assetato di Dio, voleva capire qualcosa del Creatore e Signore di cui sentiva la presenza ma non riusciva a parlarci e ad avere risposte ai suoi interrogativi. Il 22 aprile 1989 sono andato a fargli gli auguri per i suoi ottant’anni e mi dice: “Fra me e te il fortunato sei tu che hai ricevuto la fede. Io invece non ce l’ho. Tu sai perché vivi, io ancora non lo so. Infatti tu sei sempre sereno e sorridente, mentre io soffro di insonnia e di depressione”. Ma questi sono i palpiti di un’anima che lasciamo alla paterna bontà e misericordia di Dio. Prego per lui, ma sono sicuro che la sua onestà intellettuale e la sua ricerca di Dio hanno già ricevuto la giusta ricompensa dal Padre nostro che è nei Cieli.

                                           Gheddo Piero                                                           

 

Cosa resta dei No Global cattolici?

                                                                           

 

      Dieci anni  fa (20-22 luglio 2001) si svolgeva a Genova il G8. Gli otto Grandi del mondo si riunivano per discutere su come, nel tempo della globalizzazione, aiutare i “paesi in via di sviluppo”, specialmente quelli dell’Africa nera. Però in quei giorni vennero alla ribalta non i poveri che soffrono la fame, ma i “No Global” che manifestavano contro gli 8 Grandi e nelle frange estreme mettevano a ferro e fuoco la città di Genova.

     Nel movimento No Global, circa il 60% dei 200.000 manifestanti erano cattolici, venivano da parrocchie e associazioni cattoliche. Le guide, Vittorio Agnoletto, Luca Casarini e altri si proclamavano cattolici, ma l’ideologia che i No Global esprimevano non era certamente ispirata dalla fede. D’altra parte, il “Manifesto delle Associazioni cattoliche ai leaders del G8”, firmato il 7 luglio da decine di associazioni cattoliche e istituti religiosi e anche missionari, era la chiara prova di una sudditanza dei cattolici alla corrente dei contestatori di professione, che si ispirano al marxismo e al laicismo. Si ripeteva lo schema del Sessantotto. I cattolici all’origine della protesta del 1968, come del 2001; all’inizio, in ambedue i casi, le gerarchie cattoliche tentano il dialogo con i giovani contestatori, mostrando una notevole apertura alle loro ragioni. Ma poi, nel 1968 come nel 2001, la Chiesa si accorge ben presto che la buona fede e l’indubbia generosità dei giovani  non bastano a moderare gli eccessi della protesta e l’apporto culturale dei cattolici viene fagocitato dalle altre componenti del movimento. Era successo nelle assemblee di occupazione delle università nel Sessantotto, succede nei cortei e nelle manifestazioni del luglio 2001 a Genova.

      Oggi, dieci anni dopo, i No Global sono praticamente scomparsi, la storia ha dimostrato che la globalizzazione non è un’invenzione dei paesi ricchi per opprimere meglio quelli poveri, ma è “il treno dello sviluppo”: i popoli che riescono a salirci sopra si sviluppano (specie in Asia e America Latina), gli altri rimangono indietro, cioè i popoli di gran parte dell’Africa nera, che nel 1970 partecipavano al 3% del mercato globale, oggi fra l’uno e il due per cento!

     Il sociologo cattolico Paolo Sorbi, passato attraverso le esperienze del Sessantotto e di Lotta continua, stigmatizzava i No Global cattolici perché la loro fede e identità era stata del tutto oscurata: “I contestatori cattolici corrono il rischio di trasformarsi nei reggicoda di una grande razionalizzazione borghese”. Beppe del Colle scriveva su Famiglia Cristiana: “L’impressione più forte suscitata dal terribile G8 di Genova è di generale sconfitta… Hanno perso i Grandi, ma hanno perso anche i piccoli, i presunti ‘nemici della globalizzazione’, che si sono rivelati furiosi demoni del Nulla, vandali odiatori di tutto quello che ha senso per le persone civili”.

