Le meraviglie dello Spirito Santo

 

      Caro don Piero, le scrivo per renderla partecipe della mia gioia, che mi sta dando il Signore, per le grazie copiose che mi elargisce. Dopo un periodo di preparazione chiamato “Seminario di Vita Nuova”,  il 25 aprile scorso ho ricevuto l'”effusione” dello Spirito Santo. E’ stata una giornata intensa, forte, dove ho sperimentato la grandezza del Signore e per la prima volta ho sentito in me una calma, una serenità indescrivibile. Erano spariti da me l’ansia, il nervosismo, l’agitazione lasciando il posto alla calma, alla gioia. Per completare il tutto, i giorni 29 e 30 aprile e 1 e 2 maggio sono stata a Rimini alla XXXIIII Convocazione dello Spirito Santo. Sono state giornate intense, forti, dove si è “toccato con mano” la presenza del Signore. Dove il pianto e il riso si intrecciavano in un’unica lode al Signore. Una giornata è stata dedicata interamente ai sacerdoti, abbiamo pregato con loro e per loro ed infine  invocato lo Spirito Santo su di loro. E’ stato un momento veramente intenso ed emozionante. Poi le varie testimonianze di persone che, dopo aver “toccato il fondo” nella loro vita, hanno incontrato, sul loro cammino di disperazione, qualcuno che ha parlato loro di Gesù, di Gesù risorto, di Gesù vivo, di un sepolcro vuoto, e attraverso tutto questo, la svolta della vita, la conversione.

     Io ha avuto la grazia del Signore di essere stata abbastanza vicina a Lui con alti e bassi, momenti di freddezza e momenti di tiepidezza, ma oggi, dopo aver tante volte visto il “bicchiere mezzo pieno” e spesso “mezzo vuoto”, ora vorrei gridare al mondo, come ho gridato che “Gesù è risorto”, è “veramente risorto”, vorrei gridare che il mio bicchiere non è “mezzo pieno” ma è completamente “pieno”, pieno delle grazie del Signore. La mia vita sta veramente cambiando, e con l’aiuto del Signore, spero di continuare in questo cammino in salita, che mi dà gioia, trepidazione, serenità. Non da sola, ma con Gesù, Maria, la Mamma celeste, portando con me chi mi sta accanto, chi più ha bisogno di questa serenità, di questa gioia, che solo stando attaccati al Signore e alla sua Chiesa è possibile sentire e sperimentare.

    Le chiedo, in conclusione di questo mio scritto, una preghiera di ringraziamento al Signore per queste grazie che mi sta elargendo e che mi aiuti a trasmettere a chi mi sta accanto la percezione che non sono io che sono così, ma è Cristo in me che mi rende felice, gioiosa, serena e che attraverso di me vedano la grandezza e la potenza di Cristo salvatore, e possano credere che “CRISTO VIVE, CRISTO E’ RISORTO, E’ VERAMENTE RISORTO! Alleluja!!!

     Inoltre, tra le varie emozioni di queste giornate, ho potuto assistere anche a delle guarigioni da varie infermità: una signora ha portato sul palco la sua carrozzella ed è corsa lungo tutto il palco senza l’aiuto di nessuno, un’altra ha lasciato le sue stampelle, tre persone hanno lasciato le protesi acustiche, senza contare quante confessioni!  I sacerdoti presenti spesso venivano esortati dal palco per la costante richiesta di confessioni.

     Il tema principale di queste giornate: “E’ lo Spirito che dà testimonianza, perchè è la verità” (1 Gv 5, 6b). Poi c’è stata la sessione dedicata alla potenza di Dio che consola, libera e guarisce, la sessione dedicata alla diffusione delle “Ragioni dello Spirito” per la promozione di una cultura della Pentecoste nel mondo, una sessione dedicata alla Misericordia di Dio che perdona e riconcilia, seguita dalla sessione dedicata ai sacerdoti e la festa sacerdotale “d’ora in poi sarai pescatore di uomini” (Lc 5, 10b), poi una riflessione sul tema “Il fare è cieco senza il sapere e il sapere è sterile senza l’amore…. C’è sempre bisogno di spingersi più in là: lo richiede la carità nella verità” (Benedetto XVI, Caritas in Veritate, nn. 29-30) ed altro ancora. So di essere stata un po’ lunga, ma non potevo risolvere tutto in poche righe. E debbo frenare il mio impulso di scrivere ancora. Mi perdoni. Un abbraccio fraterno nel Signore,  Ardea Zoli – Trieste.

Cara signora Ardea,

                                      grazie della sua lettera che è molto bella. Si vede proprio che questa esperienza è stata per lei veramente entusiasmante e spiritualmente gratificante. Sono stato anch’io due volte con  i Pentecostali o come si chiamano oggi. A Brescia una quindicina di anni fa ho tenuto loro un ritiro spirituale con due meditazioni e la Santa Messa e a Roma in tempi più recenti al Santuario del Divino Amore hanno avuto un loro convegno nazionale di alcuni giorni su fede e mass media e ho parlato sul giornalismo cattolico.

    Debbo dire che ambedue le volte i partecipanti a questi incontri mi sono piaciuti e mi hanno confermato in quanto ho sempre pensato. Che i cosiddetti “movimenti” (Focolari, CL, Neo-catecumenali, Cursillos, movimenti familiari, Pentecostali e altri) sono un’opera dello Spirito. Ciascuno di essi, secondo il proprio carisma, e tutti assieme stanno rinnovando la Chiesa, non solo nei nostri paesi di antica cristianità, ma ho visto anche nelle missioni, nelle giovani Chiese (cito solo Vietnam e Corea del sud e l’influsso notevole che ha avuto la Legio Mariae nella Cina). Il loro limite è quello di assolutizzare un modo di essere cristiani, mentre sono solo vie diverse per giungere alla stessa meta che è di amare e imitare Cristo, di vivere in unione con Lui.

