In primavera il bastone irrigato fiorisce

Sono nato nel 1929 a Tronzano vercellese, da bambino e adolescente, con i miei fratelli Franco e Mario e gli amici dell’oratorio facevamo le nostre scorribande nella campagna, per prendere pesci di risaia e rane (nella notte con la lampada ad acetilene), cogliere fiori per la chiesa, nuotare in un ruscello abbastanza ampio e profondo, monitorare negli orti fichi e peschi per coglierne al momento opportuno i frutti deliziosi; andare nella stalla vicina a casa quando mungevano le vacche per bere un buon bicchiere di latte schiumoso, non pastorizzato. Insomma, la campagna e le stalle avevano per noi pochi segreti. Era una vita nella natura e con la natura.

La risaia, vista in fotografia, non ispira. Invece, vissuta da ragazzi avidi di scoperte e di avventure, la grassa terra del riso, intersecata da canali e da fossi, con i solenni aironi dal lungo collo e le ampie ali, che planavano come piccoli aerei sulla terra appena arata e preparata per accogliere le acque della seminagione, era la nostra scuola e il nostro campo di apprendimento per la vita. Conoscevamo i nomi degli alberi (pioppi, conifere, robinie, pini, platani), dei fiori (mughetti, ciclamini, rose, margherite, ortensie, viole, papaveri, crisantemi, gigli, fiordalisi, garofani) e degli animali; eravamo presenti quando si svuotavano le risaie delle acque, mettendo grossi cesti al bocchetto per raccogliere carpe e tinche, rane e bisce acquatiche.

Tutto questo scompare, quando, dopo il seminario diocesano di Moncrivello anch’esso in piena campagna, nel settembre 1945 sono venuto a Milano per entrare nel Pime. Da allora, ho fatto vita cittadina. Ho avuto ancora esperienze rurali, e molte, visitando le missioni in quattro continenti, ma in Italia sono sempre vissuto in città, il ricordo della campagna a poco a poco è svanito.

Un anno fa, ricevo in dono un vaso di orchidee fiorite nel loro vaso, con una scheda per custodirle. La mia solerte segretaria, suor Franca Nava, missionaria dell’Immacolata e infermiera tra i lebbrosi in Bangladesh e in India, che è con me dal 1974 (e quest’anno compie i 93 anni, ma tutte le mattine viene al lavoro!), mi mette il vaso delle orchidee su un trespolo d’appoggio davanti al mio tavolo di lavoro. Ho sempre avuto altri fiori precari, le orchidee durano mesi, rallegrandomi la vita. Ma nell’autunno scorso, anche le orchidee sfioriscono, cadono i rametti e rimangono tre bastoncini verde scuro. Suor Franca continua a bagnarli e io le dico di buttarli via, ma lei mi dice: “No, questi bastoni rifioriranno ancora”.

Viene l’inverno, la pioggia, il gelo, la neve, le lunghe giornate senza sole, i bastoncini mi rimangono davanti e solo per non dare un dispiacere a suor Franca, mi sono trattenuto dal buttarli nel cestino della carta straccia. Ebbene, oggi, 23 febbraio 2014, a Milano è una giornata luminosa, primaverile, tiepida. I bastoncini dell’orchidea sono sempre al loro posto, in pieno sole dalle nove alle dodici. Prima di andare a pregare e poi a pranzo e al riposino pomeridiano, lo sguardo mi cade sui tre bastoncini e cosa vedo? Le orchidee sono sbocciate! Il sole ha suscitato una vita nuova e quando torno al pomeriggio ci sono sei fiori bianchi, freschi, vivaci, dritti sullo stelo, fieri della loro prodigiosa risurrezione. In quei bastoncini secchi c’era la vita!

Solo nel mio grande studio, all’ultimo raggio di sole che illumina le mie orchidee, guardo e penso. Gesù, il Sole, splende sempre sopra le nubi, il gelo e la neve dell’inverno. Ma poi ritorna ad illuminarmi e a ridarmi nuova vita. Anche noi, credenti in Cristo, abbiamo i nostri alti e bassi, i nostri autunni e inverni, a volte siamo depressi, a volte tentati di pessimismo e di pensare che siamo finiti.

Grazie, Gesù, che ancora una volta, attraverso i segni dei tempi, mi dai un messaggio di fiducia, di speranza, la certezza di poter risorgere e trovare una nuova giovinezza di lavoro e di fatiche, spendendo la mia vita solo per Te, affinchè il Tuo Regno di amore e di pace venga nel mondo intero!

Piero Gheddo

Dov’è finito l’ideale missionario ad gentes?

La Fesmi (Federazione stampa missionaria italiana), che unisce una cinquantina di riviste di vari istituti, enti e ong missionari, convoca all’”Arena di Pace” di Verona una “giornata di resistenza e liberazione”, con questa precisazione: “La resistenza oggi si chiama nonviolenza. La liberazione si chiama disarmo”. Tutto bene, una manifestazione per la pace può attirare molti giovani e persone di buona volontà, una giornata o serata passata assieme a riflettere sul tema della pace è educativa del nostro popolo e va accolta e appoggiata cordialmente.

Peccato che, dato che chi promuove la manifestazione rappresenta gli istituti e la stampa missionaria ad gentes, l’ideale evangelico della pace finisca subito per essere politicizzato. Gesù ha detto: “Vi lascio la mia pace, vi do la mia pace. La pace che io vi do, non è come quella che dà il mondo” (Giov. 14, 27); “La pace è un dono di Dio”, scriveva Giovanni XXIII nella “Pacem in Terris” e hanno ripetuto molte volte i Papi nei messaggi annuali per la pace nel mondo.

Il titolo del manifesto di Verona dice: “Arena di Pace e Disarmo” e l’immagine mostra il bianco fiore della pace che nasce da una bomba spezzata. Messaggio: aboliamo le bombe e avremo la pace. Nell’articolo che spiega la manifestazione si legge: “L’Italia ripudia la guerra, ma noi continuiamo ad armarci. Crescono le spese militari, si costruiscono nuovi strumenti bellici. Il nostro Paese, in piena crisi economica e sociale, cade a picco in tutti gli indicatori europei e internazionali di benessere e di civiltà, ma continua ad essere tra le prime 10 potenze militari del pianeta… Ne sono un esempio i nuovi 90 cacciabombardieri F35, il cui costo di acquisto si attesta sui 14 miliardi di euro… Per immaginare e costruire già oggi un futuro migliore è indispensabile, urgente, una politica di disarmo… Per questo proponiamo la convocazione di una iniziativa nonviolenta nazionale…”.

Viviamo in un tempo di secolarizzazione, che tende a ridurre la fede e la vita cristiana ad un hobby privato, di cui non è bene parlare in pubblico. Noi missionari, le riviste e gli organismi di laicato missionario, mezzo secolo fa facevamo manifestazioni e campagne nazionali per diffondere l’ideale missionario e suscitare vocazioni per la “missione alle genti”: testimoniare e annunziare Gesù Cristo ai non cristiani, convinti ed entusiasti della nostra vocazione missionaria.

Poi, a poco a poco, non siamo stati capaci di andare contro-corrente, ma ci siamo lasciati portare dalla cultura dominante, appunto la secolarizzazione e il relativismo. Abbiamo rinchiuso il nostro carisma e il nostro ideale nei conventi, nelle chiese e sacrestie; e uscendo per scrivere, parlare, manifestare, animare, abbiamo incominciato a fare le campagne contro le armi, contro il debito estero, contro le multinazionali, contro i farmaci contraffatti, contro l’acqua pubblica…

Nulla di male, naturalmente, sono obiettivi condivisibili, ma con due contro-indicazioni:

1) Noi missionari ci siamo politicizzati, abbiamo seguito associazioni, giornali e partiti che hanno ispirazione e scopi di natura ideologico-politica, che naturalmente ci strumentalizzano;

2) Negli istituti missionari, lo scopo primario di sacerdoti, fratelli e suore trattenuti in Italia nelle varie sedi dei loro istituti, consiste fra l’altro nell’animazione e stampa missionaria, cioè trasmettere il nostro carisma ad gentes e suscitare entusiasmo per la missione alle genti, in modo che, con l’aiuto di Dio, nascano vocazioni missionarie. Il beato padre Paolo Manna, scriveva: “Se la stampa missionaria non produce vocazioni missionarie non serve allo scopo prioritario per cui viene pubblicata”.

