Il Sinodo del Medio Oriente interessa anche noi

 

 

      Il Sinodo dei vescovi del Medio Oriente a Roma (10-24 ottobre) merita tutta l’attenzione di noi cristiani d’Italia e d’Europa. Siamo anche noi, anche se in misura minore, messi a confronto con l’islam, che si delinea sempre più uno dei due massimi problemi che la Chiesa universale è chiamata ad affrontare e risolvere nella nostra epoca, con la forza della fede. L’altro problema è senza dubbio il fenomeno della secolarizzazione (o anche relativismo) che mina alla base la fede e la pratica della vita cristiana anche nei nostri popoli evangelizzati da duemila anni.

     Il Medio Oriente presenta oggi molte situazioni difficili, che non favoriscono la sopravvivenza delle numerose e piccole minoranze cristiane. La situazione in Europa grazie a Dio è diversa, ma sono scenari che dobbiamo conoscere, il M.O. non è troppo lontano da noi. Un elenco sommario deve ricordare:

         il conflitto fra Israele e Palestina che continua da più di sessant’anni;

         la rivoluzione in Iran nel 1979 che portò al potere Khomeini e il clero sciita, dando origine ad uno stato teocratico che sta dotandosi della bomba atomica;

         la nascita in Iran del “terrorismo islamico” che dai paesi del Medio oriente si     

         diffonde in tutto il mondo;

         la guerra in Iraq, che non si sa ancora se si concluderà con la nascita di un paese democratico o di un altro paese teocratico;

         la guerra in Afghanistan  dove potrebbe rinascere (se la Nato si ritira) uno stato talebano, cioè di estremisti islamici votati alla”guerra santa” contro l’Occidente cristiano;

         la crescita del fondamentalista islamico, che ormai sta conquistando molti musulmani in tutto il mondo, attraverso i partiti politici islamici, la scuola statale e la “scuola coranica”, la predicazione nelle moschee e altri strumenti;

         preoccupante è l’avanzata dell’estremismo islamico anche in paesi dove lo stato trent’anni fa era laico, ad esempio Turchia, Iraq, Malesia, Egitto, Algeria, Iran, Pakistan, Indonesia….

         La crescita del fondamentalismo islamico in alcuni paesi ha favorito l’adozione della sharia (la legge islamica) o di parte della sharia. Questo ha una forte influenza sulla vita dei cristiani, che sono costretti a comportarsi in modo “più islamico” e favorisce la loro fuga dai paesi dell’islam.

         l’Occidente cristiano (specialmente gli Stati Uniti e l’Europa) è spesso  presentato (anche nei testi scolastici di paesi islamici) come il nemico storico e attuale dell’islam, da combattere e nei tempi lunghi “riportare a Dio” attraverso l’immigrazione e l’alto tasso di fertilità dei popoli musulmani;

         anche nello stato palestinese e a Gaza la tendenza fondamentalista è molto cresciuta, la libertà religiosa diminuita, rendendo molto più difficile un accordo e la pace con Israele.

 

      Il Medio Oriente (dallo Yemen alla Turchia, dall’Iran all’Egitto) conta 356 milioni di abitanti in grandissima maggioranza musulmani. I cattolici sono 5.707.000 e rappresentano l’1,6% dei 256 milioni di mediorientali; tutti i cristiani sono circa 20,6 milioni (5,62%), la maggioranza dei quali in Egitto (copti, 8 milioni), nella penisola arabica 3,5 milioni (in genere cattolici immigrati da Filippine, India, Bangladesh), 1,5 milioni in Siria e 1,4 in Libano (maroniti cattolici e altri).

 

      Gli scopi del Sinodo per il Medio Oriente sono indicati dal titolo del Sinodo stesso: “La Chiesa Cattolica nel Medio Oriente: comunione e testimonianza”. In altre parole: cercare la comunione e l’unità fra le molte Chiese cristiane e presentare ai popoli islamici la testimonianza di fede e di vita cristiana. Tre le situazioni che il Sinodo deve affrontare

1)     Il pericolo che l’emigrazione azzeri la presenza cristiana in Medio Oriente.

2)     L’unità della Chiesa e il dialogo ecumenico.

3)     La convivenza e il dialogo con l’islam.

 

     Il Medio Oriente è la regione in cui sono nati il cristianesimo e le prime comunità cristiane. Tutta la regione del M.O. era cristiana prima della nascita dell’islam e delle conquiste islamiche (sec. VII dopo Cristo) ed ha maturato e tramandato tanti documenti e tradizioni apostoliche. Le Chiese cristiane locali sono quindi depositarie di un prezioso tesoro cristiano e culturale che, se continua l’attuale tendenza dei cristiani all’emigrazione verso i paesi dell’Occidente (Europa, Americhe, Australia) andrà inevitabilmente perduto. Dalla fine della seconda guerra mondiale si calcola che dai paesi del Medio Oriente siano emigrati verso l‘Occidente circa 10 milioni di cristiani.

      Ma questa fuga è iniziata molto prima. Ad esempio, in Turchia all’inizio del Novecento c’erano circa 2 milioni di cristiani su 18 milioni di turchi, oggi, dopo il genocidio degli armeni e la nascita di Israele, sono meno di 100.000 su 72 milioni! In Turchia, i cristiani ortodossi che fanno riferimento al Patriarca di Costantinopoli sono quasi un  milione nelle Americhe e poche migliaia in Turchia! Dal 1840 il Libano ha registrato quattro guerre intestine a sfondo religioso e ha visto crollare il numero dei cristiani dal 55% nell’anno dell’indipendenza (1932) al 35% oggi. In Egitto i copti erano circa il 19-20% degli egiziani dopo la seconda guerra mondiale, oggi sono l’8-9%.

       Essere cristiani oggi nei paesi del Medio Oriente richiede grande fede e molto coraggio. Rodolfo Casadei, che ha fatto un’inchiesta approfondita in quattro paesi medio orientali (“Il sangue dell’agnello”, Guerini e associati, Milano 2008, pagg. 206), scrive: “Quel che colpisce nei cristiani d’Oriente è la convivenza tra la ferialità della vita – secolare come quella di noi europei – ed eroicità della fede, alla quale quasi nessuno è disposto a rinunziare, anche se dovesse costare la vita o, più spesso, l’abbandono della casa e del paese natio”. I martiri cristiani nel Medio Oriente d’oggi sono molti, anche se noi ricordiamo quasi solo gli italiani come don Andrea Santoro e mons. Luigi Padovese, suor  Leonella Sgorbati, Annalena Tonelli e Luciana Semprini in Somalia  (le prime due le ho conosciute bene sul posto).

 

     Ma i cristiani hanno ancora una missione specifica in Medio Oriente? Senza dubbio sì: la fine delle Chiese dell’Oriente sarebbe una grave perdita per la Chiesa universale e per le stesse popolazioni islamiche. La minoranza cristiana in M.O. rappresenta un modo di vivere e una cultura diversi, stimolanti, aperti al mondo occidentale e cristiano, che arricchiscono le società islamiche (e anche Israele). Se queste piccole comunità vengono azzerate dall’intolleranza delle popolazioni maggioritarie, gran parte della tradizione e del pensiero delle Chiese d’Oriente andrebbe essere perso per sempre e nulla potrebbe sostituirlo. E sarebbe anche una grave perdita per la Chiesa universale.

