Perché l’America non interviene in Africa?

Una cara amica di Retorbido (Pavia), signora Riccarda Carrer, mi scrive riferendosi al mio Blog nel quale esprimevo la mia contentezza per l’elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti: “Anch’io sono contenta dell’elezione di Obama, proprio perchè nero, proprio perchè ha realizzato il sogno di Martin Luter King. Tu dici che l’America è malvista e odiata in tutto il mondo, forse per il suo aspetto di dominatrice, di onnipotenza. Come mai però non interviene in Africa? Ora che c’è la guerra tribale? Perchè in Afghanistan e Iraq sì e in Africa no? O forse, è giusto che intervenga? Speriamo che Obama usi la sua saggezza africana!”.

E’ una domanda che mi hanno fatto anche altri lettori. Rispondo brevemente. Dobbiamo renderci conto che gli Stati Uniti d‘America, finora la massima potenza mondiale economica e militare, sono una delle poche nazioni democratiche e sostanzialmente cristiane. I paesi che si possono definire “democratici” sono 67 su circa 180 del mondo intero membri dell’Onu.  L’intervento americano è stato indispensabile nella II guerra mondiale contro nazismo, fascismo e imperialismo asiatico giapponese. In seguito ancora indispensabile per contenere l’espansionismo sovietico prima e poi anche cinese, che giunse ad avere circa trenta paesi a regime comunista nel mondo. Se la nostra piccola Europa occidentale non è finita al di là della Cortina di ferro come quella orientale si deve indubbiamente alla NATO, nata col “Patto Atlantico” (Washington il 4 aprile 1949), firmato appunto come patto di difesa e collaborazione fra Europa occidentale e USA.

Dopo il crollo del muro di Berlino (1989) c’è stato un impegnativo intervento dell’ONU in Africa, quello in Somalia che era nel caos, a cui anche l’Italia ha partecipato (1993-1995), ma il peso militare principale era sostenuto dagli Stati Uniti. Sono tornato in Somalia con l’esercito italiano nel febbraio 1994 e il paese era in pace e in ricostruzione. Ma quando nel 1995 scadeva il mandato dell’ONU, gli Stati Uniti, che avevano perso 17 marines in un colpo solo per un attentato terroristico, si ritirarono seguiti dagli altri paesi occidentali. L’Onu rimase senza forze militari, tentò di mandare caschi blu ugandesi e di altri paesi africani, ma a poco a poco la Somalia è precipitata nel caos in cui si trova tuttora, senza uno stato e col pericolo di essere dominata da estremisti islamici.

Perché oggi nessuno più interviene ad esempio in Zimbabwe, dove il dittatore Mugabe sta compiendo un vero genocidio del suo popolo? Perché l’ONU non ha forze militari proprie e nessun paese mandarebbe militari a combattere una guerra in Zimbabwe, dopo le esperienze in Afghanistan e in Iraq! Meno di tutti l’America che nelle due guerre contro il terrorismo islamico ha sostenuto il maggior peso non solo militare e di perdite di uomini (più di 4.000 in Iraq!), ma anche economico, che ha innescato il crollo del suo sistema bancario e la crisi finanziaria mondiale! Perché gli Stati Uniti sono interventi in Afghanistan e Iraq e non intervengono in Africa? Perché in quei due paesi islamici si è cercato, certamente sbagliando (almeno in Iraq), di eliminare il terrorismo di matrice islamica. In Zimbabwe o in altri paesi africani no. Se domani, Dio non voglia, si installasse la centrale terroristica di Al Qaeda in Somalia, sono convinto che anche Barack Obama interverrebbe. Che l’America sia intervenuta in Iraq per avere il suo petrolio, come a volte si dice, è ridicolo perché poteva averlo semplicemente pagandolo a prezzo di mercato mondiale, come fa anche oggi, senza fare una guerra!

Piero Gheddo

Madre Teresa: il mondo ha bisogno di Cristo

Madre Teresa era una santa eccezionale. Donna carismatica sebbene per nulla appariscente, diceva poche parole, sempre indovinate, che lasciavano il segno.  Una volta, nel 1983 (ero in America), Madre Teresa, invitata ad una televisione di New York, mentre era in studio ma ancora non parlava, sentiva però cosa dicevano altri e vedeva scorrere le immagini pubblicitarie sullo schermo. Quando ha potuto parlare, semplicemente ha detto: “Vedo che anche negli studi televisivi c’è bisogno di Gesù Cristo”. Un evento senza precedenti per quella televisione e le persone in studio, rimaste ammutolite, senza parola.

In questi giorni si fanno tante riflessioni su televisioni e giornali, si avanzano ipotesi di soluzione a proposito degli attacchi terroristici a Mumbay (l’antica Bombay). Di fronte ad un avvenimento così chiaramente demoniaco, mi è venuta in mente la battuta di Madre Teresa: “Si vede che questo nostro mondo, che sta precipitando in costumi sempre più disumani, ha bisogno di Gesù Cristo”.

