Missionari veneti nel mondo

        

 

       La “Regione  del Veneto” pubblica un bel libro su “Missionari veneti nel mondo” (pagg. 232). Frutto di accurata indagine, pubblica un dato quasi incredibile: i missionari veneti “sul campo”, vescovi, preti, suore, laici sono 3.471, di ciascuno dei quali è pubblicato nome, cognome e indirizzo (non per tutti è segnata l’appartenenza ad un ordine religioso o istituto missionario). Ce ne sono in tutti i continenti, così suddivisi: Americhe 1.423, Africa 880, Europa 829 (di cui circa 300 in Italia), Asia 301, Oceania 38. Le diocesi più prolifiche sono Padova (893), Treviso  (873), Vicenza (795), Verona (572) e Vittorio Veneto (119). Fra i missionari sul campo sono citati anche circa 300 in Italia e non si capisce perché, a meno di considerare anche il nostro paese come terra di missione. Il che mi pare esagerato. L’abisso fra un paese cristianizzato da duemila anni e uno che incomincia adesso a ricevere l’annunzio di Cristo è’….abissale. Ma questa è una tendenza molto comune (“Siamo in missione anche qui”), che Giovanni Paolo II condannava nella sua “Redemptoris Missio” del 1990 (nn. 32, 33, 34).

     I dati sono stati forniti dai Centri missionari diocesani delle nove diocesi del Veneto, regione che ha 4.832.340 abitanti. La Lombardia, con 9.642.406 abitanti (e dieci diocesi), è facile immaginare che ne abbia di più. Ricordo una statistica di pochi anni fa secondo la quale i missionari della sola diocesi di Milano erano più di circa 2.500. Di fronte a queste statistiche è logico chiedersi: quanti sono i missionari italiani sul campo oggi? Vent’anni fa si diceva circa 16.000, oggi si dice 12.000, ma sembra un dato o una stima inferiore alla verità. Possibile che due sole regioni su 18 abbiano almeno la metà del missionari sul campo?   

      Il dott. Oscar De Bona, Assessore alle politiche dei flussi migratori della Regione Veneta scrive nella Prefazione: “Abbiamo pensato di realizzare questo indirizzario per due motivi: anzitutto per essere riconoscenti del lavoro che i missionari stessi svolgono perché anche loro, con la loro dedizione, sono ambasciatori del Veneto e dei suoi valori; in secondo luogo, per delineare e quantificare una dimensione della Chiesa cattolica in Veneto assolutamente importante e significativa anche per il tessuto sociale. Ai 3.471 missionari veneti che percorrono le vie dei  cinque continenti corrispondono, in Veneto, altrettante associazioni, gruppi missionari, movimenti, congregazioni di riferimento e di sostegno”.

     E il Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, aggiunge: “Se la passione missionaria che anima una comunità cristiana è un test decisivo della sua verità e della sua validità, la presenza di 3.471 missionari veneti nei cinque continenti esprime più di altre importanti considerazioni la vitalità della fede nelle nostre terre. I curatori della presente pubblicazione hanno il merito di aver saputo cogliere questa urgenza, creando una prima semplice “rete” che consenta e faciliti la comunicazione tra tutte le presenze dei nostri missionari nel mondo”.

     “In questo umile ma prezioso servizio reso alla comunicazione – continua il Card. Scola – brilla il valore profondo dell’insostituibile soggetto di ogni azione missionaria: la comunità cristiana, nella quale soltanto la testimonianza del singolo riceve piena fisionomia. Auspico che la pubblicazione di questo volumetto contribuisca a rafforzare in tutti i fedeli, soprattutto nei giovani, questa consapevolezza e li renda sempre più generosi nello spendersi missionariamente a favore di tutti i fratelli uomini”.

     Il volumetto della Regione Veneto è stato ampiamente diffuso fra la popolazione come strumento di conoscenza e di contatto con i missionari veneti nel mondo. Domanda:  quando le altre Regioni d’Italia pubblicheranno un simile sussidio che in qualche modo riporta alla ribalta e all’attenzione del popolo italiano, la presenza di tanti testimoni dell’Italia nel mondo?

                                                                      Piero Gheddo

Come rispondere alle sfide di Gheddafi

 

     Il 31 agosto scorso i giornali italiani portavano in prima pagina la provocazione di Muhammar Gheddafi, ospite del governo italiano per il II° anniversario della firma del Trattato di pace e di collaborazione fra i due paesi. Il capo libico, come tutte le volte che visita un altro paese (persino all’Assemblea generale dell’ONU lo scorso anno), anche questa volta ha lanciato la sua sfida. Prima ha tenuto una lezione sull’islam alle 500 hostess espressamente reclutate da un’agenzia e le ha invitate a convertirsi all’islam, affermando che “in Libia la donna è più libera che in Occidente”; poi ha detto chiaramente che l’Europa è destinata a diventare islamica.

    Giornali e televisioni hanno ridotto l’avvenimento ad un caso politico, accusando il governo e il presidente Berlusconi di aver permesso al capo beduino di approfittare della nostra ospitalità per insultare il popolo e la nazione italiana. Giusto, ma a questo modo si continua a strumentalizzare tutto a fini politici italiani, mentre, come ha detto ad “Avvenire”  l’islamologo gesuita egiziano Samir Khalil Samir: “Si tratta di una previsione non certo campata in aria e starei attento a liquidarla come una boutade di poco conto”. La demografia e la convinzione religiosa dei popoli testimoniano contro di noi italiani ed europei.