     A volte si sente dire: “Questo movimento è la via migliore per vivere autenticamente il Vangelo”. Comprensibile (per l’ingenuo entusiasmo), ma sbagliato dire o pensare così. Ciascun movimento attira alcune persone e altre no, altri ne attirano altre. Ecco perché lo Spirito suscita “vie diverse”, senza che nessuna di esse diventi unica, poiché il mistero e l’esempio di Cristo non potremo mai esaurirli nella nostra comprensione e imitazione. di uomini. Lo stesso si può dire dei movimenti riguardo alla Chiesa. Il movimento non è la Chiesa, è un ramo dell’albero che è la Chiesa, rappresentata dai vescovi uniti al Papa, dalle diocesi e parrocchie. Se un movimento (o un credente) si stacca dalla Chiesa anche solo con la disaffezione, non può più essere con Cristo e di Cristo.

     Grazie ancora. Lei preghi per me e io prego per lei. Dio la benedica. Un caro saluto dal suo padre Piero Gheddo.                                                                                                                  

Nell'omelia comunicare l'esperienza della fede

 

 

 

     Monsignor Mariano Crociata, segretario della Conferenza episcopale italiana (CEI), ha lamentato che le prediche delle Messe domenicali troppo spesso si trasformano per i fedeli in “una poltiglia insulsa, quasi una pietanza immangiabile o, comunque, ben poco nutriente”, nel corso di un intervento sulla Liturgia fatto a Roma (“L’Osservatore Romano”, 30 dicembre 2009).

      Cos’è la predica, l’omelia domenicale nelle nostre chiese? Anzitutto “comunicazione” del messaggio cristiano. Qual è la prima regola del comunicare? Ricordo quando volevo collaborare con i giornali laici (scrivevo già su “L’Italia”, oggi “Avvenire” e “L’Osservatore Romano”), il primo che nel 1958 mi ha invitato è stato il cattolico Edilio Rusconi, mitico direttore e fondatore di ”Oggi” per la Rizzoli (1946); poi si era messo in proprio e aveva fondato “Gente” (1958). Gli portavo articoli sui missionari e i popoli non cristiani, li pubblicava volentieri e una volta mi dice: “Tu scrivi cose interessanti, ma non hai ancora capito la prima regola del giornalismo”. Quale? “Il giornalista deve farsi leggere. Se non ti leggono è inutile che tu scrivi. All’inizio dell’articolo devi dare la notizia, il fatto, agganciare l’attenzione del lettore distratto del  nostro tempo. Tu invece parli come il prete parla dal pulpito: parti dalle idee generali, dai principi e poi scendi e fai il tuo racconto. Sbagliato, devi capovolgere l’impostazione”.

 

     La predica è insegnamento di una dottrina o comunicazione di un’esperienza? E’ ambedue le cose, ma credo che, specialmente nel nostro tempo, per farsi ascoltare è molto valida la seconda ipotesi, non certo in senso assoluto (la dottrina è indispensabile), ma in senso relativo. In genere, il breve tempo dell’omelia (10-12 minuti al massimo) non permette di sviluppare un insegnamento compiuto, ma consente di provocare chi ascolta, far riflettere sulla propria vita confrontandoci col modello di Cristo. Il Vangelo è sempre provocatorio, indica che Gesù non è solo da pregare, ammirare, studiare, approfondire, ma soprattutto da amare e imitare. Il grande predicatore televisivo mons. Fulton Sheen, vescovo ausiliare di New York che negli anni cinquanta e sessanta spopolava alla televisione americana, diceva: “Se quando parlo a milioni di ascoltatori non arrivo a commuovermi ed a commuovere chi ascolta, ho fatto un buco nell’acqua. Di parole se ne dicono e se ne sentono tante. Nei pochi minuti che ho a disposizione debbo toccare il cuore dello spettatore medio, orientandolo a convertire la sua vita al modello di Cristo”.

 

    La predica deve comunicare la fede, l’esperienza che la fede porta ad una vita più umana, più serena, più pacifica, piena di gioia; deve provocarci e farci riflettere su quanto siamo distanti, noi cristiani, dal modello divino-umano di Gesù Cristo.

     Nel settembre 2002 ho pranzato, nel “Convento della Pace” di Assisi, col superiore provinciale dei francescani conventuali giapponesi, padre Pietro Sonoda, col quale ho avuto una interessante conversazione sul primo annunzio di Cristo in Giappone, reso difficile dalle differenze fra cultura occidentale e cultura giapponese.  

    Padre Pietro è vissuto otto anni in Italia, parla bene italiano. Mi dice: “Uno degli ostacoli all’annunzio del Vangelo in Giappone è che il giapponese è un uomo molto concreto, pratico, non ama e non capisce il linguaggio filosofico, astratto, staccato dalla vita. Ma nella Chiesa noi usiamo questo linguaggio: tutto è dogma, verità schematica, belle riflessioni teologiche. In Giappone il Vangelo è uno dei libri più letti, ma appunto perchè il Vangelo racconta fatti e parabole, dà notizie. I documenti della Chiesa, sono basati su ragionamenti non su fatti concreti. Quando vengo in Italia e sento le omelie che i preti fanno alla Messa domenicale, penso: se parlassero così in Giappone, nessuno li ascolterebbe”.

     Dico a padre Sonoda che non si preoccupi, forse anche buona parte dei fedeli italiani che vengono in chiesa molto spesso non sentono o non ascoltano o non capiscono quel che il sacerdote dice nella sua omelia. 

 

     Oggi è difficile farsi leggere in libri e giornali, ma difficilissimo farsi ascoltare dal pulpito. Credo che chi parla in chiesa debba anzitutto preoccuparsi di farsi ascoltare e capire, debba interessare chi ascolta. Se non ti fai leggere – mi diceva Edilio Rusconi – perchè scrivi? Ogni predicatore deve dirsi: se non mi sentono o non mi ascoltano o non mi capiscono, perchè parlo?

    Il grande Paolo VI ha una bellissima frase nella “Evangelii nuntiandi” (1975, n. 41): “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o se ascolta i maestri, lo fa perché sono dei testimoni”. Ma se un predicatore si ferma solo all’insegnamento della dottrina e non comunica un’esperienza e non scende alla vita quotidiana, che testimonianza dà in quei pochi minuti?