 

    Lo scopo del Sinodo è di fare il punto per  vedere che futuro hanno i cristiani in Medio Oriente, rafforzare la coscienza della loro missione ed esortarli a superare i particolarismi ed a camminare verso l’unità delle Chiese cristiane. Ma ha anche lo scopo di richiamare la nostra attenzione, di noi cristiani d’Italia e d’Occidente, per interessarci maggiormente dei nostri fratelli di fede in pericolo di estinzione e per aiutarli come possiamo col sostegno economico e con la preghiera. Ma i fratelli di fede del Medio Oriente possono anche insegnare molto a noi cristiani d’Italia e d’Europa. Soprattutto come porci di fronte all’islam, come dialogare con i popoli islamici, così profondamente diversi da noi. Con i quali, però, dobbiamo inevitabilmente capirci, intenderci, accordarci, se vogliamo costruire un futuro migliore per noi e per tutta l’umanità, evitando di cadere nel baratro di uno scontro, che non avrebbe vincitori ma solo vinti.

 

                                                                                  Piero Gheddo

Voloontari laici con i missionari

   

 

                

     Nel 2010 il Pime festeggia i vent’anni dell’Alp (Associazione Laici Pime). Ecco la testimonianza di Michela Nolli di Casale Corte Cerro (Verbania), che prossimamente parte per la Costa d’Avorio.

 

     Ciao a tutti! Dopo i due anni di formazione con l’Alp, eccomi a scrivere due righe sulla mia visita in Costa d’Avorio, dopo la quale ho deciso che partirò per un periodo  di tre anni. Beh, debbo dirvi che sono partita senza grandi aspettative, era la prima volta che andavo in Africa e vedere sotto di me, dall’aereo, lo stretto di Gibilterra ha significato davvero lasciare l’Europa per un continente sconosciuto. Ma che già mi sembrava affascinante. Io che amo la natura in qualsiasi forma (monti, colline, mare, fiumi, animali, fiori, foreste, cielo….), sono tornata a casa col mal d’Africa per gli africani. Ho trovato degli educatori africani disponibili ed entusiasti del loro lavoro, preti locali simpatici e scherzosi, donne del villaggio premurose come mamme, bimbi sorridenti e pieni di gioia nel vedere i loro volti impressi su una fotocamera digitale. Ovviamente non è mancato anche qualche lato negativo!

    A cucire le fila di queste diverse realtà c’era padre Dino in Costa d’Avorio da tanti anni, che ci spiegava le loro usanze, i problemi, i conflitti, gli aspetti positivi e quelli negativi: così tutto aveva un suo senso, anche l’energia elettrica alternativa.

    Da quando sono tornata in Italia, ho cominciato a riflettere su cosa fare di questa visita e del mio futuro. Non sempre è facile lasciare le persone a cui vuoi bene, il lavoro che ti piace… persino accettare che il mondo in cui vivi ti sta stretto può essere faticoso. Eppure, questi due anni di formazione con l’Alp, e la successiva visita in Africa, hanno confermato e consolidato il mio desiderio di partire, di andare a vivere la mia vita con loro, di provare con semplicità a testimoniare la mia fede cristiana non a parole, ma con i gesti. Non mi restava che dare la notizia a parenti, amici e colleghi. Le reazioni sono state le più varie e non tutte accomodanti.

     “Per quanti giorni stai via?”. Per tre anni. “Ah!”! e poi silenzio. “Ma tu sei matta!”. “Che coraggio!”. “Invece di andare fra i bambini africani, ti diamo il nostro da curare per tre anni. Tu che ci vai a fare?”. “Lo sai che sarò preoccupata per te! Ma se è una tua scelta….”. “Se non fossi sposata, verrei con te!”….

     So che chi mi conosce davvero soffre un po’, perché la lontananza non è mai facile. Ma mi capisce e prega per me, e questa è la cosa veramente importante. Vuol dire che proverò a sperimentare la comunione, che funziona dicono ovunque noi siamo. Forse da lontano è più facile da sentire, che non da qui. Buon esperimento a tutti e mettetecela tutta, perché dovete farmi sentire  che ci siete!

                                    

                                                                        Michela Nolli,

                                                                Casale Corte Cerro (VB)

 

 

     Nel 2010 Il Pime celebrai vent’anni dalla nascita dell’ALP  (Associazione Laici Pime), decisa dall’Assemblea generale del Pime nel 1989 a Tagaytay (Filippine) e nata nel 1990 a Milano, per offrire a giovani e adulti l’opportunità di vivere un momento forte di condivisione della propria vita e del proprio cammino di fede insieme ai missionari, nei Paesi in cui l’Istituto è presente. L’ALP ha la finalità primaria della Missione, che si realizza nella testimonianza del Vangelo attraverso la propria vita e la propria professione. Dipende dal Superiore della Regione Pime in Italia, e con un direttivo composto da 5 membri in carica per 2 anni; cinque laici e un assistente spirituale, il padre Giovanni Gadda, già missionario in Amazzonia brasiliana. La segretaria dell’ALP, Nicoletta Maffazioni, è stata missionaria in Guinea-Bissau.

    Le funzioni del direttivo consistono nel programmare e organizzare i percorsi formativi, nel valutare le richieste e i progetti proposti dai missionari, nell’individuare i laici adeguati e proporli alla Direzione Generale dell’Istituto che dà la destinazione alla missione.  I laici appartenenti all’ALP prestano un servizio qualificato nelle terre di missione (Asia, Africa, America latina e Oceania) per alcuni anni, e si occupano soprattutto di progetti di promozione umana in campo sociale, educativo, tecnico, sanitario e agricolo, e collaborano nelle attività parrocchiali in ambito pastorale. I criteri ed i valori su cui l’ Associazione si fonda sono la conoscenza, il rispetto e la valorizzazione della cultura, della lingua e delle tradizioni locali, la condivisione delle  conoscenze e capacità professionali, la collaborazione con missionari e volontari operanti sul territorio.

     L’Alp propone un percorso di formazione per verificare le motivazioni del partire e per approfondire il ruolo del laico e il tipo di servizio da realizzare in missione.

In missione i laici si inseriscono nelle attività dei Missionari del Pime e al ritorno portano la loro testimonianza nelle comunità di origine evidenziando i valori della vita cristiana vissuta nella gratuità e nell’attenzione verso tutti i fratelli.

     La preparazione prevede un corso biennale da settembre a giugno nella casa S. Alberico – PIME – di Busto Arsizio (Va), organizzato in vari incontri a cadenza mensile durante i fine settimana. Inoltre sono necessari incontri personali di conoscenza e di discernimento, con i membri del Consiglio Direttivo dell’Associazione, per poter valutare le attitudini, le capacità e le aspettative dei candidati, per poterli indirizzare verso un progetto adeguato e presentarli alla Direzione Generale del PIME per una destinazione in missione.

     Durante la formazione il partecipante effettua una visita di almeno un mese nella missione di destinazione al fine di conoscere il progetto, i luoghi e le persone con le quali condividere gli anni di servizio missionario.

     Attualmente l’Alp è presente in Bangladesh, Thailandia, Cambogia, Camerun, Guinea Bissau, Costa d’Avorio. I laici partiti finora per le missioni con un contratto per un  certo numero di anni di impegno (5 per l’Asia, 3 per gli altri continenti)  sono 52 e altri tre partono quest’anno per Guinea-Bissau, Costa d’Avorio e Bangladesh.

     ALP – Associazione Laici Pime Via Mosè Bianchi, 94 -20149 Milano – Ufficio, Nicoletta Maffazioli: 02.43.82,23.74. Email: alp@pimemilano.com. – Sito: www.pimemilano.com  (cliccare su “laici”).

     Sede missionari laici dell’Alp: Pime , Via Lega Lombarda, 20, 21052 Busto Arsizio (Va) – Tel. 0331.350.833  – P. Giovanni Gadda. Email: gadda.giovanni@pime.org.