      Personalmente penso che fra i capi dei paesi islamici Gheddafi non è certo il peggiore perché nel suo paese, certo da dittatore (quale  paese islamico si può definire democratico?), sta facendo cose buone: ha smesso di finanziare il terrorismo, tiene a freno l’islam estremista che ha in casa sua, ha mandato le ragazze all’università e le bambine a scuola, ha aperto le vie per il lavoro femminile, usa il petrolio per fare strade, case, ospedali, estrarre l’acqua dal deserto (tirata su da 800-1000 metri!) e canalizzarla  con acquedotti sotterranei per irrigare il nord Libia, ecc.

     Certo è uno sbruffone che viene a dirci di convertirci all’islam, dovunque va dorme sotto una tenda e tante altre trovate (o pagliacciate) folcloristiche; ma non mi pare che questo teatrino di Gheddafi debba impedirci di stringere accordi vantaggi con la Libia, da dove viene circa il 30% della nostra energia elettrica. Per rompere i rapporti con Gheddafi bisognerebbe prima conoscere chi può assicurarci, a prezzi migliori,  questa forza motrice che ci permette di andare in auto e accendere la luce nelle nostre case.

    Nessun giornale invece (eccetto “Avvenire”) ha preso in considerazione seriamente  come si può rispondere a questa sfida dell’islam, che prima o poi conquisterà la maggioranza in Europa. La sfida va presa sul serio. Certamente da un punto di vista demografico, perché ormai è chiaro a tutti che gli italiani diminuiscono di circa 120-130.000 persone all’anno a causa degli aborti e delle famiglie disastrate; mentre fra i più di 200.000 immigrati legali l’anno in Italia più della metà sono musulmani e le famiglie islamiche hanno un tasso di crescita molto più alto di quello delle nostre famiglie! Di questo sui giornali e nei talk shaw televisivi non si parla mai.

     Ma la risposta va data anzitutto in campo religioso, culturale, identitario. Nel nostro paese (e nell’Europa cristiana)  diminuisce la pratica religiosa e dilaga l’indifferentismo; il cristianesimo e la Chiesa vengono osteggiati. Quando c’è qualche notizia negativa sulla Chiesa ci sono giornali che la pubblicano con risalto, a volte anche con accenti di giubilo. La Costituzione europea rischiava di essere approvata pur non nominando le “radici cristiane” della nostra cultura e del nostro sviluppo. Il fatto è che, come popolo, diventiamo sempre più pagani e il vuoto religioso viene  inevitabilmente riempito da altre proposte e forze religiose. Se ci consideriamo un paese cristiano, dovremmo ritornare alla pratica della vita cristiana, che risolverebbe anche il problema delle culle vuote.

     Per concludere, la sfida di Gheddafi parte da una visione dell’Europa che hanno i popoli islamici e ripetono spesso i loro giornali. Nel 2004 ho visitato la Malesia e l’arcivescovo della capitale Kuala Lumpur mi mostrava l’editoriale del massimo quotidiano locale in inglese (“The Star – The People’s Paper”) che diceva: “L’Occidente cristiano è ricco, benestante, istruito, democratico, militarmente potente, ma vuoto di ideali e di figli perchè senza Dio. L’islam ha un compito storico: riportare l’Europa a Dio”.  Perché di una risposta a questa provocazione, molto diffusa tra i popoli islamici (e che la cultura locale proclama a piena voce) non si parla, non si discute mai?

 

                                                                                                 Piero Gheddo

 

Profeti di sventura o di speranza?

 

                    

    Ieri, 31 agosto 2010 scorso (27° anniversario della sua morte), ho celebrato, come tutti i mesi, la S. Messa per la glorificazione del servo di Dio dottor Marcello Candia  (1916-1983), industriale milanese che a 48 anni ha venduto le sue industrie ed ha speso gli ultimi 18 anni della vita con i missionari nell’Amazzonia brasiliana, spendendo tutti i suoi averi per aiutare i poveri e i lebbrosi, condividendone la vita. E’ un modello per il volontariato internazionale ed è sulla via per essere proclamato Beato.      

     Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti di prestigio. Nel 1971 il Presidente del Brasile, Emilio Garrastazu Medici, gli ha conferito il grado di Ufficiale dell’Ordine nazionale del “Cruzeiro do Sul”, la massima onorificenza brasiliana per i benemeriti della nazione, conferita solo ad una ventina di viventi, Marcello unico straniero.  Nel 1975 il settimanale “O Cruzeiro” ha pubblicato un lungo servizio sulla sua vita e le sue opere in Brasile, definendolo “L’Uomo più buono del Brasile”.    

     Il 25 novembre 1982, all’Accademia dei Lincei il Presidente della Repubblica Italiana, Sandro Pertini, gli ha consegnato, assieme a letterati e poeti, il “Premio Feltrinelli”, attribuitogli “per un’impresa eccezionale di alto valore morale e umanitario”. Candia era accanto a Gùnther Grass, candidato al Premio Nobel, emerso nel dopoguerra come un astro della letteratura tedesca e considerato uno dei “profeti” della nostra epoca. E Grass, nel discorso ufficiale di accettazione del Premio, parlando in rappresentanza degli altri quattro premiati, descrive un futuro nero per il mondo e per l’uomo: fame, povertà, morte, guerra, aria inquinata e acque avvelenate, boschi distrutti ed animali estinti, corsa folle alle armi atomiche.