                                                                                                  Piero Gheddo

"Se vincete vi meniamo!"

  

     Ogni giorno che passa ci porta nuove prove della decadenza dello spirito cristiano nel popolo italiano; o almeno dell’emergere di uno spirito certamente non evangelico nel  nostro popolo.

    Domenica 2 maggio ho assistito (per TV) alla partita di calcio Lazio-Inter. Negli anni giovanili, e non solo, ho giocato al calcio facendo anche parte della squadra dell’Università Urbaniana (che le aveva suonate ad altre Università ecclesiastiche romane). Ancora mi appassiona assistere a qualche bella partita, senza essere tifoso di una squadra particolare, ma per il divertimento di vedere la tecnica individuale, gli schemi di gioco, l’armonia o la forza di una squadra o dell’altra. In campo internazionale, naturalmente, tengo per l’Italia o una qualsiasi squadra italiana. In Italia invece vorrei che vincessero il campionato non le solite tre, Inter-Juve-Milan, ma quelle che l’hanno vinto poche volte o mai. Quest’anno, ad esempio mi auguro che vinca la Roma.

     Perché questa premessa? Perché domenica scorsa mi ha molto scandalizzato vedere i tifosi della Lazio sostenere l’Inter contro la loro squadra del cuore, con l’unico scopo di impedire alla “nemica” Roma di vincere il Campionato nazionale! Mi ha fatto male perché ha perso lo sport e perché queste sono espressioni di inimicizia radicale, quasi di odio tra tifosi e tifoserie, in una città dove il Papa continua a parlare di pace, di perdono, di amore fra i diversi e il nostro Presidente della Repubblica insiste nel dire che il popolo italiano ha bisogno di unità, di superare gli egoismi e le divisioni, non solo nella politica ma in tutti i settori di vita. Mi ha fatto male pensare che nel popolo romano, certamente religioso e molto religioso, la fede non diventa vita, non orienta a sentimenti e comportamenti che sarebbero positivi per tutti.

      Da “ingenuo” missionario penso questo:  a Roma ci sono due squadre che hanno storia, tecniche e caratteristiche diverse, ma come sarebbe bello che tutti sostenessero, dopo la propria, anche l’altra squadra cittadina, per amore e in nome della propria città. Capisco che nei “derby” le tifoserie si dividono, ma assistere allo spettacolo degli striscioni di tifosi laziali che dicono ai giocatori della loro squadra: “Se vincete vi meniamo” è non solo triste perché svilisce lo sport, ma deprimente perché un missionario ingenuo pensa: “Ma siamo in un paese cristiano o pagano?”.

                                                                      Piero Gheddo

 

Perchè non la "Dottrina sociale della Chiesa"?

 

 

      Augusto Del Noce (1910-1989), politologo, filosofo e politico di ispirazione cattolica, docente di “Storia delle dottrine politiche” all’Università La Sapienza di Roma, negli anni Sessanta e Settanta del Novecento dimostrò errate le correnti di pensiero che sostengono su basi razionali la possibilità della liberazione dell’uomo senza Cristo (“solo il Redentore può emancipare”). Dopo il Concilio Vaticano II combatté in modo rigoroso e tenace i teologi e i gruppi cattolici che praticavano il dialogo tra credenti e marxisti. Negli anni Ottanta predisse la fine del “Socialismo reale” e scrisse: “Il comunismo come sistema di potere crollerà, perché non è umanamente possibile che sopravviva ancora a lungo, essendo contrario alla natura umana; ma i comunisti non torneranno alla fede cristiana, diventeranno borghesi materialisti e radicali anticlericali”.

      Come sacerdote non dovrei scrivere di problemi politici, ma sono anch’io coinvolto come cittadino nelle vicende politiche italiane. Del Noce mi è tornato in mente seguendo con interesse la crisi del centro-sinistra, che non riesce ad unirsi ed a fare una vera opposizione per costruire un’alternativa di governo al centro-destra. A sinistra molti si chiedono perché. Chi propone un Partito Democratico non centralizzato ma federale, chi di “radicarsi nel territorio” (parole magiche dopo le vittorie della “Lega Nord”). Insomma, si discute su come interessare e coinvolgere la gente, offrendole occasioni per partecipare attivamente e avere più voti.

 

     Ma il problema fondamentale della Sinistra penso sia un altro: i contenuti, i principi ideali da cui discendono i valori e ogni azione per conquistare i voti e il potere; cioè per migliorare la situazione della nostra Italia, che attraversa una grave crisi non solo economica, ma soprattutto crisi morale, di ideali, di modelli di vita da proporre ai giovani. Come italiano certo mi preoccupa la crisi economica e le troppe famiglie gettate sul lastrico dalla disoccupazione. Ma ancor più mi preoccupa la crisi morale, direi spirituale. C’è in giro troppo pessimismo, i giovani difficilmente si entusiasmano, i modelli di vita che propongono televisione, stampa e anche scuola e politica non vanno al di là di successo, carriera, visibilità mediatica, varie forme di trasgressione, divertimento, incarnati spesso in “personaggi negativi” che non contribuiscono a migliorare la situazione del paese.

        

      La maggioranza degli appartenenti al Partito Democratico (come i partiti alla sua sinistra) vengono dal PCI che aveva una chiara e forte ideologia, suscitava speranze di radicali cambiamenti. Ho conosciuto a Milano Mario Acquarone, che aveva frequentato la scuola dei quadri PCI a Praga e alle Frattocchie. Abbiamo fatto amicizia, è tornato alla fede ed è morto da una ventina d’anni. Lo ricordo con affetto. Mi raccontava dell’ammirevole organizzazione culturale del PCI che riusciva a influenzare profondamente la cultura italiana attraverso intellettuali, giornalisti, sindacati, associazioni professionali, scuole, università e una mirabile produzione di idee, proposte, strumenti adatti per ogni categoria di popolazione.