Temo che oggi in Italia l’immagine mediatica del missionario si sia molto svaporata e le campagne per il disarmo (come altre per temi simili) non aiutino raggiungere quello scopo. La domenica di un anno fa circa, in Piazza San Pietro, durante l’Angelus del Papa un gruppetto di preti e suore sventolavano questo striscione: “Noi missionari vogliamo l’acqua pubblica”; due anni fa in una città della Lombardia, alla Veglia della Giornata missionaria mondiale i gruppi missionari parrocchiali hanno fatto un sit-in di protesta davanti ad una fabbrica di armi e poi un corteo fino alla piazza comunale, con discorsi di esperti sulle spese militari e la richiesta di chiudere la fabbrica di armi cittadina.

Ripeto, richieste condivisibili, ma noi anziani coltiviamo spesso dei sogni. Il mio sogno è che un giorno i missionari organizzino una serata di riflessione e di preghiera, magari anche all’Arena di Verona, con questo logo: “Cristo è la nostra Pace” (Efesini 2, 14); con testimoni che intervengono su questo tema e spieghino perché e come Cristo porta la pace all’uomo e al mondo. Verrebbero in pochi? Assolutamente no, anzi molti direbbero: finalmente i missionari vanno contro corrente e proclamano al mondo la loro fede e la loro esperienza fra i popoli. Una manifestazione non di protesta “contro”, ma una proposta “per”, a tutti gli uomini di buona volontà.

Piero Gheddo

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Questo è il manifesto dell’iniziativa a cui fa riferimento sopra padre Gheddo

ARENA DI PACE 2014

 La guerra è il suicidio dell’umanità (Papa Francesco)

Solo la nonviolenza ci salverà (Mahatma Gandhi)

 25 aprile 2014, all’Arena di Verona, una giornata di resistenza e liberazione.

 La resistenza oggi si chiama nonviolenza

La liberazione oggi si chiama disarmo

Premessa

L’Italia ripudia la guerra, ma noi continuiamo ad armarci.

Crescono le spese militari, si costruiscono nuovi strumenti bellici.

Il nostro Paese, in piena crisi economica e sociale, cade a picco in tutti gli indicatori europei e internazionali di benessere e di civiltà, ma continua ad essere tra le prime 10 potenze militari del pianeta, nella corsa agli armamenti più dispendiosa della storia.

Ne sono un esempio i nuovi 90 cacciabombardieri F35, il cui costo di acquisto si attesta sui 14 miliardi di euro, mentre l’intero progetto Joint Strike Fighter supererà i 50 miliardi di euro; il nostro paese, inoltre, “ospita” 70 bombe atomiche statunitensi B-61 (20 nella base di Ghedi a Brescia e 50 nella base di Aviano a Pordenone) che si stanno ammodernando, al costo di 10 miliardi di dollari, in testate nucleari adatte al trasporto sugli F-35.

Gli armamenti sono distruttivi quando vengono utilizzati e anche quando sono prodotti, venduti, comprati e accumulati, perché sottraggono enormi risorse al futuro dell’umanità, alla realizzazione dei diritti sociali e civili, garanzia di vera sicurezza per tutti.

Gli armamenti non sono una difesa da ciò che mette a rischio le basi della nostra sopravvivenza e non saranno mai una garanzia per i diritti essenziali della nostra vita – il diritto al lavoro, alla casa e all’istruzione, le protezioni sociali e sanitarie, l’ambiente, l’aria, l’acqua, la legalità e la partecipazione, la convivenza civile e la pace; e inoltre generano fame, impoverimento, miseria, insicurezza perché sempre alla ricerca di nuovi teatri e pretesti di guerra; impediscono la realizzazione di forme civili e nonviolente di prevenzione e gestione dei conflitti che salverebbero vite umane e risorse economiche.

Per immaginare e costruire già oggi un futuro migliore è indispensabile, urgente, una politica di disarmo, partendo da uno stile di vita disarmante.

Proposta

Per questo proponiamo la convocazione di una iniziativa nonviolenta nazionale: un grande raduno, di tutte le persone, le associazioni, i movimenti della pace, della solidarietà, del volontariato, dell’impegno civile, che faccia appello non solo ai politici ma innanzitutto a noi stessi, chiedendo a chi vi parteciperà di assumersi la responsabilità di essere parte del cambiamento che vogliamo vedere nel mondo.

Obiettivo

Scrollarsi dalle spalle illusioni e paure, rimettersi in piedi con il coraggio della responsabilità e della partecipazione per disarmarci e disarmare l’economia, la politica, l’esercito.

 

PACE E DISARMO

Il 25 aprile all’Arena di Verona

“In piedi costruttori di pace” gridava don Tonino Bello, voce profetica della nonviolenza, in Arena a Verona nel 1989 invitando migliaia di donne e uomini di buona volontà riunite nell’anfiteatro ad unirsi contro l’assurdità di ogni guerra, per denunciare che la produzione e il commercio delle armi sono una grossa violenza alla giustizia e un attentato gravissimo alla pace. Nei 25 anni trascorsi da quell’Arena di pace, molto lavoro è stato fatto individualmente e collettivamente per resistere alla logica della guerra e promuovere tante iniziative pacifiche: il movimento per la pace e la nonviolenza è cresciuto, ma molto ancora resta da fare.

Nonostante la crisi l’Italia continua ad essere tra le prime 10 potenze militari del pianeta nella corsa agli armamenti più dispendiosa della storia. Il settore italiano dell’esportazione di armi non conosce austerità. In nome della salvaguardia dei posti di lavoro si continua a tacere sulla produzione di strumenti di morte destinati ad essere venduti a paesi terzi. La portaerei Cavour è un carosello galleggiante che promuove arsenali bellici made in Italy nei porti del Golfo arabico e dell’Africa, aree di particolare tensione e che soffrono di un grave deficit di libertà democratiche.

È criminale e assurdo che montagne di denaro siano investite per strumenti di morte quando vengono sottratte preziose e necessarie risorse per le spese sociali: la scuola, la sanità, i beni culturali, la sicurezza, l’ambiente. Questo denaro potrebbe servire per alleviare le condizioni di oltre 9 milioni di italiani che vivono al di sotto della linea di povertà, di cui quasi cinque milioni sopravvivono in condizioni di povertà assoluta.

Dobbiamo alzarci in piedi per dire ad alta voce che ci opponiamo all’idea che occorre armarsi per garantire la pace, che ripudiamo la guerra e gli strumenti che la rendono possibile, e per dire che la nonviolenza attiva è l’unico modo per sradicare oppressioni e risolvere conflitti.

Vogliamo una politica per il disarmo, che riduca le spese militari a vantaggio di investimenti per la pace. Infatti ciò che ci minaccia oggi non sono eserciti stranieri, ma povertà, disoccupazione, inquinamento, consumo di territorio, variazioni climatiche … e per difenderci da questi nemici ciò che serve non sono armi micidiali e costosissime, ma politiche di solidarietà, servizi sociali, risanamento ambientale; dobbiamo ripensare completamente il concetto di “difesa”, che per la Costituzione è un “sacro dovere di ogni cittadino”; quello di cui abbiamo bisogno non sono missioni militari ma interventi civili di pace; ciò che serve è una difesa civile, non armata, nonviolenta da costruire con risorse sottratte al settore militare: svuotare gli arsenali per riempire i granai.

Per questo abbiamo convocato una iniziativa nonviolenta nazionale: un grande raduno in Arena a Verona il 25 aprile 2014 di tutte le persone, le associazioni, i movimenti della pace, della solidarietà, del volontariato, dell’impegno civile. Tramite questa iniziativa facciamo appello ai politici di sostenere cammini di nonviolenza attiva e a noi stessi innanzitutto, chiedendo a chi vi parteciperà di assumersi la responsabilità di essere parte del cambiamento che vogliamo vedere.