    Grass non propone alcuna soluzione a questo sfascio del pianeta e dell’umanità. Calmo e cupo, in abito nero, ha il tono di un profeta, ma “profeta di sventura” che non vede altro se non l’annientamento dell’uomo e la fine del mondo. “Rimane la protesta – conclude – indebolita da attacchi di impotenza. Una paura balbettante, che presto non troverà più parole e si rivelerà un terrore muto perché, di fronte al nulla, nessun uomo ha più senso”.

    L’assemblea attonita guarda nel vuoto senza reazioni. Forse ciascuno pensa a come salvarsi dall’apocalisse o a come meglio godere gli ultimi spazi di vita che il caos prossimo venturo ancora ci lascia. Marcello, seduto vicino a Grass, non riesce ad atteggiare il vo  lto a tristezza o meditazione, come la circostanza richiederebbe. La risposta al catastrofismo di Grass lui l’ha già data con la sua vita donata al prossimo: una vita di pace e di aiuto ai più poveri, che costruisce e non solo protesta. Anzi, una vita che è stata la più autentica protesta contro le tendenze nichiliste del nostro tempo. Marcello ha dimostrato che nulla è perduto per l’uomo e l’umanità, fin che rimane l’amore capace di dare la vita per il prossimo, fin che l’uomo ha fiducia in Dio che dà speranza e capacità di reagire positivamente, con energia e creatività.

     Mai come in quel momento della consegna del “Premio Feltrinelli” molti hanno avuto ho avuto la chiara percezione di quel che Marcello Candia rappresenta per il mondo d’oggi: anche lui profeta, ma profeta di speranza e di ottimismo. Un segno concreto di amore all’uomo, contro ogni tendenza al pessimismo radicale che corrompe il nostro popolo.

                                                                             Piero Gheddo

Il segreto del professor Ratzinger

 

 

      Come libro per l’estate ho scelto “Ratzinger professore” di Gianni Valente (San Paolo 2008, pagg. 208). Un testo veramente interessante per conoscere Joseph Ratzinger nei suoi anni giovanili e quindi per comprenderlo meglio oggi come Papa Benedetto XVI. Il sottotitolo dice: “Gli anni dello studio e dell’insegnamento nel ricordo degli allievi e dei colleghi (1946-1977)”.

     In una paginetta di Blog è impossibile sintetizzare la ricchezza di questa ricostruzione della giovinezza e maturità dell’uomo che il Signore Gesù ha scelto come suo Vicario in terra per il nostro tempo. Noto solo due punti dai quali risulta la continuità di Joseph Ratzinger, da giovane studente e sacerdote a Pontefice della Chiesa universale.

 

     Primo. La “lectio magistralis” tenuta il 24 giugno 1959 all’inizio della sua carriera di docente all’Università di Bonn porta il titolo:  “Il Dio della fede e il Dio dei filosofi”[1]. La “questione urgente” con la quale il giovane professore (32 anni) si misura è il divorzio moderno tra fede e ragione, tra una religione confinata al campo personale e privato, intimistico e sentimentale, e una ricerca razionale che da Kant in poi si nega ogni possibilità di conoscere e di accedere a Dio.

     Citando San Tommaso, Ratzinger afferma che è possibile superare ogni deleteria contrapposizione tra linguaggio della fede e linguaggio della ragione. Il Dio che si manifesta gradualmente nell’Antico e nel Nuovo Testamento coincide almeno in parte col “Dio dei filosofi”, cioè con la ricerca che gli uomini fanno di Dio. Il problema è di linguaggio. I Padri della Chiesa hanno operato una mirabile sintesi tra la fede biblica e lo spirito ellenico. Allo stesso modo, scrive il giovane Ratzinger, “se (oggi) è essenziale, per il messaggio cristiano, essere non una dottrina segreta esoterica per una limitata cerchia di iniziati, ma il messaggio di Dio rivolto a tutti, allora è essenziale, per esso, anche il tradurlo verso l’esterno nel linguaggio comune della ragione umana”.

     Il giovane sacerdote (dal 1951) e professore tedesco non si faceva però illusioni. In un articolo pubblicato nel 1958, il trentunenne Ratzinger scrive che considerare l’Europa un continente “quasi del tutto cristiano” è un “inganno statistico”[2]: “Questa Europa – continua –  cristiana di nome, è ormai da quattrocento anni culla di un nuovo paganesimo, che cresce senza sosta nel cuore stesso della Chiesa e minaccia di demolirla dall’interno”. La Chiesa cattolica del dopoguerra gli appare diventata “sempre più, in un modo del tutto nuovo, Chiesa dei pagani. Non più, come un tempo, Chiesa di pagani divenuti cristiani, ma Chiesa di pagani che si chiamano ancora cristiani e in verità sono diventati pagani”.

 

    Il secondo punto è la profondità di pensiero unita alla chiarezza del professor Ratzinger nell’insegnare teologia, che gli attira molto seguito fra gli studenti. Tante e concordi le testimonianze di contemporanei. In tempi nei quali i “baroni delle cattedre” parlavano spesso difficile e non si preoccupavano di essere compresi dagli studenti, Ratzinger introduce un modo nuovo di fare lezione: “Leggeva le lezioni in cucina a sua sorella Maria, persona intelligente ma che non aveva mai studiato teologia. Se la sorella manifestava il suo gradimento, questo era per lui il segno che la lezione andava bene”. Così il biografo (pagg. 64-65).

