Il Natale di quando eravamo giovani

Nel deserto dei sentimenti di questi nostri tempi, per noi anziani è bello ricordare il Natale di quando eravamo bambini e adolescenti, perché pur nella povertà e poi nella guerra di allora, era un Natale di gioia autentica e profonda, che lasciava il segno tutto l’anno. Il pensiero mi riporta al tempo natalizio nel mio piccolo paese di Tronzano nella pianura vercellese, quando c’erano le grandi nevicate, mezzo metro di neve era comune. Noi tre fratelli avevamo perso mamma Rosetta nel 1934 con due gemellini prematuri: io avevo cinque anni, Franco quattro, Mario tre; e papà Giovanni, che diceva di volere 12 figli, era lontano, nella guerra di Russia e non è più tornato. Siamo stati allevati dalla nonna Anna (Neta) che per noi è stata una vera mamma (aveva avuto 11 figli), da zia Gina handicappata nelle gambe ma ci raccontava, con la sua bella voce, le storie di Gesù, Giuseppe e Maria; e poi la grande zia Adelaide, autorevole insegnante e direttrice didattica delle scuole elementari, un personaggio a Tronzano, “il paese del tuono” (in piemontese “trun”).

Il Natale era la festa di tutti, la festa della famiglia, delle luci e dei commoventi canti natalizi: Adeste fideles, Astro del Ciel pargol divin, Tu scendi dalle stelle. Era la festa dei Presepi che si incontravano ovunque, nelle case e in chiesa, nell’oratorio maschile e in quello femminile (tenuto dalle Suore della Carità di Sant’Antida), ma anche nelle scuole e nella sede del Comune, nell’Albergo del Sole, nell’Alecta (fabbrica di legno compensato) e in altri locali pubblici, come negozi, aziende e anche osterie. In quel giorno eravamo una sola famiglia, era la festa dell’amore e della pace. I parroci don Giovanni Ravetti e poi don Pietro Beuz, ancora ricordati e venerati, dicevano che Gesù Bambino porta il dono della pace, raccomandavano e facevano pregare per la pace nelle e fra le famiglie; e poi, tempo dopo, ringraziavano i tronzanesi perché a Natale diverse inimicizie si erano ricomposte.

In parrocchia il giorno del Natale era scandito dalle Messe, la Messa di mezzanotte, quella dell’alba e poi la scoperta dei “doni di Gesù Bambino” accanto al lettino di ogni bambino; e la “Messa grande” alle 10,30 con l’organo che suonava a piene trombe e faceva fatica a sovrastare le voci di tutto un popolo che cantava a gole spiegate, a tutta canna. La grande chiesa era strapiena e non pochi fedeli erano nella contigua “chiesa della Regola”, che apparteneva alla Confraternita del Rosario ed era unita alla parrocchiale da una porta, nella quale gli altoparlanti portavano le parole del sacerdote, le musiche, i canti. Quanta emozione nel trovarci assieme per festeggiare la nascita del Bambino Gesù appena svelato nel Presepio parrocchiale.

E poi la gioia del pranzo natalizio nelle famiglie e anche tra le famiglie, con lo scambio di auguri e di doni, quando i tronzanesi “avevano il cuore in mano” come diceva il vecchio parroco. Ricordo bene che mamma Rosetta e poi la nonna o la zia Adelaide ci portavano in una delle case di ringhiera del paese, dove all’ultimo piano c’era una famiglia come la nostra, povera e anch’essa con tre bambini. I doni di Gesù Bambino, specie i sacchetti di cioccolatini che le zie sorelle della mamma ci portavano da Torino (allora una novità quasi assoluta per gente di paese), venivano divisi in due parti e noi bambini portavamo la loro parte a quei nostri amichetti; che, avvisati in precedenza, ci aspettavano e facevano salti di gioia. E ricordo anche, anni dopo, papà Giovanni che mentre eravamo con la nonna sulla porta di casa passa il Giuanin a chiedere l’elemosina. Papà gli dà una moneta d’argento di cinque lire (una somma notevole a quel tempo, quando il nostro “pret” di adolescenti alla domenica erano 20 centesimi!) e quando Giuanin si è allontanato, nonna Neta dice a papà in tono di rimprovero: “Cinque lire! Ma Giovanni, lui le spende tutte per ubriacarsi!”. Papà risponde. “Oggi siamo tutti in festa perché è nato Gesù, lascia che faccia festa anche lui”.