 

                                                                            Piero Gheddo

 

le mamme salvano il mondo 7 ott 2010

 

 

 

     Le testimonianze che vengono dalle missioni a volte sono veramente belle e commoventi. Un giovane missionario del Pime in Cambogia da dieci anni, padre Alberto Caccaro, mi manda questo racconto di vita vissuta. Ci fa bene ricordare com’eravamo anche noi in tempi non lontani. Lo pubblico volentieri e ringrazio l’amico Alberto.  Piero Gheddo.

 

Se la vostra vita quotidiana vi sembra povera, non l’accusate;

accusate voi stesso, che non siete assai poeta da evocarne la ricchezza[1].

 

      Due giorni fa è venuta una mamma, vedova. Voleva iscrivere la figlia adolescente alla nostra scuola. L’ho vista entrare alla guida di una motoretta scassata, claudicante, ma in movimento. Erano in tre, sulla moto. Con la figlia si portava anche una nipote, sempre da iscrivere a scuola. Venivano da un villaggio non lontano, ma difficile da raggiungere per via della strada alquanto dissestata. Gli occhiali da sole che indossava, vecchi come la moto, servivano a nascondere una menomazione all’occhio sinistro. Me ne sono accorto solo dopo la chiacchierata. Pian piano mi raccontava che per venire fino a scuola aveva dovuto chiedere la moto in prestito ad un vicino. E siccome la moto era senza targa, aveva dovuto chiedere in prestito la targa ad un secondo vicino. Una targa che avesse i fori al posto giusto per essere attaccata all’apposita sede ed evitare di essere fermata dalla polizia stradale. E siccome non aveva il casco, ormai d’obbligo anche in campagna, aveva dovuto chiederlo in prestito ad un terzo vicino …  Per non chiedere tutto ad uno solo, aveva preferito confondere la propria indigenza rivolgendosi a tre vicini diversi.

      Alla fine, completa di tutto, di moto, di targa e di casco, aveva accompagnato le due ragazze fino a scuola. Di fronte a me, mentre mi parlava, come sfondo alle sue parole, vedevo gli unici due denti dell’arcata superiore ed uno dell’arcata inferiore. Niente più. Ma mi parlava con tanta passione di sua figlia, di sua nipote e della loro voglia di studiare che, in tutta quella mancanza, ho visto una pienezza. Un senso compiuto alle cose. E’ vero quello che dice Rainer Maria Rilke: dobbiamo saper evocare la ricchezza di ciò che altrimenti sembrerebbe e rimarrebbe povero. Ho capito che sono a Prey Veng non per fare grandi cose. Devo solo osservare ed e-vocare, nominare la ricchezza che si nasconde nel cuore di tante madri, povere e un po’ svirgole … ma in movimento, sempre. Nominare fino ad e-vocare[2], e così sottrarre all’oblio. Le mamme salvano il mondo …

 

     Hang ha avuto il suo primo figlio due mesi fa. Sposata da circa un anno, è diventata madre di un bellissimo bambino. Da quando ha partorito il piccolo, non è più venuta alla Messa. Finalmente qualche giorno fa l’ho incontrata. Mi ha spiegato che suo marito, non cattolico, è spesso fuori casa. Il lavoro lo trattiene lontano e non potrà nemmeno partecipare al battesimo del piccolo, il giorno dell’Assunta. Mi racconta che il bambino piange spesso la notte e nessuno riesce a dormire. Il marito lontano, torna ogni tanto per visite brevi, al massimo una notte, poi se ne và. Anche il giorno del parto continuavano a chiamarlo perché tornasse al lavoro. Poi la nascita e le notti insonni …

      Ha però notato una cosa: quando il papà torna e dorme una notte a casa, anche il bimbo dorme tranquillo. Allora, una notte, l’ennesima notte senza papà, impotente di fronte al pianto del bambino, ha preso una camicia di suo marito e ha avvolto il corpicino del piccolo. Dopo qualche istante il bimbo ha smesso di piangere. “Forse – mi dice questa giovane mamma – il mio bambino riconosce l’odore del suo papà e si calma, pensa che il papà sia lì”. Ha riprovato più volte e ha funzionato. Mi ha commosso pensare che un bimbo di due mesi possa riconoscere l’assenza e la presenza, e possa dire la sua, piangendo. Ho detto alla mamma di fare presente a suo marito che il lavoro, per quanto necessario, non può diventare un alibi per sottrarsi a suo figlio. Non so come andranno a finire le cose, ma quel piccolo principe piange se il suo papà si sottrae e la casa diventa un insieme di mura disabitate.

      Pensando a queste due mamme ho ripreso le parole di un poeta contemporaneo: “Il mondo lo salvano le madri. Certo, i padri lo lavorano, i figli lo fanno avventuroso e lo rinnovano. Ma lo salvano le madri. Lo si capisce quando il tempo si fa duro. Quando i conflitti esplodono. E non si sa come fare. Allora le madri, certe madri, lo salvano. La loro semina paziente, la loro forza segreta lo custodisce e lo rinfranca”.[3]

 

                                                                    Alberto Caccaro,

                                                         missionario del Pime in Cambogia

 


[1] Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta, Milano 1997, p. 15.

[2] Secondo il mio vecchio dizionario di italiano, il famoso Devoto – Oli, evocare significa “chiamare dal mondo del mistero a quello dell’esperienza sensibile”.

[3] Testo di Davide Rondoni.

Le mamme salvano il mondo

 

 

 

     Le testimonianze che vengono dalle missioni a volte sono veramente belle e commoventi. Un giovane missionario del Pime in Cambogia da dieci anni, padre Alberto Caccaro, mi manda questo racconto di vita vissuta. Ci fa bene ricordare com’eravamo anche noi in tempi non troppo lontani. Lo pubblico volentieri e ringrazio l’amico Alberto.  Piero Gheddo.

 

Se la vostra vita quotidiana vi sembra povera, non l’accusate;

accusate voi stesso, che non siete assai poeta da evocarne la ricchezza[1].

 

      Due giorni fa è venuta una mamma, vedova. Voleva iscrivere la figlia adolescente alla nostra scuola. L’ho vista entrare alla guida di una motoretta scassata, claudicante, ma in movimento. Erano in tre, sulla moto. Con la figlia si portava anche una nipote, sempre da iscrivere a scuola. Venivano da un villaggio non lontano, ma difficile da raggiungere per via della strada alquanto dissestata. Gli occhiali da sole che indossava, vecchi come la moto, servivano a nascondere una menomazione all’occhio sinistro. Me ne sono accorto solo dopo la chiacchierata. Pian piano mi raccontava che per venire fino a scuola aveva dovuto chiedere la moto in prestito ad un vicino. E siccome la moto era senza targa, aveva dovuto chiedere in prestito la targa ad un secondo vicino. Una targa che avesse i fori al posto giusto per essere attaccata all’apposita sede ed evitare di essere fermata dalla polizia stradale. E siccome non aveva il casco, ormai d’obbligo anche in campagna, aveva dovuto chiederlo in prestito ad un terzo vicino …  Per non chiedere tutto ad uno solo, aveva preferito confondere la propria indigenza rivolgendosi a tre vicini diversi.

