I giapponesi non conoscono il perdono

Quando parlo del tema missionario in parrocchie o centri culturali, c’è sempre qualcuno che obietta: ma perché portare la nostra religione ad altri popoli che già hanno la loro? Non è un nuovo colonialismo spirituale? Cari amici, la differenza fra un paese cristiano (o cristianizzato da millenni come il nostro) e un paese non cristiano, che non ha ancora ricevuto in profondità il Vangelo, è enorme, abissale e la capisce solo chi è vissuto per lungo tempo in paesi altri, buddisti o musulmani, indù o animisti.

Ieri ho scritto che “I giapponesi non cristiani si sposano in chiesa” e che “in Giappone il Vangelo è spesso il libro più venduto e più letto”. I giapponesi hanno due religioni nazionali, tradizionali, e sono esse a dare senso all’esistenza umana. Lo Shinto illumina tutto ciò che è vita, crescita, movimento, bellezza, gioia…; il Buddismo che tenta di spiegare e consolare davanti al mistero della morte. Ma non influiscono molto sulla vita quotidiana. Comunque, i giapponesi ammirano e vogliono conoscere il cristianesimo e Gesù Cristo perché capiscono, dalla predicazione dei missionari cristiani e dalla testimonianza delle piccole comunità di credenti in Cristo, che “la religione dell’Occidente” ha molte cose di cui anche loro sentono il bisogno, la necessità. Potrei raccontare molti esempi. Ne basta uno.

Padre Alfredo Scattolon, più di trent’anni di Giappone e oggi in Italia, che ho ricordato ieri, mi dice che, durante la cerimonia del matrimonio in chiesa, ai non cristiani fa sempre recitare alcune preghiere cristiane, come quella di San Francesco sulla pace, dove si legge: “Dove c’è l’odio tu o Dio porti l’amore, dove c’è la vendetta tu porti il perdono, dove c’è la guerra tu porti la pace”.

I futuri coniugi leggono e pregano con queste preghiere cristiane, a volte anche il “Padre Nostro”. Per loro vanno bene perché hanno un sapore nuovo, danno un significato nuovo al loro matrimonio e alla loro vita. Mi raccontava che durante la preparazione faceva leggere quelle preghiere, ma quando i due futuri sposi, spesso entrambi già laureati, arrivavano al carattere che indica “perdono” (carattere che i bambini cristiani sanno come leggere fin dalle elementari), il più delle volte non riuscivano a leggerlo, tanto il concetto stesso di perdono  (immaginarsi poi la pratica!) è estraneo alla loro cultura.

Scattolon mi dice: “Vedi, io spiego loro che Dio perdona i nostri peccati…”. Ma anche la parola “peccato” è normalmente presa in tutt’altro senso. Si parla di sbagli, di errori, di colpe che possono portare alla prigione o a qualche vendetta contro di noi, ma di “peccato”, cioè di offesa a Dio, no. Perché l’ideale è di farla franca, di non essere scoperti, di non subire punizioni. Le conseguenze di questa concezione della vita sono tante e non voglio tediare il lettore. Ad esempio, mi dice Scattolon, in famiglia o a scuola raramente un ragazzo viene ripreso e tanto meno punito se fa qualcosa “che non va”; il punto di riferimento per giudicare una azione è se essa mantiene o meno l’armonia con gli altri, per cui non c’è un’educazione a fare il bene ed a fuggire il male per motivi nobili come l’amore di Dio e del prossimo. Cioè le tendenze negative nei giovani non sono corrette; al massimo si dice: “Sta attento che se continui a fare così domani trovi chi ti punisce, ti batte, ti porta in prigione”. Il deterrente al “peccato”, come diciamo noi, non è l’amore di Dio e del prossimo, ma il timore, la paura di conseguenze negative. Se la fai franca, sei a posto….

Noi sappiamo che l’uomo, la persona umana si sviluppa bene, in  modo positivo, quando vive in un clima di amore, di pace, di tolleranza, di sincerità, di gioia, non si timore, paura, doppiezza.