     Ma allora il PCI aveva degli ideali e dei contenuti. Oggi quali sono gli ideali del Partito Democratico, capaci di suscitare entusiasmo e adesione popolare? Tramontato il “Socialismo reale” e crollata la illusoria speranza di un cambiamento radicale in favore del popolo, come sembrava avvenisse in Cina con Mao Tze Tung, in Vietnam con Ho Chi Minh, a Cuba con Fidel Castro, in Africa con le “guerriglie di liberazione”, al Partito Democratico quali ideali, modelli e speranze sono rimasti?

 

     La profezia di Del Noce si sta realizzando? Perché il Partito Democratico non apre un dibattito interno per condannare e rifiutare radicalmente l’ideologia e i modelli del PCI (compreso l’ateismo, radice di tutti i mali) e trovare assieme alla società civile gli ideali e i modelli da incarnare nella politica per diventare alternativa di governo? Nel centro-sinistra sono confluiti comunisti, cattolici, socialisti, social-democratici, repubblicani, radicali e un PCI che ha cambiato molti nomi (PCI, PDS, DS, PD), ma non ha mai fatto un esame autocritico del suo passato, che pesa ancora.

      Non voglio dare giudizi né consigli ad alcuno. Le mie sono semplicemente riflessioni di un anziano prete e missionario, che soffre per una politica che non si sblocca dall’alternativa Berlusconi-Anti Berlusconi; e una Sinistra divisa e suddivisa in tanti partiti e correnti che non riesce a imboccare una via di ideali comuni per un’alternativa di governo. Perché la Sinistra non torna alle radici ideali “buone” del suo passato, quelle del socialismo umanitario, la giustizia sociale, la solidarietà ai poveri e tra i poveri, l’abitudine al risparmio e al sacrificio (nel 1977 Berlinguer scrisse un opuscolo sull’austerità della vita come via per uscire dalla crisi), la collaborazione per una società migliore?. Certo, per noi cattolici sarebbe sempre insufficiente (può esistere una società “buona” fondata solo su valori umani?); però sarebbe meglio di niente e forse risulterebbe anche più credibile per gli elettori.

      Perché la Sinistra non si confronta con l’ideale cristiano come proposto dai Papi e dalla “Dottrina sociale della Chiesa”, per giungere ad un diverso modo di concepire la lotta per la giustizia sociale e il riscatto degli ultimi? Mi rendo conto che è “ingenuo” dire questo, ma se la Sinistra rimane ferma ad un’ispirazione ideologica che ha fatto il suo tempo e non presenta ideali capaci di ridare una speranza di cambiamento e di entusiasmare i giovani, non può pensare di rimanere unita per tornare a governare col voto popolare.

                                                            Piero Gheddo

 

 

Pregare fa bene alla salute

   

     Pregare fa bene alla salute. Non è un dogma, ma semplicemente un’esperienza mia e credo di molti altri.  Fra pochi giorni inizia il mese di maggio, nella tradizione cattolica dedicato alla Madonna. Fin dai nostri primi anni tutti noi credenti siamo imbevuti della devozione a Maria, la nostra fede in Cristo è strettamente congiunta alla devozione mariana, Cristo richiama Maria e Maria ci rimanda a Cristo.

     Uno dei più bei ricordi che ho conservato dei cinque anni trascorsi nel Seminario diocesano di Moncrivello (Vercelli) per il ginnasio (1940-1945) è l’appuntamento serale alla Grotta di Lourdes al fondo del grande orto e cortile. Dopo la cena e la ricreazione, si andava tutti assieme alla Grotta dove dicevamo “le preghiere della buona notte” a Maria. Con breve fervorino mariano e canto finale nell’ora del tramonto e nel silenzio e pace della campagna, col frinire dei grilli in sottofondo, che invitava alla riflessione e alla commozione pregando e pensando alla Mamma del Cielo.

     Erano anni di guerra e il seminario sorgeva a poche decine di chilometri da Torino: a volte di sera e di notte andavamo in terrazza a vedere i lampi e tuoni dei bombardamenti e pregare per quei poveri torinesi che morivano sotto le bombe; e poi eravamo in zona di guerriglia partigiana fra le risaie vercellesi e le colline del Canavese. Sentivamo racconti di violenze, vendette, fucilazioni, torture, agguati, perquisizioni notturne, di giorno e di notte passavano in seminario gruppetti di partigiani o di militi fascisti che suscitavano in noi ragazzini un senso di paura e di pietà. Anni di scarso e a volte disgustoso cibo (le amarissime rape bianche bollite coltivate nell’orto, che dovevamo mangiare!). E poi, alla sera, il  rifugio della preghiera fra le braccia della Mamma, che ci mandava a letto sereni e pacificati con la vita.

 

     Dobbiamo riprendere le devozioni del mese di maggio: il Rosario e il “fioretto” quotidiani, cioè la mortificazione che ci si impone per controllare la nostra volontà e sensibilità e orientarle a Dio. “Bisogna mortificarsi nelle cose lecite – diceva mio padre Giovanni – per poter resistere alle cose illecite”. L’amore e la devozione a Maria devono crescere perché, come diceva Paolo VI in un discorso del 1971, “occorre introdurre il ricordo di Maria, il suo pensiero, la sua immagine, il suo sguardo profondo nella cella della religiosità personale, della pietà segreta e intima dello spirito”.

       In altre parole, non basta una devozione formale, il mese di maggio può portare ciascuno di noi ad amare Maria con cuore sincero e filiale, in modo che diventi davvero il nostro rifugio nell’ora della tentazione, della stanchezza, della depressione, della sofferenza e sostenga la nostra volontà nella scelta del meglio, nella costanza dell’impegno, nella capacità del sacrificio. E’ un’esperienza molto concreta che ciascuno può fare, impegnandosi nel mese di maggio a dare un po’ del nostro tempo e della nostra preghiera a Maria.

     Perché il Rosario? Per tanti motivi, ma per me è la preghiera più facile e immediata, più meditativa e affettiva, che mi permette in ogni momento della mia giornata di elevarmi a Maria e a Cristo e praticare quella “preghiera continua” che è indispensabile per giungere a sentire vivamente la presenza di Dio in noi. Questo sentimento fa bene alla salute, perché relativizza le cose materiali, ci fa vivere, pur immersi nel mondo e nelle fatiche quotidiane, in una dolce unione con Dio che ci mantiene sereni in tutte le vicende della vita.         