    Ferdinando Adornato denunziava su Il Giornale “l’inganno culturale” in cui erano caduti i cattolici: “Non si sfugge alla sensazione che alcuni settori del mondo cattolico rischino di restar vittime di un grande inganno culturale già commesso nei dintorni del Sessantotto, quando migliaia di ragazzi furono portati a confondere la Fede con la Rivoluzione, la Testimonianza evangelica con la Violenza… L’inganno consiste nell’annacquare totalmente l’identità cristiana nei riti di una comune e indistinta protesta contro l’egoismo e le disuguaglianze sociali”. Il sociologo Giuseppe De Rita si chiedeva ironicamente su Avvenire: “A cosa è servita la presenza cattolica nelle manifestazioni e nei cortei di Genova? E cosa ne resta dopo il calor bianco raggiunto in quei giorni?”. Gianni Baget Bozzo scriveva sul Giornale: “Genova ha raggiunto due vertici: la più violenta manifestazione del nichilismo anti-occidentale e un singolare impegno dei movimenti cattolici italiani per le tesi antiG8… Così la Chiesa ha offerto ai nichilisti antioccidentali una copertura religiosa e al tempo stesso una massa numerica che è servita a coprire l’azione dei violenti”.

     Ero a Genova nel luglio 2001 (nella casa del Pime a Nervi), ho partecipato all’inizio della prima manifestazione e alla sera ho avuto, allo stadio Carlini, una animata  conversazione con un buon gruppo di giovani, sotto uno striscione che dichiarava: “Un altro mondo è possibile”. Io suggerivo: “Il mondo nuovo è possibile, ma solo a partire da Cristo”. Un discorso che suscitava ironia e opposizione: noi crediamo in Cristo, ma cosa c’entra questo nei problemi politici e economici del G8? Mi torna alla mente il grande e caro Davide Turoldo, che in un dibattito sul Vietnam, a Torino  nel 1973, tuonava: “Ricordati Gheddo, che il socialismo è l’unica speranza dei poveri!”. Dopo il G8 di Genova, in un dibattito alla televisione su questo tema, alla mia proposta di convertirci a Cristo come modello di amore al prossimo, che ha donato la sua vita per gli altri, una personalità dichiaratamente cattolica (vivente), ha commentato: “La conversione a Cristo è un fatto personale e non è importante. L’importante è amare l’uomo …”. Ma come “amare l’uomo”? Per noi cristiani la verità sull’uomo ha un nome preciso e nessun altro nome: Cristo.

 

      Ripensando alle discussioni infuocate di quegli anni, il motivo fondamentale di dissenso che ancor oggi mi separa dagli epigoni cattolici del movimento No Global è questo. I cattolici dovrebbero sapere che l’unica vera e decisiva rivoluzione che salva l’uomo e l’umanità l’ha compiuta Cristo duemila anni fa. L’esperienza dei missionari conferma che il contributo essenziale della Chiesa alla crescita di un popolo e alla sua liberazione da ogni oppressione non è l’aiuto materiale o tecnico, quanto l’annunzio di Cristo: una famiglia, un villaggio, diventando cristiani passano da uno stato di passività, negligenza, divisione, ad un inizio di cammino di crescita e di liberazione. Il perché mi pare evidente e andrebbe ripreso e approfondito dai No Global cattolici e portato coraggiosamente alla ribalta nelle manifestazioni.

     Non capisco perché in Italia, anche nelle riviste missionarie, questi discorsi si fanno poco o nulla e sembra quasi che noi ci siamo fatti missionari per distribuire cibo, costruire scuole, condividere la vita dei poveri, protestare contro il debito estero e la vendita delle armi ai paesi poveri… Insomma non mi risulta chiaro, nell’animazione e nella stampa missionaria in Italia, che il primo vero dono che noi portiamo ai popoli è la fede in Cristo, che trasforma la vita e la società, creando un modello nuovo e più umano di sviluppo. I cari e illusi confratelli e suore missionarie, che hanno recentemente manifestato in Piazza San Pietro, qualificandosi come tali, contro la politica italiana che vuol privatizzare la gestione dell’acqua, hanno solo contribuito ancora una volta a far apparire i missionari come “operatori sociali”. E’ solo un esempio di una tendenza generale che, nata nel Sessantotto, è riemersa a Genova nel 2001 e continua tuttora.

     Il 2 dicembre 1992 l’arcivescovo di Milano card. Carlo Maria Martini, parlando ai missionari del Pime impegnati nella stampa e nell’animazione missionaria in Italia, citava le lettere di San Francesco Saverio, dicendo che “ancor oggi quelle lettere hanno una forza comunicativa straordinaria. Noi vorremmo che la nostra stampa missionaria fosse sempre così, cioè che avesse questa forza comunicativa del Vangelo, proprio attraverso le notizie sulla diffusione del Vangelo… Ridateci lo stupore del primo annunzio del Vangelo, ridatelo alle nostre comunità, non soltanto ai cristiani delle terre di missione, ma anche a noi, perché questo stupore riscaldi il cuore di tutti”.

