Scrive un missionario dalla Tanzania

 

 

   Carissimo p.Piero, sono un sacerdote diocesano di Roma (ma originario di Treviso), missionario fidei donum in Tanzania. Ho letto con piacere, come sempre, il tuo articolo sull’assenza di sacerdoti italiani tra i nuovi ordinati del Pime e lo condivido in tutto. Venendo la mia vocazione dal Cammino Neocatecumenale, mi chiedo: possibile che tanti ordini religiosi non si rendano conto della bellezza straordinaria delle nuove realta’ ecclesiali? Possibile che ci sia ancora (dopo decenni) un cosi’ generale rifiuto da parte di tanta Chiesa ufficiale? Possibile che non si vedano i frutti e non si accolgano? Non sarebbe ora di riconoscerli nei fatti come dono dello Spirito Santo che puo’ fecondare istituti religiosi e diocesi? Eppure, a fronte di tante vocazioni che producono le nuove realta’ ecclesiali, e il Cammino tra queste, sono praticamente snobbate. Poco male, ci sarebbe da dire, se altrove le cose andassero bene. Ma le cose tanto bene non vanno.

     Ti faccio un esempio: nel mio piccolo paesello in provincia di Treviso (Santrovaso di Preganziol), dove fino a qualche tempo fa ancora esisteva un seminario del Pime, ora venduto, in cui da ragazzino andavo a fare i “Congressini missionari”, la mia parrocchia conta, dopo quasi 30 anni di presenza del Cammino Neocatecumenale, 4 nuovi sacerdoti e 4 seminaristi in procinto di diventarlo e uno stuolo di ragazzi con 3, 4, 5, 8, 9 fratelli che si stanno preparando per entrare in seminario non appena l’eta’ lo consenta… Io stesso sono secondogenito di 8 figli e ho un altro fratello già ordinato sacerdote presso il Seminario ‘Redemptoris Mater’ di Varsavia.

     Questo per dire semplicemente che la risposta alla crisi demografica, almeno all’interno della Chiesa, c’e’ eccome… E cosi tante famiglie di altre nuove realta’ della Chiesa… E perchè non dire chiaramente che dal ’68 in poi anche tanti preti hanno letteralmente tradito il magistero della Chiesa sull’apertura alla vita, consigliando di limitare le nascite senza motivi e insegnando i metodi naturali con modalita’ contraccettive?

     Ha ragione il Card. Bagnasco, ha totalmente ragione, ma tanti sacerdoti e vescovi, in Italia e in Europa, dovrebbero andare dal Papa e chiedere perdono perchè l’Humanae Vitae è rimasta assolutamente inascoltata, respinta e disprezzata proprio da chi la doveva difendere e diffondere. Mi hanno raccontato addirittura che nei decenni passati si organizzavano nelle nostre campagne incontri dell’Azione Cattolica (allora ancora solida e forte) per insegnare come non avere figli!!! E oggi purtroppo piangiamo sulla crisi demografica…

   Non vorrei sembrarti un pessimista o risentito ma credo che la rigenerazione della Chiesa passi anche attraverso l’ammissione di questo tipo di colpe nei confronti di Pietro e nei confronti del popolo di Dio. Altrimenti continueremo a fare tanti dibattiti e a produrre tanti documenti ma le cose rimarranno tali e quali. Da parte mia sono semplicemente stupefatto delle meraviglie di vocazioni che vedo intorno a me (sono tra l’altro rettore di un piccolo seminario di

16 ragazzi) ma, come si dice dalle nostre parti, “mi piange il cuore” 

al vedere il mio caro Pime e altre gloriose istituzioni ridotte ai minimi termini, perlomeno in Europa.

Un abbraccio. Il Signore benedica la tua missione.

 

don Michele Tronchin, Dar es Salaam (Tanzania)

 

Carissimo padre Michele,

                        che gioia ricevere e leggere la tua lettera! Grazie della bella testimonianza che dai con queste parole. Conosco poco il Cammino Neo-catecumenale sebbene li abbia visto ad esempio un 24-25 vocazioni sacerdotali e missionarie nel loro seminario teologico a Kaoshiung in Taiwan, dov’era rettore padre Antonio Sergianni del Pime, che ora è a Roma come consultore di Propaganda Fide per la Cina. Conosco abbastanza da vicino C.L. a Milano e vedo che anche loro raccomandano di avere molti figli, diverse famiglie cielline li hanno e, attraverso un’educazione seriamente cattolica in famiglia, le vocazioni sacerdotali e religiose con l’aiuto di Dio vengono.

   Bisogna far conoscere queste realtà della Chiesa italiana e personalmente cerco di fare il possibile, anche se il discorso sui movimenti è abbastanza lungo e complesso. Ma nei miei articoli (vedi il Sito www.gheddo.piero.it) li cito spesso. Proprio questa mattina mi ha scritto l’amico Antonio Gaspari di Roma, gli mando il Blog perché sia pubblicato su Zenit nel giorno stessi del mio Sito internet, il quale mi segnala un’altra famiglia neo-catecumenale e romana con sei figlie giovani, che vanno a stabilizzarsi ad Hong Kong per lavoro e come missionarie.

  I miei due Blog sulle poche  vocazioni sacerdotali e missionarie in Italia (8 e 12 giugno) avevano appunto questo scopo. Di far riflettere i missionari e il “movimento missionario” in Italia, che anche il nostro carisma missionario può suscitare un “movimento” nella Chiesa, di entusiasmo della fede e di amore al Papa (e di vocazioni sacerdotali-religiose), se noi ci rendiamo conto di quel che potremmo essere, animando missionariamente la Chiesa italiana invece di fare campagne d’opinione pubblica suil debito estero, la vendita delle armi, la privatizzaione delle acque e altri temi che ci fanno perdere l’identità missionaria e le vocazioni dei giovani. Ciao, ti saluto con affetto Dio ti benedica, tuo padre

                                                                                                    Piero Gheddo

 

 

“Il matrimonio? Voler il bene dell’altro”

 

     Alcuni giorni fa ho fatto un bel viaggio in auto dal Pime di  Roma al Pime di Milano in sei ore giuste (circa 600 km.), con Giovanni Radaelli, un amico di Cinisello Balsamo (Milano) che mi ha liberato dalla guida (ore 6 – 12), permettendomi di godere il meraviglioso panorama che l’Italia centrale offre in primavera. Da 16 anni ero, più o meno, un mese a Roma e uno a Milano, viaggiando quasi sempre in auto da solo. Questa volta sono venuti due amici del Pime a prendermi con un furgoncino (guidato da Giovanni Cantoni) che ha portato tutto il mio materiale al Pime di Milano (soprattutto libri). Se Dio vuole, mi stabilizzo a Milano, dov’era la mia residenza prima dei 16 anni a Roma per l’Ufficio storico del Pime, che in questo tempo ha prodotto, con l’aiuto di collaboratori, 32 libri e otto Quaderni dall’Archivio generale del Pime a Roma.