Fesmi
Federazione Stampa Missionaria Italiana

Elezioni in India, pericolo estremismo

L’autore di questo articolo è padre Carlo Torriani, missionario del Pime in India dal 1969 e cittadino indiano. Il suo intervento, di cui lo ringrazio, esprime il timore dei cattolici indiani, già perseguitati in alcuni stati dove domina il Bjp. Se nelle prossime elezioni politiche nazionali, il partito religioso indù (il Bjp) conquista il potere in tutta l’India, gli attacchi alle chiese e istituzioni cristiane potrebbero peggiorare. – Piero Gheddo

L’India, la più popolosa democrazia del mondo, sta preparandosi al suo quinquennale esercizio di democrazia. Nei prossimi mesi 800 milioni di indiani voteranno in giorni diversi per permettere di poter spostare le forze dell’ordine da uno stato all’altro. Il Congress Party che da dieci anni è al governo federale, non sembra avere molte probabilità di essere rieletto: nelle recenti elezioni nella città-regione di New Delhi il Congress Party è stato sconfitto da un nuovo partito Aam Aadmi (L’uomo comune) coalizzatosi sulla protesta per la corruzione ed inefficienza dello stato.

Il Bharatiya Janata Party (Bjp), tradizionale oppositore a livello nazionale, si è organizzato subito per la campagna elettorale scegliendo come suo candidato Narendra Modi, primo ministro per tre volte successive dello stato del Gujarat, uno degli stati con sviluppo economico promettente. Il Congress Party non ha voluto presentare un candidato primo ministro per non offrire un bersaglio facile all’opposizione, riservandosi di farlo scegliere dopo ai candidati eletti, ma tutti sanno che l’aspirante è Rahul Gandhi, figlio di Rajiv e Sonia, nipote di Indira e pronipote di Nerhu. Ma l’incognita è rappresentata dai molti partiti regionali e da quelli dei fuori casta che potrebbero coalizzarsi in un terzo blocco attorno ai due partiti comunisti.

Una cosa è certa: né il Congress Party né il Bjp potranno fare un governo da soli, dovranno per forza fare una coalizione coi partiti regionali. Mentre il candidato Bjp, Narenda Modi, è andato a parlare nel nordest, Guwahati ed Imphal, dove è meno conosciuto, Rahul Gandhi ha iniziato la sua campagna elettorale in casa di Modi a Bardoli nel Gujarat attaccandolo personalmente senza mai nominarlo. Modi ha proposto di costruire una statua colossale a Sardar Vallabhai Patel, grande uomo politico del Gajarat al tempo dell’indipendenza e nel primo governo di Nehru (1947). Rahul invece dice: Modi vuole fare una statua a Sardar, dopo l’assassinio di Mahatma Gandhi, Sardar ha messo fuori legge la Rss (Rashtriya Swayamsevak Sangh, Corpo Nazionale Volontari) a cui lui è iscritto da tutta una vita, per quella “ideologia velenosa che distruggerà l’anima dell’India”.

Narendra Modi è accusato di non aver fatto abbastanza, come primo ministro del Gujarat, per controllare la violenza che nel 2002 ha provocato la morte di 2000 persone in maggioranza musulmani. In seguito a questi disordini, gli Stati Uniti, gli hanno sempre negato un visto d’entrata nel paese. Ma il cavallo di battaglia di Modi è il mantra dello sviluppo. Sotto il suo governo infatti il Gujarat ha raggiunto uno sviluppo straordinario. Così a Guwahati ed Imphal si è chiesto: “Mentre voi avete dato a Delhi per dieci anni un Primo Ministro, che cosa ha fatto il Congress Party per lo sviluppo del Nord-Est?”. Manmohan Singh, l’attuale primo ministro, è stato infatti sempre eletto da un sicuro collegio elettorale dell’Assam.

Un commentatore politico, Chetan Bhagat, fa notare come lo scapolo quarantenne, Rahul Gandhi, potrebbe far leva sul voto femminile. Nella sua recente intervista televisiva infatti, fa notare Chetan, Raul Gandhi ha fatto appello per ben 25 volte al “women empowermet”, dar potere alle donne. Quindici anni fa, quando il Bjp vinse le elezioni, fece la campagna elettorale con lo slogan “shining India” un’India brillante. Se è vero che l’India sta facendo passi enormi nello sviluppo industriale, questo è tutto a vantaggio della popolazione cittadina. Si vede infatti come l’industria edile in Mumbai stia trasformando la città con edifici futuristici, ma, cinquecento metri fuori dei confini della Greater Mumbai, l’elettricità manca per almeno otto ore al giorno. Malgrado lo sviluppo economico i benefici vanno ad una ristretta elite, i posti di lavoro, nell’ultimo anno sono aumentati solo del 2%, mentre il 50% lavora ancora in agricoltura. Tradizionalmente il Bjp raccoglie voti nelle città, nell’elite economica ed industriale, tra i militanti indù e predica una liberalizzazione sfrenata. Il Congress Party è più populista, raccoglie voti nei villaggi e tra le caste basse, e tra le minoranze religiose. Proprio in vista delle elezioni hanno approvato una legge per assicurare il cibo a tutti i cittadini (Food Security Act). Ogni persona che ha una ration card (tessera annonaria) può acquistare a prezzo calmierato un certo quantitativo di riso, olio, zucchero, kerosene ecc. ogni mese. Bisogna anche tener conto della crisi economica mondiale che ha fatto cadere l’aumento del PIL dall’8% al 4,6% e questo è avvenuto durante i due quinquenni di governo del Congress Party che dovrà portarne le conseguenze.

Questo clima pre-elettorale non favorisce certo una soluzione veloce del problema del processo dei due marò italiani reclusi da due anni nell’ambasciata italiana. Un atto di clemenza o di compromesso verrebbe subito impugnato come un cedimento o una interferenza da parte della “italiana” Sonia Gandhi, presidente del Congress Party. Come pure la richiesta dei fuori casta cristiani di poter usufruire delle facilitazioni che il governo dà ai fuori casta indù, buddisti e sikh verrebbe interpretata come un favoritismo da parte della cristiana Sonia. Qualcuno insinua anche che la Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS) si sente impunemente assicurata nei suoi sporadici attacchi contro i cristiani per imbarazzare il governo ed il Congress Party.

Narendra Modi, da parte sua, sentendosi sicuro dell’elettorato indù, cerca di avvicinare gli altri gruppi religiosi. Dopo il suo viaggio nel nordest, in una delle zone più cristianizzate dell’India, si è recato in Kerala dove è stato ricevuto da due arcivescovi della chiesa ortodossa Malankara. Parlando ai giornalisti dopo l’incontro, il Metropolita Mar Athanasios, che in precedenza era stato a capo della diocesi di Ahmedabad, capoluogo del Gujarat, ha lodato le iniziative di sviluppo di Modi nel Gujarat. Ha poi aggiunto che sarebbe ben contento se Modi diventasse primo ministro. Modi si aspettava anche d’incontrare rappresentanti di altre chiese, ma nessuno si è fatto vedere.

Di parere ben contrario è invece il gesuita P. Cedric Prakash che vive ad Ahmedabad: “Non appoggio nessun particolare partito, ma sono contrario a quei politici che sono corrotti, settari, di casta e soprattutto se criminalizzano la società. Pensando a Modi sono preso da paura ed ansietà. Modi ha introdotto una legge contro le conversioni. Ha fatto ben poco per spegnere i disordini del 2002 e non ha mai chiesto scusa per i 2000 morti che ci sono stati.”