     E uno studente di quei tempi aggiunge: “La sala era sempre stracolma, gli studenti lo adoravano. Aveva un linguaggio bello e semplice. Il linguaggio di un credente”. Il professor Ratzinger non faceva sfoggio di erudizione accademica né usava un tono oratorio abituale a quei tempi. Esponeva le lezioni in modo piano, con un linguaggio di limpida semplicità anche nelle questioni più complesse.

 

     Molti anni dopo, lo stesso Ratzinger spiega il segreto del successo delle sue lezioni[3]: “Non ho mai cercato di creare un mio sistema, una mia particolare teologia. Se proprio si vuol parlare di specificità, si tratta semplicemente del fatto che mi propongo di pensare insieme con la Chiesa e ciò significa soprattutto con i grandi pensatori della fede”. Gli studenti percepivano, attraverso le sue lezioni, non solo di ricevere nozioni di scienza accademica, ma di entrare in contatto con qualcosa di grande, con il cuore della fede cristiana.

 

     Saluto cordialmente e ringrazio gli amici che mi seguono in questi Blog, per impegnarmi a fondo nel concludere la biografia di padre Augusto Colombo (1927-2009), il missionario del Pime che è stato una delle personalità più rappresentative della Chiesa indiana nella promozione umana dei paria, che oggi in India sono circa 160 milioni. Riprenderò i Blog, se Dio vuole, verso la fine del mese di agosto. Buona estate a tutti nel Signore Gesù.                                       

                                                                                Piero Gheddo

 


[1] J. Ratzinger, “Der Gott des Glaubens und der Gott der Philosophen”, “Il Dio della fede e il Dio dei filosofi”, Marcianum Press, Venezia 2007.

[2] J. Ratzinger, “Die neuen Heiden und die Kirche” (I nuovi pagani e la Chiesa) sulla rivista “Hochland”.

[3] J. Ratzinger, “Il sale della terra – Cristianesimo e Chiesa cattolica nella svolta del millennio – Un colloquio con Peter Seewald”, San Paolo 1997, pag. 74.

In missione da 60 anni a 40 gradi di calore

 

     Oggi, 12 luglio 2010, “Il Corriere della Sera” pubblica un articolo dal titolo “Milano più calda del Cairo”.  Ieri la Spagna ha vinto la Coppa del Mondo di calcio, oggi noi “milanesi” ci consoliamo: almeno un primato ce l’abbiamo anche noi!

     A Milano, nel mio studio all’ombra, nel pomeriggio il termometro segna 34-35 gradi con un altissimo grado di umidità. Però si può sopravvivere lamentandosi un po’. Ma stamattina mi arriva una lettera da Beneedwar in Bangladesh da un mio confratello missionario del Pime, padre Luigi Scuccato, classe 1920 (quella di Papa Giovanni Paolo II), che fra l’altro mi scrive: “Nonostante i miei 90 anni già compiuti e il caldo infernale di questi giorni (siamo sui 40 e più gradi), grazie al buon Dio sto bene e tengo duro”.

     Padre Scuccato è ancora parroco a Beneedwar, una parrocchia (o missione in un paese dove i cattolici sono lo 0,3% dei 150 milioni di bengalesi) che ha circa 4.000 battezzati dispersi in una quarantina di villaggi in una vasta regione e diverse centinaia di catecumeni. Le cappelle sono poco più di trenta perché a volte il villaggio non è tutto cristiano ma ci sono solo alcune famiglie battezzate. Sei sono in muratura, le altre di fango e paglia. Una cappella in muratura con la stanza e i servizi per il padre costa 6.000 Euro. “La cappella in muratura attira molto – mi scrive padre Scuccato -, ma le facciamo quando troviamo i soldi”.

     Il caro amico ha rinunziato tre volte alla sua parrocchia di Beneedwar ma il vescovo locale di Rajshahi gli ha detto: “Fin che stai bene va avanti. Quando sarà il momento di ritirarti, te lo dirò io”. Scuccato obbedisce nonostante l’età, gli acciacchi e la stanchezza. Visitandolo nel gennaio 2009 gli ho chiesto se è contento di essere ancora parroco. Risponde di sì, anche perché il vescovo gli ha mandato un coadiutore locale giovane e molto bravo, che lo libera dalle fatiche e dai viaggi più disagiati: “E’ giovane e va tenuto un po’ a freno, ma sono contento di lui”.

    Padre Luigi è in missione dal 1948 e il Bangladesh è uno dei paesi più poveri del mondo. E’ rimasto fedele alla vocazione missionaria e il Signore continua ad aiutarlo. E’ una “buona notizia” che nelle cronache quotidiane dei media non trova spazio.

                                                                                 Piero Gheddo

 

Benedetto XVI e la crisi dell’Europa

                        

     In questa calda estate milanese sto preparando una conferenza che mi appassiona. La  farò nella casa del Pime a Genova-Nervi,  in tre conventi di suore di clausura genovesi e poi a Radio Maria: “Benedetto XVI e la crisi esistenziale dell’Europa”.  Non quindi la crisi economica, politica, culturale, ma esistenziale: molti non sanno più perché vivono, da qui l’egoismo e la chiusura agli altri, lo sfascio delle famiglie, il pessimismo, la paura al mettere al mondo figli, lo tsunami di fango delle varie immoralità che ci travolge, la mancanza di speranza per programmare il futuro.