 

     Interessante la chiacchierata con l’amico che mi ha accompagnano. Un normale italiano di 65 anni da poco in pensione, sposato con tre figli, che fa molto volontariato per la parrocchia e il Pime. Interessante perché noi preti abbiamo poco tempo per entrare in contatto prolungato con le famiglie e quando ne ho l’occasione mi piace sentire raccontare come vivono le famiglie normali. L’amico si dichiara cattolico, abbiamo anche detto il Rosario per strada.

     Gli chiedo da quanti anni è sposato. “Mi sono sposato a 25 anni e sono sposato da quarant’anni. Quando mi capita di dire questo ad un giovane, spesso mi chiede: con una donna sola? Alla mia risposta positiva si meraviglia e mi chiede come è possibile un matrimonio così lungo. Gli spiego che se ti sposi davvero per amore e ti doni totalmente a tua moglie, come la moglie si dona al marito, si crea un legame fortissimo che ti permette di continuare a volerle bene. Il matrimonio è un’avventura meravigliosa se c’è amore vero, cioè donazione totale, mentre fallisce se c’è egoismo. Il principio base è di volere rendere felice la persona che hai sposato, condividendo tutto con lei: se è felice lei, sono felice anch’io. Per esempio, noi i soldi che avevamo e che abbiamo guadagnato li abbiamo sempre messi assieme, non c’è mai stata fra noi nemmeno l’ipotesi di poterci separare o divorziare”.

     Chiedo all’amico se ci sono contrasti e difficoltà e come li risolvono. “Certo, dice, si possono avere idee diverse su alcune soluzioni da prendere. Le difficoltà non mancano. Importante essere sinceri e discuterne assieme per scegliere la soluzione migliore. Qualche volta bisogna anche cedere e rinunziare alla propria idea per andare d’accordo. Ma se c’è amore e umiltà non costa nemmeno fatica. Debbo anche aggiungere che mi sono sposato con mia moglie dopo sei anni di fidanzamento e il nostro aiuto per un buon matrimonio è stata la preghiera e l’intesa sulla pratica della fede. Sia io che mia moglie eravamo religiosi e anche da sposati abbiamo continuato ad andare in chiesa e all’oratorio, ad essere utili alla parrocchia. E adesso a fare del volontariato. Dio ci ha aiutati molto. La fede e la preghiera sono il sostegno più forte per una vita serena e felice, nonostante le sofferenze e le difficoltà”.

     Siete contenti dei vostri figli? “Contentissimi. Due sono sposati e uno ancora in casa e lavorano, hanno sempre lavorato anche quand’erano giovani, non hanno mai aspettato di avere un lavoro di loro gradimento. Poi, oltre all’oratorio, a scuola hanno incontrato il movimento di C.L., che ha dato molto alla loro educazione: le amicizie, il sacerdote che li guida, le occasioni anche di fare pellegrinaggi, ritiri spirituali, discussioni sui temi di attualità visti alla luce della fede. Noi genitori apprezziamo molto la loro appartenenza al movimento. Adesso abbiamo cinque nipoti e altri ne arriveranno”.

     Chiedo all’amico se la sua famiglia sente la crisi economica che sta devastando l’Europa e anche l’Italia. Risponde: “La sentiamo nell’atmosfera di lamento e di pessimismo che c’è in giro e naturalmente anche nel dover risparmiare. Ma il necessario,  grazie a Dio, non ci è mai mancato. Debbo dire che quando penso alla vita mia e di mia moglie, ci sentiamo fortunati. Non eravamo ricchi e non lo siamo, ma abbiamo potuto avere la casa nostra, l’automobile e tante altre comodità che quarant’anni fa nemmeno si sognavano. Capisco le difficoltà delle famiglie nelle quali c’è vera disoccupazione, ma non capisco il pessimismo e il lamento generale che si sente. Penso che non apprezziamo abbastanza la fortuna di essere nati e vissuti in Italia e la fortuna di avere ereditato la fede, che costa fatica praticare, ma ti dà una marcia in più in ogni circostanza della vita”.

                                                                                      Piero Gheddo

“Chi è il missionario oggi?”

   La famiglia è in crisi, siamo nel sottozero demografico. “l’Italia sta andando verso un lento suicidio demografico”, dice il Presidente della Conferenza episcopale italiana card. Angelo Bagnasco (25 maggio 2010). Ci sono pochi bambini ed è inevitabile che diminuiscano i preti, le suore, i giovani che consacrano la loro vita a Dio e alla Chiesa. Gli istituti missionari vedono diminuire anche i missionari italiani, proprio negli anni in cui i vescovi dei territori missionari chiedono nuovo personale missionario (vedi il Blog dell’8 giugno scorso).

 

      Si dice spesso che oggi il “missionario”  ha fatto il suo tempo: la Chiesa è fondata in ogni parte del mondo e il compito della missione passa alle Chiese locali e alla comunione fra le Chiese. E’ una delle tante indebite assolutizzazioni del post-Concilio, che non corrisponde a verità: la realtà infatti dice tutto il contrario. Vorrei mi si spiegasse come mai il solo Pime, che è uno dei tanti istituti missionari, negli ultimi trent’anni è stato invitato a mandare missionari nei seguenti paesi in cui non eravamo presenti: Papua Nuova Guinea (ci siamo andati nel 1981), Taiwan (nel 1986), Cambogia (nel 1990), Messico (nel 1991), Colombia (ma era da poco iniziata la missione in Messico e non siamo andati), Algeria (nel 2006); e l’Istituto ha rifiutato altri inviti da Corea del Sud, Malesia (Borneo), Kazakhistan, Angola, Etiopia, Libia, Senegal, ecc. (per non ricordarne diversi altri dell’America Latina).     

 

     Contra factum non valet argumentum, dicevano i latini: la realtà contraddice la teoria che il missionario è una figura d’altri tempi, non più attuale nella Chiesa. E’ vero che missione alle genti è cambiata molto anche dal Concilio ad oggi, ma cambiano anche gli istituti missionari ed i missionari. Andando a servizio delle Chiese locali e dei loro popoli, cambia la formazione dei missionari e cambiano gli stessi istituti. Comunque a me pare che, proprio in questo tempo di globalizzazione (il mondo che diventa un piccolo villaggio), il missionario dovrebbe e potrebbe diventare una figura sempre più attuale, se solo mantenesse, in Italia (e più in genere in Occidente), la sua identità, il suo carisma, la sua carica di entusiasmo evangelizzatore.