Credo che questo debba essere il nostro atteggiamento di spettatori curiosi ma impotenti alle trasmissioni televisive di eventi bestiali, spietati, spaventosi. Non spettatori passivi, come di fronte ad un film dell’horror, ma spettatori attivi che si lasciano provocare da fatti ormai quasi quotidiani, che rischiano di ottundere la nostra sensibilità e umanità. Non credo si possa dire niente di meglio di quello che ha detto Madre Teresa: “Questo nostro mondo ha bisogno di Cristo”. E riflettere sulla nostra severa responsabilità di credenti in Cristo, che dovremmo essere il sale della terra e la luce del mondo e portare a tutti i popoli il Vangelo di Gesù. Il Pime lavora in Asia (proprio in India e Bengala) dal 1855 e in genere i nostri missionari che ritornano dall’Asia lo dicono con chiarezza: la nostra Italia risponde sempre meno al dovere della missione alle genti. Sia perché diminuiscono i giovani che danno la loro vita per il Vangelo, sia perché i missionari sul campo si sentono abbandonati, non sostenuti a sufficienza e le giovani Chiese sono infima minoranza che ha scarso peso culturale. Duemila anni dopo Cristo, c’è ancora un continente dove vivono il 62% di tutti gli uomini, che ancora non conosce Cristo, non è influenzato dal suo messaggio di amore. La beata Madre Teresa  ci aiuti a dare alla vita nostra e delle nostre Chiese una dimensione universale, missionaria.

Piero Gheddo

Che cosa vogliono i terroristi islamici in India

Gli attacchi terroristici a Mumbai riempiono di sgomento. Alle spalle di tutto questo c’è una struttura organizzativa e una potenza finanziaria non comune. Padre Carlo Torriani (a Mumbai da quarant’anni) ha dichiarato ad Asia news che questo attentato terroristico viene non dall’interno ma dall’esterno del paese. Non è plausibile che esista in India un movimento di opposizione radicale e violenta allo stato indiano, così ricco e organizzato da poter produrre una simile apocalisse. La rivendicazione del movimento islamico estremista “Mujaheddin del Deccan” pare credibile, probabilmente una delle tante etichette con le quali Al Queda tenta di nascondersi e confondere le idee.

Ecco il problema che il cataclisma indiano pone all’attenzione di tutti noi. Ma questi attentatori islamici, questi maestri del terrore, cosa vogliono? Quale scopo perseguono? E’ lo stesso interrogativo attonito e incredulo che ci ponevamo, 30-40 anni fa, di fronte alle pazzesche imprese del terrorismo nostrano, quello di radice comunista delle “Brigate Rosse”. Uccidere tanti servitori dello stato, perché? Allora eravamo di fronte ad un avversario politico-ideologico, oggi ad un altro di matrice religiosa. Il che è molto peggio. L’ideologia politica è sconfitta dalla realtà (oggi nessuno più si dichiara “comunista”), ma la realtà delle cose non distrugge una fede religiosa, specialmente quando è travisata e strumentalizzata. Ci siamo liberati dal terrorismo rosso e dal blocco di stati di “socialismo reale”, ma non sarà così facile liberarci dalle masse islamiche, educate a venerare ed esaltare i “martiri dell’islam” nei kamikaze che si uccidono per uccidere. Ne ammazzi uno, ne nascono dieci, ne ammazzi dieci, sorgono in cento, per una ideologia non politica ma religiosa. E’ un nemico misterioso e inafferrabile, di fronte al quale siamo impotenti.

Che cosa fare? Non lo so e non lo sa nessuno. Siamo nelle mani di Dio. In Pakistan vent’anni fa il vescovo di Feisalabad mons. John Joseph (nel 1997 “suicidato” dalla polizia perché protestava per i diritti dei cristiani calpestati) alla mia domanda cosa potevamo fare loro diceva. “Soprattutto pregate perché solo Dio vede nel cuore dei nostri fratelli musulmani e Lui può tutto”. Per chi crede il primo rimedio è la preghiera, per le vittime, per i fratelli musulmani prigionieri di un’ideologia autodistruttiva, per noi stessi e i nostri popoli e paesi. E poi c’è tutto il resto, le leggi, la difesa, il dialogo, gli strumenti finanziari e commerciali per controllare e ridurre la violenza terroristica. Ma questo è anzitutto il tempo di ricuperare il senso profondo della fede e della preghiera. Anche per vivere psicologicamente più tranquilli. La preghiera porta la pace del cuore. “Non abbiate paura!” gridava Giovanni Paolo II, perché “Dio sa cosa c’è nell’uomo, Lui solo lo sa”.