P. Carlo Torriani, Pime

«Voi siete il sale della terra, la luce del mondo»

“Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo!”. Queste parole Gesù le rivolge a tutti noi e a ciascuno di noi, non solo a me che sono sacerdote, ma a tutti voi che siete qui in chiesa. Gesù non dice “sarete”, ma siete già oggi. E’ la vocazione di tutti i battezzati: vivendo il Vangelo, noi siamo la luce nel mondo e il sale della società umana così insipida, così vuota. Tre riflessioni:

1) Ringraziano Dio per la grandezza e bellezza e nobiltà della nostra vocazione. Qualunque cosa facciamo nella vita, qualsiasi umile ruolo abbiamo in società, noi tutti siamo nobilitati dalla chiamata di Gesù! Agli occhi di Dio siamo tutti persone importanti, dobbiamo nutrire grandi ideali, grandi desideri, proporci grandi orizzonti. Non lasciamoci immiserire, nel tran-tran della vita quotidiana, dalle piccole cose che ci succedono, dalle chiacchiere e dai gossip, dalle curiosità inutili.

Ogni giorno passa in fretta con le sue fatiche, le sue gioie e dolori. Ma la nostra vita non finisce qui: il cristiano ha una grande missione, il Battesimo ci ha consacrati ad una missione: testimoniare Gesù con la nostra vita!

Nella prima lettura di oggi il profeta Isaia denunzia l’ebreo osservante, che faceva i suoi digiuni, pagava le decime a tempio, pregava leggendo i salmi, ma poi era avaro, chiuso in se stesso e nelle sua famiglia, parlava male degli altri e non aveva pietà dei poveri. Dio gli dice attraverso Isaia: “Se offrirai il tuo pane all’affamato, se consolerai l’anima afflitta, la tua luce brillerà nelle tenebre, il sole della tua vita illuminerà le tenebre”. Noi non siamo luminosi con la dottrina o le parole, ma con le opere buone che facciamo. L’ha detto Gesù: “….affinchè conoscano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che sta nei Cieli”.

Ecco, care sorelle e cari fratelli, quanti credenti in Cristo sono nelle condizioni di quegli ebrei, si credono buoni cristiani, giudicano gli altri, ma loro stessi sono ancora nell’oscurità della notte. Io mi chiedo: la mia vita illumina gli altri? Quali sono le mie opere buone di oggi? Sono un cristiano autentico o vivo il cristianesimo come una stanca abitudine? Gesù è il mio primo amore o è in seconda o terza fila?

2) Seconda riflessione. Di fronte al grande impegno che Dio ci chiede, di essere sale della terra e luce del mondo, noi tutti ci sentiamo piccoli, impotenti, deboli, peccatori. Come facciamo ad essere luce del mondo e sale della terra, quando ogni giorno ci troviamo ad essere immersi nelle nostre debolezze?

Questa coscienza della nostra debolezza e insufficienza deve tenerci nell’umiltà e non farci assumere atteggiamenti di giudizio degli altri, dividere il prossimo in buono o cattivo, perchè solo Dio giudica e noi dobbiamo ancora compiere un lungo cammino di purificazione per essere veri “imitatori di Cristo”.

Però, la coscienza della nostra debolezza non deve abbatterci, scoraggiarci, perché Dio ha scelto noi non perché siamo più bravi e santi degli altri, ma solo per avere un soggetto debole e manifestare attraverso lui la sua potenza.

Papa Francesco ha detto parole veramente saggie, da imparare a memoria: “Io valgo poco e conto poco, io sono un uomo peccatore, però parlo a nome dl Cristo e questa è la mia forza”. Lui parlava da Papa, in una delle sue predichette quotidiane a Santa Marta; io parlo da prete, voi tutti da battezzati e cresimati

3) Il Vangelo di oggi ci dà il senso profondo dell’identità cristiana. Il cristianesimo non è un fatto individuale, ma è comunitario. Ciascuno di noi è luce non solo nella propria famiglia o nella ristretta cerchia di parenti e amici; ma almeno della nostra Italia e poi in Europa e anche in tutto il mondo.

La parola di Gesù dobbiamo viverla in Europa e in Italia. Benedetto XVI diceva che oggi il problema numero uno dell’Occidente è quello antropologico: non si sa più chi è l’uomo, la famiglia, la vita. Nel Parlamento europeo e in vari paesi europei, si approvano leggi contro natura e contrarie al Vangelo: aborto, divorzio, eutanasia, “divorzio breve” (in Spagna bastano 15 giorni per divorziare), matrimonio gay, cambiare inm ge de,lluomo per avere uomini clonati, fabbricati in laboratorio come animali. In Europa e in Italia, ci sono diversi giornali, partiti, correnti culturali e politiche, che sostengono leggi che un cristiano non può approvare.

Il 6 febbraio, in Spagna è stata aperta un’inchiesta giudiziaria contro mons. Fernando Sebastiàn Aguilar, di 84 anni, che papa Francesco ha annunciato come cardinale nel concistoro del 22 febbraio prossimo. E’ un teologo, molto stimato da papa Bergoglio, che di Aguilar nel 1006 si è proclamato “alunno”.

Il teologo in una intervista ad un giornale, commentando le parole del Papa sugli omosessuali, ha detto: “Francesco dimostra “rispetto e stima verso tutte le persone, ma non modifica il magistero tradizionale della Chiesa. Una cosa è manifestare accoglienza e affetto a una persona omosessuale e altra giustificare moralmente l’esercizio dell’omosessualità. A una persona posso dire che ha una deficienza, però questo non giustifica che smetta di stimarla e aiutarla… L’omosessualità è una maniera deficitaria di manifestare la sessualità, perché questa ha una struttura e un fine che è quello della procreazione…Segnalare a un omosessuale una deficienza non è un’offesa, è un aiuto perché molti casi di omosessualità si possono recuperare e normalizzare con un trattamento adeguato. Non è offesa, è stima. Quando una persona ha un difetto, un buon amico glielo dice”.

Aguilar si è riferito a cosa scrive il Catechismo della Chiesa Cattolica. Il vescovo neo-cardinale subirà un processo e potrebbe andare in prigione.

Cari sorelle e fratelli, uno potrebbe pensare: “Prego per lui, ma questo non mi riguarda”. Ecco cosa significa essere la luce nelle tenebre. La Spagna, pochi anni fa quando governava il socialista Zapatero, ha approvato la legge che condanna chi dice che la pratica dell’omosessualità è immorale e contro natura. Se questa legge, che è già stata proposta al Parlamento italiano e approvata nella Commissione parlamentare, venisse approvata, la Chiesa non potrebbe più dire né insegnare questa dottrina morale e l’omosessualità diventerebbe, per legge, non criticabile! Quindi, il fatto della Spagna deve interessare e preoccupare anche noi. Possiamo fare poco, ma almeno pregare e dire anche noi il nostro parere quando si parlerà di questo problema.

Piero Gheddo

«Un elefantino miracoloso» in Guinea Bissau

I missionari reduci da decenni di vita nella loro patria adottiva scrivono volentieri i loro ricordi auto-biografici, che in genere rimangono nella stretta cerchia di parenti, amici, benefattori. “Un elefantino miracoloso” di padre Ermanno Battisti, che racconta i suoi quasi quarant’anni di Guinea Bissau (1969-2010, con una breve parentesi in Italia), è invece uno di quei pochi volumi che si sfogliamo e si leggono volentieri e merita ampia diffusione. Per due semplici e chiari motivi: primo, perché introduce, raccontando fatti (e con circa 500 fotografie per 300 pagine!), nella comprensione profonda e amorevole della vita, cultura e mentalità di un popolo africano; secondo, perché conduce pian piano a conoscere le meraviglie sorprendenti che lo Spirito Santo compie là dove nasce la Chiesa; e fa capire, in modo esperienziale, che il protagonista della “missione alle genti” è proprio lo Spirito Santo. Il missionario, anche quando come padre Ermanno realizza numerose e grandi opere, è solo un piccolo e debole strumento di una forza soprannaturale, che lo sorpassa infinitamente. Per cui padre Ermanno, raccontando la sua vita, non può che ringraziare lo Spirito Santo per tutto quello che è riuscito a fare.