      Alla fine, completa di tutto, di moto, di targa e di casco, aveva accompagnato le due ragazze fino a scuola. Di fronte a me, mentre mi parlava, come sfondo alle sue parole, vedevo gli unici due denti dell’arcata superiore ed uno dell’arcata inferiore. Niente più. Ma mi parlava con tanta passione di sua figlia, di sua nipote e della loro voglia di studiare che, in tutta quella mancanza, ho visto una pienezza. Un senso compiuto alle cose. E’ vero quello che dice Rainer Maria Rilke: dobbiamo saper evocare la ricchezza di ciò che altrimenti sembrerebbe e rimarrebbe povero. Ho capito che sono a Prey Veng non per fare grandi cose. Devo solo osservare ed e-vocare, nominare la ricchezza che si nasconde nel cuore di tante madri, povere e un po’ svirgole … ma in movimento, sempre. Nominare fino ad e-vocare[2], e così sottrarre all’oblio. Le mamme salvano il mondo …

 

     Hang ha avuto il suo primo figlio due mesi fa. Sposata da circa un anno, è diventata madre di un bellissimo bambino. Da quando ha partorito il piccolo, non è più venuta alla Messa. Finalmente qualche giorno fa l’ho incontrata. Mi ha spiegato che suo marito, non cattolico, è spesso fuori casa. Il lavoro lo trattiene lontano e non potrà nemmeno partecipare al battesimo del piccolo, il giorno dell’Assunta. Mi racconta che il bambino piange spesso la notte e nessuno riesce a dormire. Il marito lontano, torna ogni tanto per visite brevi, al massimo una notte, poi se ne và. Anche il giorno del parto continuavano a chiamarlo perché tornasse al lavoro. Poi la nascita e le notti insonni …

      Ha però notato una cosa: quando il papà torna e dorme una notte a casa, anche il bimbo dorme tranquillo. Allora, una notte, l’ennesima notte senza papà, impotente di fronte al pianto del bambino, ha preso una camicia di suo marito e ha avvolto il corpicino del piccolo. Dopo qualche istante il bimbo ha smesso di piangere. “Forse – mi dice questa giovane mamma – il mio bambino riconosce l’odore del suo papà e si calma, pensa che il papà sia lì”. Ha riprovato più volte e ha funzionato. Mi ha commosso pensare che un bimbo di due mesi possa riconoscere l’assenza e la presenza, e possa dire la sua, piangendo. Ho detto alla mamma di fare presente a suo marito che il lavoro, per quanto necessario, non può diventare un alibi per sottrarsi a suo figlio. Non so come andranno a finire le cose, ma quel piccolo principe piange se il suo papà si sottrae e la casa diventa un insieme di mura disabitate.

      Pensando a queste due mamme ho ripreso le parole di un poeta contemporaneo: “Il mondo lo salvano le madri. Certo, i padri lo lavorano, i figli lo fanno avventuroso e lo rinnovano. Ma lo salvano le madri. Lo si capisce quando il tempo si fa duro. Quando i conflitti esplodono. E non si sa come fare. Allora le madri, certe madri, lo salvano. La loro semina paziente, la loro forza segreta lo custodisce e lo rinfranca”.[3]

 

                                                                    Alberto Caccaro,

                                                         missionario del Pime in Cambogia

 

 

 


[1] Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta, Milano 1997, p. 15.

[2] Secondo il mio vecchio dizionario di italiano, il famoso Devoto – Oli, evocare significa “chiamare dal mondo del mistero a quello dell’esperienza sensibile”.

[3] Testo di Davide Rondoni.

L'Africa nera secondo Naipaul

 

                 

     Non abbiamo mai finito di comprendere gli altri popoli, le altre culture e religioni.   

L’Africa nera torna ogni tanto alla ribalta dell’attualità, purtroppo quasi sempre per avvenimenti negativi, carestie, guerre tribali, dittature, immigrazioni clandestine verso l’Italia. Si dice che bisogna dare a quei popoli maggiori finanziamenti, aiutarli a svilupparsi in casa loro, smetterla di rapinare l’Africa delle sue ricchezze naturali, ecc. Da mezzo secolo siamo abituati a questi ritornelli e molti non capiscono come mai l’Africa nera non si sviluppa. Poi arriva un Premio Nobel della Letteratura (nel 2001), Vidia Naipaul, indiano dei Caraibi, con un libro che capovolge tutte le nostre conoscenze e credenze: “La maschera dell’Africa” (Adelphi 2010, pagg. 290).

     Un libro contro corrente, attaccato e censurato dall’intellighenzia “liberal” e progressista, che accusa l’Autore di aver dato una visione razzista degli africani, raccontandolo come un mondo primitivo e violento, dove sopravvivono in modo massiccio riti religiosi ancestrali basati su sacrifici, magia, stregoneria. Lui risponde: “Scrivo la verità, chi mi accusa di razzismo è un terzomondista in malafede”.

     Il volume è la cronaca meticolosa di una sua recente visita-inchiesta in Africa (dal marzo 2008 al settembre 2009), alla ricerca delle radici religiose e culturali dell’Africa nera. Vuol capire meglio l’Africa e pensa, a ragione, che la religione tradizionale sia la chiave per entrare nella cultura e mentalità degli africani. Visita vari paesi: Uganda, Ghana, Nigeria. Costa d’Avorio, Gabon e Sud Africa e scrive: “Ero convinto che nell’immensa vastità dell’Africa le pratiche magiche non fossero diffuse in maniera uniforme. Ho dovuto ricredermi. Ovunque ho incontrato indovini che ‘gettavano le ossa’ per leggere il futuro e ovunque ho ritrovato la stessa idea di una ‘energia’ da imbrigliare attraverso il sacrificio rituale”.

     Naipaul non solo racconta in modo preciso fatti che ha visto e che già conosciamo, la magia, la stregoneria, la credenza negli spiriti, i sacrifici di animali, ma dice che ha sentito il bisogno, “da non credente quale sono, di andare al cuore delle cose, di avvicinarmi ancora di più all’ Africa, attraverso le credenze”. E ha scoperto quanto gli studiosi dell’Africa già sanno. Con una differenza. Chi studia l’Africa legge di riti e magie in un modo, come dire, distaccato, pensando che la vita oggi è molto cambiata e tutto si riferisce ad un lontano passato. Naipaul invece incontra e parla con scrittori, uomini politici, professori universitari, giornalisti  e molta gente comune e documenta come proprio quelle credenze sono radicate nella cultura e mentalità di molti, rappresentano un punto di riferimento diffuso e sono, in fondo, un forte ostacolo allo sviluppo. “L’africano medio – scrive – ha molta paura della religione pagana e questa resiste” (pag. 93). L’africano medio, in fondo, vive una schizofrenia profonda: da un lato accetta e desidera di entrare nell’attualità del mondo moderno, dall’altro la sua cultura tradizionale lo riporta al passato da cui non vuole e non può staccarsi.

     “La maschera dell’Africa” spiazza un po’ tutti proprio per questo. Ci rivela un’Africa quasi sconosciuta che sopravvive e influisce ancora perché “le credenze religiose e le pratiche culturali sono strettamente legate: le credenze religiose determinano la cultura” (pag. 151). Naipaul scrive che “a parte la sua componente islamica, l’Africa si considera cristiana”,  poi subito aggiunge che “al di sotto scorrono antiche correnti di pensiero, di fede, di costumi” (pag. 88).

     “La maschera africana” non è un libro facile perché porta continuamente  l’attenzione su situazioni africane alle quali non siamo abituati, la magia, il boschetto sacro, il malocchio, violenze e crudeltà, sacrifici cruenti e orridi: “Si fanno molti sacrifici rituali…. Succede tutti i giorni” (pag. 206). Realtà tabù che non si vorrebbe nemmeno conoscere. Eppure non è un libro a tesi. Il Premio Nobel ha passato un anno e mezzo in Africa e racconta semplicemente quanto ha visto e sentito senza quasi alcun commento.