Piero Gheddo

Pubblicità contro la bestemmia

Cari Amici del Blog Armagheddo, dopo qualche giorno di interruzione (mi sono rotto facendo ginnastica con i pesi il tendine della spalla destra, adesso va meglio), riprendo a mandarvi qualche Blog, compatibilmente con il tempo che è sempre tiranno. Questa volta mando la lettera di un amico di una città che non nomino, non per accusare qualcuno, ma solo per dare un esempio degli eccessi a cui si può arrivare, pur con le migliori intenzioni del mondo. Non conoscendo la situazione locale, non possiamo giudicare. A risentirci presto, Piero Gheddo.

“C’è chi dice che i preti non abbiamo il senso dell’umorismo perché troppo dediti alle cose divine. Tale considerazione può essere verosimile dovunque, ma non nella nostra città. L’antefatto concerne l’iniziativa del nostro Comune che ha fatto tappezzare la città di un manifesto recante la dizione “La bestemmia offende, il rispetto promuove la pace”. E la curia che fa? Invece di apprezzare la campagna antiblasfema, boccia l’iniziativa e dichiara che “il poster è assolutamente banale, non incisivo, non pervasivo”. Dinanzi a tali assurde obiezioni, verrebbe da chiedersi cosa abbia fatto in concreto la curia in questi anni, per contrastare l’indecente proliferazione della bestemmia. Nulla! Nessuna campagna e nessuna sacrosanta “crociata” antiblasfema. Ovviamente, la sottovalutazione del “vezzo nazionalpopolare” non concerne solo la nostra Chiesa locale, ma penso anche molte altre diocesi. Non risulta infatti sia mai stata attuata da parte delle realtà ecclesiastiche locali, nessuna iniziativa pubblica contro la trasgressione del secondo comandamento. Solo blande raccomandazioni proferite dai pulpiti. Eppure, Vescovi e preti dovrebbero sapere che solo una minima parte della popolazione italiana è praticante. Motivo per cui l’unico mezzo per raggiungere i prestavoce di belzebù, sarebbe quello di imitare la laicissima campagna del nostro Comune. Se i preti si vergognano di difendere l’onore di Dio e della Madonna, per fortuna qualche volta suppliscono i laici”.

Appuntamento a Milano alla fiaccolata per l'India

A tutti gli amici lettori del mio Blog mando questo proclama affinchè chi può possa collaborare a questa iniziativa, anche con la preghiera. Il Pime lavora in India dal 1855, è la nostra seconda patria. Sono a Roma e mi scuso del silenzio, ma ho gravi problemi e fra poco riprenderò il mio Blog. Grazie e saluti a tutti, vostro padre Piero Gheddo

Il P.I.M.E. , la Parrocchia di S. Eustorgio e la Cappellania Generale dei Migranti  in occasione della veglia annuale per le migrazioni, hanno organizzato per sabato 22 novembre una fiaccolata a sostegno dei cristiani perseguitati in India. La fiaccolata partirà dal Duomo di Milano alle ore 19:30 e terminerà alla chiesa di S. Stefano dove alle 20:30 inizierà la veglia di preghiera.

Dal 23 agosto 2008, data dell’uccisione di Swami Lakshmananda Saraswati, ex leader del VHP (Vishva Hindu Parishad), le persecuzioni verso i cristiani da parte dei fondamentalisti induisti indiani dell’Orissa si sono decisamente intensificate. L’omicidio del leader indù è stato rivendicato dai maoisti, ma questo non ha fermato l’ondata di violenza e di persecuzioni contro i cristiani. I leader del VHP, tra cui Praveen Togadia, hanno apertamente invocato alla pulizia etnica, mentre altri hanno dichiarato che non smetteranno di versare sangue finché non avranno liberato l’Orissa dai cristiani. Il Vescovo di Tiruchirapalli, Monsignor Antony Devotta, interpellato dal quotidiano vaticano “L’Osservatore Romano” ha dichiarato che gli attacchi contro i cristiani in India rischiano di trasformarsi in una persecuzione generalizzata se i Governi non interverranno in tempo a fermare l’azione dei gruppi estremisti indù. A queste parole purtroppo sono seguiti i fatti, nel mese di ottobre le persecuzioni ai cristiani, dapprima limitate all’Orissa, si sono estese ad altre sette regioni indiane.

La stampa italiana, esclusa quella cattolica,  parla pochissimo di quanto sta accadendo in India. Il Santo Padre Papa Benedetto XVI ha condannato duramente le persecuzioni ai cristiani dell’Orissa, mentre  il Cardinale Caffarra denuncia “l’assordante silenzio” dei mezzi di comunicazione. Queste ingiustizie, queste persecuzioni, non possono e non devono continuare nel silenzio e nell’indifferenza. Ci uniamo, dunque, ai cristiani dell’India nella loro richiesta di giustizia. Vogliamo, però, anche metterci alla scuola del coraggio con cui loro – in questa situazione così dolorosa – continuano comunque a indicare il perdono come unica forza in grado di riportare davvero la pace.