                                                                                                  Piero Gheddo

 

 

 

Il Beato Clemente e le vocazioni missionarie

 

    Il superiore generale del Pime, padre Gianni Zanchi, dopo un recente incontro con i superiori degli altri istituti missionari, ha scritto sul bollettino interno dell’istituto (Il Vincolo): “Oggi si parla molto di ”crisi di vocazioni”. Forse è meglio dire che sono in crisi certi modi di vivere la vocazione. La vera crisi è questa: l’affievolirsi dell’entusiasmo, della capacità di innovazione e di creatività… I giovani questo lo percepiscono subito, hanno antenne sensibili e quindi non si sentono attratti….. Con molta franchezza e anche dolore, devo confessare che anche all’interno delle nostre comunità ci sono confratelli “mezzi-morti”, svuotati interiormente… Certamente non è la situazione generale delle nostre comunità. Tuttavia anche pochi casi sono sufficienti per rendere l’atmosfera di comunità pesante e dura”.

      Parole forti che richiamano l’ultimo capitolo dell’enciclica “Redemptoris Missio” di Giovanni Paolo II (1990), intitolato “La spiritualità missionaria”, dove si legge: “Il vero missionario è il santo…. Ogni missionario è autenticamente tale solo se si impegna nella via della santità” (n. 90).

     La beatificazione di Clemente Vismara è esemplare per tutta la Chiesa, per  la missione alle genti e la nuova evangelizzazione dei popoli cristiani. Clemente era un normale missionario, non ha fatto nulla di straordinario, ha vissuto la vita di tutti gli altri suoi  confratelli. Anzi non emergeva in nulla: non era vescovo né biblista né teologo né liturgista né canonista, non sapeva suonare nè cantare, non era un predicatore rinomato e nemmeno un superiore, non era un amministratore avveduto (non faceva bilanci né preventivi), non contava mai i suoi soldi e non conosceva bene le lingue.

     Verrebbe da dire: insomma, peggio di così! Calma! Clemente infatti pregava molto (oltre a tutto il resto, tre Rosari al giorno) e viveva in modo eroico le virtù evangeliche. Ecco perché, con l’aiuto di Dio, ha fondato e avviato cinque distretti missionari (Monglin, Mong Phyak, Kenglap, Mong Ping e Tongtà) e convertito più di cento villaggi. Lui vivente, in 65 anni dai cristiani da lui battezzati sono usciti cinque sacerdoti e 14 suore. Ecco perché la sua “fama di santità” in Birmania ha convinto il vescovo di Kengtung mons. Abramo Than, a iniziare la sua causa di beatificazione.

     Ma non basta. Scriveva molte lettere e articoli, ma anche altri scrivono tanto. Però i suoi scritti, che riflettevano la sua intimità con Dio, hanno suscitato decine e decine di vocazioni sacerdotali, religiose e missionarie, non solo nel Pime ma in numerosi altri ordini e congregazioni maschili e femminili. Lo dico perché lo so, ne sono sicuro. Nel suo paese natale, Agrate Brianza, i suoi scritti hanno suscitato una tale  “fama di santità” che una settimana dopo la sua morte il gruppo missionario parrocchiale, con l’approvazione del parroco, ha scritto una lettera al Pime chiedendo la sua beatificazione. E un anno e mezzo dopo, nella piazza della chiesa è stata inaugurata la sua statua di “protettore dei bambini” con un bambino in braccio!

      In Italia mancano le vocazioni sacerdotali, religiose e missionarie. E’ vero, la crisi di fede è anzitutto una crisi delle famiglie e quindi mancano i giovani. Ma noi, consacrati al Signore Gesù, dobbiamo chiederci: abbiamo conservato l’entusiasmo della nostra vocazione? La nostra vita, di noi preti, fratelli, suore, è ancora affascinante per i giovani d’oggi? Noi missionari, siamo ancora annunziatori di Cristo ai popoli o diamo di noi una diversa immagine?