Nel giorno di Natale, anche dove c’era divisione, regnava la pace, come cantavano gli angeli sulla stalla di Betlemme: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”. Il Natale a Tronzano, lungamente preparato dalla frequentatissima Novena (con l’indimenticabile Regem venturum Dominum) e dalla raccolta di aiuti per i poveri casa per casa, non lasciava nessuno indifferente. Anche i non molti lontani per vari motivi, in quel giorno si vedevano in chiesa, almeno davanti al Presepio animato (ogni anno diverso e nuovo). A Tronzano c’era una cultura cristiana condivisa, che teneva uniti il paese e le famiglie nella comune letizia.

Ma allora, si dice, erano altri tempi. E’ vero, ma anche nei nostri tempi bisogna ritrovare quello spirito di fede, di speranza, di gioia e di fraternità che animava i Natali di allora, quando in Italia eravamo molto più poveri, meno istruiti e meno democratici di adesso e ci bombardavano dall’alto, senza che potessimo fare altro che pregare. Cosa abbiamo perso mezzo secolo dopo? Senza alcun dubbio la fede in Gesù unico Salvatore dell’uomo, e con la fede la preghiera e la vita cristiana. Il Bambino che rinasce per noi anche in questo Natale 2013 può ridarci quello spirito, basta che gli apriamo la porta del nostro cuore.

Piero Gheddo

Con il Natale il blog si ferma per qualche giorno: ritornerà dopo il 6 gennaio

Analfabetismo e sottosviluppo africano

Dopo l’animismo (prima causa del sottosviluppo nell’Africa nera – vedi Blog del 5 dicembre), la seconda causa è l’analfabetismo e la scarsa educazione del popolo a produrre ricchezza. Nell’Africa a sud del Sahara gli analfabeti sono in media sul 35-40% della popolazione e con gli “analfabeti di ritorno” si supera il 50%. Nelle campagne, le scuole valgono poco, spesso hanno 60-80 alunni per classe, senza libri, quaderni, strumenti didattici. Nelle città si trovano anche buone scuole e alcune università eccellenti, ma nei villaggi l’istruzione e la sanità fanno pietà. I paesi africani sono in genere molto estesi e poco popolati. Le grandi distanze, la mancanza di strade e la forte corruzione della classe politico-amministraiva, spiegano perché i governi trascurano le regioni rurali, che invece dovrebbero produrre la base dello sviluppo, il cibo. Già nel 1962 un famoso agronomo francese, René Dumont (1904-2001), consulente di diversi governi africani indipendenti, con “L’Afrique noire est mal partie”, denunziava il fatto che i giovani governi africani trascuravano i villaggi rurali e scriveva che l’Africa, “se continua a trascurare i contadini e privilegiare i cittadini, tra dieci o vent’anni sarà alla fame”.

“La cultura africana ostacola lo sviluppo”

Nel 2007 sono tornato in Guinea Bissau e ho visitato una giovane volontaria dell’Alp (Associazione Laici Pime), Nicoletta Maffazioli, che a Bambadinca ha fondato e gestisce con altri volontari un “Centro di formazione” dei giovani africani che vengono dalle campagne: “Uomini e donne dai 16 ai 25 anni scelti dalle singole missioni, per farne dei leaders del mondo rurale ancora molto arretrato. Sono giovani di buona volontà, cordiali e vivaci, molto motivati, ma ai primi passi nel mondo moderno. Nicoletta mi dice: “I nostri corsi sono gratuiti e accogliamo al massimo 30 persone, facciamo corsi di agricoltura, sistema di irrigazione, allevamento animali, malattie delle piante degli orti (che è il grosso problema di qui) e degli animali, conservazione dei prodotti, trasformazione dei frutti ad esempio in marmellate e sughi, coltivazione delle api per il miele, come nutrire i bambini con prodotti locali non pesanti, la contabilità (contano fino a una certa misura, poi dicono…”tanti”); e poi questi giovani prendono contatto con le case in muratura, come si aprono i rubinetti dell’acqua e le maniglie delle porte, l’uso dei fornelli elettrici e a gas. Mentre il resto del mondo corre, qui ci sono ancora una marea di giovani vivaci e intelligenti in questa situazione, ma è la realtà dei villaggi lontani dalle città che sono davvero tanti, quasi abbandonati a se stessi”.