Alla fiaccolata hanno già aderito la Pastorale Missionaria e la Pastorale dei Migranti della Diocesi di Milano, la Caritas Ambrosiana, le Parrocchie della zona Torino/Ticinese di Milano, l’Istituto di Maria Ausiliatrice di via Timavo a Milano e l’Istituto di Maria Ausiliatrice di Pavia, le Suore Missionarie della Carità di Baggio, le Suore di S. Maria Bambina di Milano, il Segretariato Sociale S. Riccardo Pampuri, Don Rigoldi Comunità Nuova, la Parrocchia di S. Vincenzo in Prato, l’Acli Milano, le Suore Missionarie dell’Immacolata di Milano.
Il Presidente del Consiglio Comunale Manfredi Palmeri ha garantito la sua presenza.
Vi preghiamo di confermarci la vostra adesione alla fiaccolata al seguente indirizzo email paolapoli.poli@gmail.com o telefonicamente al numero 335/6626465.

Obama: il presidente abortista che farà male ai neri d’America

Il 5 ottobre scorso ho pubblicato il Blog “Perché sono felice della vittoria di Obama”, che è stato pubblicato anche su “Asia News”. Un confratello americano del Pime, padre Mark Tardiff, già missionario in Giappone e ora a Roma come consigliere della direzione generale dell’Istituto, così risponde al mio Blog.

Posso capire la gioia di p. Gheddo per l’elezione di un afro-americano a Presidente, data la vergognosa storia di razzismo che ha contraddistinto gli Stati Uniti in passato. Ho ancora un nitido ricordo del dolore che provavo, da patriota americano, durante gli anni di liceo, nel conoscere le storie di schiavitù e razzismo. Il fondo è stato toccato con il caso Dred Scott vs Sanford, 60 U.S. 393 (1856)[1]. È già un male che la schiavitù sia tollerata. In quel caso, tuttavia, la Corte Suprema degli Stati Uniti, la massima autorità giuridica del Paese, ha sancito che la schiavitù era giustificata dalla Costituzione, ed era per questo una parte fondamentale dell’ordinamento della nazione. La Corte ha citato le parole della Dichiarazione di Indipendenza degli Usa [il documento che segna la nascita della nazione, ratificato a Filadelfia il 4 luglio del 1776] che recita: “Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali; che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca delle Felicità”; poi ha stabilito che queste parole non si potevano applicare ai neri, i quali erano considerati come una mera proprietà.

Tragicamente, allo stesso modo, la posizione di Barack Obama sull’aborto contraddice la portata storica della sua elezione. Nei casi Roe v. Wade, 410 U.S. 113 (1973), e in quello vicino Doe v. Bolton, 410 U.S. 179 (1973)[2], la Corte suprema ha dichiarato che fare l’aborto lungo tutti i nove mesi di gravidanza, fino al momento della nascita, era legale. La Corte ha stabilito che ogni restrizione doveva tener conto di eccezioni a causa della salute e poiché le eccezioni dovevano includere aspetti psicologici e emotivi, le tensioni di una donna in gravidanza nell’aver da partorire un figlio sono una ragione sufficienti per un aborto a qualunque stadio. La Corte ha dichiarato che “la legge non ha mai riconosciuto i non nati come persone in senso pieno”, escludendoli così dalla comunità di persone che gode del diritto inalienabile alla vita, proprio allo stesso modo in cui  il tribunale Dred Scott ha escluso i neri dall’inalienabile diritto alla libertà.

Il neo-eletto Presidente Obama è da tempo impegnato con forza non solo a preservare, ma anche estendere l’attuale regime in tema di aborto che domina negli Stati Uniti. Quando era senatore dell’Illinois, egli si è opposto a misure che avrebbero reso obbligatorie cure mediche per i bambini sopravvissuti all’aborto e riusciti a nascere vivi. Il suo ragionamento era che una legge simile avrebbe potuto mettere in questione la mancanza di diritti dei non nati. La sua netta posizione nel considerare il non nato come una “non persona legale” è tragicamente ironico, per il fatto che egli appartiene ad una razza che in passato è stata trattata allo stesso modo dei non nati.

A rendere piena la tragedia – come pure una triste ironia – è che gli Afro-americani sono fra i più colpiti dall’aborto. I neri sono il 12% della popolazione americana, ma il 35% di tutti gli aborti sono eseguiti su donne nere. Gli Afro-americani sono l’unica minoranza che negli Usa stanno diminuendo di numero. Planned Parenthood, la più grande organizzazione abortista degli Usa ha il 78% delle loro cliniche nei quartieri delle minoranze. Ciò corrisponde al pensiero di una delle sue fondatrici, Margaret Sanger, una entusiasta eugenista, che ha scritto: “Le persone di colore sono come dell’erbaccia umana, che va sterminata”.