                                                                                            Piero Gheddo

La misericordia di Dio in Giovanni Paolo II

    

 

      Il 1° maggio 2011 è stato beatificato Giovanni Paolo II, la cui biografia riserva ancora molti aspetti profetici. Ad esempio questo aneddoto che si trova nel volume del postulatore della causa di beatificazione di Papa Wojtyla: Slawomir Oder, “Perché è santo”, BUR extra, 2011, pag. 37. Non aggiunge niente all santità del grande Pontefice, ma può aiutare noi tutti a non perdere mai la fiducia nell’amore di Dio. Eccolo:

            

      Un sacerdote nord americano della diocesi di New York si disponeva a pregare in una delle parrocchie di Roma quando, all’entrare, si trovò davanti a un mendicante. Dopo averlo osservato per un momento, il sacerdote si rese conto che conosceva quell’uomo. Era un suo compagno di seminario, ordinato sacerdote con lui, nello stesso giorno. Ora mendicava per le strade di Roma. Il sacerdote, dopo essersi presentato e averlo salutato, ascoltò dalle labbra del mendicante come aveva perso la fede e la sua vocazione. Restò profondamente sconvolto. Il giorno seguente il sacerdote venuto da New York aveva l’opportunità di assistere alla Messa privata del Papa e avrebbe potuto salutarlo alla fine della celebrazione.

      Nell’arrivare sentì l’impulso di inginocchiarsi davanti al Santo Padre e chiedere che pregasse per il suo vecchio compagno di seminario, e ne descrisse brevemente la situazione al Papa. Il giorno dopo ricevette l’invito dal Vaticano a cenare con il Papa, e a portare con sé il mendicante della parrocchia. Il sacerdote ritornò nella parrocchia e comunicò al suo amico il desiderio del Papa. Una volta convinto il mendicante, lo portò dove era alloggiato, gli offrì indumenti e l’opportunità di prepararsi per l’incontro col Papa.

      I due cenarono con Giovanni Paolo II che, dopo cena, pregò il sacerdote di lasciarli soli, e chiese al mendicante di ascoltare la sua confessione. L’uomo, impressionato, gli rispose che non era più sacerdote, e il Papa rispose: “Una volta sacerdote, sacerdote per sempre”. “Ma io sono fuori dalle mie facoltà di presbitero”, insistette il mendicante. “Io sono il Vescovo di Roma, posso incaricarmi di questo”, disse il Papa. L’uomo ascoltò la confessione del Santo Padre e gli chiese a sua volta di essere confessato. Poi pianse amaramente. Alla fine Giovanni Paolo II gli chiese in che parrocchia era stato a mendicare, e lo designò assistente del parroco della stessa, incaricato delle attenzioni ai mendicanti.

                                                                                Piero Gheddo

Clemente di Dio tu inviti alla gioia

 

 

    Le tre giornate della beatificazione di padre Clemente  Vismara  (25-26-27 giugno) sono state segnate dalla commozione e dalla gioia, come dice l’inno al Beato:

 

    “Clemente di Dio, tu parli alla gente, invitando alla gioia (Ritornello)

      L’uomo è sicuro se teme il suo Dio, se a lui si affida imitando il suo amore.

      Iddio soltanto può rendere felici, ma noisiamo tutti strumenti del suo amore.

      La vita è radiosa se spesa per gli altri, se la sete di amare ci spinge lontano.

      Alleviare il dolore di chiunque si incontri, è questo il segreto per essere felici.

      La gioia è nel cuore dell’uomo che ama, dell’uomo che vive donandosi ai fratelli.

      Al mondo vi è solo una grande tristezza: non sapersi donare, non essere santi.

      Non c’è mai tristezza per chi vive in missione, per chi perde se stesso per amore di Dio”.

    

     Sabato sera 25 giugno. Veglia di preghiera ad Agrate Brianza, con benedizione eucaristica impartita da mons. Luigi Stucchi, vescovo della zona pastorale di Varese.

     Domenica mattino 26 giugno (ore 10-12), in Piazza Duomo a Milano, cerimonia di beatificazione tenuta dal card. Angelo Amato, delegato di Benedetto XVI e prefetto della Congregazione dei Santi e S. Messa del card. Dionigi Tettamanzi davanti a circa 7.000 fedeli, con 250 sacerdoti e 18 vescovi concelebranti.