Concludo. Le differenze fra un paese cristiano e uno non cristiano sono tante, profonde, anche se un turista che va in Giappone o in India non le avverte, non le vede. Perché noi missionari andiamo in tutto il mondo ad annunziare il Vangelo? Perché siamo convinti che tutti gli uomini, tutti i popoli e tutte le culture hanno bisogno di Cristo, la più grande ricchezza che abbiamo ricevuto e dobbiamo condividerla con gli altri, con tutti.

Piero Gheddo

I giapponesi non cristiani si sposano in chiesa

Lo sapete che spesso i giapponesi non cristiani si sposano in chiesa? In Giappone, le Chiese cristiane tutte assieme contano circa un milione di battezzati. I cattolici giapponesi sono 400.000, ma adesso più di 700.000 per i lavoratori e le donne filippini e anche latino-americani (soprattutto peruviani e brasiliani) che vengono come mano d’opera. Una piccola minoranza su circa 128 milioni di giapponesi, che non hanno una vera religione. Quella nazionale è lo Shintoismo, ma in pratica si riduce ad essere una serie di riti patriottici che rinsaldano l’unità del popolo attorno alla monarchia e al culto degli antenati. Poi c’è il buddhismo, importato dalla Cina un migliaio di anni fa, con  templi e monasteri, ma non è una religione praticata e impegnativa. Il cristianesimo, che ha una chiara dottrina ed esige un assenso personale, si presenta come una novità.

In Giappone il Vangelo è molto diffuso, è uno dei libri più venduti e più letti, spesso il “Bestseller”, il libro più venduto in un anno e in Giappone vuol dire fra uno e due milioni di copie vendute! Le Chiese cristiane sono ammirate per la loro opera educativa e caritativa, i sacerdoti cattolici e i pastori protestanti spesso invitati in radio e televisioni, in conferenze culturali per esprimere come i cristiani giudicano i problemi del mondo attuale. Però pochissimi si convertono alle Chiese cristiane, anche perché i Dieci Comandamenti e le Beatitudini sono troppo distanti, troppo opposti alla cultura e ai costumi nazionali e perché il cristianesimo è ancora considerato una religione straniera, occidentale.

Ieri ho parlato a Milano con padre Alfredo Scattolon del Pime, in Giappone da più di trent’anni, parroco di una parrocchia a nord di Tokyo. Mi dice che da una ventina d’anni è nata fra i giapponesi l’abitudine di sposarsi in una chiesa cristiana. Senza nessuna intenzione di convertirsi, ma l’ambiente di una chiesa, le cerimonie, i canti, l’incenso e tutto il resto attirano e sono interpretati come la benedizione del Dio cristiano alla nuova coppia. I preti cattolici accettano queste richieste e chiedono ai fidanzati di frequentare dove è possibile corsi ben organizzati, o per lo meno un piccolo corso per due-tre mesi, incontrandosi tutte le settimane con il parroco. Il quale spiega loro il cristianesimo, cos’è il matrimonio secondo il Vangelo e la Chiesa cattolica, come i coniugi cristiani si sforzano, con la grazia di Dio, di vivere il loro matrimonio, il significato delle cerimonie e delle letture e preghiere durante la funzione; e poi si fanno delle prove per il giorno del matrimonio. Gli sposi poi vengono con parenti e amici, la sposa  vestita in genere con l’abito bianco, e la festa si conclude in un ristorante con un pranzo a talvolta cui è invitato anche il parroco. Naturalmente non c’è la Santa Messa, ma solo le cerimonie del matrimonio senza Messa, con le letture bibliche, le preghiere, le promesse degli sposi, lo scambio degli anelli, la predica, la benedizione, i canti, le musiche e le suonate trionfali dell’organo (quando c’è).