È comprensibile che gli Afro-americani abbiano votato in massa per Obama, afferrando l’occasione di affermare il loro ruolo nella società americana. Ma tragicamente, troppo pochi fra loro hanno capito questo: il candidato che essi pensano darà loro valore politico, è anche un forte sostenitore del Planned Parenthood e delle sue politiche abortiste che, se continuano come adesso, ridurrà all’insignificanza il voto nero entro il 2038.  Anche questo è all’interno della strategia di Margaret Sanger. Lei ha capito che se i bianchi tentavano di “eliminare l’erbaccia umana”, la cosa avrebbe destato sospetto. Per questo ha dedicato molto tempo a reclutare leader neri, che possono convincere la propria gente a cooperare all’auto- distruzione.

È più che tragico il fatto che il primo Afro-americano, eletto Presidente degli Stati Uniti d’America, è un uomo che avrebbe ricevuto l’applauso di Margaret Sanger, piuttosto che l’applauso di Martin Luther King.
Sinceramente,
P. Mark Tardiff

[1] Il riferimento è alla causa fra lo schiavo Dred Scott e i suoi padroni, i Sanford, nello stato del Missouri. Nel 1856 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha sancito che i discendenti degli africani importati in America e i loro eredi – siano essi sottoposti a regime di schiavitù o meno – non potranno mai essere considerati cittadini americani. Al contempo la Corte ha sancito che il Congresso non ha il potere di abolire la schiavitù nei singoli Stati della Federazione.
[2] Il 22 gennaio 1973 le due sentenze Roe vs Wade e Doe v. Bolton 410 U.S. 179 hanno introdotto un nuovo regime giuridico per il concepito. Esse hanno stabilito che, nel periodo anteriore alla fine del  primo trimestre,il permesso di interrompere una gravidanza deve essere accordato dal medico curante della donna. Per quanto riguarda i mesi successivi lo Stato può disciplinare l’interruzione della gravidanza per tutelare la salute della madre.

Caro Mark,
grazie della tua lettera che fa conoscere aspetti non conosciuti in Italia sul primo Presidente nero degli Stati Uniti. Il mio breve editoriale esprimeva solo, come cristiano e missionario, la gioia di avere un Presidente nero in America per tre motivi:
–    primo, perché l’immagine degli Stati Uniti è molto negativa in tutto il mondo, specie nel Sud del mondo, e questo mi spiace molto: gli USA sono la prima potenza mondiale e sono un paese democratico e cristiano. Se la loro immagine diventa meno negativa oppure positiva, ne sono felice, come immagino anche tu lo sei;
–    secondo, perché il Presidente nero è un forte segno di riscatto dei neri in tutto il mondo, specie in Africa, dove i nostri missionari del Pime lavorano e vedono tutti i giorni l’umiliazione di questa parte dell’umanità, nostri fratelli e sorelle, anch’essi figli di Dio come lo siamo noi;
–    terzo, perché gli USA hanno mantenuto come paese e come popolo, al contrario di quanto ha fatto l’Europa, una forte identità cristiana e un Presidente nero che si riferisce a Dio nel suo primo discorso ufficiale (cosa che non succede nemmeno in Italia!!!) è un bel segno ed esempio per tutti.
L’ho detto con chiarezza: non conosco Obama e non posso giudicarlo, non so cosa farà come Presidente (non lo sa nemmeno lui) e naturalmente spero che non favorisca aborto e nozze fra i gay. Tutto questo lo vedremo in seguito. Per il momento io sono contento per l’esempio di giovinezza, democrazia, superamento del pregiudizio razziale e forte identità cristiana che gli Stati Uniti danno al mondo.

Piero Gheddo

Il cristianesimo nobilita il lavoro manuale

Quando Papa Benedetto ha parlato a Parigi nel settembre 2008 volevo leggere i suoi discorsi, ma non avevo tempo. Li ho riletti adesso e mi ha colpito il suo discorso del 13 settembre a 700 intellettuali francesi nel “Collegio dei Bernardini” là dove parla delle radici cristiane dell’Europa ed ha accennato al “lavoro manuale, come componente fondamentale del monachesimo occidentale, e che appare come un’espressione particolare della somiglianza degli uomini con Dio, un collaborare con il Creatore”. Senza questa cultura del lavoro, introdotta dai Benedettini e dai monaci cristiani, ha aggiunto, lo sviluppo dell’Europa sarebbe impensabile.

Interessante questo accenno del Papa alla “cultura del lavoro manuale” introdotta dal cristianesimo in Europa, come una delle “radici cristiane d’Europa”, da cui viene anche il nostro sviluppo economico. Infatti, nell’antico mondo greco-romano, il lavoro manuale e i lavori pesanti erano riservati agli schiavi, ai prigionieri di guerra, ai condannati per colpe gravi. Vari studiosi e storici sostengono che una delle cause dell’espansione militare e commerciale di Roma, capitale del mondo occidentale antico, era anche di poter avere molti prigionieri e schiavi per i grandi lavori materiali che i romani facevano in ogni parte del mondo allora conosciuto: strade, palazzi, acquedotti, ponti, stadi, aeropaghi. Il “civis romanus” non si abbassava a fare i lavori degli schiavi.