Padre Ermanno Battisti è nato nel 1937 in Alto Adige a Predoi (provincia di Bolzano), l’ultimo paese della Valle Aurina e il più a Nord d’Italia, ai piedi della “Vetta d’Italia”, che segna il confine con l’Austria. Ricorda: “La mia famiglia era povera, avevamo solo un orticello e alcune galline. Durante la guerra, alle volte noi bambini tornavamo a casa pieni di fame, ma non c’era pane, lo stipendio dei genitori non bastava. Allora, mamma Clara ci mandava nel vicino cimitero a pregare per i defunti perché ci aiutassero, cosa che facevamo volentieri, prima di riprendere le nostre scorribande nel paese e, guarda caso, qualche buona contadina ci dava un pezzo di pane di segale fatto in casa”. La povertà, vissuta nella fede autentica della famiglia, ha educato i fratelli Battisti e orientato la vita di Ermanno verso le “periferie dell’umanità”.

Tale infatti è la Guinea Bissau (il Pime è presente dal 1946), uno degli ultimi paesi africani in tutti i sensi (nelle classifiche dell’Onu!), dove padre Battisti, sacerdote nel 1962 e redattore di “Italia Missionaria” fino al 1968, è stato missionario dal 1969 al 2010, quando, malandato in salute, è tornato in Italia come direttore-redattore di “Infor- Pime”, il bollettino interno di relazioni, interviste, proposte e dibattiti del nostro Istituto (la rivista ufficiale della direzione generale è “Il Vincolo”).

L’elefantino è una statuetta in legno che padre Ermanno (aveva imparato a scolpire il legno da bambino), scolpì all’inizio della sua missione in Africa, quando ancora imparava il criolo, la lingua nazionale col portoghese. A Bissau era incaricato di seguire i ragazzi e i giovani delle scuole cattoliche e vedeva che, finite le scuole elementari e alcuni anche le medie, non trovavano lavoro. Intanto Ermanno studiava l’arte e l’artigianato locali e, col senso artistico che gli è proprio, capisce che nell’arte tradizionale sta il tesoro nascosto da mettere in luce per produrre lavoro e ricchezza. Raduna i suoi giovani, prende un tronchetto di palissandro e con uno scalpello e un martello scolpisce in pochi giorni un elefantino non ancora lavorato, ma sufficiente per entusiasmare i suoi alunni. Li sfida a fare meglio e scrive: “Ho scoperto che i miei giovani avevano abilità manuale e immaginazione mai immaginate. Mi hanno scolpito elefantini e altre statuette più belli dei miei e abbiamo incominciato a venderli con un banchetto per la strada. Con loro somma felicità, hanno incominciato a guadagnare qualcosa col loro lavoro! Appena si è diffusa la voce di questa nuova attività lavorativa, venivano da tutte le parti con un loro piccolo dono (una gallina, uova, banane, zucche) per diventare miei alunni”.

Così è nato il “Centro artistico nazionale” che prepara scultori, pittori, artigiani che col legno, la paglia, le foglie di palma e altro materiale locale, l’hanno affermato come un’opera di valore nazionale, premiata e visitata dai politici, che acquistano una parte dei suoi prodotti da offrire come dono ai personaggi stranieri in visita alla Guinea Bissau.

Il primo “elefantino miracoloso” di padre Ermanno è ancor oggi sulla sua scrivania a Roma, perché da quel piccolo e insignificante oggetto sono nate in seguito, con l’aiuto generoso di molti amici e benefattori italiani, le molte opere del missionario alto atesino: le borse di studio per mandare giovani nelle Università portoghesi o italiane, la parrocchia di Cristo Redentore a Bissau, con tutte le strutture esterne ed interne (porte, finestre, banchi, altare, sedie, candelieri, Crocifissi, Via Crucis, battistero, ecc.) scolpite in legno secondo l’arte locale delle varie etnie guineane; l’”Hospital pediatrico S. José em Bòr”, unico in Guinea (con 60 letti); la “Casa di accoglienza Bambaran” per bambini abbandonati e studenti; la chiesa parrocchiale e le strutture della nuova parrocchia di Bòr, quartiere periferico di Bissau; la scuola di Bòr, “Ermondade” (fraternità) che arriva fino al Liceo e altre opere minori.

Nel dicembre 2005 ho potuto visitare le molteplici imprese si padre Ermanno e ho chiesto all’amico missionario come ha fatto a trovare così tanti aiuti. Dice che ha sempre avuto una fiducia totale nella Provvidenza di Dio, com’è nella tradizione dei missionari in un paese poverissimo come la Guinea Bissau. Nel volume “Un elefantino miracoloso” padre Battisti scrive:

“Quando negli anni 2000-2004 ero al Centro missionario Pime di Milano, incaricato dei progetti dei nostri missionari, un mattino mi telefonano dalle televisioni di Mediaset che il programma “La fabbrica del sorriso” ha a disposizione 220.000 Euro per l’ospedale pediatrico di Bòr. Ne ho ringraziato il Signore. Non faccio a tempo a riprendere il mio lavoro, che mi arriva padre Vincenzo, un confratello missionario nel Brasile dei poveri che mi dice: “Vorrei fare nella mia missione un’opera per i bambini ammalati e avrei bisogno di circa 220.000 Euro”. Ho pensato: ecco una prova per la mia fiducia nella Provvidenza e ho detto a padre Vincenzo: “Questa somma l’ho appena ricevuta per i bambini africani, è venuta dal Cielo e la dò a te per i bambini brasiliani. Sono sicuro che il Signore provvederà anche al mio ospedale per i bambini a Bissau”.

“Vincenzo mi ringrazia e tutto contento esce dal mio studio. Da non credere, ma è la pura verità. Suona il telefono e un signore sconosciuto mi dice che per l’ospedale dei bambini in Guinea Bissau aveva a disposizione 220.000 Euro, esattamente la stessa cifra che avevo dato a padre Vincenzo poco prima. Potrebbe sembrare una coincidenza ma, francamente, alla luce di tante altre cose successe, io lo ritengo davvero un miracolo”.

Chi volesse avere il libro “Un elefantino miracoloso” può scrivere a padre Ermanno Battisti che abita al Pime, Via Guerrazzi, 11 – 00152 Roma – Tel. 06.58.39.151 – Mail : battistiermanno@hotmail.com

 

La Chiesa è nata per evangelizzare

Leggo sui siti internet cattolici numerosi interventi su Papa Francesco, spesso laudativi, ma anche critici, che esprimono dubbi o incertezze sul cammino della riforma della Chiesa che il Papa argentino sta delineando con le sue parole e i suoi gesti. Richiesto di un parere, debbo dire che vedo e giudico Francesco sulla base dell’obbedienza e fiducia nel Pontefice romano che mi è connaturale, anche per l’appartenenza ad un Istituto missionario nato nel 1850 per ispirazione del beato Pio IX e per il titolo di “pontificio” datoci nel 1926 da Pio XI. La tradizione del Pime è quindi di totale e cordiale obbedienza al “Vicario di Cristo in terra”, anche se non riusciamo a capire e condividere tutto e subito quanto i singoli Pontefici fanno e dicono. Penso che Papa Francesco è davvero provvidenziale anche per la nostra Italia. Nei giorni seguenti il 13 marzo 2013 scrivevo (Blog del 17 marzo): “Papa Francesco ha caratteristiche che piacciono ai missionari. Rappresenta il modello di pastorale e di vita cristiana delle missioni dove nasce la Chiesa, dove lo Spirito soffia forte e compie le meraviglie che leggiamo negli Atti degli Apostoli. Oggi la maggioranza dei cattolici e dei cristiani vivono nel Sud del mondo”.

Due giorni prima di diventare Pontefice della Chiesa universale aveva detto ai 115 cardinali elettori che esistono due Chiese:

1) una Chiesa che esce da se stessa per evangelizzare,

2) una Chiesa chiusa in se stessa che rischia di diventare una “Chiesa mondana”.