     Il 1° aprile 2005, pochi giorni prima che morisse Giovanni Paolo II, in una conferenza a Subiaco su “L’Europa e la crisi delle culture”, il cardinale Ratzinger diceva: “In Europa si è sviluppata una cultura che costituisce la contraddizione in assoluto più radicale non solo del cristianesimo, ma delle tradizioni religiose e morali dell’umanità”. Parole pesanti come pietre tombali: viviamo davvero in un’Europa che, come cultura dominante, non è più cristiana?

 

     La soluzione della crisi sta nell’incontro con una Persona, l’incontro con il Figlio di Dio, Gesù Salvatore, che ha segnato in modo indelebile la storia e la civiltà europea. Spesso il Papa richiama i cristiani ad impegnarsi personalmente nella rievangelizzazione dell’Europa, non solo con la preghiera. Ad esempio, l’11 aprile 2010, in volo verso il Portogallo per una visita al Santuario di Fatima, un giornalista chiede a Benedetto XVI quali sono oggi le novità del messaggio della Madonna a Fatima e il Papa risponde: “Non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa. Lo si è sempre saputo, ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa e quindi la Chiesa deve reimparare la penitenza, accettare la purificazione… In una parola, dobbiamo reimparare proprio questo essenziale: la conversione, la preghiera, la penitenza”.

 

      Ecco un altro testo che chiama tutti in causa e fa riflettere. Due giorni prima di diventare Papa, nella Messa per l’elezione del Sommo Pontefice (18 aprile 2005) ha detto: “Dobbiamo essere animati da una santa inquietudine: di portare a tutti il dono della fede, dell’amicizia con Cristo. Abbiamo ricevuto la fede per donarla agli altri. Tutti gli uomini vogliono lasciare una traccia che rimanga. Ma che cosa rimane? Il denaro no. Anche gli edifici non rimangono, i libri nemmeno. Dopo un certo tempo, tutte queste cose scompaiono. L’unica cosa che rimane in eterno è l’anima umana, l’uomo creato da Dio per l’eternità. Il frutto che rimane è perciò quanto abbiamo seminato nelle anime umane: l’amore, la conoscenza, il gesto capace di toccare il cuore, la parola che apre l’anima alla gioia del Signore. Allora, andiamo avanti e preghiamo il Signore che ci aiuti a portare frutto, un frutto che rimane. Solo così la terra verrà cambiata da valle di lacrime in giardino di Dio”.

      In questi giorni di vacanza Il Signore ci aiuti a riflettere come possiamo, nella nostra piccola vita, essere vicini e solidali con Papa Benedetto. Con la preghiera, d’accordo. Ma anche riflettendo sulla nostra vita: io cosa faccio per seminare il bene nelle anime dei fratelli e sorelle? Ai miei familiari ed a quanti mi conoscono dò esempi di vita evangelica oppure è vero il contrario?

 

                                                                 Piero Gheddo

Anche in vacanza pensare a Dio

 

 

     Il caro amico padre Silvano Zoccarato del Pime, missionario in Camerun dal 1971 e dal 2006 nel deserto dell’Algeria (a Touggourt),quest’anno celebra i suoi 50 anni di sacerdozio. Nel suo Blog “Cartoline dall’Algeria” ( www.missionline.org) così augura buone vacanze a noi italiani. Lo ringrazio e ci uniamo a lui con la preghiera.

                                                                    Piero Gheddo

 

    Per il mio 50° di sacerdozio mi è stato regalato un viaggio a Tamanrasset dove visse e morì Charles de Foucauld. Rileggo nel mio diario:  “Viaggio verso l’Assecrem. Sassi, sassi e poi sassi tra montagne di ogni forma : picchi, altipiani, e valli che non finiscono mai, qualche rigagnolo e piccolo lago. Una giornata intera tra i sassi. Charles ha voluto andarvi perché è lì che vivevano i Tuareg dove pioveva e crescevano i pascoli. E’ con loro che voleva vivere. Proprio in alto, a circa 2600 metri, vedi il suo eremitaggio”.

 

     Il Beato De Foucauld aveva scritto:

    “La vista è la più bella che non si possa dire, né immaginare. Nulla può dare l’idea di foresta di picchi e di guglie rocciose che si ha ai propri piedi. E’ una meraviglia. Non la si può ammirare senza pensare a Dio. Mi è difficile distogliere lo sguardo da questa vista ammirevole, la cui bellezza e impressione di infinito ci ravvicinano a Dio, mentre questa solitudine e questo aspetto selvaggio ci fanno sentire che cosa sia essere soli con Lui: una goccia d’acqua nel mare”.

     Charles, come altri eremiti, ha saputo rendere importante e conosciuto questo angolo della terra, diventato luogo di incontro con Dio e coi fratelli. Ma c’è voluto un po’ di pazzia. I Tuareg dicono in proverbi: “La verità è nascosta  tra le sabbie del deserto,  affinché chi la scopre sia considerato un pazzo, la mente bruciata dalla solitudine e dal sole”.

    “Dio ha creato i luoghi ricchi di acqua perché l’uomo vi possa vivere ed ha creato il deserto perché l’uomo vi possa trovare la propria anima…”. “Non è  l’uomo che attraversa il deserto. E’ il deserto che attraversa l’uomo”

 

    Il  Piccolo Fratello Ventura mi accompagna al mio eremitaggio: a circa un km dall’eremitaggio di Fr. Carlo e di quello dei Piccoli Fratelli. In questa stanza di sassi ho passato due notti e un bel tempo di solitudine. Non manca niente, niente è di più, tutto è pura semplicità. Li, solo, guardi, pensi, mediti. Dio parla ancora, comunica mostrando il creato. Continua a dire le sue prime parole di Creatore: “Tutto è buono. Tutto è bello!” L’uomo, creato ad immagine di Dio percepisce il linguaggio di Dio.