Padre Scattolon dice che in questi ultimissimi anni i matrimoni sono diminuiti perché anche in Giappone è entrata la “moda” occidentale di vivere assieme senza sposarsi, probabilmente per le stesse ragioni per cui diminuiscono da noi, tanto più che andare a vivere insieme senza tante cerimonie era tradizionale in Giappone. Però aggiunge che questa cerimonia per i non cristiani è importante per presentare il cristianesimo a molti giapponesi e la richiesta di matrimoni “cristiani” è stata vista dalla Chiesa come una buona occasione per presentare la nostra fede. Anzi, i ristoranti cittadini più importanti e gli hotel hanno fiutato l’affare e si sono attrezzati, costruendo una chiesa o una cappella cristiana nel loro interno o nel cortile interno, comunque per conto loro. “A volte, dice, è una vera cattedrale, che imita le chiese gotiche europee o, in piccolo, San Pietro a Roma o altre basiliche famose e anche all’interno ha tutto quanto c’è in una chiesa cattolica”.

Che dire? Secondo Scattolon, e secondo i vescovi e preti giapponesi (ma a volte la cerimonia è celebrata da pastori protestanti), in Giappone si sono tentati tutti i metodi possibili e immaginabili per avvicinare il cristianesimo alla sensibilità del popolo. Questo è un modo nuovo non previsto e non voluto da nessuno. Male non ne fa, speriamo che, con l’aiuto di Dio, possa produrre frutti positivi per il Regno di Dio.

Piero Gheddo

Orissa: il piano per eliminare i cristiani

Cari amici,

due giorni fa vi ho scritto sulla situazione drammatica dei cristiani in India, esprimendo però la mia convinzione che, nel panorama dei popoli asiatici non cristiani, il popolo indiano, nonostante questa persecuzione, è il più vicino a Cristo. E’ tutto vero, ma questa mattina “Asia News” comunica altre notizie tristi e tragiche che fanno dubitare dell’effettiva democrazia dell’India. Dal 24 agosto scorso, quando in India sono cominciati i pogrom contro i cristiani, ci sono stati 59 cristiani uccisi, 18mila feriti, 177 chiese distrutte o danneggiate, 4300 case bruciate, 13 scuole o centri sociali mandati in rovina e qualche decina di migliaia di profughi, fuggiti nelle foreste o lontano dai loro villaggi. I dati sono stati forniti dal “All India Christian Council”, l’ente che rappresenta tutti i cristiani in India.
Il pogrom iniziato in Orissa dopo l’uccisione di una personalità indù radicale da parte dei guerriglieri maoisti, Swami Laxmanananda Saraswati, si è poi diffuso in altri Stati dell’Unione, ma in Orissa si registrano i dati peggiori: 14 distretti colpiti; 300 villaggi cristiani distrutti; 4300 case bruciate; 50 mila senzatetto; 57 persone assassinate; 10 sacerdoti, pastori, suore feriti; 2 donne violentate da gruppi; 18 mila uomini, donne, bambini feriti; 149 chiese distrutte; 13 scuole e collegi distrutti. Gli altri stati dove si sono ripetuti gli assalti ai cristiani sono: Karnataka, Kerala, New Delhi, Tamilnadu e Uttar Pradesh.  Sono cifre da vera guerra civile, che continuano a crescere nonostante le proteste dei vescovi, dei cristiani e della stampa nazionale e quelle internazionali.
Ma il peggio è che pare ci sia “un vero e proprio progetto sistematico per eliminare la vita cristiana, uccidendo persone e distruggendo proprietà”. Padre Nithiya, segretario generale della Commissione Giustizia e Pace indiana, conferma che il Vhp (Vishwa Hindu Parishad) e il Bd (Bajrang Dal) stanno forzando tutti i cristiani a diventare indù. “Questo progetto non risponde solo a motivazioni politiche, ma è una strategia per cancellare i cristiani dall’Orissa”. Il sacerdote spiega che vi è un vero e proprio programma le cui tappe vengono seguite in modo puntiglioso:
1) I dalit (cioè ik fuori casta,i paria) e i tribali cristiani vengono minacciati se non si convertono all’induismo. Per ogni villaggio selezionato, i gruppi fondamentalisti annunciano la data entro cui deve avvenire la conversione e avvertono i cristiani di quel villaggio di far tornare per quella data anche i loro familiari fuggiti, che si trovano nei campi profughi o altrove.
2) Alla data stabilita, i cristiani devono firmare un documento secondo il quale la loro riconversione è avvenuta “in piena libertà”. Se non accettano di firmare sono torturati e uccisi.  Se diventano indù, sono costretti comunque a pagare una multa di 1000-1500 rupie (15 – 22 Euro), una cifra molto alta per gente poverissima. Come segno di tale conversione, essi devono distruggere statue cristiane, vandalizzare chiese e perfino uccidere altri cristiani che resistono alla riconversione.
3) Quelli che non ritornano ad essere indù vengono depredati: le organizzazioni fondamentaliste ordinano che casa, terreni, proprietà siano presi dai loro vicini indù. Il resto viene dato alle fiamme.  I cristiani che rifiutano la conversione sono fuggiti nelle foreste o nei campi profughi. Vi sono circa 25 mila persone in 17 campi. È vietata l’entrata a organizzazioni non governative e a individui.
4) Tutte queste violenze avvengono alla luce del giorno, nelle città, sulle strade principali, senza che la polizia intervenga. Per i gruppi fondamentalisti in Orissa c’è perfetta impunità. Intanto il governo dello Stato  (dominato dai partiti estremisti indù) continua a proclamare che è tutto sotto controllo e tutto è a  posto. Poche notizie trapelano dall’Orissa. Nei giornali indiani nazionali e perfino alla Bbc si parla di associazioni tribali dell’Orissa che cercano di difendere i diritti dei tribali poveri contro “l’arroganza” dei cristiani, che derubano i terreni dei tribali e minacciano i responsabili dell’organizzazione.
Un sacerdote che lavora in Orissa spiega: “Anzitutto non si dice che tutto questo viene da gruppi e associazioni legati al Bjp (Bharatiya Janata Party) e al Bd, e quindi al mondo indù fondamentalista. Quello che si vuol far passare come scontro etnico è in realtà uno scontro di casta. Gli indù non dalit (cioè non paria) non accettano la crescita sociale ed economica  dei dalit e dei tribali cristiani”.