 

     Questo oggi è il vero problema di noi missionari e istituti missionari. Chi è il missionario? Nell’opinione pubblica e nella stima comune eravamo gli inviati dalla Chiesa ad annunziare e testimoniare Cristo e fondare nuove comunità cristiane fra i popoli non cristiani: una figura fortemente rappresentativa della fede in Cristo portata agli estremi confini della terra. Oggi siamo un po’ di tutto. Dal tempo entusiasmante del  Concilio Vaticano II (1962-1965), che aveva rilanciato con forza la missione universale, in pochi anni siamo precipitati nella confusione di idee del Sessantotto, rimanendo travolti dalle “mode culturali” del tempo. Viviamo nel “tempo dell’immagine”, noi missionari e il nostro “movimento missionario in Italia” non ce ne siamo ancora accorti. Ci siamo resi conto che la nostra “immagine” è decaduta?  

     L’immagine del missionario si è a poco a poco  politicizzata e siamo finiti in una marmellata di buonismo, che è diventato la cultura di base del popolo italiano. Sul campo, i missionari continuano il loro lavoro con spirito di sacrificio e di fedeltà al carisma, in Italia l’immagine del missionario cambia, secondo me non li rappresenta più.

 

     Se guardo le riviste missionarie di quarant’anni fa, mi accorgo che gli articoli sulla missione, l’evangelizzazione dei popoli, le conversioni, i catecumeni, le novità delle giovani Chiese, l’annunzio di Cristo nelle culture, la presentazione di figure di missionari e delle loro esperienze, erano alla base delle riviste e dei libri missionari, si parlava spesso di vocazione missionaria a vita e ad gentes, proponendola in modo concreto ai giovani.     

     Oggi, se cerco nel volume “Bibliografia missionaria”, edito annualmente dalla Biblioteca della Pontificia Università Urbaniana (la seguo da più di mezzo secolo),  che monitora gli articoli dell’anno precedente, mi accorgo che di anno in anno diminuiscono le voci “missione”, “evangelizzazione”, “vocazione missionaria”; in compenso aumentano quelle che riguardano temi collaterali (pace nel mondo, sviluppo, aiuti internazionali, debito estero, ecc.).

     Ci sono riviste che si dicono “missionarie” e di missionario hanno poco o nulla; “Centri culturali” di istituti missionari che nel corso di un anno organizzano molte conferenze, ma su temi della missione alle genti quasi niente e sui missionari in carne ed ossa nulla; librerie di istituti missionari che si suppone vendano libri missionari al pubblico, che in vetrina mettono tutt’altro; animatori missionari che parlano di “mondialità” e poco o nulla di “missione”; comunità di missionari che hanno perso l’entusiasmo della missione alle genti e la buona abitudine di parlare della loro vocazione, spiazzati dall’indifferenza del mondo moderno. E potrei continuare. E’ una deriva generalizzata della quale non incolpo nessuno, ma che ci ha fatto perdere la nostra identità.

 

     Sono convinto che non esiste nella mentalità comune del popolo italiano una figura più incisiva e più universalmente accolta di quella del missionario e dell’ideale missionario. Ma noi, per timore di essere considerati “intregralisti” e per malinteso senso del “dialogo”, non osiamo più parlare di conversioni a Cristo; mortifichiamo le esperienze missionarie sul campo; riduciamo la missione della Chiesa agli aiuti a lebbrosi e affamati; siamo “a servizio della Chiesa locale” ma dimenticando che questo servizio dovrebbe essere soprattutto di animare missionariamente il gregge di Cristo; pensiamo di fare “animazione missionaria” denunziando e facendo campagne nazionali contro chi produce e vende armi e altri temi certo positivi, ma che non sono “animazione missionaria”; in passato nelle solenni “veglie missionarie” alla vigilia della Giornata missionaria mondiale si sentivano le testimonianze dei missionari sul campo, preti, suore, fratelli, volontari laici, oggi capita di sentire che in alcune “veglie missionarie”, organizzate da “gruppi missionari”, si contesta la produzione delle armi o la privatizzazione delle acque e parlano esperti di questi temi. Ma è possibile che un giovane o una ragazza sentano la voce dello Spirito che li chiama a diventare missionari in marce di protesta come queste?

  

    Indro Montanelli rifletteva bene la mentalità comune del suo tempo, quando mi diceva (collaboravo al suo “Il Giornale” e poi a “La Voce”): “Voi missionari siete tutti eroi”, io gli ribattevo che non è affatto vero, siamo uomini come gli altri con una vocazione particolare nella Chiesa. Ma oggi, quando il buon Dio ci manda dei testimoni autentici, i “santi” del nostro tempo da lanciare come “eroi positivi” per colpire l’immaginazione dell’opinione pubblica, l’animazione missionaria “unitaria” li dimentica per non “creare degli eroi” e non cadere nel “trionfalismo”.

     Mi viene in mente padre Giuseppe Ambrosoli (1923-1987), missionario comboniano medico di una facoltosa famiglia di industriali (l’industria del miele Ambrosoli) che ho visitato all’ospedale di Kalongo nell’Uganda travagliata dalla guerra. Al quale la rivista che dirigevo “Mondo e Missione” ha dedicato un servizio speciale (dicembre 1987, venti pagine) di Roberto Beretta e altri articoli. Una figura meravigliosa sulla quale è stata pubblicata una rapida biografia alla Emi e poco più; penso a Marcello Candia (1915-1983), anche lui figlio di un padre fondatore dell’industria chimica in Lombardia (all’inizio del Novecento), che dopo una vita da manager industriale vende tutto e va con i missionari in Amazzonia dove spende gli ultimi suoi 18 anni vivendo poveramente e costruendo, fra molti contrasti e opposizioni, opere sanitarie ed educative per i lebbrosi, i caboclos e gli indios: quando è morto (1983) le riviste missionarie gli hanno dedicato poco spazio e una ha scritto: “Ha costruito un ospedale in Amazzonia, ma questo è facile per lui che aveva molti soldi”, ignorando tutto della sua vita di autentico “martire della carità”; penso a padre Clemente Vismara (1897-1988), missionario in Birmania per 65 anni, che i vescovi locali hanno definito “il Patriarca della Birmania” (se Dio vuole sarà beatificato l’anno prossimo); e a tanti altri missionari veramente eroici.

 

      Ma l’”animazione missionaria” non si accorge quasi nemmeno che questi santi del nostro tempo sono tra noi. Ripeto: non accuso nessuno, non è colpa di nesuno in particolare, è una deriva abbastanza generale (contro la quale però bisognerebbe reagire) che spiega molto bene perché il missionario sta perdendo la sua identità e la sua capacità di attrarre giovani e ragazze generosi, innamorati di Cristo, che danno la vita per portare Gesù ai popoli non cristiani. Ma noi missionari ci crediamo ancora davvero al nostro carisma? E dov’è l’entusiasmo per la nostra vocazione carismatica?                                                                             

                                                                Piero Gheddo

Undici nuovi preti, nessun italiano!