     Ho raccolto questo, sfogliando il quaderno delle testimonianze che i visitatori  scrivono all’interno dell’eremitaggio.  Vedi i caratteri delle lingue del mondo. Ogni scritta ti fa sentire chi è musulmano, cristiano, indù, buddista, ateo, in ricerca, ecc. Ma in tutti senti una sola cosa: La gioia di sentirsi lì e la sorpresa di avvertire una grande novità nell’esistenza. Ne trascrivo solo due:

    “Non sono credente, ma oggi sono arrivato qui all’Assecrem. Ho letto qualche parola di Charles de Foucauld. Mi sento vicino a Dio e all’anima, alla grande anima, all’uomo, al santo. All’Assecrem ho toccato con mano la grandezza dell’universo. Ne sono affascinato.” H.H.

     “Come non pensare al Creatore universale davanti a tanto splendore. Un paesaggio lunare, una vista magica che porta all’umiltà. Sufficiente per ricordare all’uomo che non è polvere e che deve tutto a Dio. Sufficiente per vivere felice”. M.

 

     Al turista che vantava le gioie della città, il vecchio Tuareg rispose:

     “Preferisco restare qui nel deserto, dove il cielo è sempre puro… La notte, quando alzo la testa, posso contemplare il cielo stellato… e medito.”

Ha ragione. E’ la meditazione che da senso alla vita.

                                                                              Silvano Zoccarato        


I due gravi errori della scuola italiana

 

     Caro padre Piero, come stai?

Non ci conosciamo. Sono anni che prego per te e che ti seguo. Rendo Lode a Dio per aver messo sul mio cammino dei sacerdoti che mi aiutano a non sbandare né a destra né a sinistra per entrare nella “porta stretta” . Insieme a Pietro (prima Giovanni Paolo II e ora Benedetto XVI) mi aiutano in questa lotta affascinante verso il Cristo.

     Alcuni sono già in Cielo: Lorenzo Milani, Primo Mazzolari, Giovanni Bosco, Luigi Giussani, Stefano Lamera (di cui mi considero l’ “ultimo” dei discepoli essendo consacrato con la mia sposa nell’Istituto Santa Famiglia della “Famiglia Paolina”); altri sono qui sulla Terra: padre Livio Fanzaga (Radio Maria), Mons. Diego Coletti (già vescovo di Livorno e mio amico personale anche se non lo posso vedere sempre, essendo lui ora Vescovo di Como) e tu….bella la tua idea di Occidente come culla del progresso e non solo come predatore dei Paesi Poveri.

      Considero una “grazia” particolare del Signore aver avuto il “carisma” di  riconoscere quei sacerdoti che mi avrebbero permesso di non vergognarmi del mio Gesù (vero Uomo e Dio). Grazie a questi sacerdoti ho capito che sono gli altri che devono vergognarsi, perchè vivono come “se Dio non esistesse”.

     Ho letto su Zenit la tua storia “La nostra piccola missione quotidiana” (quanto è vero quello che hai scritto!). Ti voglio chiedere un favore. Sono anni che cerco un “canale” per affrontare pubblicamente due gravi errori della Classe Dirigente italiana. Ma non conosco (forse per colpa mia) Parlamentari o Associazioni Cattoliche e Laiche sensibili a questi due errori.

 

     PRIMO GRANDE ERRORE: La scuola italiana  – dalle Scuole Materne alle Scuole Superiori – è in mano alle Donne. Non ho niente contro le Donne: sono devoto non come superstizione a Maria Vergine, sono sposato e padre di 4 figli, di cui tre femmine. Ma questo è un Grande Errore. I motivi sono facilmente immaginabili, io penso; ma non c’è NESSUNO che affronti di petto (leggi, soldi..) questa questione! Le donne hanno tantissime qualità, ma per educare i bambini è necessario la collaborazione tra uomini e donne. I bambini e le bambine assimilando e confrontandosi con le “differenze complementari” degli insegnanti uomini e delle insegnanti donne sono invitati a capire che cosa è una persona.

Senza questo “insegnamento non verbale”, i bambini se va bene avranno qualche nozione in più nella testa, ma non saranno certamente aiutati a scoprire il senso di questa corsa affascinante che è la Vita.

 

      SECONDO GRANDE ERRORE: Il Tempo Pieno alle Scuole Primarie in Italia ha causato (e causa) enormi problemi educativi e di crescita psicologica e intellettuale ai bambini italiani: si riesce a mascherarli alla Scuola Primaria, ma questa difficoltà si vede tutta dalle Scuole Medie in poi.

     Il Tempo Pieno è così strutturato: ci sono 2 insegnanti che si alternano la mattina e il pomeriggio. Questi 2 insegnati non ci stanno a scuola dalle 8.30 alle 16.30! ! A scuola ci stanno però i bambini tutte quelle ore (8 in tutto)! Al pomeriggio, il secondo insegnante deve andare avanti con le sue Materie. Conseguenza drammatica: non solo i bimbi sono privati di un sano relax pomeridiano e non solo non possono elaborare da soli il pomeriggio quello che hanno studiato la mattina,  ma sono costretti a “andare avanti” negli apprendimenti sia la mattina (con 1 maestro) sia il pomeriggio (con 1 altro maestro). SOLO I PIU’ FORTI CE LA FANNO.  