Francesco è stato mandato dallo Spirito Santo per stimolare e orientare la Nuova Evangelizzazione delle nostre antiche Chiese d’Europa, cariche di storia, di studi, di esperienze, ma anche ripiegate su se stesse, preoccupate di conservare i fedeli che sono nell’ovile, più che di uscire per annunziare e testimoniare Cristo ai lontani dall’ovile di Cristo. Per questo ripete spesso: “Voglio una Chiesa missionaria”, proiettata verso l’esterno, verso quelli che non credono. Nella Evangelii Gaudium” ha scritto (n. 25): La Chiesa deve uscire da se stessa per evangelizzare, “nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno. Ora non ci serve una semplice amministrazione. Costituiamoci in tutte le regioni della terra in uno stato permanente di missione” (n. 25). Espressioni forti: lo scopo della Chiesa è di evangelizzare tutti gli uomini, non solo coltivare quelli già evangelizzati.

Nella nostra Italia, la pastorale di diocesi e parrocchie è rivolta per circa l’80% alla conservazione dei “praticanti” che in chiesa ci vengono. La maggioranza dei battezzati, che si sono allontanati dalla fede e dalla Chiesa, non sono raggiunti se non in casi eccezionali: battesimi, cresime, matrimoni, funerali, benedizione delle case, Natale. Non è colpa di nessuno, questa è la Chiesa italiana ereditata dal passato, quando l’Italia era un paese cattolico, che non si è più evoluta verso una “pastorale missionaria” come spesso la Cei proclama. Nell’Assemblea ecclesiale di Loreto (1985) il card. Anastasio Ballestrero, arcivescovo di Torino e presidente della Cei, aveva detto: “Bisogna passare da una pastorale di conservazione ad una pastorale missionaria. Il popolo italiano va rievangelizzato con spirito e metodi missionari”; vent’anni dopo a Verona (2006) in una Nota pastorale della Cei si legge che “dalle giovani comunità cristiane dobbiamo ricevere l’entusiasmo con cui la fede è vissuta in altri continenti. Abbiamo molto da imparare alla scuola della missione”. Sono ottime indicazioni, ma quasi ignorate nel faticoso tran-tran quotidiano di diocesi e parrocchie.

Papa Francesco impersona l’insegnamento che ci viene dalle giovani Chiese. Nell’intervista a padre Spadaro ha detto che la Chiesa deve tenere le porte aperte e ha aggiunto: “Cerchiamo di essere una Chiesa che trova nuove strade, che è capace di uscire da se stessa e andare verso chi non la frequenta, chi se n’è andato o è indifferente. Chi se n’è andato, a volte lo ha fatto per ragioni che, se ben comprese e valutate, possono portare a un ritorno. Ma ci vuole audacia, coraggio». Ecco lo spirito missionario che deve essere di tutti i credenti in Cristo: il dono della fede che ho ricevuto, debbo trasmetterlo agli altri, anche perché “La fede si rafforza donandola!” (Redemptoris Missio, 2). C’è una bella differenza fra una parrocchia orientata a raggiungere tutti i parrocchiani e quella volta a conservare chi già viene in chiesa. Per capire questo, bisognerebbe vivere e condividere per qualche tempo la vita di una missione fra i non cristiani. Ma chi visita le missioni e ci sta alcuni giorni non si rende conto della differenza. Per questo trovo non pochi missionari reduci e preti “fidei donum” con 10-15 anni in Africa o in America Latina, che in Italia non si trovano più.

Visitando la Chiesa della Corea del Sud (e anche il Borneo), sono stato in parrocchie con 400-500 Battesimi di adulti all’anno, con due-tre preti e alcune suore. Chiedevo com’è possibile battezzare tanti convertiti con così scarsi evangelizzatori. La risposta era sempre la stessa: ”Fanno tutto i laici”. In Corea, il motore della missione è la “Legione di Maria” e altri movimenti integrati nelle parrocchie. Questo è possibile appunto se diocesi e parrocchie entrano in una mentalità missionaria, ma è chiaro che si possono formare laici che siano missionari e non solo “praticanti”.

Nel vedere e giudicare Papa Francesco mi preoccuperei di mettere in risalto l’aspetto che deve contagiare tutta la Chiesa, specialmente i laici che anche qui da noi debbono essere il motore della nuova evangelizzazione. Se non riusciamo, tutti assieme, a fare questo, temo che si verifichi quanto diceva il card. Angelo Scola al suo Consiglio pastorale diocesano: “Abbiamo ancora venti-trent’anni di tempo per evitare che il popolo italiano diventi più pagano che cristiano”.

Piero Gheddo

I dieci anni di AsiaNews

Per festeggiare i 10 anni dell’agenzia giornalistica Asia News, il 9 ottobre 2013 si è celebrato a Roma, all’Università Urbaniana di Propaganda Fide, un Simposio internazionale sul tema “Dieci anni dell’Asia, dieci anni della nostra storia”, al quale Papa Francesco ha mandato un messaggio augurale e benedicente attraverso il suo Segretario di Stato card. Tarcisio Bertone e hanno parlato importanti personalità asiatiche. L’Editrice Cantagalli di Siena pubblica ora il volume commemorativo, con  messaggi d’augurio e i ringraziamenti soprattutto da vescovi asiatici, le relazioni tenute al Simposio e una scelta di articoli dell’agenzia, significativi per varie situazioni e avvenimenti asiatici degli ultimi dieci anni; nel complesso, questo volume è un panorama esauriente, aggiornato e competente dell’Asia nei suoi vari aspetti: politico, economico, religioso, culturale e delle giovani Chiese asiatiche: “Asia, la sfida del terzo millennio – I dieci anni di Asia News”, Cantagalli, Siena, pagg. 211, Euro 13,00.
     Il sito è pubblicato in quattro lingue, italiano, inglese, cinese e spagnolo e, se si trovano finanziamenti, anche in arabo, come chiedono con insistenza diversi vescovi cattolici e anche delle Chiese orientali nei paesi dell’islam; e riporta quotidianamente anche notizie e testi del Papa e della Santa Sede. Il direttore di Asia News, padre Bernardo Cervellera del Pime, è stato redattore di “Mondo e Missione” a Milano per undici anni (1978-1989), missionario ad Hong Kong (1989-1995) e docente di storia della civiltà occidentale all’Università Beida di Pechino (1995-1997); direttore dell’agenzia Fides delle Pontificie Opere Missionarie (1997-2003); e infine, nella casa generalizia del Pime a Roma (Via Guerrazzi, 11), direttore dell’agenzia sull’Asia. Che sta avendo un successo davvero mondiale. Basti questo dato: Asianews ha 13-15mila “visitatori unici” al giorno, cioè tutti i giorni 13-15mila computer si collegano con l‘agenzia e questo significa circa circa 5 milioni all’anno.
     Il cui successo è dovuto certamente al fiuto e alle capacità giornalistiche e organizzative di padre Bernardo, ma anche al fatto che Asia News è l’unica agenzia d’ispirazione cristiana specializzata sull’Asia e le grandi religioni, con corrispondenti propri in quasi tutti i paesi asiatici; ed è molto seguita dalle giovani e antiche Chiese asiatiche e poi, nell’edizione cinese, anche dai cristiani di Cina. Perché il Pime pubblica questa agenzia giornalistica sull’Asia? Per due motivi:
      1) Il nostro istituto missionario è presente in Asia dal 1855 (cinque anni dopo la nascita) e ha fondato una trentina di diocesi in India, Bangladesh, Hong Kong, Cina e Birmania, con 17 martiri (più uno in Oceania) e una cinquantina di vescovi; ; oggi è presente anche in altri paesi asiatici e dell’Oceania: Giappone, Filippine, Thailandia, Papua Nuova Guinea, Taiwan  e Cambogia.. Nell’Assemblea generale del Pime per l’aggiornamento post-conciliare (1971-1972), è stata riaffermata la vocazione ad gentes e asiatica dell’Istituto, anche se, dopo la seconda guerra mondiale, abbiamo accettato dalla Santa Sede altre missioni in Africa, Nord America, America Latina e Oceania (dov’erano andati i primi missionari nel 1952!). Oggi l’impegno più urgente in Asia è di rendere missionarie le giovani comunità asiatiche, che infatti mandano già sacerdoti e suore a servizio di altre Chiese. Asianews on-line è di aiuto per questo.
     2) Nell’Assemblea generale del Pime del 1971-1972 (per l‘aggiornamento post-conciliare) ci siamo resi conto che la Chiesa italiana, nel suo slancio missionario dopo il Vaticano II, era orientata esclusivamente all’Africa e America Latina; l’informazione e i servizi della Chiesa italiana quasi ignoravano il continente asiatico, dove vivono circa il 60% di tutti gli uomini e l’80% di tutti i non cristiani! L’Assemblea ha deciso di impegnare il Pime nel dare informazioni sui paesi, religioni e Chiese dell’Asia. Così nel 1973 è nato a Milano l’ISA (Istituto studi asiatici), che ha prodotto un buon numero di studi, libri, conferenze, corsi di studio per missionari destinati all’Asia, visite in Asia di turisti e monaci cristiani, ecc.; e nel novembre 1986 si potuto pubblicare l’agenzia giornalistica quindicinale su carta “Asia News”, che usciva con due supplementi trimestrali “Cina oggi” e “Islam oggi”, con studi, documenti, esperienze e testimonianze.
    Asia News ha avuto un buon successo anche fra i giornali laici, non solo per notizie di stretta attualità, ma anche per gli articoli di sintesi su avvenimenti e situazioni attuali nei paesi asiatici e delle religioni, dialogo inter-religioso e il cammino missionario delle Chiese in Asia. Finalmente, nel 2003, Padre Cervellera, reduce dall’esperienza in Cina e poi alla Fides, ha portato su internet Asia News che ha raggiunto diffusione e importanza mondiali e nutre la speranza che le sue pagine facciano nascere e crescere in molti il desiderio di dedicare la loro vita a Cristo e all’Asia.