Ancora in Guinea Bissau un missionario del Pime, padre Luigi Scantamburlo, ha fondato nei villaggi delle isole Bijagos un’ottantina di piccole cooperative di pesca, portando strumenti moderni e chiamando da Chioggia (Venezia) alcuni tecnici per insegnare ad usarli. Con un mare pescosissimo, prima si moriva di fame, oggi si è elevato il livello di vita, vendono il pesce a Bissau. Ho chiesto a padre Luigi: “Qual’è la maggior difficoltà che hai incontrato?”. Risponde: “Convincere gli anziani e i capi villaggio ad accettare le nuove forme di pesca comunitaria, barche, reti, cooperative, ecc. Per la mentalità tradizionale africana il futuro non sta nel cambiare e migliorare i sistemi di produzione e di vita, ma mantenere il villaggio così come l’hanno lasciato gli antenati, affinché i loro spiriti, tornando a visitarlo, si ritrovino, altrimenti si vendicano contro i loro discendenti. Ho dovuto procedere con i piedi di piombo. Mi sono fatto loro amico, imparando la lingua locale, partecipando ai loro riti, portando medicine. Quando si sono convinti che ero loro amico, allora è partita l’educazione dei giovani, che mi seguono con gran voglia di imparare”.

Il famoso proverbio cinese che dice: “Ad un affamato non dare un pesce, ma insegnagli a pescare” è più che giusto. Ma chi va, per anni, ad insegnare a produrre ed a pescare nell’Africa profonda delle campagne abbandonate dai propri governi?

Le prime industrie del Camerun sono cinesi

“Educazione” vuol dire cambiare la mentalità, la cultura che ancora prevale nell’Africa rurale, contraria ad ogni cambiamento della tradizione; e insegnare a lavorare nel mondo moderno, a produrre. A Vercelli produciamo 80 quintali di riso all’ettaro, nell’Africa rurale (escluse le fattorie moderne) solo 5-6 quintali all’ettaro. Le vacche lattifere italiane producono 25 litri di latte al giorno, in Africa non producono latte, eccetto uno o due litri al giorno quando hanno il vitello. In Tanzania, nel 1995, mi dicevano: “Se ogni anno non importassimo del Sud Africa il 30% che mais che consumiamo, il paese sarebbe alla fame”.

Secondo i No Global “il 20% degli uomini possiede l’80% delle ricchezze del mondo e l’80% degli uomini possiede il 20% delle ricchezze”. Non “possiedono”, ma “producono” le ricchezze! L’abisso tra ricchi e poveri del mondo è questo: la cultura, la capacità di produrre (non solo risorse minerarie e forestali!), di esportare, di entrare nel commercio del “mondo globalizzato”, che è “il treno per lo sviluppo”. Se non si sale sul treno,s rimane a terra. L’Africa nera (escluso il Sud Africa) partecipa a mala pena al 2% del commercio mondiale. Le capitali degli Stati africani hanno il “quartiere industriale”, con fabbriche moderne importate da paesi europei; mi dicono che circa la metà non producono, sono ferme e a volte saccheggiate, altre producono al 30-40-50% di quanto dovrebbero.

Il Camerun è uno dei migliori paesi dell’Africa, con stampa libera, partiti di opposizione ed elezioni passabilmente democratiche, un governo “paternalista” assicura l’aumento del Pil (circa 1.300 dollari all’anno pro capite): ebbene, questo paese importa ancora biciclette, lampadine, ventilatori, frigoriferi, moto, ecc. Padre Carlo Scapin, missionario del Pime da 40 anni in Camerun, mi dice che negli ultimi anni i cinesi portano dalla Cina i componenti per moto, biciclette e altri veicoli e li rimontano per i camerunesi. Sono le prime vere industrie, ma di proprietà cinese.