    Al termine della lettura, mi viene in mente quanto mi diceva anni fa un missionario cappuccino in Angola, padre Flaviano Petterlini, mentre visitavo con lui il nord e il centro del paese: “Gli africani sono giovani, pieni di vita e di buona volontà e hanno immense potenzialità di sviluppo e di bene. Ma la loro più grande povertà è che non conoscono o conoscono poco Cristo, l’unico che può liberarli dalle potenze del male”.

    Il 21 marzo 2009, in Angola il Papa ha detto ai vescovi angolani: “Tanti dei vostri concittadini vivono nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati; disorientati, arrivano al punto di condannare bambini di strada e anche i più anziani, perché – dicono – sono stregoni”.

     Il Papa continua dicendo che “qualcuno obietta: «Perché non li lasciamo in pace? Essi hanno la loro verità e noi, la nostra. Cerchiamo di convivere pacificamente, lasciando ognuno com’è, perché realizzi nel modo migliore la propria autenticità». “Ma, continua il Papa, se noi siamo convinti e abbiamo fatto l’esperienza che senza Cristo la vita è incompleta, le manca una realtà – anzi la realtà fondamentale – dobbiamo essere convinti anche del fatto che non facciamo ingiustizia a nessuno se gli presentiamo Cristo e gli diamo la possibilità di trovare, in questo modo, anche la sua vera autenticità, la gioia di avere trovato la vita. Anzi, dobbiamo farlo, è un obbligo nostro offrire a tutti questa possibilità di raggiungere la vita eterna”.

    E’ la prima volta che una personalità non africana a livello mondiale ricorda questa radice superstiziosa e culturale che impedisce lo sviluppo degli africani e dell’Africa. E il Papa non lo fa per giudicare o condannare, ma per aiutare, come padre e messaggero del Vangelo di libertà, gli africani a liberarsi da una pesantissima eredià religioso-culturale-storica.

                                                                   Piero Gheddo

Quale nuova evangelizzazione dell'Europa?

                       

 

     “Spiritus”, trimestrale di “esperienze e ricerche missionarie” edito in Francia dagli istituti missionari, pubblica una riflessione sulla “nuova evangelizzazione” dell’Europa  (n. 200, settembre  2010) e inizia con un panorama sommario della vita cristiana nei vari paesi d’Europa.  L‘Autore Eric Manhaenge, direttore della rivista,  conclude dicendo che “la Chiesa è in crisi nel vecchio continente”. Questo è evidente nei paesi più secolarizzati come la Francia, che è un po’ un’eccezione in Europa in quanto la secolarizzazione è già iniziata nel secolo XVIII con l’Illuminismo, molto prima che in altri paesi del continente. Però anche nei paesi che hanno resistito meglio o più a lungo all’ondata dissacratrice e anti-cristiana, Italia, Irlanda, Polonia, Spagna , la frequenza alla Messa domenicale è fortemente diminuita.

    “La situazione sembra nettamente migliore in Italia, dove anche intellettuali atei si mostrano gelosi dell’identità cattolica del loro paese… I sondaggi dicono che la pratica religiosa è ancora molto elevata”. Anche se, aggiunge l’articolo, in Italia si manifesta la tendenza opposta a quella di altri paesi. Le persone interrogate tendono a dire che frequentano la chiesa in misura maggiore di quanto dice la realtà dei fatti, mentre in altri paesi, nei quali la Chiesa ormai conta poco, è vero il contrario: anche chi va in  chiesa tende a dire che non ci va!

     In questa situazione è scoppiato nei mesi scorsi lo scandalo dell’abuso di minori da parte di sacerdoti, che è stato nefasto per la vita cristiana e l’immagine che la Chiesa dà di sé. Anche perché le autorità ecclesiastiche di varie parti d’Europa hanno dato l’impressione di essere reticenti nella trasparenza e nel collaborare con le autorità giudiziarie dei loro paesi. Vescovi e sacerdoti volevano “evitare lo scandalo”. “Percezione in gran parte falsa ma comprensibile” dice la rivista, ma non c’è dubbio che è passata nei mass media e nell’immaginazione popolare: i responsabili della Chiesa hanno cercato di proteggere la reputazione dell’istituzione, anche a costo di esporre bambini innocenti a preti apparsi come “cacciatori di prede”.

     “Il dibattito pubblico nei grandi media ha seriamente danneggiato la Chiesa”. In Italia, sinceramente, a me pare che questo, in genere, non sia successo. Però la riflessione di “Spiritus” riguarda i 27 paesi dell’Unione Europea che sono etichettati come cristiani e nell’immaginario popolare non si fanno molte distinzioni fra un paese e l’altro e fra le varie Chiese cristiane. Lo scandalo ha preso tali dimensioni, che si sono ripresi e descritti come attuali anche molti fatti del passato, come pure non tutte le accuse a uomini di Chiesa corrispondevano alla realtà. “C’è l’impressione – scrive Spiritus – che la società, cosciente delle proprie insufficienze,  abbia trovato nella Chiesa un comodo capro espiatorio. Si voglia o no, questa nuova realtà fa ormai parte dell’immagine che l’europeo del XXI secolo si è fatto della Chiesa cattolica”.

      Lo scandalo della pedofilia (che forse in Italia abbiamo avvertito meno che altrove), deve rendere la Chiesa e i suoi vari organismi più trasparente, più dialogante, più  aperta all’ascolto degli altri.

     “Come Gesù – conclude la rivista – la Chiesa ha certamente qualcosa da dire all’Europa. Gesù ha fatto comprendere che ogni proposta comprende l’ascolto dell’altro e il rispetto per le posizioni di altri (anche se ci sembrano sbagliate!)…. Ogni sforzo di portare la Buona Notizia all’Europa suppone di cogliere l’altro senza riserve. Quello che la Chiesa ha da dire, lo può dire solo nel quadro dell’amicizia e del rispetto… Tutto questo mons. Fisichella l’ha ben compreso e c’è da sperare che il nuovo Pontificio Consiglio diventerà un luogo nel quale si rifletterà su questo tipo di evangelizzazione. Una Chiesa realmente convertita e sinceramente pentita, cosciente delle proprie debolezze, può nuovamente essere accolta dai popoli d’Europa e comunicare in tutta amicizia il messaggio che essa ha ricevuto dal Signore”.

     Fin qui la rivista francese. Credo che in Italia sia necessario informare su questa provvidenziale iniziativa di Papa Benedetto (moltissimi non ne sono informati), esortando i cristiani a diventare partecipi e protagonisti della missione all’Europa. Con la preghiera certo, ma anche con la conversione personale e delle istituzioni che presentano il volto di Cristo e della Chiesa  ai popoli.

                                                                                     Piero Gheddo

 

Come nasce una vocazione missionaria

 

     Il 16 settembre 2010 la città e le parrocchie di Erba hanno celebrato la festa di Santa Eufemia, martire locale del IV secolo d.C. nella chiesetta a lei intitolata nella Piazza del Mercato. Dopo la morte di Dom Aristide, questa celebrazione e festa cittadina è stata destinata a ricordare mons. Aristide Pirovano (1915-1997), fondatore e primo vescovo della diocesi di Macapà in Amazzonia brasiliana, di cui si sta iniziando la causa di beatificazione.

     Nella chiesa strapiena degli amici di dom Aristide e di molti erbesi, alle ore 20  hanno celebrato il parroco don Giovanni Afker e due padri del Pime, Piero Gheddo e Marco Bennati, missionario a Manaus. Padre Marco così ha raccontato la sua vocazione sacerdotale e missionaria:

 

    “Sono nato a Milano in una famiglia religiosa e quell’anno avevo fatto le ferie estive con la parrocchia, ma non ero contento fra l’altro perché il cibo che prendevamo da un ristorante ci aveva intossicati. Anni prima avevo sentito che si poteva andare un mese in estate a lavorare in una missione e papà allora non mi aveva lasciato andare, perchè avevo solo 15 anni. Mi sono rivolto al parroco che mi ha messo in comunicazione con padre Luciano Lazzeri, che era a Milano nel seminario teologico del Pime.