     Tanti alunni non potendo “riprendere” da soli le Materie non riescono ad andare “avanti” nel modo dovuto, dovendo “apprendere di continuo” e mai potendo assimilare con i tempi del loro cervello quello che gli insegnanti cercano di insegnare (non in tutte le scuole della Repubblica è così, gli insegnanti più coscienziosi si sono “inventati” dei modi per dare “tempi distesi” agli educandi; ma in tantissime scuole accade quello che qui ho denunciato). Se ne può parlare?

 

     CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

 

     Oggi c’è un tentativo subdolo e pericoloso (portato avanti dalle elites dominanti massoniche e tecnocratiche) che si sta imponendo in Europa: creare una “scuola senza valori etici”, scuola che delinea i suoi contorni a velocità impressionante. Un esempio incredibile è la legge spagnola che andrà in vigore il 5 luglio 2010 e che obbligherà i ragazzi oltre gli 11 anni all’educazione sessuale obbligatoria (!), annullando di fatto la centralità educativa della Famiglia e ritenendo i ragazzi come spugne da riempire senza tener conto delle differenze e dei diversi tempi per affrontare una seria educazione sessuale.

     Già da diversi anni, nelle scuole italiane (la “autonomia scolastica” permette questo) entrano “formatori di educazione sessuale” (inviati dalle A. S. L.!). Pochi sanno che, spesso, in queste “lezioni” (dove si parla di sesso orale, come evitare gravidanze non desiderate, ecc…) gli insegnanti sono obbligati ad uscire dalla classe.   

      Se, come è vero, ogni “persona” è un microcosmo a se stante, chi ci dà il diritto di “educare” i bambini a partire dall’idea che le persone di pochi anni siano “educabili” con delle “tappe” valide per tutti? Questo può valere per la matematica (forse). Chi ha interesse a educare i bambini a partire da una impostazione governativa, come se un Governo avesse il compito di stabilire i tempi e i modi per imporre le tappe della crescita umana delle giovani generazioni. Sa tanto di Nazismo, di Comunismo, di Dittatura. Questi due grandi errori della Scuola Italiana e il tentativo di introdurre in Europa un’antropologia nuova e perversa sono due temi che si intrecciano e si alimentano a vicenda. Se ne può parlare? Prego Maria e i tuoi genitori “Rosetta e Giovanni” che tu possa aiutarmi. Grazie!

 

Fabio Papini , maestro elementare di Livorno (Scuola Statale “G. Rodari”)  (Tel. 0586.501764 – Cell. 3406135459)  

 

 

Caro Papini,

              grazie della tua lettera da amico vero. Ma altrettanto da amico ti rispondo che io non conosco i problemi della scuola italiana e non saprei come fare ad aiutarti, tanto più che non ho tempo nemmeno di fare tutto quello di cui vengo richiesto. Tu scrivi cose interessanti e penso di pubblicare la tua lettera sul mio BLOG per sentire il parere dei miei lettori e amici. E’ l’unico modo che ho di diffondere quelle idee, tanto più che i miei Blog vengono ripresi quasi sempre dall’agenzia cattolica internazionale Zenit, molto letta anche in Italia. Grazie delle preghiere, anch’io prego per te, tuo padre Piero Gheddo

Cosa insegna la storia recente

 

    Sono stato due mesi a Roma (aprile-maggio 2010) per esaminare, purificare e portare a Milano i libri che ancora mi possono servire e il materiale scritto accumulato in 16 anni a Roma sul tema missionario.  E’ una pena vedere come, negli ultimi cinquant’anni, sono tramontati tanti modelli e ideologie, che hanno suscitato entusiasmo e dedizione nei popoli poveri e poi sono falliti; e anche in Occidente sono stati sostenuti con foga da non pochi cattolici convinti e praticanti. Per grazia di Dio, mi sono sempre battuto contro questi falsi ideali di “liberazione” che mi apparivano destinati al fallimento per la loro radice pagana e disumana.

    Il crollo di un mito rivoluzionario lascia sempre tanti orfani: orfani di Mao, orfani del Vietnam di Ho Chi Minh e dei Khmer rossi di Pol Pot, orfani di Fidel Castro e di Che Guevara, orfani di altri miti minori ma non meno coinvolgenti: Sandinisti del Nicaragua,  Thomas Sankara del Burkina Faso, Samora Machel del Mozambico, Eduardo Dos Santos dell’Angola, Sekù Turé della Guinea Konakry, Amilcar Cabral e i guerriglieri della Guinea Bissau, Menghistu dell’Etiopia, Afeworki dell’Eritrea, Robert Mugabe dello Zimbabwe, Siad Barre della Somalia, tutti dittatori o movimenti (li ho visto sul posto) che avevano sposato l’ideologia marxista-leninista-maoista, già fallita in Unione Sovietica e nell’Europa dell’Est, ma ancora capace di suscitare speranze sia nelle élites dei popoli poveri che in Occidente e in Italia.