La “guerra dell’odio” affossa il Bangladesh

Da poco meno di due anni il Bangladesh, il terzo paese islamico più popolato dopo Indonesia e Pakistan, è in preda ad una “guerra dell’odio” (com’è stata definita) che sta affossando l’economia e il vivere civile. Non è una guerra di eserciti, ma un susseguirsi di scioperi e manifestazioni spesso violenti, che bloccano i trasporti e paralizzano l’economia di base; scioperi generali di più giorni dalle 6 alle 18 e i veicoli che si muovono rischiano di essere bruciati, i viaggiatori battuti o uccisi. Il Bangla è uno dei paesi più sfortunati e poveri del mondo: 160 milioni di abitanti in un territorio esteso meno di metà dell’Italia, con un reddito medio pro-capite di 678 dollari l’anno (l’Italia 36.250). Due anni di scioperi (hartal) e di scontri stanno riducendo l popolo alla fame e numerose ditte chiudono perché non riescono più a vendere. Ogni giorni i caseifici buttano via circa 500.000 litri di latte invenduto, frutta e verdura marciscono sugli alberi o nei campi, le farmacie non hanno medicine, le ditte straniere che non possono esportare stanno lasciando il paese. La stessa sopravvivenza di un popolo è in pericolo!

Tutto nasce dalla guerra per l’indipendenza del Bangladesh dal Pakistan nel 1971, condotta dalla Awami League, moderata, laica e socialista, il cui capo Mujibur Rahman diventa il primo Presidente, con un popolo festante e unito contro le prepotenze dei pakistani. L’Occidente salutava il primo paese islamico con libertà politica, religiosa e di stampa. Nel 1975 Mujibur Rahman è ucciso e seguono lunghi anni di dittature militari, che favoriscono l’islam e l’entrata in scena dei partiti islamisti. Il Bnp (Bangladesh National Party) all’opposizione li accoglie, specialmente la Jamaat-islam, poichè il popolo è contrario al laicismo e a forme di modernità e di libertà non secondo la tradizione islamica. Si formano così due coalizioni di partiti, la Awami Leage capeggiata da Sheik Hasina (figlia del padre della patria Mjibur Rahman) e il Bnp di Begum Khaleda Zia (figlia del primo dittatore militare Zia-ur Rahman), due donne che si fronteggiano da venti e più anni, nemiche irriducibili e mortali (“si odiano cordialmente” dice la gente).

Le elezioni del 1991 sanciscono il ritorno alla legalità costituzionale e si alternano al potere le coalizioni del BNP e dell’Awami League (AL). Intanto, arrivano copiosi e continui finanziamenti dai paesi del petrolio (Arabia, Kuwait, Qatar, ecc.), nascono piccole moschee in ogni angolo del paese e in ogni via cittadina, crescono le scuole coraniche, gli imam che guidano la preghiera del venerdì martellano sul concetto che l’unica soluzione alla crisi è un ritorno all’islam duro e puro dei tempi di Maometto, con i costumi di allora, lapidazione, taglio della mano, fustigazioni, la condizione della donna oggi inaccettabile. Nel 2008 la coalizione dell’AL stravince le elezioni e conquista tre quarti dei seggi parlamentari. Seguono anni di dominio indisturbato e occupazione dilagante degli spazi politici, amministrativi, giudiziari ed economici da parte dell’AL e dei suoi alleati. Errore fondamentale: il governo AL avvia processi a personalità dell’islam, accusate di crimini nella guerra del 1971; tutto lo stato maggiore del Jamaat-islam e di qualche pezzo grosso del Bnp finiscono in carcere, avanzano le proposte di condanne a morte, il predicatore più popolare del Jamaat è condannato all’ergastolo. I partiti islamisti organizzano manifestazioni e scioperi di protesta, il governo risponde con durezza e prepara la messa al bando dei partiti islamici, vuol cambiare la Costituzione e la scadenza elettorale a proprio favore. Il Bnp segue la corrente del Jamaat e degli altri partiti islamici della coalizione, facendo leva sulla corruzione dei quadri dell’AL.

Questa sceneggiata avviene soprattutto nelle città, il popolo dei campi subisce ma, vivendo nella miseria e nell’analfabetismo (43% dei bangladeshi), è anche pronto a seguire la corrente islamica, gli imam dei villaggi hanno importanza decisiva, i giovani conoscono solo l’islam imparato nelle madrasse. I moderati, studenti, intellettuali e classe media, organizzano anche loro proteste e scioperi, chiedono la condanna a morte di tutti i criminali di guerra, la messa al bando del Jamaat e degli altri partiti islamisti, il ripristino della Costituzione con la quale è nato il Bangladesh, secondo la quale il Bangla è un paese laico che gode di libertà religiosa e politica. I partiti islamici chiedono la condanna a morte degli “atei”che vanno contro l’islam.

Dalla primavera 2013 continua questo braccio di ferro fra laici ed estremisti islamici, i militari per il momento non intervengono e il Bangladesh sta diventando un paese sempre più invivibile per tutti. Le elezioni politiche del 5 gennaio 2014 hanno registrando la vittoria con ampio margine dell’Awami League già al governo, ma la coalizione del Bnp si era ritirata e al voto hanno partecipato circa il 18% degli aventi diritto, poiché gli islamisti avevano minacciant chi si recava al voto. Giungono notizie di cattolici e indù picchiati o uccisi mentre andavano a votare, fra le vittime anche il fratello di un vescovo; assaltati villaggi, bruciate case ed edifici religiosi.

La situazione del Bangladesh è drammatica e sintomatica della situazione in cui si trovano le comunità islamiche nel mondo globalizzato e pongono tre interrogativi. Primo: ritornare all’islam puro e duro dei tempi di Maometto o accettare di rileggere e interpretare il Corano e gli “hadit” di Maometto per trasferire una grande religione nel mondo moderno? Secondo: è tollerabile che gli immensi, smisurati capitali che provengono dal petrolio continuino a guidare pesantemente la politica di quasi tutti i trenta e più paesi dell’islam e anche le comunità islamiche minoritarie in altri paesi? Terzo: perché questi temi sono praticamente tabù nei mass media internazionali?