     Ogni tanto, qua o là, si legge di un ritorno al devozionalismo, si critica il Papa perché, così dicono alcuni, vuole tornare al passato e far risorgere pratiche tradizionali considerate alienanti. Così il Rosario è spesso bollato per devozionalismo o conservatorismo. Ma nessun santo ha praticato un cristianesimo senza devozioni, né la Chiesa ha mai insegnato questo. Il Rosario non è certo essenziale alla fede, ma si manifesta ancor oggi come uno strumento importante per portare i fedeli a vivere la fede. Diceva Giovanni XXIII, che del Rosario era devotissimo: “Il Rosario è un esercizio avvincente, insostituibile di preghiera”.

                                                                   Piero Gheddo

Saigon 23 aprile 1975 – Fuga avventurosa dal Vietnam

 

              

 

     Il 25 aprile ricorre il 35° anniversario della conquista del Vietnam dal Sud da parte dei nord-vietnamiti e dei vietcong. Sono a Roma per scrivere la biografia di padre Augusto Colombo, apostolo dei paria in India (1952- 2009) che ha costruito, fra l’altro, le prime due Università per i fuori casta nella diocesi di Warangal (Andhra Pradesh). Nella primavera del 1975, padre Augusto, in compagnia del confratello padre Luigi Delissandri, tornando per vacanza in Italia riesce a realizzare uno dei sogni della sua vita, visitare le missioni in Asia e in altri continenti; e passa da Saigon proprio mentre il Vietnam del Sud stava crollando. In Archivio trovo due sue lettere a me indirizzate, che raccontano brevemente questa avventura.

     Giunti a Saigon il 20 aprile 1975, con i vietcong e nord-vietnamiti alle porte della città, nella grande confusione di quei giorni visitano la capitale del Vietnam del sud e alcuni campi profughi: “La faccia bianca e il passaporto italiano sono un automatico lasciapassare”. Si spingono fino a 40 chilometri a nord sulla “Strada numero uno”, che da Saigon porta a Danang, Hué e Hanoi. Padre Augusto scrive:

 

    “Visitiamo un campo profughi, un accampamento di poverissima gente priva di tutto. Pur percorrendolo in auto, non riusciamo a visitarlo tutto. Ci dicono che Saigon è circondata da campi come questo. Centinaia di migliaia di famiglie fuggite davanti alla rapida avanzata dei nord-vietnamiti. Inoltrandoci  in questo campo stiamo  entrando in un mare di sofferenze: saranno dieci o più chilometri quadrati di miseria. Eppure al nostro passaggio non ci sono grida, invocazioni di aiuto. C’è una dignità silenziosa che impressiona.

     “Mi dicono che questo campo ha 50.000 profughi, ma certo nessuno li ha contati e poi ne arrivano continuamente di nuovi. A quanto mi pare di capire, attorno a Saigon ci sono almeno un milione di profughi dalle regioni del nord e del centro Vietnam…. In grande maggioranza sono donne, vecchi e bambini, poichè di uomini se ne vedono pochissimi. Migliaia di famiglie accampate sulla nuda terra, sotto tettucci di paglia, di rami, di tela, di fogli di plastica. Hanno accanto i loro averi con cui sono fuggiti: un sacco di roba, una bicicletta, un motorino, qualche vestito, pentole, valigie, un maialino, galline qua e là. Fanno una pena immensa.

     “Quelli con i quali riusciamo ad intenderci, in francese o in inglese, ci dicono che sono scappati per non vivere nelle zone conquistate dai comunisti, ma ormai i comunisti sono a pochi chilometri e fra qualche giorno credo prenderanno anche questo campo.

     “Alla fine del nostro viaggio troviamo un capannone che è diventato una chiesa. Oggi è domenica e c’è un prete che celebra la Messa. Anche qui tutto è assurdo: i canti ben fatti, la pulizia dell’altare, le centinaia di Comunioni distribuite, un nugolo di ragazzini che servono la Messa, tutti ben allineati al fianco e attorno al tavolo diventato altare; e poi la gente che si inginocchia per terra e non si distrae né per i rombi dei cannoni, né per i sibili dei reattori che passano bassi sulle nostre teste. Ci fermiamo anche noi in preghiera assieme a questa fila dolente di fratelli  nella fede con una fede profonda. Non riusciamo poi a parlare con il prete vietnamita, che va subito in un’altra parte del campo per un’altra Messa.

     “Quando a sera torniamo a Saigon, ci avvertono che durante la giornata i nord-vietnamiti hanno bombardato il campo d’aviazione e non si sa se domani il nostro aereo potrà partire! Rimanere in trappola a Saigon spiacerebbe davvero!”.

 

     Giunto ad Hong Kong il 23  aprile, padre Colombo mi scrive un’altra lettera nella quale si legge: “E’ stato un viaggio avventuroso. Partendo da Saigon, il  cannone  tuonava vicinissimo, tremavano tutte le finestre dell’aeroporto e si vedevano incendi a poca distanza!  Ti assicuro che quando l’aereo, dopo molto ritardo, si è levato in volo, ho pregato con tanto fervore, come raramente avevo fatto in vita mia. Giunti  ad Hong Kong, abbiamo saputo dalla televisione che i voli passeggeri fra Saigon e Hong Kong  e viceversa sono sospesi da oggi! Siamo partiti con uno degli ultimissimi voli. Il Signore ci ha veramente protetti!”.

 

     Un ricordo di quei giorni tragici per i vietnamiti e soprattutto per i cattolici del Vietnam del sud, poiché al nord erano già sotto regime comunista dal 1953. E’ l’inizio della persecuzione che dura tuttora e della fuga, nei mesi e anni seguenti, di circa due milioni di “boat people”, 3.200 dei quali accolti in Italia dalle tre navi della Marina militare mandate nel 1978  dal Governo Andreotti, proprio per raccogliere quei profughi su imbarcazioni precarie, al largo delle coste vietnamite.