“Il problema dello sviluppo in Africa è educare l’uomo”

Nella mia seconda visita in Mozambico nel 1991 ho incontrato un cappuccino della Basilicata, padre Prosperino Gallipoli di Montescaglioso (Matera), che aveva fondato la “Uniào Geral das Cooperativas Agro-Pecuarias” (agricole e di allevamento animali) e ne rimaneva il maggior animatore. Un impero agro-industriale, di proprietà degli stessi agricoltori e allevatori, diretto da africani, che era il principale rifornitore di cibo alla capitale Maputo e altre città. Produceva riso, miglio, granoturco, polli, uova, conigli, anitre, maiali, latte, uova, frutta, verdura e altro. Ho visitato le strutture agro-industriali della “Ugac”, che comprende campi e allevamenti di animali, centri di formazione agricola, trasporti, rete di distribuzione e negozi di vendita, 35 asili per 2.500 bambini delle famiglie associate, dispensari medici, officine di riparazione attrezzi agricoli, parchi di macchine agricole, magazzini e celle frigorifere.

Mi raccontava le difficoltà degli inizi negli anni settanta, con al potere il Frelimo (Fronte di Liberazione del Mozambico), dipendente dall’Urss. Diceva: “L’africano lavora bene, deve solo essere istruito sulle tecniche di produzione e poi deve godere dei frutti del suo lavoro. Il Frelimo ha fallito con le sue “aldeias comunais” simili si kolkhoz sovietici. La gente era depressa, non lavorava. Ho preso in mano le comunità agricole attorno a Maputo e le ho riorganizzate in base a tre principi che sono martellati in testa a tutti quelli che si uniscono a noi: 1) Chi non lavora non mangia – 2) Chi lavora deve produrre di più – 3) Chi produce di più deve godere i frutti del suo lavoro. Ma questi principi, mi diceva, non sono accettati in un paese “socialista” e nel 1979 mi hanno espulso dopo 20 anni di Mozambico, perché riuscivo a far produrre di più con una gestione del lavoro diversa da quella massificante imposta dal partito unico. Pochi mesi dopo sono rientrato in Mozambico perché ho incontrato in Tanzania Joachim Chissano , allora Ministro degli Esteri. L’ho quasi aggredito dicendogli che erano stati ingiusti con me e che, se mi davano la possibilità, avrei dimostrato come si organizza il lavoro comunitario per far produrre di più”.

Chiedo a Prosperino come mai Chissano l’ha riammesso in Mozambico. Dice che nel 1979, quattro anni dopo l’indipendenza, “il socialismo era fallito e, in un paese che sotto i portoghesi, grandi agricoltori, esportava riso, con il socialismo era iniziata la tragedia della fame. Io ho detto subito: dalle mie cooperative il partito rimane fuori, la formazione dei contadini la faccio io. Con i miei collaboratori abbiamo insegnato l’orticultura, l’agricoltura, l’allevamento degli animali, le tecniche d’irrigazione, la falegnameria e tutto il resto. Poi ho educato alla libertà e alla dignità dell’uomo e della donna; poi corsi di contabilità, di programmazione. Soprattutto ho insegnato ai contadini ad essere responsabili, ad impegnarsi non solo nella produzione, ma anche nelle decisioni da prendere, distribuendo equamente il frutto del loro lavoro. Nelle cooperative di Stato, non solo non si dà lo stipendio in modo regolare, ma non si distribuisce nulla in più dello stipendio minimo. Io ho incominciato a distribuire il di più che avevamo prodotto suscitando entusiasmo, fedeltà, impegno.

“Il problema di fondo dello sviluppo in Africa è questo: gli africani sono persone di grande umanità, con grandi valori umani, ma non riescono ad esprimersi nel mondo moderno, non ne conoscono il linguaggio, i ritmi, la mentalità, la cultura. Questo in campo agricolo, ma anche in campo industriale, politico. Producono poco, se ricevono uno stipendio per un po’ di giorni non vengono più a lavorare perché hanno già da mangiare. Il problema di base per lo sviluppo in Africa è educare l’uomo”.