 

  

     Nei mesi di giugno e luglio 2010 saranno ordinati 11 sacerdoti missionari del Pime. Quattro brasiliani, tre indiani, tre birmani, uno della Guinea Bissau. Nessun italiano! E’ la prima volta che succede, ma è indicativo di una realtà che tutti conosciamo e lamentiamo: la decadenza della famiglia e della società italiane, che non producono più bambini e nemmeno preti. Il 25 maggio 2010, il cardinale Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova, aprendo a Roma l’Assemblea generale della CEI di cui è Presidente, ha parlato della famiglia dicendo fra l’altro: “L’Italia sta andando verso un lento suicidio demografico. Oltre il cinquanta per cento della famiglie oggi è senza figli e tra quelle che ne hanno quasi la metà ne contemplano uno solo, il resto due e solo il 5,1% delle famiglia ha tre o più figli”.

 

     La conseguenza è che diminuiscono drammaticamente anche i sacerdoti. Nel 1990, vent’anni fa, un prete straniero in servizio nelle nostre parrocchie era una eccezione assoluta che attirava l’attenzione. Oggi i preti non italiani nelle nostre parrocchie (parroci o viceparroci) sono più di duemila e si avvicinano ai tremila tutti giovani natuiralmente (su 32.000 sacerdoti diocesani italiani)  e ogni anno aumentano, mentre i preti italiani diminuiscono. Il vescovo di una diocesi del centro Italia mi diceva pochi anni fa: “Più di metà dei miei preti diocesani non sono nati in diocesi e sono i più giovani. Vengono da varie parti, non più dalle famiglie e parrocchie  della diocesi”.

    Un altro vescovo, sempre del centro Italia: “Se non avessi trovato a Roma un po’ di sacerdoti polacchi, indiani, latino-americani, africani, dichiarerei il fallimento della mia diocesi, perché negli ultimi vent’anni non abbiamo avuto nemmeno un nuovo prete diocesano e oggi ci sono due nostri seminaristi che studiano. In diocesi c’erano cinque ordini religiosi che avevano una parrocchia, ne sono rimasti due, gli altri tre si sono ritirati per mancanza di vocazioni”. E non si tratta di due diocesi minime, ma di una certa consistenza numerica di abitanti, nella quasi totalità battezzati nella Chiesa cattolica.

 

     Impegnato da quasi sessant’anni nella stampa e animazione missionaria, questo è un fatto che mi addolora molto. Ringrazio il Signore che nell’Assemblea generale del 1989, celebrata a Tagaytay nelle Filippine, il Pime ha deciso di diventare internazionale, contro il parere di molti che ci volevano solo italiani come all’origine. Personalmente ho sempre sostenuto la via dell’internazionalità, fin dall’Assemblea generale del 1965 a cui ho partecipato: mi pareva assurdo che un istituto missionario, aperto a tutto il mondo, fosse solo composto da italiani! Ma poi, +grazie a Dio ed a diverse richieste di vescovi locali delle missioni, l’Istituto è diventato internazionale.

      Però mi pongo anche questa domanda: come mai, fra i giovani italiani, e anche fra le ragazze, pochissimi rispondono bussano alla porta degli istituti missionari maschili e femminili, per chiedere di consacrare la vita all’annunzio del Vangelo fra i non cristiani? Perchè la figura del missionario, affascinante fino a un 30-40 anni fa, è molto decaduta nella cultura del nostro tempo e ben poco presente nei mass media d’oggi?

 

     Le risposte sono molte, ma sostanzialmente a me pare che gli istituti missionari, noi missionari in Italia, lo stesso “movimento missionario italiano” abbiamo perso buona parte della nostra identità e del nostro fascino. Il perché lo spiegherò meglio in un prossimo Blog.

                                                                             Piero Gheddo

 

"E' inevitabile che avvengano scandali" (Luc. 17,1)

 

 

    Caro don Piero, sono veramente disgustata e anche amareggiata. Non è possibile che a qualunque ora e su qualunque canale su tutti i telegiornali, non si parli che di pedofilia e di preti pedofili. Mi sembra ieri, guardavo una trasmissione su Rai tre, non si è parlato d’altro che di pedofilia. Oggi, sempre su Rai tre c’era una trasmissione tutta contro l’otto per mille alla chiesa cattolica e interviste varie dove anche sacerdoti si dichiaravano quasi contro questo sistema dell’otto per mille. Che forse e, dico forse, non sempre l’uso sia stato fatto bene, potrei anche discutere, ma questo accanimento mi dà proprio fastidio. Si cerca di trovare su tutti gli argomenti possibili qualcosa che sia contro la Chiesa, qualcosa che infanghi la Chiesa. Mi ha fatto sorridere, ma non troppo la risposta di un cardinale (non ricordo il nome) che ha detto che anche tra gli apostoli, chi amministrava era Giuda, quasi a giustificare che in fondo nulla è cambiato. Certe volte anche i sacerdoti dovrebbero imparare a tacere o a non dare rinforzo a certe notizie, che potrebbero anche non essere vere. E i media godono!!! e il popolo… li segue. Non c’è più religione, non c’è più fede, non c’è più umiltà. Lei cosa ne pensa? Grazie per la sua risposta. Che il Signore La protegga sempre. Ora ci avviamo al mese di Giugno, dedicato al Sacro Cuore di Gesù. Affidiamoci a quel Sacro e Buon Cuore. Vicina a Lei nella preghiera. Ardea Zoli, Trieste

 

    Cara signora Ardea, grazie della lettera. Non seguo molto la televisione, ma immagino leggendo i giornali. Comunque sono perfettamente d’accordo con lei. Ma è inutile che ci meravigliamo. I preti pedofili sono uno dei tanti spunti che la “lobby” anticlericale usa e abusa per attaccare la Chiesa e il Papa. Quando questo tema si sarà esaurito, vedrà che ne spunterà un altro.

     Il cristianesimo e i cristiani danno fastidio. Non si capisce perché, ma è così. Comunque credo che anche questa è un’opportunità che la storia, lo Spirito ci offrono, come Chiesa, per dirci che per noi la via per testimoniare bene il Signore nel mondo moderno è ancora lunga e ardua.    

     Ed è bene che sia così. In un popolo più semplice e meno istruito, com’era il nostro italiano mezzo secolo fa, il prete dava la sua testimonianza predicando la Parola di Dio, esercitando il ministero sacerdotale con  fedeltà e puntualità.  La sua vita privata, personale era più nascosta, meno sotto gli occhi di tutti. Se aveva difetti o peccati nascosti nessuno o quasi veniva a saperlo. E quei pochi che sapevano, tacevano. Era forse sufficiente davanti agli uomini, assolutamente deficiente davanti a Dio.