 

                                                                     Piero Gheddo

"Le culture? Una vale l'altra"

 

 

      E’ proprio vero che una cultura vale l’altra? Parecchi lo credono, ma avendo visitato molti popoli interessandomi delle loro credenze religiose e culturali so che non è vero. Un esempio concreto.

     Nel 1980 sono stato in Papua Nuova Guinea (Oceania) e anche nelle Isole Trobriand, paradisi terrestri per bellezze e vita naturali degli indigeni. Una rapida visita però dice poco, ma in questi giorni ho ritrovato due ritagli di “Venga il Tuo Regno”, rivista del Pime di Napoli (maggio 1991 e febbraio 1994), nei quali padre Giuseppe Filandia scrive sul tema “Tradizioni ed evangelizzazione” e parla del matrimonio tradizionale proprio nelle meravigliose Isole Trobriand. Ecco cosa scrive dopo anni di esperienza sul posto:

    “Un giovane e una ragazza si sposano non per attrazione reciproca ma per interesse. Nella loro cultura non esiste un’educazione che li prepari al vero significato della vita a due. Le pratiche sessuali sono un gioco che praticano, anzi devono praticare fin dall’età di sette-otto anni…. Spetta agli zii materni trovare la ragazzina (scherzando la chiamano “la futura sposa”) con cui il nipotino possa passare la notte insieme. Così si svuota il senso dell’affetto, della donazione reciproca completa, della bellezza stessa della vita matrimoniale, quando giunge il momento di costituire una famiglia… L’uomo non coopera affatto alla nascita dei figli, sono degli spiriti speciali a dare i bambini alle donne, attraverso la testa. Quindi l’uomo non ha nessuna responsabilità e partecipazione nella procreazione.

     “Il matrimonio è un problema di interesse materiale: sposare una donna per l’uomo significa garantirsi una sicurezza economica…. Per la donna i motivi per contrarre matrimonio si riducono al bisogno concreto di avere accanto qualcuno, per sentirsi protetta, avere una casetta propria e un focolare da custodire…. L’educazione dei figli non esiste. Il padre ne lascia l’incarico ai cognati, secondo la tradizione, e questi, regolarmente, non se ne interessano. Per cui i bambini crescono senza principi morali, senza freni, si permettono di fare tutto quel che vogliono e non sono rimproverati né corretti, perché la loro tradizione è molto permissiva in ciò che noi consideriamo il male: come la vendetta, la prepotenza, il furto, l’inganno, la pigrizia e qualsiasi altra immoralità… L’adulterio, molto comune, sembra accettato, a meno che ci sia una pubblica accusa, allora si deve fare un po’ di scena per salvare la faccia. Il colpevole paga le sue ventimila lire di multa e tutto finisce lì. I mariti che stanno lontani dalle mogli per anni non si meravigliano se al loro ritorno trovano uno o due figli in più. Tanto, non è l’uomo ma sono gli spiriti che danno i bambini alle donne…

     “Accenno a queste miserie per ricordare ai lettori, se ce ne fosse bisogno, quando meravigliosa è la nostra morale cattolica, che è sicura difesa della vita, della persona e salva amore e unità delle famiglie…. Fa pena vedere i nostri ragazzi e le nostre ragazze che seguono ciecamente certe tradizioni senza mai capire cosa sia il vero amore, il senso della vita, del “diventare due in una sola carne”. Il valore del matrimonio monogamico mentre qui c’è la poligamia (almeno per i capi). Voi che avete la gioia di vivere in una famiglia cristiana, abbiate un pensiero e una preghiera per questo nostro popolo della Papua Nuova Guinea”.

      Cari amici lettori, questa è una cultura non cristiana non nelle cartoline turistiche, nei romanzi e documentari televisivi, ma nella concretezza della vita quotidiana di un popolo che ancora non conosce il Vangelo. E il nostro popolo italiano, che ha ricevuto il Vangelo da duemila anni, quanto è lontano da queste miserie “pagane”?

 

                                                                                                 Piero Gheddo

 

Cristiani e musulmani in Nigeria

 

 

     Dopo i massacri di cristiani nel gennaio e febbraio scorsi, la Nigeria è scomparsa dalle prime pagine dei giornali, ma continua a vivere una situazione difficile che ogni tanto esplode in lotte e scontri violenti con decine di morti fra popolazioni del Nord e quelle del Sud, di etnie e soprattutto di religioni diverse, musulmani al Nord e cristiani (o animisti) al Sud. La Nigeria è comunemente definita “il gigante dell’Africa”, con circa 150 milioni di abitanti, con un tasso di crescita del 2,2% (tre milioni l’anno), seguita da Egitto (73 milioni), Sud Africa (48) e Congo (42). Un paese esteso tre volte l’Italia con tante risorse naturali (l’ottavo produttore di petrolio al mondo), ma purtroppo anche uno di quelli a maggior rischio di violenze inter-etniche, con una delle Chiese locali più vive e in maggior crescita.

 

    La storia dell’indipendenza nigeriana dall’Inghilterra (1960) è fra le più tormentate, con nove colpi di stato in 50 anni, una sanguinosissima guerra civile (Biafra, 1967-1970, un milione e mezzo di morti) e un sistema democratico che funziona poco, anche se la Nigeria, con le sue università, ha una élite intellettuale e politica di primo piano. Lo stato non riesce ad imporre la sua autorità poiché, con un popolo diviso a metà fra musulmani e cristiani, lo Stato conta poco, più importante l’appartenenza alla propria etnia e religione.

     Sono stato in Nigeria nel 1985 e 25 anni fa cristiani e musulmani convivevano con difficoltà (nelle regioni islamiche i cristiani erano cittadini di serie B), ma senza gravi violenze di massa. La situazione è andata peggiorando negli ultimi tempi, da quando si è esteso anche nella Federazione nigeriana l’influsso dell’estremismo islamico espresso dall’ideologia di “Al Qaida” ed è particolarmente grave nei 12 stati del Nord (su 36 federati) che hanno adottato la “Sharia” (legge islamica) come legge di stato

      La situazione è complessa e anche i cristiani hanno le loro colpe, specialmente l’avventata e indebita propaganda religiosa di sette cristiano-pagane (più di cento), che predicano Cristo ma nelle regioni e fra le popolazioni islamiche battezzano facilmente (la Chiesa cattolica richiede due anni di catecumenato) e usano gli aiuti economici come strumento di penetrazione cristiana, come d’altronde fanno i musulmani in Africa.