“Quando sono arrivato in Africa più di 30 anni fa – continua Prosperino – mi sono subito reso conto che il contadino è l’ultima categoria sociale, anche se è il fondamento della società africana, la classe più importante. Non solo il contadino, ma la donna contadina, l’unica che in Africa lavora per davvero. Mi son messo in testa fin dall’inizio di aiutare i contadini e le donne. E’ strano che noi preti , che in Italia siamo ritenuti antifemministi, qui, in Africa, siamo quelli che fanno di più per l’elevazione delle donne (con le nostre suore naturalmente). Il mio lavoro è stato quello dell’animatore rurale e l’ho sempre inteso come pre-evangelizzazione. Non si evangelizza uno schiavo, se non rendendolo libero, dandogli fiducia in se stesso. Il segreto del successo è stata l’educazione, sia tecnica che ai valori del Vangelo: dignità della persona umana, libertà, responsabilità, impegno, senso del bene comune”

Piero Gheddo

 

Padre Mario Vergara e Isidoro Ngei Ko Lat beati martiri della Chiesa in Myanmar

Il 9 dicembre 2013 Papa Francesco ha firmato il Decreto che approva il martirio dei servi di Dio Mario Vergara, sacerdote del Pontificio Istituto Missioni Estere, e Isidoro Ngei Ko Lat, laico e catechista, uccisi in odio alla fede a Shadaw in Birmania (oggi Myanmar) il 24 maggio 1950. Il Processo diocesano per la Causa di Beatificazione era stato iniziato nel 2003 da mons. Sotero Phamo, vescovo di Loikaw e figlio di un catechista di padre Vergara. La Chiesa birmana festeggia così il suo primo beato e il Pime il suo quinto missionario elevato alla gloria degli altari.

Padre Mario Vergara nasce a Frattamaggiore (diocesi di Aversa) il 16 novembre 1910. Nel 1929, dopo gli studi presso il seminario minore dei gesuiti a Posillipo, viene ammesso al seminario di Monza del Pime. Il 26 agosto 1934 è ordinato sacerdote dal cardinal Ildefonso Schuster e a fine settembre parte per la Birmania, allora colonia inglese. Al suo arrivo, p. Vergara viene accolto dal vescovo Sagrada, vicario apostolico di Toungoo, che nel 1936 gli affida del distretto di Citaciò, una vasta regione di montagna e foreste abitata dai cariani Sokù, una delle più popolazioni povere e primitive della Birmania. Padre Mario è uno dei primi missionari che annunziano Cristo a questa etnia. Visita i villaggi, fonda scuole elementari, costruisce cappelle e porta in missione i bambini orfani, ammalati, denutriti. Aiutato dalle Suore della Riparazione, allo scoppio della seconda guerra mondiale, aveva 82 piccoli nel suo orfanotrofio, accanto al quale un ospedaletto e un sanatorio, per i malati di tubercolosi, malattia allora comunissima.

La missione di Citaciò fiorisce anche attraverso l’opera dei catechisti, ma nel 1941 padre Vergara viene internato nel campo di prigionia inglese di Dehra Dum in India insieme ad altri missionari italiani, considerati “nemici” dagli inglesi. Dopo 4 anni segnati da gravi problemi di salute, nel corso dei quali subisce persino l’asportazione di un rene, viene rilasciato e parte in treno per Hyderabad in India, dove c’erano i confratelli del Pime. Nell’autunno del 1946 riesce a tornare in Birmania e viene inviato dal vescovo Lanfranconi a Pretholé sui monti dei cariani a 2000 metri di altezza, dove oggi c’è la diocesi di Loikaw (una delle sei fondate dal Pime in Birmania), per far rinascere la missione abbandonata durante la guerra mondiale.

Il 1° gennaio 1948, la Birmania diventa indipendente dall’Inghilterra e pochi mesi dopo scoppia la “guerra dei cariani” (1948-1953), la tribù maggioritaria, che chiedevano l’indipendenza dalla Birmania, dominata dai birmani, loro nemici storici prima della colonizzazione inglese. Il distretto di Pretholé è però lontano dalla guerra e Vergara continua nella sua missione, aiutato, dal settembre 1948, dal giovane missionario padre Pietro Galastri di Arezzo (1918-1950). In una delle sue prime lettere da Pretholé (1947) Vergara scriveva: “Abito in una capanna di bambù, posta su un cocuzzolo di monte. Vento e sole entrano liberamente, se piove ho il bagno a domicilio, proprio come i grandi signori… eh, quando uno nasce fortunato! Per mobilio due sedie e un tavolino che ho fatto col coltellaccio del mio catechista; per cibo un po’ di riso con erbe di bosco. A sinistra catene di monti digradanti fino alla pianura di Loikaw e popolatissimi: sono duecento i villaggi di cariani rossi e alcuni di shan. I protestanti vi giunsero vent’anni fa, capite?”.