Piero Gheddo

In Asia, l’India è il Paese non cristiano più vicino a Cristo

In giornali e televisioni italiani e occidentali si è verificato un fenomeno abbastanza nuovo, già registrato nell’estate 2007, quando il missionario del Pime  Giancarlo Bossi era stato per quasi un mese nelle mani dei guerriglieri islamici dell’isola di Mindanao nelle Filippine e poi liberato a fine luglio. Allora, la notizia della sua liberazione ha occupato la ribalta dell’attualità per lungo tempo, specie quando venne in Italia e raccontò la sua esperienza davanti a Benedetto XVI nella Festa della Gioventù a Loreto (settembre 2007). Era la prima volta che le vicende di un missionario italiano “facevano notizia” nell’informazione nazionale.

Così, nel settembre di quest’anno le persecuzioni anti-cristiane in India sono balzate alla ribalta in modo imprevisto. Tutto è iniziato in Orissa (uno dei 28 stati federati dell’Unione Indiana) il 23-24 agosto 2008 con gli assalti programmati a chiese, scuole, opere e villaggi cristiani. Il 5 settembre il bilancio era di 27 morti e circa 3.000 feriti oltre a decine di migliaia di profughi, parecchi dei quali fuggiti nelle foreste per evitare la morte. Dopo la reazione dell’opinione pubblica mondiale e di diversi governi occidentali (anche il nostro ministro degli esteri Frattini ha convocato l’ambasciatore indiano per esprimere la condanna del popolo italiano), il governo indiano di New Delhi è intervenuto mandando l’esercito, che ha presidiato chiese e villaggi cristiani e ha imposto il coprifuoco nei distretti più a rischio, sparando a vista contro le bande di estremisti indù. Comunque, a fine settembre il terrorismo contro i cristiani continua in Orissa, anche se con intensità minore, ma si è esteso ad altri stati indiani, specie il Tamilnadu e il Karnataka nel sud del paese.