Piero Gheddo

Il Presepio vivente a Mohespur in Bangladesh

Padre Paolo Ciceri è in vacanza a Milano e in febbraio riparte per il Bangladesh, dov’è missionario dal 1973. Gli chiedo se è contento di ritornare in un paese fra i più poveri del mondo e risponde: “Voi in Italia vivete in un’atmosfera di pessimismo anche ecclesiale che mi stupisce. Noi, in un paese quasi totalmente islamico, abbiamo la consolazione di accogliere nell’ovile di Cristo i popoli tribali e animisti, che ci danno tante consolazioni”. E racconta:

Nel Natale dell’anno scorso 2012 ero nella parrocchia di Mohespur, iniziata da padre Gregorio Schiavi (che è ancora molto ricordato) e oggi continuata dal padre Pier Francesco Corti, giovane parroco, e dal sottoscritto, che a 71 anni può ancora essere utile. Nella notte stellata della vigilia di Natale 2012 hanno partecipato alla Messa molti cattolici che venivano anche dai villaggi e avrebbero dormito nella chiesa e negli edifici della missione. Il Natale è una delle feste più sentite dai cristiani, contenti di trovarsi insieme perché sono una piccola minoranza nella società bengalese e soffrono di essere marginali e mal sopportati dal l’etnia dominante.

Al termine della Messa, nella piazza davanti alla chiesa (in dicembre il clima è fresco ma si sta bene) c’è stata la celebrazione del Presepio vivente. Ragazzi e ragazze, bambini e bambine della scuola hanno rappresentato il Natale: Maria col bambino Gesù, San Giuseppe, i pastori che entrano in scena, i Re Magi, gli angioletti con le piccole ali che svolazzano intorno, la mucca e il bue, alcune pecore e i cani che accompagnano i pastori: tutto con canti bellissimi (i santal cantano bene) e dialoghi dei protagonisti. Insomma, non mancava niente. La gente si immedesimava così tanto, che piangeva. Io mi sono commosso ma non piangevo, quei pianti mi sembravano infantili, esagerati.

Al termine di tutto, la capo-villaggio femminile, moglie del capo villaggio, che con altre maestre aveva preparato il teatro, mi avvicina e mi dice:

– “Padre, tu sei l’unico che non piange. Come mai?”. Cosa dovevo dire? Era la semplice verità. Allora le ho chiesto:

– E perchè voi piangete? – La sua risposta è stata tutt’altro che emotiva e superficiale, mi ha fulminato:

– Padre, lo sai anche tu perchè piangiamo. Tutti ci dicono che noi santal siamo materiale di scarto dei bengalesi, ci dicono che siamo i figli di una scrofa. Ebbene, Gesù è nato qui fra noi, nel nostro villaggio. Lui è il Figlio di Dio ed è venuto a salvarci, a darci la dignità di essere anche noi figli di Dio e una speranza di riscatto. Non solo, ma è diventato uno di noi, nostro figlio e fratello (ha usato una parola santal – “perahor” – che significa parente stretto, con il nostro sangue), Come si fa a non piangere? Adesso, belli o brutti che siamo, santi o peccatori, non può più lasciarci: sarà sempre con noi, nella gioia e nel dolore, nelle fatiche e nelle umiliazioni. E’ l’unica cosa bella che abbiamo nella vita! Anche noi santal, “upongiati” (“gente che non vale niente”), siamo figli di Dio, eredi del Paradiso.

A questo punto mi sono commosso anch’io, mi sono spuntate alcune lacrime. Queste cose avrei dovuto dirle io, invece me le ha dette questa donna intelligente e importante perché moglie del capo villaggio. L’ho ringraziata:

– Cara “Buri” (vecchia saggia, che per una giovane è un titolo onorevole), mi vergogno a dirlo. Ma tu hai compreso il mistero del Natale meglio di me. Ti ringrazio per quanto mi hai detto.

Si è verificato ancora una volta questo fatto, che ho già sperimentato. Noi che leggiamo il Vangelo da molti anni, non ci commuove più. Invece, per i neofiti che vengono dal paganesimo, questa è davvero la Buona Notizia che attendono da sempre, li solleva nello spirito, dà loro il senso della propria dignità di persone create da Dio e, a poco a poco, i loro figli e nipoti studiano, crescono e non raramente superano anche i musulmani nella società bengalese. Come già sta succedendo. Qui in Italia, quando mi chiedono perché vado così lontano ad annunziare Gesù, racconto questo e altri fatti simili, vedo che sono convincenti e ringrazio il Signore di avermi chiamato ad andare verso le periferie dell’umanità, per portare la Buona Notizia ai popoli ultimi e marginali.

Piero Gheddo

 

Ha dato fede e gioia ai sofferenti

Il 27 dicembre 2013 è morta a Genova Carla Zichetti, di 90 anni, disabile nell’intestino fin dai suoi 23 anni, che viveva da sola, aveva bisogno di continue cure e non poteva uscire di casa senza assistenza. Nel 1984 era uscita dall’ospedale con una sonda al ventre per nutrirsi. Ebbene, questa cara donna, che poteva vivere ripiegata su se stessa, triste e bisbetica, era invece sorridente, gentile, piena di coraggio e di gioia, sempre occupata ben oltre le sue forze limitate. Come mai? Perché aveva molti soldi? Assolutamente no, viveva con la pensione di invalidità in un appartamento di due stanze più cucinino in un grande caseggiato a Genova. E allora? Beh, aveva ereditato una grande fede e una buona educazione in famiglia e trovandosi a 23 anni a non poter farsi suora né sposarsi, ha chiesto al parroco cosa doveva fare. Il parroco di Albaro (Genova) le dice: “Carla, tu hai una grande fede e preghi molto, sei colta e hai una bella voce. Sapessi quanti ammalati e anziani vivono soli, nell’isolamento e nella sofferenza. Ti do un elenco nella nostra parrocchia. Telefona loro a mio nome, dì loro cosa ti suggerisce la fede, quando puoi vai a trovarli”.

Carla si è messa con coraggio su questa “vocazione” del Signore. In settanta e più anni, con la collaborazione di molta buona gente, ha fondato una rete di migliaia di ammalati, disabili, anziani soli, che si scrivono, si incontrano, aiutano chi sta peggio, pregano e aiutano i missionari sul campo. Ha incominciato telefonando, poi visitando i malati e le persone sole con l’aiuto di amici che la portavano e poi ha mandato lettere ciclostilate e audio-cassette, trovando chi le fa le copie, gli indirizzi, i pacchetti, li porta alla posta; ha mandato opuscoli annuali pubblicando le lettere che riceve, veramente commoventi, perché rivelano quel mondo che non ha spazio sui giornali e alla TV e la presenza dello Spirito Santo in persone che molti considerano superflue e invece sono il sale della terra e la luce del mondo. Questi amici hanno creato nel 2006 l’Associazione ed il Sito internet www.bricioledisperanza.it che porta i testi di Carla, le lettere degli associati, le foto, il video dei pellegrinaggi.

A poco a poco, hanno incominciato a invitare Carla per parlare in pellegrinaggi, alle radio, in chiese e cattedrali. Tutti gli anni andava con gli ammalati a Lourdes ed a Loreto, invitata dal vescovo mons. Angelo Comastri (oggi cardinale) che aveva capito il suo valore, dimostrava con la vita che la fede aiuta a vivere meglio e ad essere utile agli altri, anche nelle situazioni più difficili.

Andavo a trovarla tutti gli anni quand’ero a Genova in estate. Era senza badante ma con molti amici nel caseggiato. Aveva animato anche le famiglie di quel palazzone, tutti le volevano bene e la aiutavano, Per i suoi opuscoli e per internet c’erano amici anche fuori Genova e lei stessa, a 90 anni, usava il computer e rispondeva alle lettere. Mi fermavo a cena, cioè a fare un po’di digiuno con lei. Nell’estate 2012 era a letto e mi diceva: “Vedi, non sto proprio bene, ma ho così tanto da fare che mi dimentico dei miei dolori”. E mi mostrava il pacco di lettere ricevute in luglio! Un’altra volta le dicevo di far pregare per i sacerdoti. Risposta: “Sì, prego e faccio pregare, non perchè aumentino i preti, ma che siano preti entusiasti della loro vocazione. E’ vero che diminuiscono, ma se fossero veri sacerdoti di Gesù, basterebbero”.