Padre Mario, oltre a una grande fede, bel carattere e capacità di realizzare iniziative a favore dei cariani (in campo educativo e sanitario), godeva della fama di guaritore. Un bambino moribondo guarisce bevendo un sorso di vino da Messa, uno storpio che si trascina penosamente guarisce dopo alcuni massaggi del missionario alla gamba ammalata. Il martirio del padre Vergara e del catechista birmano Isidoro va inquadrato storicamente nel tempo della guerra dei cariani contro i birmani, disastrosa per i cariani e la Birmania, ma da essa inizia la conversione a Cristo di questa grande e forte tribù dei monti. I battisti erano fra i cariani da vent’anni prima dei missionari cattolici, cioè d’inizio del 1900 e avevano già compiuto un’ opera di pre-evangelizzazione, con scuole e primo annunzio di Cristo e un certo numero di fedeli, soprattutto avevano formato la élite cristiana della tribù.

Oggi, con l’ecumenismo vissuto in tutte le missioni, questo sarebbe impossibile, ma i primi missionari cattolici tra i cariani erano letteralmente perseguitati. Facile immaginare la reazione dei battisti verso i due preti cattolici di Pretholé “concorrenti” che attiravano molta gente. Padre Mario racconta: “Mentre sono in cerca di maestri, i protestanti si portano sul luogo a sparlare della nostra religione. La gente, disgustata, non prende più né me né loro. Soffro indicibilmente, solo la preghiera di chi mi vuol bene mi può sostenere”. I battisti spargevano calunnie infamanti e proibizione ai locali di prestare ai preti cattolici qualsiasi servizio, nemmeno di vendere terre o cibo. La missione cattolica comunque si afferma, per la testimonianza di sacrificio e di paziente sopportazione di missionari e suore e si distingue perché aiuta, cura e accoglie tutti i cariani anche quelli non cattolici; inoltre i due missionari difendono i loro fedeli dalla persecuzione autentica che alcune forze ribelli, di religione battista esercitano contro i loro fedeli. Quando scoppia la guerra dei cariani, gli stessi cristiani si dividono: i battisti proclamano e dirigono la “guerra d’indipendenza” del popolo cariano, i cattolici rifiutano la resistenza violenta al governo della Birmania riconosciuto dall’Onu, anche per un motivo molto pratico: impossibile uno stato separato dalla Birmania, quando i birmani sono il 59-60% degli abitanti e i cariani solo il 9-10%, sia pur concentrati in una regione abbastanza ristretta. Nel 1949 la guerra arriva anche nella regione di Pretholé. Ben presto la situazione precipita: il 24 maggio 1950 padre Mario Vergara viene arrestato insieme al maestro catechista Isidoro Ngei Ko Lat. I due vengono trucidati dai ribelli il giorno seguente e i loro corpi, chiusi in un sacco, vengono abbandonati alla corrente del fiume Salween. Anche p. Galastri, arrestato mentre è in preghiera, viene ucciso poco tempo dopo.

     In quale situazione avviene il martirio di padre Vergara e di Isidoro? Nel dicembre 1949 il capo missione padre Vergara è invitato a partecipare a un convegno dei guerriglieri con i capi-villaggio della regione. Va con alcuni suoi catechisti e, richiesto del suo parere, anzitutto protesta perché i guerriglieri hanno ucciso alcuni cristiani e un suo catechista e poi si mostra del tutto contrario all’arruolamento di altre reclute cariane anche perché la sconfitta era quasi certa: l’esercito nazionale era molto ben equipaggiato e la gente cariana avrebbe ancor più sofferto la fame e le prevedibili  ritorsioni.  Questo suo atteggiameno gli attira l’odio del capo politico dei ribelli, un certo Tiré, battista fanatico, già maldisposto verso il missionario per le conquiste che faceva alla religione cattolica.