     “Gli ho spiegato che volevo aiutare le missioni e l’anno dopo mi hanno mandato a Marituba col vescovo mons. Pirovano, che non conoscevo. E’ venuto a prendermi all’aeroporto, ci siamo fermati per strada per un furioso temporale e abbiamo chiacchierato di cosa potevo fare nel lebbrosario e lui mi ha raccontato un po’ la sua vita. Poi sono stato un mese con la comunità del padri a Marituba. C’erano anche padre Consonni e padre Marcato e mi rendevo utile nelle infermerie perché ero già volontario sulle auto ambulanze. Quel mese mi è piaciuto e ho fatto quel che mi dicevano di fare. A poco a poco sono entrato nella vita di quei missionari e nel loro lavoro e ho visto che erano sempre allegri, soddisfatti di dare la vita per gli altri, come pure le missionarie dell’Immacolta che li aiutavano.

     “Una delle ultime sere a Marituba ero seduto in veranda ad ammirare il tramonto sul grande fiume, con la Croce del Sud che brillava come non mai. Io sentivo una pace nel cuore che, nella vita turbinosa di Milano, non avevo mai provato. Pensavo che a casa avevo tutto, una bella famiglia con due ottimi genitori e il fratello minore, un bel lavoro in una multinazionale americana dove controllavo la produzione, aiutavo anche in parrocchia, facevo volontariato sulle ambulanze e avevo la morosa. Mi dicevo: cosa vuoi di più? E ringraziavo il Signore.

      “Passa il Pirovano, mi vede pensieroso, si siede accanto a me e mi dice:

         La conosci la storia del giovane ricco che va da Gesù e vuole seguirlo?

          Io ho detto: “No, non la ricordo”.

          Allora lui mi ha raccontato che Gesù dice a quel giovane che era buono e chiedeva di seguirlo: “Ti manca una cosa sola: vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri e poi vieni e seguimi”.

         Il Vangelo continua: “Quel giovane si allontanò triste, perché aveva molte ricchezze”.

         E Aristide mi dice: “Non vorrei che anche tu fossi triste perché non hai dato tutto al Signore. Ti manca ancora il coraggio di scegliere”. E se ne va a dormire.

 

      “Una bella batosta per uno che credeva di essere a posto, le sberle a volta fanno bene. Si è accesa in me una luce e sono rimasto con questo grande interrogativo dentro. Sono poi tornato in Italia e ho ripreso la mia vita abituale, il lavoro, la famiglia, la parrocchia, gli amici, la morosa e tante altre cose. Però tutte queste cose avevano perso un po’ il senso di una vita piena e soddisfatta. Anche perché a pensarci bene, ti alzi al mattino e devi correre per arrivare a tempo in fabbrica, timbrare il cartellino che ritimbravo alla sera, lavori tutto il giorno ripetendo sempre le stesse cose. I giorni passano, gli anni passano e mi chiedo: la mia vita è utile a chi e per che cosa? E’ vero che avevo la morosa e volevo sposarla, ma quella vita mi pareva che mi andasse stretta, in confini ristretti. E pensavo ai missionari con i quali avevo vissuto un mese, sempre tra la gente, in contatto con la gente, facendo mille cose per aiutare i più poveri, con giornate piene e orizzonti senza confini. Là i caboclos vengono a cercarti, mentre in fabbrica, in fondo, ero benvoluto e stimato, ma se io non ci fossi stato erano in dieci pronti a prendere il mio posto.

      “E poi mi stava sullo stomaco il perbenismo di oggi, quella marmellata di buonismo che, a parole, trova tutti d’accordo: la pace, l’amore, la solidarietà, ma poi facciamo tutti una vita egoistica. Insomma, io sognavo un’altra vita perché non avevo un ideale per cui valesse la pena di donare tutto me stesso, dando il mio piccolo contributo affinchè il mondo fosse un po’ migliore di com’è oggi. Quasi senza accorgermene, pregando e riflettendo, ho visto che la vocazione missionaria era proprio quello che sognavo.

      “Sono entrato nel Pime, ho fatto gli studi teologici, sono stato ordinato prete a 32 anni nel 1994 e lo stesso anno sono partito per la Costa d’Avorio dove ho lavorato per quattro anni, poi mi hanno spostato in Amazzonia e sono 11 anni che sono a Manaus, parroco a Rio Preto da Eva, una cittadina lontana da Manaus sulla via che va a Itacoatiara. Ringrazio ogni giorno il Signore per la scelta che ho fatto”.

 

     Fin qui padre Marco Bennati. Mi chiedo: è proprio vero che mancano le vocazioni, oppure si può dire che, almeno in alcuni (o in  molti?) casi, manca la proposta di impegnare tutta la vita a servizio di Gesù Cristo e del Regno di Dio?

 

                                                                       Piero Gheddo

 

Due mesi dopo Duisburg

 

 

      Trovo in internet una notizia imprevista perché fuori tempo. L’organizzatore della “Love Parade” svoltasi a Duisburg il sabato 24 luglio 2010, Rainer Schaller, dopo averne discusso con i suoi collaboratori e le autorità politiche, ha annunciato una decisione drastica e definitiva:  in Germania la manifestazione non si svolgerà più. Forse non tutti ricordano cosa è successo. Il 24 luglio circa un milione e mezzo di giovani da tutta l’Europa si erano dati appuntamento nella cittadina tedesca di Duisburg per una giornata  all’insegna del ballo (sballo) e della musica techno ad alto volume, che sarebbe terminata il mattino seguente. L’iniziativa, incominciata nel 1989 a Berlino, è promossa dalla comunità omosessuale per richiamare l’attenzione sulle discriminazioni e la mancanza di parità nei diritti, ma è aperta a chiunque e sono decine di migliaia i giovani provenienti da tutta l’Europa che ogni anno si radunano per questo festival estivo.

     Però il 24 luglio scorso la festa si è trasformata in tragedia, quando centinaia di giovani sono rimasti bloccati in un tunnel che collega la spianata del festival alla città e pressati da altre folle di giovani che da un lato spingevano per entrare  e dall’altro per uscire, a causa di un panico improvviso che si era diffuso fra i partecipanti. Risultato: 19 morti e 516 feriti soccorsi in ospedale. Fra i morti anche una ragazza di Brescia, Giulia Minola di 21 anni. C’era chi, per farsi largo, calpestava i corpi di chi cadeva a terra. “Sono entrato e uscito dall’inferno, non posso ancora capire quello che è successo, la gente cadeva sulla testa degli altri”, ha detto uno degli scampati da quel tunnel della morte.

     Il resto dei partecipanti, ignaro della tragedia, ha continuato a ballare e a festeggiare fino a notte inoltrata. Gli agenti, per evitare ulteriori scene di panico, hanno preferito evitare un’evacuazione totale e immediata.    

     Nella “Rassegna stampa” sull’avvenimento, trovata un internet, c’erano naturalmente giornali tedeschi ma anche italiani e di altri paesi. Scorrendo i commenti alla notizia, mi pare che nessuno condanni una manifestazione del genere: scrivono  che la colpa è della polizia, delle autorità locali o nazionali, del tunnel troppo stretto e via dicendo. Nessuno ha dato un giudizio morale, scrivendo che queste “Love Parade” vanno condannate e proibite.  