 

     In queste difficili situazioni, i cattolici sono circa 21 milioni (più numerosi i protestanti delle varie Chiese e sette), con un buon numero di conversioni dall’animismo e numerose vocazioni sacerdotali e religiose. In Nigeria c’è maggior il seminario cattolico nel mondo, quello teologico di Enugu con più di 600 alunni! Il presidente della Conferenza episcopale, mons. Felix Adeosin Job ha dichiarato  all’Osservatore Romano: “Siamo una Chiesa povera, ma grazie a Dio stiamo vivendo un periodo luminoso di crescita. Molte persone sono giunte a conoscere e amare Cristo e ad accettarlo come loro Dio. I nostri cristiani lo sono di fatto. Quelli che alla domenica non vengono in chiesa sono una minoranza”. I giovani cristiani della Nigeria aprono il cuore alla speranza. La Chiesa attraversa una crisi nel nostro paese e in Europa, ma fiorisce specialmente nel mondo non cristiano. Lo Spirito Santo non dorme mai, non va mai in pensione e neppure in vacanza.

 

     Segnalo agli amici lettori che lunedì prossimo parlerò della Nigeria in una catechesi su Radio Maria (ore 21-22,30) e qualche tempo dopo si potrà trovare il testo della conversazione nel mio Sito (vedi qui sotto).

                                                                                       Piero Gheddo

 

I dubbi di Tommaso sono i nostri

 

     La Liturgia e le letture alle Messe del tempo dopo Pasqua sono centrate sulle apparizioni di Gesù risorto che confermano la sua Risurrezione e gli Atti degli Apostoli che raccontano la nascita della Chiesa fondata da Cristo e i suoi primi passi nel mondo e nella storia. I due aspetti della fede cristiana, la Risurrezione di Cristo e la Chiesa che nasce dal Risorto, e quindi è la via per la salvezza per coloro che credono e vivono la fede, sono strettamente uniti, uno non sta senza l’altro.

     I dubbi di Tommaso (II domenica di Pasqua – Anno C) sono anche i nostri dubbi, quelli del mondo moderno. Tommaso chiede al Signore prove concrete della sua Risurrezione e Gesù glie le dà, ma dice: “Beati coloro che senza aver visto crederanno”.

 

     Noi crediamo fermamente che Gesù è risorto, ma nella cultura del nostro tempo la fede non è facile. Siamo abituati al discorso della scienza: si crede solo in quello che si vede e si tocca con mano, si sperimenta. Non è un atteggiamento del tutto negativo, l’uomo moderno ha bisogno di concretezza. Quante volte, parlando con persone serie che non hanno il dono della fede mi dicono: “La fede è illogica. Dio mi ha dato la capacità di ragionar e poi pretende da me che io non ragioni più ma creda ciecamente a quello che mi dice la Chiesa, anche senza capire”.

 

     Il motivo che spiega questa falsa illogicità è semplice. Dio ci dà la capacità di ragionare delle cose umane che con la ragione e l’esperienza noi possiamo capire,  dominare e cambiare, ma nel rapporto con Lui, Padre e Creatore di tutto e di tutti, conserva il mistero, ci nega per il momento la visione beatifica, per rendere meritoria la nostra fede. Se capissimo tutto non si sarebbe più la fede. Noi siamo circondati dal mistero di Dio e dell’uomo stesso. Questo è il limite dell’intelligenza umana, arriva fino ad un certo punto, non di più.   

    Alexis Carrel, Premio Nobel per la medicina negli anni trenta del Novecento, scrisse un libro meraviglioso: “L’uomo, questo sconosciuto”, nel quale dimostra che, nonostante gli enormi progressi di tutte le scienze e specialmente di quella medica, l’uomo rimane un mistero e rimanda direttamente al Creatore, cioè a Dio. In quel libro Carrel dimostra concretamente che l’uomo è così complesso e difficile da spiegare, che inevitabilmente chi lo studia ad un certo punto si trova di fronte a molti misteri inspiegabili con la logica e la scienza umana. Più si va avanti a scoprire chi  è l‘uomo e più aumentano i misteri che non riusciamo a capire e spiegare. L’esistenza di Dio Creatore è dimostrabile anche attraverso il mistero dell’uomo. Le teorie evoluzioniste possono studiare e dimostrare tutto quel che vogliono, ma la scintilla della vita divina nell’uomo, che è l’intelligenza, la coscienza dell’io, è indiscutibile che non viene, non può venire da un’evoluzione della materia. Richiede l’intervento di Dio Creatore e Padre degli uomini. Infatti non esiste negli animali.

     Oggi chiediamo a Dio di rafforzare la nostra fede nella Risurrezione di Cristo e che questa fede diventi il motore e la gioia della nostra vita. 

 

     1) Il Servo di Dio dottor Marcello Candia ripeteva spesso questa giaculatoria: “Signore, aumenta la mia fede”. Di fede ne aveva tanta, ma diceva: “La fede non basta mai”. L’assenso dell’intelligenza umana al miste+ro di Gesù che muore e risorge per liberare gli uomini dal peccato e dalla morte può essere superficiale e vacillante come una fiammella di candela, che un soffio spegne facilmente, e può diventare un sole sfolgorante che illumina e riscalda la vita. Se io, con l’aiuto di Dio (poiché la fede è un dono), credo fermamente, che Gesù è Dio, Figlio di Dio, il Messia e Salvatore di tutta l’umanità, che “non c’è al mondo altro nome in cui possiamo essere salvati”, come dice San Pietro” (Atti, 4, 12), allora la mia vita deve cambiare, non può più essere quella di prima.