Nel gennaio 1950 la cittadina di Loikaw cade in mano alle truppe governative e divide in due la missione di Vergara e Galastri. I missionari sono costretti ad attraversare le linee per andare a Loikaw, unico luogo di rifornimento; incominciano a circolare voci che i padri sono spie del governo. Tale accusa prende consistenza quando l’11 maggio 1950 i guerriglieri cariani tentano di riprendere la cittadina di Loikaw, ma sono sconfitti e si ritirano lasciando sul terreno molti morti. La sera del 24 maggio padre Vergara è invitato ad andare dal capo Tiré. Ci va col suo catechista Isidoro e incontra Richmond, capo dei ribelli a tutti noto per le sue violenze e crudeltà. Richmond accusa il missionario di essere una spia e di altri crimini mai commessi. Discutono in inglese, i presenti non capiscono cosa dicono, ma vedono padre Vergara e il suo catechista uscire dalla casa ammanettati e avviarsi verso la foresta vicina, dove, a 24 chilometri, scorre il fiume Salween.

Poi i ribelli vanno alla missione dove trovano il giovane padre Galastri in preghiera e gli ordinano di seguirli. I due missionari e il catechista Isidoro sono fucilati sulla riva del Salween e gettati nel fiume chiusi in sacchi. Padre Galastri è ucciso il giorno dopo, quando al mattino del 26 maggio dal vicino villaggio la gente sente gli spari della fucilazione. Nel commentare la morte violenta dei due missionari e del catechista, padre Pasquale Ziello scriveva che erano stati vittime di una persecuzione ispirata dall’odio verso la Chiesa e la loro carità e auspicava che la Chiesa potesse un giorno sanzionare la sua convinzione dichiarandoli “martiri della fede e dell’amore. E il beato padre Paolo Manna ha dichiarava: “Si deve ritenere che padre Vergara e p. Galastri siano stati uccisi e fatti scomparire proprio in odium fidei”.

La prossima beatificazione rappresenta una fonte di grande gioia anche per la Chiesa birmana, che in Isidoro Ngei vede il suo primo beato, dopo il beato padre Clemente Vismara (1897-1988), con 65 anni di vita in Birmania, beatificato nel 2011. Nel maggio del 2008, la Conferenza episcopale scrive una lettera a Benedetto XVI per “chiedere umilmente al Papa di autorizzare lo studio della causa”. La beatificazione di p. Vergara e del suo catechista, scrivevano i vescovi, “sarebbe un grande incoraggiamento per l’intera comunità cattolica del Myanmar a vivere una fede più in conformità con il Vangelo e a testimoniare in maniera coraggiosa ed eroica la propria fede, incoraggiati dall’esempio del catechista Isidoro che non ha esitato ad offrire la sua stessa vita per il Vangelo insieme a p. Vergara”.

Perché l’Africa nera non si sviluppa?

Il 29 novembre 2013 si è svolto in Vaticano il Simposio sullo sviluppo solidale e sostenibile dell’Africa, organizzato dalla Pontificia Accademia delle Scienze e dalla Fondazione Sorella Natura di Assisi. Nella sede della Pontificia Accademia, la Casina di Pio IV, un centinaio di partecipanti qualificati (su invito) hanno ascoltato (ore 9,30-17) le relazioni che verranno poi stampate dalla Fondazione Sorella Natura. Il prof. Roberto Leoni, presidente della Fondazione di Assisi, ha presentato i relatori e il card. Giovanni Battista Re ha aperto i lavori, rimarcando “il bisogno sia di pensiero che di azione a favore dello sviluppo del continente africano”. L’Arcivescovo di Kinshasa, Card. Laurent Mosengwo Pasinya Primate dell’Africa, ha tenuto la “lectio magistralis” al Simposio, elencando i mali dell’Africa nera e indicando “i bisogni essenziali degli africani: nutrizione, educazione, sanità, abitazione, libertà…dei quali gli africani debbono essere considerati non solo come beneficiari, ma come attori del cambiamento”. Ha poi specificato come la Chiesa, nella “Caritas in Veritate” di Benedetto XVI, orienta le soluzioni per uno sviluppo giusto, solidale e integrale.