    Lunedì sera 27 giugno, cena per un’ottantina di invitati nell’oratorio maschile di Agrate, poi la prima S. Messa solenne del Beato Clemente nella parrocchiale celebrata da mons. Ennio Apeciti, incaricato delle Cause dei Santi della diocesi di Milano e delegato vescovile a presiedere il processo canonico per la beatificazione di padre Vismara, e poi per il “processo sul miracolo”, in seguito approvato dalla severissima commissione medica della Congregazione. Il parroco di Agrate, don Mauro Radice, ha consegnato il reliquiario di Clemente, opera artistica in bronzo dorato scolpita dal nipote del Beato, lo scultore Alfredo Vismara (già autore della statua di Clemente nella piazza della chiesa) al vescovo di Kengtung mons. Chaku e al vescovo emerito mons. Than, poi al superiore generale del Pime padre Gianni Zanchi, al regionale d’Italia padre Bruno Piccolo, ai padri Gianni Zimbaldi e Claudio Corti per la missione di Fang e anche al postulatore emerito padre Piero Gheddo.

    Tre giornate segnate dalla gioia. Tra noi una quarantina di birmani, tre vescovi (Yangon, Taunggyi, Kengtung), il vescovo emerito di Kengtung, mons. Abramo Than, principale artefice della beatificazione di Clemente e il vescovo di Cheng Mai in Thailandia, nella cui diocesi lavorano i missionari del Pime fra i tribali profughi dalla Birmania, diversi dei quali battezzati dal padre Clemente e da altri missionari dell’istituto in Birmania.

     Quando in Piazza Duomo, il card. Amato ha letto la formula latina con la quale padre Clemente Vismara è proclamato Beato della Chiesa, la cui festa liturgica si celebra il 15 giugno di ogni anno (data della sua morte nel 1988), dico la verità, mi sono messo a piangere. Avevo il cuore che scoppiava di gioia e ringraziavo il Signore della rapida conclusione di questa Causa di beatificazione, durata solo 15 anni dall’inizio nel 1996, e 23 anni dalla morte di Clemente nel 1988. Quasi un record per la prudente Congregazione dei Santi. Mi pareva un sogno. Un missionario “come tutti gli altri” – non ha fatto miracoli né cose straordinarie, non ha avuto visioni, ha vissuto la vita comune dei missionari in Birmania di quel tempo – ecco questo confratello diventa Beato della Chiesa universale ed è proposto a modello di tutti i fedeli e specialmente di tutti i missionari del mondo intero. E’ una grande grazia che il buon Dio fa a tutti noi missionari del Pime, non solo per la nostra vita personale ma anche per il carisma che Vismara aveva di saper suscitare altre vocazioni missionarie.

     Dopo aver letto la formula della beatificazione, il card. Amato ha ricevuto brevemente, uno per uno, i tre postulatori dei tre beati ambrosiani di quella assolata domenica di giugno (gli altri due erano don Serafino Morazzone, parroco di  Chiuso nel lecchese e suor Enrichetta Alfieri, “la mamma dei carcerati” nelle carceri di San Vittore a Milano). A me ha detto: “Grazie al Pime e a lei, caro padre Gheddo, di aver portato agli altari un personaggio così affascinante come Clemente Vismara”. Io ho ringraziato e poi ho detto: “Eminenza, il Pime ha ancora due servi di Dio da beatificare: il fondatore mons. Angelo Ramazzotti e fratel Felice Tantardini, anche lui missionario in Birmania per 69 anni, un semplice fabbro ferraio da terza elementare che si è santificato nella comune vita missionaria”. Il cardinale ha detto: “La Congregazione è molto favorevole a queste figure missionarie”.Ho saputo poi da mons. Apeciti che lui aveva già parlato al card. Amato della Causa di Marcello Candia.    

     Sul Beato padre Clemente si possono fare tante altre riflessioni. A me preme fare questa. Credo che nell’Istituto siamo tutti impegnati a portare a termine le cause dei nostri missionari “servi di Dio”: oltre ai tre martiri (Alfredo Cremonesi, Mario Vergara e Pietro Galastri), mons. Angelo Ramazzotti, padre Carlo Salerio e fratel Felice Tantardini. Credo che fra non molto potrà iniziare anche la Causa di mons. Aristide Pirovano, che è già pronta e approvata calorosamente dal card. Tettamanzi (che però diceva di non voler firmare impegni per il suo successore).