D’altra parte, il sistema delle caste in India, abolito dalla Costituzione del 1948 ma ancora vigente nella vita quotidiana (più nelle campagne che nelle città), è proprio fondato sulla divisione dei lavori fra le caste, ciascuna con i suoi diritti e doveri, penetrabili fra di loro. Il bramino non potrà mai diventare paria e fare i lavori dei paria. Nel mondo buddhista, voglio citare cosa scriveva un missionario che è vissuto in Birmania 65 anni, il Venerabile padre Clemente Vismara (1897-1988), il quale sperimentava che fede e sviluppo economico vanno di pari passo:

“La gente qui è povera proprio perché vuol rimanere povera o meglio miserabile. Coi miserabili la nostra fede non attacca o, se attacca, lo fa in modo fittizio. Sono fermamente convinto che bisogna insegnar loro a vivere corporalmente e poi il segno della Croce. La pigrizia è come incarnata in questo popolo, a volte vien perfino lo scrupolo ad aiutarli perché spesso vuol dire renderli ancora più pigri. Il nostro scopo è di educare i piccoli abituandoli al lavoro. Io ci tengo ad insegnare e ad abituare al lavoro, e per persuaderli, lavoro io stesso… Il difficile è che essi sono persuasi di essere nell’abbondanza e che a loro non manchi nulla… Quando soffrono la fame, se dai loro riso gratis per tre giorni, per tre giorni stanno in ozio. Dicano pure che il buddhismo è una buona religione. Io sono persuasissimo che, ricevano pure miliardi e miliardi dall’America e dall’Europa, ma se non cambiano fede saranno sempre allo stesso punto… Cristianesimo e incivilimento sono sinonimi, di qui non si scappa”.

Il cristianesimo, aggiungeva padre Clemente, “è l’unica grande religione il cui Fondatore ha lavorato manualmente”. Attraverso Cristo, Dio ha rivelato all’uomo il dovere di collaborare alla Creazione col “sudore della fronte” dice la Bibbia, cioè col lavoro personale; e San Paolo afferma: “Chi non lavora non mangi”. Lo sviluppo moderno dell’Occidente viene da radici cristiane? Il fatto che l’Europa, piccola appendice dell’immensa Asia, si sia sviluppata in tutti i sensi (anche nei diritti dell’uomo e della donna, nella democrazia) prima degli altri continenti e culture è un fatto storico. C’è un’altra spiegazione, oltre a quella delle radici cristiane?

Piero Gheddo

Perché sono felice della vittoria di Obama

La vittoria elettorale di Barack Obama mi rende felice.  Dico la verità sono contento che abbia vinto lui. Vedremo cosa saprà e potrà fare, ma per il momento sono contento, per tre motivi precisi.

1)  Viviamo nel tempo di televisione, internet e tutti gli altri strumenti informatici che trasmettono in tempo reale notizie e immagini, Anche la contesa politica è ormai su questa linea. Penso che il nero Obama sia adatto a dare un’immagine diversa e positiva dell’America all’opinione pubblica mondiale. Ne sono contento perchè oggi l’America è spesso malvista e anche odiata in tutto il mondo, sia in Europa che negli altri continenti. L’11 settembre 2001 ero in Bangladesh e quel giorno, nel lebbrosario di Dhanjuri, non avevamo sentito nulla del crollo delle due Torri a New York. La mattina dopo andando in auto a Dinajpur, passavamo in paesi e città con la folla in festa e non sapevamo perché. Poi abbiamo capito: il popolo era contento dell’umiliazione subita dall’America e in genere dall’Occidente, mentre il bilancio statale del Bangladesh è finanziato al 70% da Inghilterra, Stati Uniti e paesi occidentali anche attraverso l’ONU. Le vicende dell’ultimo secolo l’hanno dimostrato che gli Stati Uniti d’America rivestono un ruolo fondamentale per la difesa della democrazia e dei diritti dell’uomo e della donna. Nel mondo, su circa 180 paesi, solo 67 sono riconosciuti come “democratici”. Mi auguro un futuro migliore per l’umanità e credo che gli Stati Uniti siano positivi in questo senso, come tutto l’Occidente cristiano del resto. Nei paesi dell’Africa nera demonizzano il colonialismo europeo, ma ora che sperimentano quello cinese, tutti concordano nel dire che è molto peggio!

2)  Obama è il primo Presidente nero degli Stati Uniti. Il popolo della massima potenzia mondiale supera di slancio il pregiudizio razziale, dando a Obama sul suo avversario una schiacciante vittoria. Un fatto che penso avrà un forte impatto positivo contro qualsiasi forma di discriminazione razziale, ancora ben presente, specialmente nei confronti dei neri, nei nostri paesi europei e in altre parti del mondo. Un Presidente nero a capo degli Stati Uniti d’America, come stimolo e segno di riscatto per i neri di tutto il mondo è un avvenimento straordinario. Io missionario, che ho visto da vicino l’umiliazione dell’Africa nera e dei neri in parecchi paesi nord e latino-americani, ne sono felice.