 

     2) La fede nel Signore Risorto può e deve diventare il principio primo ed ultimo del nostro vivere, il motore della nostra esistenza. Chi crede davvero nella Pasqua di Cristo, acquista le dimensioni esatte della fede, relativizzando tutto quel che mi capita. Ecco perché il credente in Cristo è capace di perdonare, di dimenticare, di essere generoso con gli altri, di superare prove e sofferenze anche gravi.

     Un esempio del Servo di Dio Giorgio La Pira che nel 1930, a 26 anni, diventa incaricato di diritto romano all’Università di Firenze. Poi partecipa ad un concorso per la cattedra universitaria, i risultati del quale, affissi nella bacheca dell’Università, lo dichiarano vincitore con i voti più alti di quelli degli altri partecipanti. Ma la cattedra non è affidata a lui, perché non aveva preso la tessera del Partito Fascista. I suoi amici gli dicono di protestare e si dichiarano disposti a firmare con lui la lettera di protesta. La Pira risponde: “Vi ringrazio, ma è inutile. So che sono vittima di un’ingiustizia, ma cosa volete che sia questo quando so che Cristo è risorto?”.

    Quando la fede nella Risurrezione diventa la luce e il motore della vita, tutte le mie vicende, le ingiustizie e le sofferenze ne sono relativizzate. Soffriamo certo, ma la fede in Gesù risorto, che è il modello e l’anticipo della mia risurrezione, mi impedisce di cadere in depressione, in disperazione. Offro tutto affinchè il Regno di Dio di giustizia e di pace venga fra gli uomini e sani tutte le ferite del peccato.

 

     3) Terza riflessione sulla Liturgia di oggi. Gli Atti degli Apostoli congiungono strettamente la Risurrezione di Cristo con la nascita e i primi passi della Chiesa. La fede in Cristo non sta senza la fede nella Chiesa da Lui fondata.

    Quante volte si sente dire: “Io credo in Cristo, ma non nella Chiesa”. Un’espressione profondamente errata, che porta fuori strada. Il Cristo in cui crediamo è quello che ha fondato la Chiesa e che oggi ci viene riproposto dalla Chiesa,  comunità divino-umana, nella quale gli errori e i peccati dei credenti non possono e non debbono diminuire la nostra fede.

     La fede è assenso dell’intelletto, ma anche esperienza del cuore, da cui viene l’entusiasmo della fede che troviamo negli Apostoli e in tanti credenti anche oggi. E’ un dono di Dio e un’esperienza personale, che ci fa diventare spontaneamente missionari, come in genere sono i nuovi cristiani del mondo missionario. La Chiesa è la comunità in cui io vivo e mi formo a questa fede che cambia e dà gioia alla vita.

                                                                     Piero Gheddo

Cristiani perseguitati in Pakistan

 

    Pranzo a Roma con uno studente cattolico pakistano in Italia, che sta ancora imparando la nostra lingua. Ho visitato due volte il Pakistan, paese turisticamente e artisticamente affascinante. Nella prima visita (1969) i cristiani erano cittadini di serie B, ma non avevano gravi problemi con i musulmani. Poi la situazione è gradualmente peggiorata ed ora siamo in una situazione di persecuzione. Chiedo all’amico studente se è vero o no.

    “Non si può parlare di vera persecuzione – dice – in quando i governi non approvano e cercano di contrastare la mentalità generale che vede i cristiani come nemici dell’islam e pagani. Si sentono superiori a noi e ci trattano come animali senza diritti. Da quando è stata approvata la legge sulla bestemmia del Corano e di Maometto nel 1986, nessun cristiano si sente sicuro. Possono accusarti di bestemmia e arrestarti e intanto stai in prigione, dove sei meno sicuro che fuori. Poi ti fanno il processo e trovano sempre musulmani pronti a testimoniare contro il cristiano. Puoi essere condannato all’ergastolo o anche alla morte”.

    E racconta un fatto che conosce bene: “Uno studente cristiano si innamora di una ragazza musulmana che corrisponde. La famiglia di lei non vuole e minaccia il giovane, ma questo amore va avanti. Qualche tempo dopo, il cristiano viene accusato di aver bestemmiato, lo arrestano e mettono in prigione, per la testimonianza di tre musulmani. Poi lo trovano in carcere impiccato perché, dicono, si è suicidato”. Quando un cristiano per un motivo o per l’altro dà fastidio (spesso per motivi di interesse), vive sotto questa minaccia. Per capire la gravità della situazione, dice ancora lo studente pakistano, bisogna sapere che i cristiani sono in gran parte povera gente e vivono a livello del popolo più povero, non hanno conoscenze né mezzi per potersi difendere. Tra l’altro i cristiani sono penalizzati in tutti i sensi, nel lavoro, nella scuola, nella società”.

     Ma non esistono in Pakistan associazioni ed enti che difendono i cristiani e altre  categorie più povere? “Sì, esistono, sia da parte cristiana e anche fra i musulmani più sensibili ed evoluti. La Caritas e Giustizia e Pace fanno molto, ma il Pakistan è esteso più di due volte l’Italia ed ha circa 150-160 milioni di abitanti, i cristiani sono una piccolissima minoranza circa l’1% della popolazione e i cattolici ancora meno. Se un cristiano perseguitato vive in una grande città, viene difeso ed ha qualche possibilità di cavarsela. Ma quanto succede nelle vaste province rurali sfugge ad ogni controllo”.

     Ma la Chiesa come tale è perseguitata? “No, ma è penalizzata in ogni modo e non è libera, ad esempio di costruire nuove chiese, di accogliere e battezzare il musulmano adulto che liberamente chiede di entrare, di organizzare manifestazioni pubbliche, ecc. Però debbo dire che la fede rimane ferma nei cristiani e sono sicuro che in questi giorni di Pasqua i fedeli fanno festa, partecipano alle cerimonie, si incontrano, si aiutano a vicenda. Noi ringraziamo il Signore di avere ancora queste minime libertà di vivere il cristianesimo, preghiamo e speriamo in tempi migliori”.

     Assicuro l’amico che i cattolici italiani pregano per i loro fratelli di fede perseguitati. Mi ringrazia dicendo: “E’ il miglior aiuto che potete darci”.

 

                                                                          Piero Gheddo