Tutto questo è segno di una reazione del popolo, strumentalizzata da partiti e movimenti politici per la conquista del potere, contro le missioni cristiane (cattoliche e protestanti) che con i loro interventi sociali ed educativi aiutano i “fuori casta” (o paria) ad istruirsi ed elevarsi socialmente, distruggendo così dall’interno la caratteristica fondamentale della società indiana stratificata nel sistema delle caste. Noi occidentali non comprendiamo l’India perché ci sfuggono l’induismo e l’importanza anche religiosa delle caste, abolite dalla Costituzione fin dall’anno dopo l’indipendenza (cioè nel 1948), ma che contano molto nella vita del popolo meno evoluto, mentre il loro impatto sta diminuendo e a volte quasi scomparendo nelle città e nelle fasce più elevate della società.

Questo è un discorso da approfondire e lo faremo un’altra volta. Oggi intervengo per dire che, avendo visitato molte volte l’India e studiato la sua storia, cultura e religione nazionale (l’induismo), mi sono reso conto della verità di quanto dicono i missionari italiani del Pime che ci vivono da decenni e di cui mi sono reso conto anch’io visitando tutta l’Asia. Fra i paesi pagani (non cristiani) asiatici l’India pare il più vicino a Cristo, nonostante la persecuzione di questi tempi. Questo per tre motivi.

1) Motivo religioso. Nella cultura popolare indiana è molto forte il richiamo a Dio, il riferimento alla divinità in tutti gli avvenimenti della vita, il senso della presenza continua di Dio nella società e nei singoli individui. Questo viene dall’induismo ma anche dalla lunga presenza degli invasori e imperatori persiani e arabi, che hanno governato l’India dal secolo XVI al 1858 (quando è iniziata la colonizzazione inglese), unificandola per la prima volta sotto la spada dell’islam. L’influsso religioso dell’islam sulla cultura indiana è stato molto forte, per il passaggio dal politeismo al monoteismo nella sensibilità popolare. Dall’islam viene anche, purtroppo, la conversione di grandi masse di popolo indiano al Corano e alla comunità islamica, che è stata la radice della separazione fra India e Pakistan (e poi Bangladesh) nel 1947 e 1972. Comunque, la religiosità nel popolo indiano è fortissima, ben più che in altri popoli asiatici (cinese, giapponese, ecc.) e pare resistere bene alla secolarizzazione molto meglio che altrove in Asia.

2) Secondo motivo culturale. Con l’occupazione coloniale inglese a metà del secolo XIX incomincia in India la modernizzazione del paese, la spinta per il nazionalismo politico e culturale e la rinascita dell’induismo, riconosciuto come religione nazionale del paese. Alla base del nazionalismo indiano c’è quindi la religione, mentre in Europa abbiamo avuto le ideologie atee e anti-clericali, illuminismo, massoneria, filosofia idealista, liberalismo, marxismo, nazismo. Ecco perché la religione conta molto nella cultura e nella politica indiana, molto più che nella nostra Europa e in altri paesi asiatici non cristiani (Cina Giappone, ecc.). In India l’ateismo non esiste, l’abbiamo importato dall’Occidente con alcune ideologie post-illuministe che si sono affermate anche in quel paese-continente (l’India ha circa un miliardo e 50 milioni di abitanti, 28 stati confederati più vari “territori” speciali), 18 lingue ufficiali, oltre all’inglese lingua franca, ecc.)