      Oggi ci rendiamo conto, noi preti dico, ma questo vale per tutti i credenti in Cristo, che se la mia vita personale, intima, profonda, non corrisponde alla volontà di Dio, sono un prete fallito ed è inutile che mi appelli alla mia scienza teologica e alle mie capacità di trasmettere il Vangelo: bisogna che mi converta davvero a Cristo. Una norma morale del passato diceva: “Bonum ex integra causa, malum ex quacumque defectu”. Che tradotto in termini attuali suona così: la tua vita di prete (di cristiano) è positiva agli occhi degli uomini (oltre che di Dio) se quel che vivi corrisponde a quel che predichi. Altrimenti scandalizzi e sei giudicato in modo negativo e la tua vita diventa una contro-testimonianza, nonostante tutte le cose buone che hai fatto e che fai.

     Per cui sono convinto, come il Papa e il card. Bagnasco ripetono in questi giorni, che questi scandali, di per sé negativi, possono però diventare per noi positivi se ci stimolano alla conversione autentica della nostra vita. Lo stesso vale anche per l’uso del denaro che la Provvidenza e la buona gente che ha fede e stima la Chiesa ci danno. Anche in questo campo, come Chiesa e come preti, dobbiamo non avere nulla da nascondere, dare resoconto di tutto quel che spendiamo e di come lo spendiamo. Cioè essere trasparenti in tutto. Grazie ancora e preghiamo per i “preti pedofili”: solo Dio può giudicarli. La giustizia dello stato deve fare il suo corso, ma noi sappiamo che l’unico e vero Giudice è Dio. Per cui preghiamo anche per i confratelli che sbagliano. Ricordiamoci nelle preghiere. Grazie ancora e cordiali saluti dal suo

                                      Piero Gheddo

 

Il Monte Athos simbolo della Grecia cristiana

 

 

        Nella drammatica crisi economico-politica-sociale che sta attraversando la Grecia, paese vicino e fratello della nostra Italia, mi viene spesso in mente il Monte Athos, che ho visitato più di quarant’anni fa. E’ la famosa repubblica dei monaci cristiano-bizantini, dove circa 1700 monaci (allora erano tanti, oggi 1500) vivono isolati in una stretta e lunga penisola nel mar Egeo, dov’è difficile entrare. Interdetta alle donne, ma dedicata a Maria, perchè, secondo un’antica tradizione, la Vergine Madre e San Giovanni vi trovarono rifugio in una tempesta del mare circostante.

      Non è facile visitare il Monte Athos, ci vogliono permessi speciali, perché questa repubblica dei monaci, anche se territorialmente appartiene alla Grecia che vi mantiene un governatore (nominato dal Ministro degli Esteri greco), è riconosciuta come una “entità teocratica indipendente”, che dipende direttamente dal Patriarca di Costantinopoli; e la Grecia difende rigorosamente questa indipendenza e i confini del territorio monastico.

 

      Prima di andarci con due sacerdoti spagnoli incontrati ad Atene, pensavo ad un  monastero più o meno come i nostri. Invece no, è una vera “repubblica teocratica”. Un vasto territorio lungo la piccola penisola (45 km e il confine con la Grecia all’inizio), con boschi, campi coltivati, strade, montagne, mercato, villaggi dove abitano monaci ma anche laici che servono i monaci, con la famiglia e le donne a pochi chilometri in Grecia. La penisola ai confini con la Grecia è montuosa e boscosa, piena di dirupi. Più avanti degrada verso il mare ed è quasi deserto.

 

     Al centro la “Meghisti Làvra” (la grande làvra), il monastero fondato da Sant’Anastasio nel 963. “Làvra” significa “cammino stretto” e include le celle monastiche, la chiesa, il forno, i magazzini, la foresteria e altri servizi. I monasteri cenobitici (il cenobio è dove i monaci vivono una vita comunitaria) sono venti, Poi ci sono anche i monaci che vivono individualmente e provvedono col lavoro alle personali necessità, partecipano alla liturgia del monastero da cui dipendono e mangiano con i monaci nelle grandi feste liturgiche. Ci sono monaci che vivono in grotte isolate, altri su cocuzzoli di montagne di difficile accesso e ogni tanto vengono riforniti di cibo dal basso con una cesta.

 

     Alla repubblica monastica si accede solo per mare e, a parte il viaggio in pullman che conduce dal porticciolo alla grande Làvra e per qualche trasferimento più lungo, per visitare il territorio si fanno ore a piedi, fra boschi, colline e monti, sempre in un paesaggio incantevole, col mare azzurro cupo che a volte si vede dalle due parti della stretta penisola. I permessi di residenza sono di 3-4 giorni, ma estensibili, e si è ospiti nella foresteria di un monastero. La grande Làvra, sospesa fra cielo, terra e mare, è il luogo principale di questo “monte santo” consacrato a Maria e alla contemplazione di Dio e della natura. Ricordo di aver vissuto tre giorni in un’atmosfera satura di preghiere, canti, fatiche e rinunzie, ma con l’animo allegro perché ti trovi a contatto con la natura e soprattutto con Dio. Tutto traspira Dio, tutto parla di Dio, che si rivela riempiendo il cuore di gioia. Se si visita il Monte Athos, bisogna andarci con l’animo aperto alla contemplazione, altrimenti non si resiste.

 

    I monaci vengono da varie parti del mondo ortodosso, dalla Russia e persino dai greci nelle Americhe, e nella loro vita percorrono la “Scala del Paradiso”, descritta da San Giovanni Climaco (sec. VII), che è il loro modello: combattere le proprie passioni e raggiungere l’”apathìa”, l’indifferenza spirituale, per entrare nella “vita evangelica”. Nel refettorio della grande Làvra, a destra sono affrescati gli angeli che aiutano e confortano i monaci che salgono la difficile scala verso Cristo; a sinistra i demoni tentatori che divorano i monaci che precipitano dalla scala perché incapaci di vincere le tentazioni.   

     Ripensando a quella breve esperienza e ai brevi dialoghi (si parlava francese) con un giovane monaco che ci accompagnava nelle visite (tra i monaci ci sono laureati, medici, ingegneri), mi è sembrato di capire la differenza tra l’Occidente e l’Oriente cristiano (una delle tante). Noi privilegiamo, nella formazione dei preti e anche nella predicazione, lo studio speculativo e teoretico della teologia, pensando forse che conoscere in modo approfondito equivale a vivere; là nell’Athos non fanno tanti ragionamenti e distinzioni, tutto è volto alla ricerca di Dio, al percorrere un cammino spirituale che ti conduce a Dio. Noi vogliamo conoscere Dio, loro tendono ad incontrarlo per lasciarsi trasfigurare da Lui.

 

     Il Monte Athos, come tutti i conventi di clausura, è un luogo simbolico del cristianesimo, che è radicato sulla terra ma tende al cielo. E’ una scala verso il Paradiso, la Gerusalemme del cielo trasformatasi in monastero, anticipazione dei “cieli nuovi e terra nuova” del Regno di Dio. Simboleggia anche, per noi Chiesa latino-occidentale, la ricchezza liturgica e spirituale dell’Oriente cristiano. E ci invita a pregare per l’unità delle Chiese cristiane, poichè solo così Cristo potrà essere testimoniato e annunziato in modo credibile a tutti i popoli e le culture del mondo.