     Oggi in Italia tutti avvertono l’emergenza “educazione di giovani”. Le famiglie di separati o divorziati non educano più, le scuole sono decadute, la Chiesa è abbandonata dai  giovani…. Però la Chiesa ha fatto gli oratori (in Italia circa 6.000), dove c’è l’educazione all’onestà, allo sport, alla convivenza civile, alla fede cristiana che responsabilizza i giovani ad apprezzare il dono della vita.

     In un’epoca in cui la Chiesa non riesce più a gestire gli oratori e deve chiuderli per mancanza di personale e di risorse, la cosiddetta “morale laica” cosa ha fatto e fa per i giovani? Ha sostituito gli oratori con le discoteche che molti definiscono “centri di diffusione delle droghe”. Infatti i morti delle notti fra sabato e domenica sono in genere giovani che si mettono alla guida sotto l’influsso di alcool o di droghe. E ha creato tanti tipi di “Love Parade”, dove la perversione, il caos e il vuoto spirituale regnano sovrani. Droga, alcol, sesso libero e musica psichedelica per ore ad altissimo volume, sono alcuni dei “diversivi” che i ragazzi cercano e trovano in questi ritrovi autorizzati, a volte promossi e finanziati dai governi locali. Tutto questo è il frutto della nostra civiltà sempre più lontana da Dio e quindi dall’educazione dei giovani.

                                                             Piero Gheddo

 

Come rispondere alla sfida dell'islam

 

  

     Sul fronte della convivenza con l’islam ci sono spesso notizie negative, quasi sempre dalla parte dell’islam. Questa volta è il pastore “evangelico” (battista) Terry Jones, che si è proposto di bruciare decine di copie del Corano, dandone pubblicamente notizia  a tutto il mondo. Poi, tra tira e molla, interviene anche il Presidente americano Obama e il gesto insensato, che sembrava opera di un matto autentico, non succede. Inevitabile però che queste notizie, per più d’un mese, rimbalzino in prima pagina sui media di tutto il mondo, giornali e televisioni, radio e siti internet.

     Potrebbe essere una delle tante bufale estive, a fine agosto non se ne parla più. Invece, ad inizio settembre, ecco le notizie che si potevano temere. Come  documenta “Asia News”, in varie parti dell’India (una ventina di morti) e del Pakistan sono ripresi gli attacchi alle chiese e alle istituzioni cristiane. Non solo con lanci di pietre, ma con incendi e saccheggi, anche con violenze ai cristiani che difendono i loro luoghi sacri e le loro proprietà

     Insomma, pare che la semplice notizia di un minacciato ma ipotetico gesto offensivo nei confronti dell’islam (che poi non s’è verificato) scateni l’odio anti-cristiano che agita alcune fasce o settori o gruppi dei popoli islamici, mentre non succede lo stesso fra i popoli cristiani.

 

     Le differenze sono queste:

 

     Primo. Cristiani e musulmani vivono in poche storiche diverse. Noi nel 2010 dopo Cristo, i musulmani nel 1400 dopo Maometto. L’evoluzione storica è stata diversa, noi siamo entrati nel “temo moderno” i musulmani vivono ancora in un tempo storico meno evoluto.

     Secondo. Contro ogni fanatismo religioso e violenza in nome della fede cristiana, c’è Gesù Cristo, che ha comandato di fare e ha fatto tutto il contrario, che s’è lasciato flagellare e appendere alla Croce ingiustamente e senza reagire, anzi pregando  per i suoi carnefici. Le radici dell’islam sono il Corano e Maometto che, com’è noto, dicono e hanno fatto cose molto diverse. Maometto è stato uomo religioso, profeta e fondatore di una religione che ha grandi valori, ma anche condottiero militare e conquistatore con la spada di nuovi popoli all’islam.

     Le radici contano molto nella vita dei seguaci di una fede religiosa! E’ il motivo per cui l’islam non riesce ad entrare nel mondo moderno, che è nato dal mondo cristiano e dalle radici cristiane. La nostra risposta e il nostro aiuto ai fratelli e sorelle islamici non è di bruciare il Corano, ma di tornare, come popoli cristiani, a vivere e praticare la fede dei nostri padri. Oggi il nostro Occidente cristiano è religiosamente un contenitore vuoto o semi-vuoto. Stiamo ridiventando pagani e perdendo anche culturalmente la nostra identità cristiana. Inevitabile che l’islam si riproponga di conquistare i popoli europei, questa volta non con la spada, ma con la forza della fede.  

                                                             Piero Gheddo

Perchè il post-Concilio è così difficile?

                   

 

     Gli ultimi 50-60 anni della Chiesa cattolica sono di difficile lettura. Per capire questa affermazione, bisogna ricordare lo spartiacque del Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965), cioè com’era la Chiesa prima e dopo il grande discrimine. Essendo nato nel 1929 e sacerdote nel 1953, ho vissuto abbastanza per dire che la Chiesa prima del Concilio era molto diversa da quella che viviamo oggi. Certamente più unita e più sicura della Verità che annunziava (lo studio delle teologia a noi giovani seminaristi e preti dava certezze, oggi semina interrogativi, ipotesi e dubbi), ma anche ingessata in formalismi, schematismi, clericalismi, giuridismi, autoritarismi, trionfalismi….

 

    Pio XII, parlando ai giornalisti nell’Anno Santo 1950, aveva esortato a formare una “opinione pubblica” nella Chiesa (il suo discorso era spesso citato alla scuola di giornalismo), cioè la libertà, per formare una coscienza matura, di discutere e anche di dissentire riguardo alla linea tenuta dalle autorità ecclesiali, un dibattito e una condivisione, in modo da non soffocare sul nascere le idee nuove che potevano sorgere anche nei fedeli e nel clero. Ma questa esortazione del Papa era intesa nel quadro della fede e dell’obbedienza sostanziale, per mantenere l’unità e la carità tra i membri del gregge di Cristo.

 

     Poi è venuto l’inaspettato e straordinario Giovanni XXIII (il Papa di Sotto il Monte) e il suo Concilio Vaticano II (1962-1965), una meravigliosa e provvidenziale svolta nella storia della Chiesa dei nostri tempi. In quegli anni lo Spirito soffiava veramente forte e spingeva la Chiesa ad un “aggiornamento”, come diceva Giovanni XXIII. I temi più sentiti alla base e tra i padri conciliari erano la sincerità, la trasparenza, la collegialità, la povertà, la condanna del trionfalismo e del clericalismo, l’apertura al “dialogo” ecumenico e con le religioni non cristiane (la prima enciclica di Paolo VI del 1963 era sul dialogo); insomma, tutti sentivamo l’urgenza per la Chiesa di svecchiarsi e rinnovarsi per essere efficace nel testimoniare e trasmettere il messaggio di Cristo agli uomini del nostro tempo.

 

     Ho seguito a Roma il Concilio come direttore di “Mondo e Missione” (allora era “Le Missioni Cattoliche”) e giornalista dell’Osservatore Romano; inoltre ero “perito”, nominato da Giovanni XXIII, per il decreto “ad Gentes”. Ricordo bene che durante e subito dopo il Concilio  noi giovani preti eravamo entusiasti della Chiesa e della missione, avevamo una forte carica di evangelizzazione che ci era venuta proprio dal Concilio. Erano gli anni in cui lo Spirito suscitava numerose vocazioni alla vita consacrata e al sacerdozio. Ma poco dopo la fine di quel tempo affascinante, nasce nella Chiesa uno spirito di critica, di contestazione, di polemica, che era il frutto dell’atmosfera creata dal “Sessantotto”, un movimento culturale di denunzia, di rivolta contro la società esistente e ogni tipo di “potere” e di “autorità”,  che ha creato, assieme a cose positive, anche danni irreparabili alla famiglia (il sesso libero), alla scuola (il voto politico uguale per tutti), alla società (lo spirito di denunzia e di protesta) e alla Chiesa (la contestazione permanente e militante del Papa). Sono solo esemplificazioni sommarie per dire il risultato spesso anarchico del Sessantotto.