3) Il terzo motivo è quello specifico del riformismo indù, iniziato alla metà del 1800 sotto l’influsso delle missioni cristiane. L’induismo era rimasto immobile per migliaia di anni (per capire l’India è indispensabile capire l’induismo, lo spiegheremo un’altra volta), ma confrontato con la vita e le idee moderne portate dalla colonizzazione e dalle missioni cristiane, ha avuto una lunga serie di riformatori, parecchi dei quali si ispiravano tra l’altro ai principi evangelici: dignità della persona umana, amore al prossimo, uguaglianza di tutti gli uomini di fronte a Dio, uguaglianza tra uomo e donna, solidarietà con i più poveri, ecc. Basta ricordare Gandhi (la sua teoria della non violenza veniva dalle Beatitudini, come diceva lui stesso), Vivekananda, Aurobindo, Tagore, Vinoba Bhave. Quando nel febbraio 1986 Giovanni Paolo II ha visitato l’India per 12 giorni (il suo più lungo viaggio inter-continentale), ha reso omaggio alla religiosità del popolo indiano e ai suoi “guru” (maestri spirituali) con espressioni veramente significative. In fondo, l’India è l’unico paese in Asia che ha una vera religione nazionale, oltre ai paesi islamici e all’unico cristiano, le Filippine. Il buddhismo ad esempio non è una religione ma una filosofia di vita, una saggezza laica, umana, che non parla mai di Dio. Secondo la mia esperienza, e conoscendo la forza e la bellezza della Chiesa indiana (che risale all’Apostolo San Tommaso), penso che questo paese rappresenti, nel panorama asiatico, una speranza per la diffusione del Vangelo e del cristianesimo. Meriterebbe molta più attenzione nei nostri discorsi e programmazioni sul futuro della missione alle genti.

Piero Gheddo

Vale più un orso o un bambino?

Forse, cari amici, vi è sfuggito che all’inizio di questo settembre 2008 al Tg1 della Rai per tre volte hanno chiuso il telegiornale delle 20 con un servizio dedicato alla disavventura di alcuni orsi bianchi (una decina) alla deriva su un grande iceberg nelle regioni del Polo Nord. Apriti cielo, ambientalisti angosciati che si stracciano le vesti e urlano strali contro lo sviluppo e contro il riscaldamento generale del clima che fa sciogliere i ghiacci del Polo Nord e causa la morte di questi poveri orsi. Certo faceva pena vedere quei poveri animali vagare su quell’iceberg senza trovare una via d’uscita, probabilmente condannati alla morte per fame, anche se, tuffandosi nelle acque gelide, qualche pesciolino lo trovavano sempre. Ma per mantenere un bestione di due tonnellate, ci vuol altro!

Però mi chiedevo: vale più un orso o un bambino? Perché i bambini che muoiono di fame o di sete sono migliaia e migliaia in Africa, in Birmania, in tante altre regioni povere o sconvolte da guerre. Quando mai il Tg1 in prima serata dedica tre servizi di seguito per parlare di questa tragedia umana che dovrebbe commuovere e muovere tutti? Tanto più che, mentre l’andamento del clima mondiale non si capisce ancora bene da cosa dipende, la fame e la sete di decine di milioni di uomini, donne, bambini dipende in gran parte dall’egoismo dell’uomo. E’ un segno macroscopico di quanto ingiusta e disumana è la società in cui viviamo.

Ancora. A volte alle 20 vedo il telegiornale di Canale 5, al termine del quale quasi sempre, quasi tutte le sere ripeto, verso la fine c’è un servizio sui cani, sui gatti, sugli uccelletti da tenere in casa o altri animali domestici e selvatici. Un martellamento animalista continuo, mentre le tragedie del genere umano trovano scarsa eco sui nostri media. Possibile che le cassandre ecologiste e animaliste trovino sempre spazio a loro disposizione e i popoli poveri vengono alla ribalta solo quando ci sono catastrofi immani? Si tratta forse di un progetto ben orchestrato di disinformazione quotidiana? Comincio a pensarlo.