    “Quale Cristo annunziamo ai non cristiani?” si chiedeva il beato padre Paolo Manna, uno dei massimi profeti dell’ecumenismo cattolico nel Novecento. E aggiungeva: “I non cristiani ci dicono: vi ascolteremo quando vi sarete messi d’accordo”. Era uno dei rovelli della sua anima di missionario e dovrebbe essere anche il nostro.                                  

                                                                       Piero Gheddo                                                                                                                        

Il Monte Athos simbolo della Grecia cristiana

 

  

        Nella drammatica crisi economico-politica-sociale che sta attraversando la Grecia, paese vicino e fratello della nostra Italia, mi viene spesso in mente il Monte Athos, che ho visitato più di quarant’anni fa. E’ la famosa repubblica dei monaci cristiano-bizantini, dove circa 1700 monaci (allora erano tanti, oggi 1500) vivono isolati in una stretta e lunga penisola nel mar Egeo, dov’è difficile entrare. Interdetta alle donne, ma dedicata a Maria, perchè, secondo un’antica tradizione, la Vergine Madre e San Giovanni vi trovarono rifugio in una tempesta del mare circostante.

      Non è facile visitare il Monte Athos, ci vogliono permessi speciali, perché questa repubblica dei monaci, anche se territorialmente appartiene alla Grecia che vi mantiene un governatore (nominato dal Ministro degli Esteri greco), è riconosciuta come una “entità teocratica indipendente”, che dipende direttamente dal Patriarca di Costantinopoli; e la Grecia difende rigorosamente questa indipendenza e i confini del territorio monastico.

 

      Prima di andarci con due sacerdoti spagnoli incontrati ad Atene, pensavo ad un  monastero più o meno come i nostri. Invece no, è una vera “repubblica teocratica”. Un vasto territorio lungo la piccola penisola (45 km e il confine con la Grecia all’inizio), con boschi, campi coltivati, strade, montagne, mercato, villaggi dove abitano monaci ma anche laici che servono i monaci, con la famiglia e le donne a pochi chilometri in Grecia. La penisola ai confini con la Grecia è montuosa e boscosa, piena di dirupi. Più avanti degrada verso il mare ed è quasi deserto.

 

     Al centro la “Meghisti Làvra” (la grande làvra), il monastero fondato da Sant’Anastasio nel 963. “Làvra” significa “cammino stretto” e include le celle monastiche, la chiesa, il forno, i magazzini, la foresteria e altri servizi. I monasteri cenobitici (il cenobio è dove i monaci vivono una vita comunitaria) sono venti, Poi ci sono anche i monaci che vivono individualmente e provvedono col lavoro alle personali necessità, partecipano alla liturgia del monastero da cui dipendono e mangiano con i monaci nelle grandi feste liturgiche. Ci sono monaci che vivono in grotte isolate, altri su cocuzzoli di montagne di difficile accesso e ogni tanto vengono riforniti di cibo dal basso con una cesta.

 

     Alla repubblica monastica si accede solo per mare e, a parte il viaggio in pullman che conduce dal porticciolo alla grande Làvra e per qualche trasferimento più lungo, per visitare il territorio si fanno ore a piedi, fra boschi, colline e monti, sempre in un paesaggio incantevole, col mare azzurro cupo che a volte si vede dalle due parti della stretta penisola. I permessi di residenza sono di 3-4 giorni, ma estensibili, e si è ospiti nella foresteria di un monastero. La grande Làvra, sospesa fra cielo, terra e mare, è il luogo principale di questo “monte santo” consacrato a Maria e alla contemplazione di Dio e della natura. Ricordo di aver vissuto tre giorni in un’atmosfera satura di preghiere, canti, fatiche e rinunzie, ma con l’animo allegro perché ti trovi a contatto con la natura e soprattutto con Dio. Tutto traspira Dio, tutto parla di Dio, che si rivela riempiendo il cuore di gioia. Se si visita il Monte Athos, bisogna andarci con l’animo aperto alla contemplazione, altrimenti non si resiste.

 

    I monaci vengono da varie parti del mondo ortodosso, dalla Russia e persino dai greci nelle Americhe, e nella loro vita percorrono la “Scala del Paradiso”, descritta da San Giovanni Climaco (sec. VII), che è il loro modello: combattere le proprie passioni e raggiungere l’”apathìa”, l’indifferenza spirituale, per entrare nella “vita evangelica”. Nel refettorio della grande Làvra, a destra sono affrescati gli angeli che aiutano e confortano i monaci che salgono la difficile scala verso Cristo; a sinistra i demoni tentatori che divorano i monaci che precipitano dalla scala perché incapaci di vincere le tentazioni.   

     Ripensando a quella breve esperienza e ai brevi dialoghi (si parlava francese) con un giovane monaco che ci accompagnava nelle visite (tra i monaci ci sono laureati, medici, ingegneri), mi è sembrato di capire la differenza tra l’Occidente e l’Oriente cristiano (una delle tante). Noi privilegiamo, nella formazione dei preti e anche nella predicazione, lo studio speculativo e teoretico della teologia, pensando forse che conoscere in modo approfondito equivale a vivere; là nell’Athos non fanno tanti ragionamenti e distinzioni, tutto è volto alla ricerca di Dio, al percorrere un cammino spirituale che ti conduce a Dio. Noi vogliamo conoscere Dio, loro tendono ad incontrarlo per lasciarsi trasfigurare da Lui.

 

     Il Monte Athos, come tutti i conventi di clausura, è un luogo simbolico del cristianesimo, che è radicato sulla terra ma tende al cielo. E’ una scala verso il Paradiso, la Gerusalemme del cielo trasformatasi in monastero, anticipazione dei “cieli nuovi e terra nuova” del Regno di Dio. Simboleggia anche, per noi Chiesa latino-occidentale, la ricchezza liturgica e spirituale dell’Oriente cristiano. E ci invita a pregare per l’unità delle Chiese cristiane, poichè solo così Cristo potrà essere testimoniato e annunziato in modo credibile a tutti i popoli e le culture del mondo.

    “Quale Cristo annunziamo ai non cristiani?” si chiedeva il beato padre Paolo Manna, uno dei massimi profeti dell’ecumenismo cattolico nel Novecento. E aggiungeva: “I non cristiani ci dicono: vi ascolteremo quando vi sarete messi d’accordo”. Era uno dei rovelli della sua anima di missionario e dovrebbe diventare  anche il nostro.                                   

 Piero Gheddo                                                                                                                        

E' possibile una "morale laica" senza Dio?