 

    Nella Chiesa, soprattutto fra i teologi e la stampa cattolica, si sono formate due correnti di pensiero che, semplificando molto, avevano queste caratteristiche: 

 

      1)  Da una parte si pensava che il Concilio era finito e andava studiato, vissuto e applicato; dall’altra che il Concilio era un’opera incompleta, incompiuta, cioè rimasta a metà del guado, e che, per aggiornare la Chiesa ai tempi moderni, era necessario proseguire non tanto secondo la lettera (cioè i testi ufficiali approvati), ma secondo “lo spirito del Concilio” sulla via dei dibattiti e delle sperimentazioni, accelerando il cammino verso il prossimo inevitabile Concilio Vaticano III. Si incominciò a discutere fra la lettera e lo spirito del Concilio: la lettera erano i testi dei documenti approvati, lo “spirito” era quello rappresentato dalle idee dei “progressisti” e dei “profeti”. Allora, bastava andare contro quanto il Papa diceva o scriveva (penso ad esempio alla Humanae Vitae del 1968!) e si veniva proclamati “profeta dei tempi nuovi”.

 

     2) Da un lato si guardava al Concilio come alla conclusione di un lungo cammino storico di ”aggiornamento” della Chiesa, ma nella continuità col passato; dall’altro il Concilio era inteso come una rivoluzione, una rottura col passato, l’inizio di un cammino nuovo che andava reinventato giorno per giorno; quasi un punto di partenza per una nuova Chiesa, che nel suo passato vedeva solo i fatti negativi.

 

     3)  La collegialità nel governo della Chiesa era interpretata in modi molto diversi, direi opposti: da un lato la libertà di esprimere e discutere esperienze e orientamenti nuovi, però nell’obbedienza al Papa e ai vescovi a lui uniti; dall’altro la libertà e l’autonomia delle Chiese locali assumeva un valore assoluto, per cui ogni intervento di Roma era visto (e a volte è ancora visto) come un freno al rinnovamento, un ostacolo all’attuazione dello “spirito del Concilio”. Non solo, ma l’autorità nella Chiesa, in diocesi, seminari e istituti religiosi e missionari, veniva fortemente minata dalla prevalente idea che anche il Popolo di Dio doveva essere governato con metodi “collegiali” e “democratici”. L’autorità infatti, si diceva, viene dal basso, nasce dalla base, dal popolo; mentre secondo la Scrittura e la Tradizione, la Chiesa non è una “repubblica”, ma una “monarchia” perché l’autorità viene da Dio (sto semplificando molto per far capire le conseguenze di un certo spirito di quel tempo!).

 

      4)  Il dialogo interreligioso e interculturale era accolto con gioia: ma alcuni lo vedevano come un ascolto, un confronto e una collaborazione con fedeli di altre fedi e credenze, avendo però ben fermo il radicamento nella fede, nella tradizione cristiana e nell’unità della Chiesa; dall’altro era visto come un andare verso gli altri, conoscerne e apprezzarne i “valori”, “fare un cammino insieme”, fino a giungere ad una specie di integrazione vicendevole. La storia di come sono nati e tramontati i “cristiani per il socialismo” (che assurda illusione!) e quelli che promuovevano il dialogo col marxismo e col movimento comunista lo dimostra ampiamente; così come non pochi fra quelli che si erano lanciati nel dialogo (non rettamente inteso) con induismo e buddhismo.

 

 

      5) Un’altra novità del Concilio era la presa di coscienza della Chiesa circa la fame e miseria estrema di gran parte dell’umanità e delle ingiustizie a livello internazionale fra popoli ricchi e popoli poveri. La soluzione che il Concilio proponeva, oltre alle riforme per orientare come Cristo i credenti verso i poveri e gli “ultimi”, era la “Dottrina sociale della Chiesa” (più volte nominata nella Gaudium et Spes). Ma nell’atmosfera dei tempi post-conciliari e sessantottini, alcuni interpreti “profetici” dello “spirito del Concilio” affermavano che la Chiesa non ha nulla o ben poco da dire in campo politico-sociale-economico. Se si voleva veramente fare il bene dei poveri, bisognava seguire l’unica “lettura scientifica della società” a favore dei poveri, che era quella marxista. Non per diventare comunisti e approvare tutto quello che faceva il comunismo nel mondo, ma per “fare un cammino insieme” alle forze popolari che contestavano il capitalismo e preparavano un mondo nuovo più giusto ed egualitario. “L’unica speranza dei poveri è il socialismo” mi diceva il grande padre Davide Turoldo nel novembre 1973 a Torino, al congresso dei “Cristiani solidali con Vietnam, Laos e Cambogia” (a cui ero stato invitato a dare la mia testimonianza su richiesta del  Card. Pellegrino). Non c’è da meravigliarsi perchè allora la cultura dominante in buona parte del mondo cattolico (e anche nelle associazioni giovanili) era questa: oggi nessun cattolico di semplice buon senso lo direbbe più, visto come sono finite le  molte esperienze del “socialismo reale”.

 

    6) Nella confusione di idee di quel tempo, che tra l’altro allontanava (o disaffezionava) non pochi preti e fedeli dalla Chiesa, per i vescovi italiani il punto di riferimento preciso era il Papa. Ma l’altra corrente di pensiero affermava che Paolo VI (il “Papa tentenna”, “Paolo il mesto”) era animato dalla “paura del nuovo”. E dopo le aperture del tempo conciliare aveva subito tirato il freno con molti decreti sull’applicazione del Concilio (come la “Ecclesiae Sanctae” del 1966), che ristabilivano l’autorità di Roma sulle Chiese locali, togliendo loro l’autonomia indispensabile per sperimentare e portare avanti le novità conciliari. Paolo VI, a quel tempo, era snobbato, contestato, anche deriso. A volta dico che “il Papa martire” del secolo XX è stato Paolo VI. Alcuni, per salvare la sua persona, dicevano che lui in realtà non era così, ma che la mitica “Curia romana” l’aveva ingabbiato e costretto a fare un cammino diverso da quello che aveva previsto o voluto.

 

     Cari amici di Radio Maria, la Chiesa, anche in Italia, oggi soffre ancora di questa divisione, che non viene dal Concilio e dai suoi documenti, ma dall’interpretazione errata che non pochi ne hanno dato. Quindi, mentre in passato, fare il prete era abbastanza semplice anche se costoso in termini di rinunzie, sacrifici e mortificazioni, in seguito è diventato più difficile perché la via da percorrere, per molti, non è più così chiara e sicura.

     Eppure la via chiara e sicura esiste, è quella indicata dal Papa e dai vescovi e lui uniti. Cristo ha fondato la Chiesa proprio perché trasmettesse al mondo il suo messaggio in modo integro, assicurandole la protezione dello Spirito Santo per tutti i secoli, e affidando a Pietro il compito di “confermare nella fede i fratelli”. Ecco perché, oggi più che mai, nella confusione di idee che circola nel mondo è importante amare il Papa, pregare per il Papa, conoscere quel che il Papa dice in nome di Cristo. Chi si allontana da Pietro, si allontana da Cristo.

                                                                                     Piero Gheddo