     L’ostacolo maggiore alla beatificazione è, come tutti sanno, l’approvazione finale del miracolo ottenuto per intercessione del “servo di Dio”. Alla Congregazione dei Santi dicono che:

     1) La Chiesa fa i beati e i santi affinchè suscitino devozione e siano pregati, venerati, imitati e ottengano grazie per loro intercessione.

     2) Il miracolo, normalmente, è il segno finale di un popolo che prega e ottiene grazie.

     3) Occorre quindi che ci siano preghiere organizzate di popolo: Sante Messe negli anniversari, novene per gli ammalati, Comunioni e Rosari, ecc. Se nessuno stimola e organizza preghiere, non ci sono grazie e la causa si blocca, non va avanti.

 

     Termino citando l’esperienza di padre Vismara. Il vero motore della sua beatificazione è stato, senza ombra di dubbio, mons. Abramo Than, vescovo di Kengtung dal 1972 al 2001. Mons. Than ci credeva veramente alla santità di Vismara e anche da vescovo emerito andava nei villaggi portando immaginette di Clemente e quando c’era un malato radunava la gente e faceva pregare. E anche la parrocchia e il gruppo “Amici di Padre Vismara” di Agrate hanno animato la cittadina alla preghiera: Messa per padre Vismara una volta al mese, osari e novene, ecc. Nel 2001 alla Congregazione dei Santi abbiamo presentato ben sei supposti “miracoli”, con relativa documentazione, grazie a mons. Ennio Apeciti e al medico di Agrate dottor Franco Mattavelli (già sindaco della cittadina), che sono andati tre volte in Birmania per trovare documenti e testimonianze sul miracolo. Oggi dobbiamo ringraziare il Signore per la beatificazione di padre Clemente in tempi così rapidi. Penso che  tutti noi dei Pime dobbiamo impegnarci a fare conoscere i nostri servi di Dio ed a farli pregare.

                                                                                                                             Piero Gheddo

Clemente Vismara incarna la missione di sempre

 

 

      In prossimità della beatificazione di Clemente Vismara (26 giugno in Piazza Duomo a Milano), un amico sacerdote mi scrive: “Padre Vismara era certamente un santo missionario, ma non penso che sia un modello per i missionari del nostro tempo. E’ morto nel 1988 a 91 anni, appartiene ad un’epoca tramontata, un prete di stampo preconciliare. Oggi il mondo non cristiano è profondamente cambiato e la missione è radicalmente diversa, anche teologicamente, da quello che era ai tempi di padre Clemente. Sono convinto che per la missione del nostro tempo ci vogliono modelli del nostro tempo”.

      Caro amico sacerdote, scusami ma non credo che il tuo ragionamento funzioni. E’ certamente vero che dai tempi di Clemente la missione è radicalmente cambiata, anche teologicamente. Ad esempio, padre Vismara era appassionato del fine della missione: “Salvare le anime”, perché pensava che, se non arrivava il missionario a salvarle, le anime si perdevano. Oggi diciamo, col Concilio, che le anime le salva Dio “attraverso vie che lui solo conosce”, ma “l’attività missionaria conserva appieno, oggi come sempre, la sua validità e necessità” (“Ad Gentes”,  7).  Così ai tempi di Vismara si diceva che le religioni non cristiane erano “nemiche di Cristo” e il grande Matteo Ricci, che aveva una forte stima per la cultura cinese, scriveva però parole di fuoco contro le tre religioni “demoniache” della Cina, taoismo, confucianesimo e buddismo, scrivendo che erano opera del demonio per ostacolare la verità di Cristo. Anche Vismara  afferma che il buddhismo rovina il popolo birmano. Oggi invece sappiamo, ancora dal Concilio, che le religioni “non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini” (“Nostra Aetate”, 2). Quindi, non diciamo più che sono nemiche di Cristo, ma preparazione a Cristo. Di qui il dialogo inter-religioso.

     Ma la missione, pur cambiando molto nelle situazioni e condizioni esterne, negli strumenti, nel linguaggio, nei metodi di approccio alle realtà locali, rimane in fondo quella di sempre: “Andate in tutto il mondo annunziate il Vangelo a tutte le creature” e nel mondo la gran maggioranza degli uomini non ha ancora ricevuto il primo annunzio di Cristo. Come dice l’Ad Gentes (n. 6), il “compito” missionario della  Chiesa “rimane unico e immutabile in ogni luogo e in ogni situazione, anche se, in base al variare delle circostanze, non si applica allo stesso modo”.