 

  

     Nell’ “anno sacerdotale” che stiamo vivendo, mi capita di discutere sull’importanza del sacerdote nella comunità cristiana e umana, con un amico che mi dice: “Tu affermi che una morale laica, cioè senza Dio, non può esistere, perché è inutile appellarsi solo alla coscienza in quanto la coscienza personale può essere fallace. Però non puoi negare che esistono degli atei che sono esempi di moralità e insegnano una morale prescindendo dall’esistenza di Dio”. E’ un nodo da approfondire.

      Vittorio Messori ha scritto (in “Tempi” 17 febbraio 2010): “Norberto Bobbio, di cui sono stato discepolo – parlo quindi di quello che è considerato un guru, un “papa laico”, non certo un clericale – ci diceva spesso, nelle aule dell’università torinese: «La morale razionale che noi laici proponiamo è l’unica che abbiamo, ma in realtà è irragionevole». È semplice: perché si dovrebbe fare il bene piuttosto che il male, se facendo il male mi verrà un vantaggio e nessun svantaggio? Non c’è alcuna risposta ragionevole a questa domanda. Se manca il chiodo a cui appendere l’etica, allora nessuna etica è razionalmente possibile. Quel chiodo non può che venire da un Legislatore fuori di noi, che per il credente è Dio”.


     E’ verissimo che esistono dei non cristiani, non credenti, laici, atei (chiamiamoli come vogliamo), non solo nei paesi cristiani ma anche in quelli non cristiani, che sono migliori di noi credenti in Cristo. Vivono la “legge naturale”, che Dio ha messo nel cuore di ogni uomo, sono docili alla voce dello Spirito “che soffia dove vuole”, più di molti battezzati credenti e magari anche praticanti. Ma questo non vuol dire nulla. Qui si parla di una legge morale codificata e valida per tutti e in tutti i tempi, non della situazione personale di alcune o molte persone.

     In genere si pensa che basta appellarsi alla coscienza per avere sufficienti motivazioni per la moralità. La Chiesa dice che bisogna agire secondo coscienza, ma la coscienza illuminata dalla Fede e dalla Parola di Dio, non la coscienza personale di ciascuno e stop. L’uomo non può essere norma e giudice di se stesso, sopra di lui c’è il Creatore. La “morale laica” non ha altro chiodo a cui attaccarsi che la coscienza personale e il consenso popolare a una certa norma o comportamento. Ma questo non regge alle verifiche della storia. Tutti i filosofi greci, da Aristotele a Platone, che sono considerati il punto più alto del pensiero non cristiano, non solo accettavano la schiavitù ma la difendevano a spada tratta. C’è voluto il cristianesimo affinchè la schiavitù, a poco a poco (i cambiamenti culturali non avvengono mai da un giorno all’altro), venisse abolita.

 

    Nel nostro Occidente evoluto e illuminista, cito un caso su tanti, i “duelli per motivi di onore” erano obbligatori per gli appartenenti all’esercito dei Savoia ancora in tutto l’Ottocento. Chi non accettava di battersi per difendere il proprio onore veniva degradato, punito e licenziato. La Chiesa che condannava i duelli era accusata di appoggiare la vigliaccheria dei deboli! Ancora Benito Mussolini all’inizio del 1900, per la coscienza sbagliata dell’onore comunissima a quel tempo, quanti duelli ha fatto? Eppure la “morale laica” di un secolo fa considerava battersi in duello un gesto virtuoso e onorabile! Insomma, se la coscienza non è illuminata dalla fede, dove può portare?

 

     Per non parlare del mondo non cristiano. In Giappone mi hanno detto che il senso comune considera la vendetta un gesto sacro e doveroso per tutti. Il precetto del perdono delle offese ricevute è uno dei principali ostacoli perchè un giapponese si converta a Cristo. O ancora la “coscienza” islamica, diversissima dalla nostra in tanti aspetti, come sappiamo. O in India la divisione della società in caste per motivi religiosi e credenze tradizionali, rimessa in discussione dall’influsso delle nazioni e delle missioni cristiane, abolita dalla Costituzione indiana (1948) e dalle leggi, ma ancora comunemente osservata specie nell’India rurale.

     Dio Padre, che ha creato l’uomo dal nulla e si è rivelato gradualmente nella storia da Abramo a Cristo, è il Legislatore e ha fissato le norme della morale, che sola può salvare l’uomo e assicurare sviluppo e rispetto delle persone, giustizia e pace fra i popoli.

                                                                Piero Gheddo

 

Indro Montanelli: "All'uomo interessa l'uomo"

                  

    Diversi lettori mi hanno telefonato o scritto a proposito del Blog del 15 maggio. Amici sacerdoti soprattutto, uno dei quali scrive: “Tu dici che nell’omelia domenicale bisogna dare testimonianza della propria fede, fino a commuovere chi ci ascolta. Ho sempre saputo che l’omelia domenicale serve per spiegare le letture della Sacra Scrittura e per presentare le verità della nostra fede. Oggi c’è un’ignoranza spaventosa circa le verità di fede. Mi pare che prima di applicare la fede alle situazioni concrete e alla vita, bisogna spiegare bene in cosa crediamo e cosa dice la Parola di Dio”.

     L’omelia domenicale deve durare 10-12 minuti al massimo: se supera questo tempo il predicatore deve sapere che distrugge quel che di buono ha detto (a parte casi eccezionali).

    L’amico giornalista Giorgio Torelli mi dice che ogni tanto, alla Messa domenicale, visita diverse chiese di Milano, proprio per sentire cosa dicono i sacerdoti. Il giudizio che dà non è complessivamente positivo dal punto di vista della comunicazione. Gli dà fastidio che, dopo aver letto il Vangelo (chi viene in chiesa lo conosce quasi a memoria), spesso il prete lo racconta di nuovo con parole sue, dando varie spiegazioni storiche, esegetiche, dottrinali. Una volta, mi dice, nel Vangelo si legge la parabola del buon samaritano. Poi il prete racconta la stessa parabola appena letta, spiegando chi erano i samaritani, i leviti, i sacerdoti del tempio, perchè la strada da Gerusalemme a Gerico era favorevole agli agguati dei briganti, perché gli ebrei non si fermavano a soccorrere un samaritano, cose che non interessavano nessuno o quasi. Insomma, quando giunge a dare alcune esortazioni pratiche per la vita dei fedeli, cioè a incarnare il Vangelo nella vita, la gente non ascoltava più, aspettava solo che finisse di parlare.

     Oggi la televisione abitua a sentire di vita comune. “All’uomo interessa l’uomo” diceva Montanelli ai suoi redattori e lui certo sapeva farsi leggere! Gesù sapeva farsi ascoltare, naturalmente perché compiva miracoli, aveva un enorme fascino personale e diceva verità straordinarie (pensiamo alle Beatitudini!), ma credo anche perchè parlava in parabole, cioè raccontava fatti concreti che allora tutti capivano. La parabola del buon Samaritano, in quel mondo bloccato dal fariseismo, era una novità assoluta, oggi è un fatto talmente risaputo (da chi viene in chiesa) che dà persino fastidio rileggerlo e poi sentirlo raccontare di nuovo.