3)  L’America, come paese e come popolo, ha conservato un’alta immagine della religione, secondo l’impostazione data dalla Carta Costituzionale firmata dai Padri fondatori nel 1788, che vige tuttora con alcuni emendamenti. Barack Obama, appena ha saputo di essere il nuovo Presidente degli Stati Uniti, ha arringato la folla a Chicago concludendo con queste parole: “Dio vi benedica e benedica l’America”. In Italia, paese secolarizzato come tutta l’Europa comunitaria (vivere come se Dio non esistesse), questo non sarebbe possibile, nemmeno la nostra Costituzione nomina Dio. Gli Stati Uniti, con tutti i loro difetti e peccati personali e comunitari, sono sostanzialmente un paese cristiano, in cui la religione è alla base della sensibilità popolare, la cultura nazionale è rispettosa delle religioni, la presenza delle religioni è diffusa e condivisa molto più che in Europa. Non c’è in America, se non in frange intellettuali, il diffuso ateismo militante presente nell’Europa comunitaria. Le radici nazionali americane non sono illuministiche né anti-clericali e la cultura americana non è stata influenzata dalle ideologie marxista e nazista che hanno sconvolto e devastato il nostro continente.

Non do giudizi sulla persona di Obama che non conosco, né su quanto farà come Presidente americano (non lo sa nemmeno lui), ma per questi tre motivi sono contento che abbia vinto le elezioni e sia il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America.

Piero Gheddo

Ci sono vite «non degne di essere vissute»?

Non sono esperto in bioetica, ma seguendo il dibattito in corso sul caso di Eluana Englaro, in un dibattito televisivo un professore universitario dice: “Nessuno vuol togliere la vita a Eluana, ma il problema non è questo. E’ se la vita di Eluana è degna di essere vissuta o no. Lei quand’era viva e vegeta nei suoi vent’anni, pensava che una vita come la sua adesso non era degna di essere vissuta”.

Ecco il punto. Noi cristiani crediamo che la vita è un valore assoluto, altri affermano che alcune vite sono un valore, altre “non sono degne di essere vissute”. La Chiesa sostiene fermamente che, come dono di Dio, la vita è sempre un valore assoluto. Se perdiamo questo principio, questa verità assoluta, il mondo si avvia a tempi barbarici.

Nel 1973 sono andato la prima volta nella Cina di Mao Tze Tung che allora, durante la “Rivoluzione culturale”, era assolutamente chiusa a tutti gli stranieri, eccetto a quelli graditi o invitati dal regime. Mi sono aggregato ad una commissione della Montedison, che allora aveva in Cina un certo numero di fabbriche di cemento e di fertilizzanti. Visitando con la guida e l’interprete alcune regioni della Cina, attraversando città, campagne, villaggi, non si vedevano mendicanti, né handicappati e nemmeno lebbrosi, nemmeno del sud della Cina dove, da quanto scrivevano 30-40 anni prima i missionari, sapevo che erano molti. Ho chiesto alle varie guide più volte come mai non si vedevano handicappati o lebbrosi e che avrei voluto visitare un lebbrosario. La risposta era sempre la stessa: la rivoluzione cinese li ha guariti, in Cina non ci sono più. E alla domanda: perché non si vedono chiese o pagode o moschee aperte? La guida rispondeva: la Cina rivoluzionaria fa a meno di Dio. Ricordo che nel 1968 Khieu Samphan, il vice di Pol Pot, aveva visitato lo Sri Lanka e aveva tenuto una “conferenza stampa” ai giornalisti, per spiegare il valore della rivoluzione comunista in Cambogia. Un giornalista inglese gli chiede: “Come mai in Cambogia c’erano dieci anni fa sette milioni di cambogiani e oggi voi dichiarate che sono solo cinque? Gli altri dove sono?”. Risposta secca e seccata: “Non ci sono più, perché non erano utili alla Rivoluzione”. Punto. Cioè, erano vite non degne di essere vissute.

Anche per la Cina, oggi si sa, da testimonianze precise e documentate, anche di missionari italiani che sono ritornati nei loro distretti da turisti e hanno incontrato i loro cristiani, che lebbrosi e handicappati erano sistematicamente uccisi. Le loro vite non erano degne di essere vissute, non si potevano guarire, non servivano, anzi erano di peso alla nuova Cina che costruiva un futuro migliore per il popolo cinese: che senso avevano vite così? Debbo aggiungere che la Cina di oggi è del tutto diversa, tanto che abbiamo missionari italiani del Pime che vivono in Cina come esperti di handicappati, riconosciuti dal governo cinese, anzi lodati e ringraziati per le loro iniziative.