 

     Padre Vismara è anche oggi un modello per ogni missionario, non certo perché andava a cavallo o abitava, all’inizio, in un capannone di fango e bambù, o perché raccoglieva gli orfani o per i metodi di catechesi che usava. Ma è modello per quello “spirito missionario” dei pionieri della missione, che era poi lo Spirito di Cristo, “senza del quale – dice la “Evangelii Nuntiandi” di Paolo VI (n. 75) – i più elaborati schemi a base sociologica o psicologica, si rivelano vuoti e privi di valore” per l’evangelizzazione.

     In un’epoca di rapida transizione post-conciliare come la nostra, con situazioni sempre  nuove che richiedono prontezza di adattamento e cambiamenti di metodi, di linguaggio, di forme organizzative, vi è il pericolo di mettere talmente l’accento sulle novità della missione, da far dimenticare che è molto più quello che ci unisce al passato di quello che ci divide. Ricordo che quand’ero direttore di “Mondo e Missione” e pubblicavo spesso “servizi speciali” dedicati a missionari, diciamo, pre-conciliari (appunto come padre Clemente Vismara), c’era sempre chi mi diceva o scriveva che ero “un tradizionalista” o magari anche “un conservatore”. Io rispondevo che quella “tradizione missionaria del Pime”, che quegli anziani missionari incarnavano, io volevo conservarla tutta, senza perderne nemmeno una briciola. Anzi, dicevo che noi giovani di quel tempo, quando iniziava il post-Concilio, dovevamo pregare il Signore come Eliseo quando il profeta Elia era rapito in cielo su un carro di fuoco: “Due terzi del suo spirito diventino miei” II Re, 2, 9).

     Padre Clemente Vismara non è solo un pioniere della missione in quella misteriosa e affascinante parte del mondo che è la Birmania orientale. E’ ormai una leggenda, un mito, una icona del missionario perché racchiude nella sua vita tutto quanto vi è di evangelico e di poetico nella missione alle genti. Secondo il comune sentire del nostro tempo, la missione agli estremi confini del mondo cristiano è assurda, gratuita, inutile. E’ assurdo infatti che un italiano di 91 anni rimanga in un villaggio di tribali akhà, lahu e shan, nel “triangolo dell’oppio”, a una giornata in jeep dal medico più vicino, fra guerriglieri, briganti, contrabbandieri di oppio e genti fra le più “primitive” della terra, che soffrono la fame e la lebbra, la dittatura e le prepotenze dei signori della guerra”.

     Ma più assurdo ancora è che, nonostante tutto questo, questo italiano di 91 anni, Cavaliere di Vittorio Veneto e titolare di una medaglia al valor militare della prima guerra mondiale, insomma, che il Beato Clemente Vismara fosse sempre sorridente, sereno, ottimista e contento di vivere, proiettato verso il futuro e non rivolto, come sarebbe stato naturale, al suo passato. Giovane nonostante i suoi anni. Infatti – mi diceva quando l’ho visitato nel 1983 in Birmania (e di anni ne aveva 86): “Per me la vecchiaia non è ancora cominciata. Cominci a diventar vecchio quando ti accorgi che non sei più utile a nessuno. Ecco perché Clemente diventa  Beato ed ancor oggi è modello per tutti i missionari e le missionarie. Per questo suo “spirito missionario” che è lo spirito di fede degli Atti degli Apostoli, proprio là dove ancor oggi nasce la Chiesa.

 

 

 

Ma il missionario è un operatore sociale?

 

     La Thailandia è uno dei pochi paesi asiatici nei quali c’è libertà religiosa e rispetto per le minoranze religiose. Il Pime vi lavora dal 1972 in due diocesi, una parrocchia a Bangkok e tre missioni fra i tribali nella diocesi di Cheng Mai, ai confini con la Birmania. Incontro a Milano padre Claudio Corti di Lecco, in Thailandia dal 1998 e tornato in Italia per la beatificazione di padre Clemente Vismara (26 giugno a Milano). Gli chiedo che impressione ha dell’Italia. Risponde:

     Corti – La mia impressione è questa: che il missionario è presentato e ritenuto più come operatore sociale che come evangelizzatore. Io sono partito perché mandato dalla Chiesa a portare il Signore Gesù a quei popoli che ancora non lo conoscono. L’immagine prevalente del missionario che appare oggi in Italia, anche in ambienti cattolici, è quella di uno dei tanti operatori sociali, come se la Chiesa in missione fosse una Ong che cura i malati, dà da mangiare agli affamati, si preoccupa delle scuole e dell’assistenza sanitaria, ecc. Ho anche l’impressione che i nostri cristiani hanno quasi timore di dire che noi siamo cristiani.