     Mi permetto di raccontare una mia piccola esperienza. Quando ho commentato il Vangelo della domenica per due anni (1994-1996 – Anno A e B) alla TV di Rai Uno tutti i sabati sera dalle 19,30 alle 19,45, dopo la lettura del brano evangelico incominciavo raccontando un fatto, un’esperienza di vita missionaria, cioè un fatto reale dei nostri giorni che incarnava il contenuto dottrinale e morale del Vangelo appena letto. Parlando una decina di minuti, applicavo quel Vangelo alla nostra vita quotidiana. Alla Rai mi dicevano che gli ascolti erano cresciuti da una media di 700-800.000 a circa due milioni e ricevevo in media più di venti lettere al giorno.  (In seguito, hanno spostato l’orario del Vangelo domenicale dalle 19,30 alle 17 e gli ascolti sono molto diminuiti).

    Qualcuno però mi scriveva o diceva che era troppo facile per me, che ho visitato le missioni in tutto il mondo, trovare fatti originali, interessanti da raccontare. Certo, mi è stato utile il giornalismo perché ho sempre scritto tutti gli incontri e le interviste, ma sono convinto che qualsiasi prete, se scrive e ricorda i fatti importanti e degni di memoria della sua vita sacerdotale e pastorale, accumula un notevole materiale predicabile, cioè esperienze di vita pastorale da tradurre in parabole, che applicano il Vangelo alla vita di tutti i giorni.

    L’importante, secondo la mia esperienza, è trasmettere la fede nella vita, quindi anche commuoversi e commuovere, non fare una mini-lezione di teologia o di esegesi biblica. 

 

        Il grande mistico don Divo Barsotti (1914-2006), interrogato sulle omelie d’oggi, affermava (“Il Focolare, Mensile dell’Opera della Divina Provvidenza Madonnina del Grappa”, Firenze, aprile 1999, pag. 6): Gran parte della predicazione cristiana non ha più successo perchè è diventata come la dottrina: non è più una testimonianza di vita. Negli Apostoli, ma anche nei grandi santi sacerdoti che ha avuto la Chiesa, la parola non era soltanto la trasmissione di una dottrina concettuale, era una vita nuova che il sacerdote e il cristianesimo portano nel mondo. Troppo spesso siamo dei ripetitori di luoghi comuni o anche di cose grandi (poche), ma ripetere soltanto non basta all’efficacia del ministero. Quello che si impone oggi per il sacerdote non è di rendersi uguale agli altri, perché così perdiamo di credibilità e di efficacia, è invece di diventare credibile con la sua vita”.

                                                                                                Piero Gheddo

 

Hanno ottenuto un figlio pregando padre Vismara

 

     Il 16 maggio scorso si è svolto nella casa del Pime a Mascalucia (Catania) un incontro tra circa 160 partecipanti all’associazione “Famiglie missionarie Aquila e Priscilla”, nata tre anni fa per iniziativa di Padre Adriano Cadei  e Padre Bruno Piccolo, centrata sulla figura del Venerabile padre Clemente Vismara (1897-1988), per 65 anni missionario in Birmania, la cui beatificazione è prevista nei prossimi anni. Clemente è invocato “Protettore dei bambini” perché ha sempre raccolto nella sua missione di Mong-Lin e poi Mong-Ping, nella diocesi di Kengtung fra le tribù dei monti birmani, migliaia di bambini e bambine allevandoli con l’aiuto delle suore di Maria Bambina fino all’età del matrimonio e dando loro istruzione, un mestiere ed educandoli alla fede e alla vita cristiana. Viveva con 200-250 orfani, bambini abbandonati, handicappati, figli di lebbrosi o di fumatori d’oppio, gemelli condannati all’eliminazione. Dalla sua cura dei piccoli sono  venuti fra l’altro una decina di sacerdoti e molte più suore, oltre a molti professionisti e personalità della società civile.

     L’incontro del 16 maggio è iniziato al mattino con la conferenza di padre Piero Gheddo su “Come padre Clemente educava i suoi ragazzi”, cioè i suoi criteri educativi che possono insegnare molto alle famiglie e alle scuole italiane oggi; e le testimonianze di cinque coppie di giovani sposi che hanno ottenuto il loro primo figlio pregando padre Clemente, mentre non riuscivano ad ottenerlo in altro modo. Infine la proiezione di un “diaporama” (diapositive musicate e commentate)  sul viaggio in Birmania di padre Adriano Cadei, anche lui missionario in Birmania  (ora a Mascalucia), e del dott. Sebastiano Percolla che assieme alla moglie Concetta ed alla figlia Roberta hanno ripercorso i luoghi in cui è vissuto padre Clemente . Dopo il pranzo in comune, alle 16  la Santa Messa solenne con omelia sull’Ascensione di Gesù e la preghiera comunitaria per tutti i bambini delle famiglie che partecipano ad “Aquila e Priscilla”, con l’elenco dei loro nomi, i cui genitori hanno chiesto di ricordarli al Signore.

     Il fatto che merita di essere segnalato è che la devozione a padre Clemente, diffusa da “Aquila e Priscilla” anche con il loro bollettino mensile (omonimo) inviato da tre anni on line specialmente alle famiglie, ha portato ad una moltiplicazione delle preghiere per i bambini. Commoventi le testimonianze portate all’incontro di Mascalucia da cinque giovani coppie che hanno ottenuto il loro primo figlio attraverso la preghiera in comune fra marito e moglie a padre Clemente. E hanno portato con sé i piccoli, mentre altri sono già in arrivo. Una signora ha detto fra le lacrime, ed è stata molto applaudita, che era incinta e i medici le consigliavano di abortire perché il bambino non poteva nascere bene. Lei e il marito l’hanno voluto ad ogni costo e oggi hanno un bel bambino che è la gioia di tutta la famiglia. Un’altra signora dice: “Avevo già 45 anni quando donai una foto di padre Clemente ad una mia conoscente che non era riuscita ad avere una gravidanza. Ne tenni una per me e pregavo per lei affinchè fosse esaudito il suo desiderio. Dopo qualche mese ho avvertito che qualcosa cambiava in me. Ho pensato: è la menopausa che arriva. Ho fatto gli esami e quasi non credevo quando mi dicono: lei è incinta! Il bambino è nato bene e non sappiamo come ringraziare il Signore che ce l’ha dato. Anche la mia conoscente ebbe la grazia della gravidanza e della maternità”.

    Le famiglie che hanno ottenuto il loro figlio pregando padre Clemente sono molto più numerose. Di due altre non presenti sono state lette le testimonianze scritte.  Le famiglie presenti a Mascalucia hanno pregato affinchè padre Clemente Vismara venga presto proclamato beato e presentato a tutta la Chiesa come un missionario modello e protettore dei bambini. 

                                                                                 Piero Gheddo