    Non c’è in me alcune intenzione di irridere alle illusioni generose di tanti fratelli e sorelle. Quei modelli erano palloni gonfiati e si sono sgonfiati, erano sogni e sono svaniti uno ad uno per la logica implacabile della storia, che ci insegna questo: la rivoluzione violenta e le guerriglie di liberazione (ispirate al marxismo-leninismo-maoismo e sostenute  dall’Urss e dalla Cina) quando conquistano il potere diventano regimi peggiori di quelli contro i quali si è combattuto per  “liberare il popolo”. Il cammino della sinistra italiana, in questo quadro globale, sembra sfociare in un orfanotrofio, pieno di orfani di tutte le rivoluzioni violente e delle guerriglie di liberazione. Fra le decine che le sinistre hanno esaltato e appoggiato, non se ne salva nemmeno una! Ho buttato via quasi tutti i ritagli di giornali e di riviste che sostenevano queste “liberazioni” illusorie. “Parce sepultis”, dicevano i latini, “Lascia che i morti seppelliscano i morti” dice Gesù.

     Forse i più giovani fra i miei pochi lettori non mi capiscono. Ma sto parlando di lotte politiche e sociali di popoli lontani che dagli anni sessanta fino ai novanta del Novecento hanno spaccato in due l’opinione pubblica italiana e anche cattolica. Porto un solo esempio per farmi capire. I “sandinisti” in Nicaragua (dal nome di Augusto Nicolàs Sandino (1895-1934) che aveva organizzato una rivolta contro la presenza militare degli Usa negli anni dal 1927 al 1933), erano giunti al potere nel 1980 dopo la rivoluzione vittoriosa contro il dittatore Somoza, uomo nefasto per il paese e il popolo, contro il quale scrissi nei miei articoli su “Avvenire” e in “Mondo e Missione” dopo il viaggio in Nicaragua del 1979.

    Negli anni ottanta, i sandinisti avevano suscitato un entusiasmo non giustificato dal loro governo rivoluzionario, decaduto dopo le elezioni del 1990 quando venne eletto Presidente il rappresentante del partito loro opposto con il 55% dei voti (i Sandinisti ebbero solo il 40%). Ecco alcune espressioni tratte da ritagli della stampa italiana (anche cattolica) di quegli anni ottanta:  “Il Nicaragua è il paese dell’America Latina dove il Vangelo trova le migliori condizioni per essere annunziato e vissuto”; “In Nicaragua, fin che esisterà il Sandinismo esisterà il cristianesimo”; “Sandino ieri, oggi e sempre”; “Chi opta per la rivoluzione dei Sandinisti opta per la vita; chi opta per la controrivoluzione dei Contras opta per la morte e non è cristiano”: “la Chiesa popolare del Nicaragua è per Sandino” .

    Infatti i vescovi condannavano il movimento rivoluzionario che toglieva libertà alla Chiesa e all’opposizione e realizzava un programma chiaramente  ispirato a quello della vicina Cuba comunista. E’ solo un esempio. Ne potrei citare altri simili.

      Concludo. Tutte le ideologie e tutti i sistemi politici, di destra o di sinistra o di centro, sono inevitabilmente caduchi, tramontano in pochi anni o decenni. Il cristiano fa la sua scelta secondo il Vangelo e la propria coscienza  (tenendo anche conto degli orientamenti che dà la Chiesa), per ottenere il maggior bene comune possibile o anche evitare il peggior male. Con passione e dedizione, ma senza assolutizzare nulla, perchè di assoluto c’è solo Dio.

Piero Gheddo

 

 

 

 

 

La nostra piccola missione quotidiana

 

  

     Il 14 giugno scorso (alla sera c’è la partita di calcio Italia-Paraguay per il Campionato mondiale in Sud Africa) vado dall’occhialaio a ritirare un paio di occhiali. Li provo, vanno bene, pago con uno sconto e dico:

     “Grazie e auguri”.

     “Auguri anche a lei, che le vada sempre bene”.

     “Ma io le facevo gli auguri per un altro motivo”.

     “Che questa sera vinca l’Italia?”.

     “Sì, ma è scontato”.

     “E allora, per cosa?”.

     “Che Dio la benedica e sia sempre con lei e la sua famiglia”.

     “Ha ragione, ne abbiamo proprio bisogno”.

     Il negozio è deserto, sono le tre e un quarto del pomeriggio. Segue un’amichevole chiacchierata con sue domande e mie risposte sul valore della preghiera che “dà una marcia in più nella vita, perché quando io prego sento in me la forza e il calore di Dio che ci vuole bene, perché è Padre di tutti noi. Quando si prega, si vive meglio”.

     Se mi capita l’occasione, cerco sempre di richiamare in modo naturale la presenza di Dio, di Gesù, della Madonna, dei santi nella nostra vita. Il nostro mondo secolarizzato ci porta a vivere “come se Dio non esistesse”, mentre sono convinto che la grandissima maggioranza degli italiani conservano un certo senso religioso della vita. Il problema è che non se ne parla mai, nemmeno in famiglia, tra amici, sui mass media, nelle scuole.

     Parlare di Dio, della preghiera, di Gesù Cristo, è un tema tabù, mentre dovrebbe essere uno degli argomenti fondamentali nell’educazione dei giovani e nella nostra vita di adulti e di anziani. In fondo, è quello che conta davvero e più vai avanti negli anni e più te ne accorgi.

    Ecco perché chi ha avuto la fortuna di ricevere e conservare la fede, ha anche l’impegno di trasmettere agli altri la propria fede. Senza fare prediche o essere importuni, ma in modo naturale, perché la situazione in cui ci troviamo lo richiede. “Quello che gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente datelo”, dice Gesù. Se questo vale per i soldi, perché non dovrebbe valere per la fede?

                                                                                             Piero Gheddo