È un segno inequivocabile della nostra società, come lo spettacolo che vedo spesso qui a Roma, ma forse più ancora a Milano, di molti che portano a spasso il cane o cagnolino di casa. Si vedono anche bambini nella loro carrozzina. Molti animali, pochi bambini. Un’immagine su cui riflettere. Buona giornata a tutti e Dio vi benedica.

Prego per Alitalia

Cari amici, ieri è venuta a trovarmi una signora romana con il figlio di 14 anni. Parlavamo di un’adozione a distanza che la famiglia ha in Birmania e spiegavo la difficile situazione in cui si trovano quella Chiesa e quel popolo. Il ragazzo non stava fermo, forse quel che dicevo non gli interessava. Inutili i richiami della mamma.

Mi viene in mente di dirgli: “Sai che domani incomincio a scrivere sul Blog dei missionari del Pime?”. Il vocabolo “blog” l’ha subito interessato e s’è messo lui a spiegare alla mamma cosa è un “blog”. Veramente lo spiegava anche a me perché non mi sono mai interessato di questo “oggetto misterioso”. Mi davo arie di essere un esperto, ma in pratica quel ragazzotto che prima non parlava, s’è messo a disquisire di “blog” come un esperto! E faceva capire anche a me tante cose.

Il fatterello mi ha colpito e fatto riflettere. Incomincio oggi a mandare agli amici il mio messaggio non dico quotidiano, ma spero abbastanza frequente. Ho una vasta esperienza del mondo missionario e tante cose da dire, seguendo anche l’attualità ma non solo. Vi racconterò anche avventure di missione che mi sono capitate o che ho sentito raccontare dai missionari e poi risponderò alle vostre domande e curiosità.

Oggi vi voglio solo dire che seguo convivo interesse le vicende della nostra Alitalia, alla quale sono affezionatissimo perché sono stato con lei a Bombay, Bangkok, Hong Kong, Tokyo, Manila, Singapore, Città del Messico, Buenos Aires, San Paolo, Santiago del Cile, New York, Johannesburg, Nairobi, Addis Abeba, Kinshasa, Lagos, Abidjan, Dakar, Cairo, Tripoli, Istanbul…. E potrei continuare per un po’, ma è solo per dire che Alitalia è la bandiera italiana nel mondo e mi spiacerebbe molto se fallisse.

Io prego per Alitalia. Cari amici,è pregate anche voi e Dio ci aiuterà tutti. Ciao a arrivederci da vostro padre Piero Gheddo.

Una nuova avventura

Nel 2005 ho incontrato in India un caro confratello. Da parroco di un grande distretto missionario a incaricato di un compito importante e delicato che l’aveva costretto a cambiare lavoro, interessi, ritmo di vita. Gli dico: «Hai un bel coraggio ad accettare questo nuovo impegno, alla nostra età». Lui risponde sorridendo: «Il missionario dev’essere flessibile, disposto a tutto, anche a cambiare vita. Il Signore ti aiuta sempre».

Cari amici lettori, lo stesso è capitato a me. Inizia anche per me una nuova avventura che affronto con lo spirito di sempre, giovanile e pieno di speranza, non nelle mie forze, ma fiducioso nell’aiuto di Dio. Debbo imparare un nuovo tipo di giornalismo, un nuovo linguaggio per trasmettere l’ideale missionario, al quale ho consacrato tutta la mia vita. Da ottobre 2008 la mia rubrica «Armagheddo», dopo cinque anni su Mondo e Missione, si trasferisce in internet e diventa un blog in questo sito www.missionline.org. Non sarà più una rubrica mensile, ma quasi quotidiana, nella quale commenterò i fatti del giorno ricordando anche le mie avventure missionarie o quelle che ho conosciuto e giudicando gli avvenimenti, spero, alla luce del Vangelo.

È una novità positiva, anche se ancora tutta da inventare. Potete scrivermi, dicendomi il nostro parere. Vi ricordo anche il mio sito: www.gheddopiero.it e la «finestra» mensile su Mondo e Missione, dal titolo «Internos».