Riflessione. Se la vita, come dono di Dio, non ha un valore assoluto, è chiaro che qualsiasi totalitarismo (noi abbiamo sperimentato il nazismo!) giudica certe vite non degne di essere vissute e si comporta di conseguenza. Si può obiettare che noi non viviamo in un regime totalitario. Certo non c’è dubbio, ma credo che la cultura del nostro mondo moderno, ricco, democratico, tecnicizzato, computerizzato e secolarizzato (“vivere come se Dio non esistesse”), sta sempre più diventando un “pensiero unico” da cui non c’è scampo. E questa cultura in cui viviamo è fondata, lo sappiamo tutti, su alcuni principi e imperativi assoluti: produrre di più, guadagnare di più, accumulare sempre più beni terreni, rimanere sempre giovani, non diventare vecchi, non pensare alla morte, pensiero fastidioso.
In questo quadro culturale di pensiero unico, dal cui orizzonte sono scomparsi Dio, il soprannaturale, la vita eterna e il valore della sofferenza, certe vite che senso hanno? Siamo in un paese democratico e decide la maggioranza. Giusto. Ma se domani la maggioranza, com’è successo per il divorzio e l’aborto, decidesse  che “certe vite non sono degne di essere vissute”, cosa facciamo? Meno male che ci sono ancora il Papa e la Chiesa a tenere fermi certi princìpi evangelici, fondamentali per una civiltà veramente umana.

NB. In questi giorni mi trasferisco da Milano a Roma dove rimango tutto novembre, poi torno a Milano. Sospendo il mio Blog “Armagheddo”per una settimana circa e grazie a quanti mi scrivono. Arrivederci.

Piero Gheddo

Può un cristiano sposare una ragazza egiziana?

In uno degli incontri serali che ho tenuto in questo mese di ottobre in parrocchie, centri culturali, movimenti cattolici, gruppi missionari, biblioteche comunali, Lyons Club, ecc., verso le 23,15, al termine della conferenza e delle domande del pubblico, un giovanotto mi chiama in disparte e mi dice: “Sono un universitario di 24 anni e mi sono innamorato di una ragazza egiziana. Vorrei sposarla ma lei mi dice che prima debbo convertirmi all’islam e poi mi sposa. Io sono cattolico credente, ma potrei fare un gesto formale di adesione all’islam e poi continuare ad essere cattolico. Lei cosa ne dice?”.

Rispondo: “Non puoi restare cattolico se aderisci all’islam, dove è facilissimo entrare na quasi impossibile uscire, mentre nel cristianesimo è difficile entrare (due anni di catecumenato) e facilissimo uscire. Una religione rispetta la libertà dell’uomo, l’altra no. Se tu aderisci all’islam, entri nella comunità musulmana, la ‘umma’, che non ammette tradimenti. Corri dei rischi fisici personali. Secondo. Hai provato a dire alla tua ragazza che tu la sposi se si converte al cristianesimo?”. Dice di no. Continuo: “Tu non sposi una ragazza, sposi una famiglia, una comunità, una religione, una cultura. Lo sai che in Egitto, la legge dello stato proibisce i matrimoni fra musulmani e non musulmani? Se si verifica uno di questi matrimoni e viene conosciuto, i coniugi sono condannati al carcere”.

Gli ho chiesto: “Scusami ma tu e la tua ragazza vivete già come marito e moglie?”. “No, risponde, assolutamente no. Lei dice che prima debbo convertirmi all’islam”. Gli spiego che, secondo la legge islamica (legge non statale in Egitto, ma statale in Arabia e Iran), se un cristiano e una musulmana hanno rapporti sessuali fuori del matrimonio, la donna è punibile con la fustigazione. Se la pena non la applica lo stato, la applica la famiglia o la ‘umma’”. Pare un po’ scosso da queste rivelazioni e gli dico: “Prova a chiedere alla ragazza e alla sua famiglia, che tu mi dici molto tollerante e accogliente, di chiedere al Ministero dei Culti egiziano una copia in inglese delle leggi matrimoniali e di cosa dice il codice civile e penale sul matrimonio, la famiglia. Chiedi che ti facciano avere un testo in inglese o in francese sul matrimonio secondo l’islam, la legge islamica (“sharia”). Devi conoscere a cosa vai incontro”.

Gli ho poi detto di pregare perchè Dio gli faccia conoscere cosa vuole da lui e possibilmente di fare anche un viaggio in Egitto. Prima di sposare un’altra religione, un altro popolo e una famiglia certo molto vasta come quella della ragazza, deve informarsi, conoscere, andare a vedere. L’ho lasciato scosso e dubbioso. Prego ogni giorno perché Dio lo illumini. Quanti casi come questo in Italia, in genere però è una ragazza cattolica che sposa un musulmano ed è ancora peggio!

Piero Gheddo