     Gheddo – Da dove ricavi questa impressione?

     Claudio – Il 25 marzo scorso la prima missione di padre Clemente a Monglin in Birmania è stata devastata da un forte terremoto che ha distrutto, tra l’altro, tre chiese. Amici che si impegnano a raccogliere soldi per aiutare a ricostruire le chiese dlstrutte mi dicono: “Ma non possiamo dirlo, diciamo semplicemente che aiutiamo la ricostruzione”.  Ma come, in Italia abbiamo paura di dire che ricostruiamo una chiesa? Che noi come cristiani italiani vogliamo ricostruire le chiese? Secondo me questo è un linguaggio “politicamente corretto” che faccio difficoltà a capire.          

     Gheddo – In questi giorni ho letto sul giornale che a Roma i missionari e le suore missionarie hanno fatto una manifestazione per l’acqua bene pubblico. Sui giornali è apparso il titolo : “Missionari e suore manifestano per l’acqua pubblica”.Tu cosa dici?

     Corti – Queste cose possono dirle e manifestarle tutti. Ma facendo una manifestazione di soli missionari e suore, diamo l’idea sbagliata del missionario. E’ certamente positivo e vero che il missionario va ad aiutare i poveri, istruire i bambini e via dicendo. Ma non può mancare l’annunzio di Cristo e del Vangelo; tutto il resto è fatto allo scopo di testimoniare la fede che porta alla carità. Ho un po’ timore che in Italia si ha quasi timore di dire la nostra fede, di testimoniarla apertamente. Quasi che per dialogare si debba mettere tra parentesi la fede e parlare solo di fatti e di opere sociali.

     Gheddo – Il movimento missionario italiano si è diviso negli anni settanta. Prima eravamo molto uniti e negli anni 50 e 60 abbiamo fatto assieme molte cose utili e belle: la Emi, la Fesmi, le visite dei missionari nei seminario diocesani, le settimane di studi missionari, gli incontri per “una teologia missionaria”, la campagna contro la fame e Mani Tese, ecc. Poi il sessantotto secolarizzato ci ha divisi e l’immagine del missionario a poco a poco si è politicizzata, il missionario è quasi diventato un operatore sociale: la sua immagine di evangelizzatore è decaduta. Ci lamentiamo che le vocazioni missionarie sono crollate in Italia. Ma quale giovane o ragazza decide di farsi missionario, se i missionari e le suore parlano di mondialità invece che di missione, manifestano per l’acqua pubblica o contro la vendita delle armi, invece di esprimere pubblicamente un appello ai giovani che vale la pena di diventare missionari per portare Cristo, l’unica ricchezza che abbiamo, a tutti i popoli?

       Corti – Noi in Thailandia, paese non cristiano dove i cattolici sono infima minoranza, stiamo attenti alle culture e alle religioni, rispettosi, dialoganti, disposti ad aiutare tutti per quel possiamo, ma nello stesso tempo siamo molto chiari sulla nostra identità cristiana. Ad esempio, anche gli ostelli nei quali educhiamo i ragazzi tribali, diciamo espressamente che sono centri di formazione umana e cristiana, perché altrimenti siamo equiparati alle tante Ong che fanno la stessa cosa in un modo laico, cioè indifferenti alla formazione religiosa. Ad esempio i giapponesi finanziano ostelli per ragazzi poveri. Noi ci distinguiamo perché dichiariamo apertamente che, educando i bambini poveri o orfani, siamo lì per evangelizzare. I giapponesi hanno parecchie Ong che non tanto mandano volontari, ma finanziano opere educative per i poveri. Bisognerebbe poi vedere se i loro finanziamenti vanno a buon fine, ma certamente i giapponesi aiutano l’educazione dei poveri. Anche  noi vogliamo e operiamo per questa finalità, ma mettiamo in risalto che siamo venuti in Thailandia per portare il Vangelo, di cui tutti i popoli hanno  bisogno.

                                                                                                   Piero Gheddo