Le altre relazioni, del Ministro per l’Integrazione del Governo italiano, On. Cecilia Kyenge, e del prof. Romano Prodi, Rappresentante dell’Onu per il Sahel, e di alcune altre personalità, verranno stampate dalla Fondazione Sorella Natura. Il titolo del mio intervento “Lo sviluppo dell’Africa viene dal Vangelo e dall’educazione” , brevissimo per mancanza di tempo, ma il testo era consegnato in stampa ai presenti (vedi nel sito www.gheddopiero.it). Sono stato invitato a parlare avendo fatto decine di visite e anche lunghe permanenze nel continente, per incontrare e intervistare i missionari specialmente italiani e le giovani Chiese.

E’ opinione comune dei missionari sul campo che c’è un abisso fra la vita dei popoli africani e le analisi di politici, economisti, studiosi e giornalisti occidentali. Questi vedono l’Africa dall’esterno e parlano delle cause esterne del mancato sviluppo: debito estero, commercio internazionale ingiusto, multinazionali che sfruttano le risorse africane, aumento o diminuzione dei prezzi dei prodotti agricoli africani, vendita di armi, governi locali sottomessi alle imposizioni dei paesi più forti, ecc. Invece, chi conosce la vita dei popoli africani, vivendo per 20-30 e più anni con la gente comune, parla delle cause interne, storico-culturali, religiose ed educative. Ho chiesto al padre Pietro Bianchi missionario della Consolata di Torino in Tanzania da trent’anni, quali sono le cause fondamentali del sottosviluppo africano. Risponde:

1) La religione animista, che tiene l’africano, anche istruito e modernizzato nel livello di vita, prigioniero di superstizioni venefiche, malocchio, tabù, timore di vendette, culto degli spiriti con violenze e crudeltà inaudite anche sull’uomo.

2) L’analfabetismo e la mancanza di scuole. In media gli analfabeti sono sul 40% degli africani e con gli “analfabeti di ritorno” si supera il 50%. In molti villaggi dell’Africa rurale le scuole in genere valgono poco, spesso con 60-80 alunni per classe, senza libri, quaderni, strumenti didattici. Lo stesso si può dire della sanità.

3) Il tribalismo e la corruzione ad ogni livello della vita pubblica, fino ai minimi livelli. Il potere politico (e ogni altro potere pubblico) sono in genere intesi come occasione per arricchirsi e aiutare la propria famiglia, il villaggio, l’etnia. Il concetto di bene pubblico si sta formando, ma è normale che sia così, per Stati che sono nati un secolo fa dalle divisioni politiche imposte dalla colonizzazione (l’Italia è nata 150 anni fa e ha lo stesso problema). Solo un esempio. Nel 2009 la Banca Mondiale denunziava che il debito estero della Nigeria era di 7 miliardi di dollari, ma i depositi bancari in Occidente dei privati nigeriani erano di 10 miliardi di dollari.

4) I militari sono la prima casta di potere, controllano la politica e l’economia, abusano della forza in tanti modi (anche facendo guerre tribali o territoriali), sono implicati in commerci illegali a favore di importatori stranieri, ecc.

L’Occidente non capisce come mai l’Africa nera, dopo mezzo secolo di indipendenza, non si sviluppa. Ecco perchè. Dopo la II guerra mondiale, dal 1947 al 1953 gli USA varano il Piano Marshall, mettendo a disposizione dei paesi dell’Europa occidentale distrutti dalla guerra 20 miliardi di dollari, restituiti con un interesse annuo dell’1%. Quei 20 miliardi hanno rimesso in piedi l’Europa occidentale, che ha avuto il suo boom economico. Il Pew Research Centre di Washington calcola che nei 50 anni dell’indipendenza africana (1960-2010) i doni, gli aiuti, i prestiti e i finanziamenti del “Piani di sviluppo” per l’Africa nera sono stati di 300 miliardi di dollari. Perché questo diverso rendimento? Perché i popoli europei, nonostante nazismo e fascismo, erano preparati da tutta la loro storia, educazione, cultura e religione, a far fruttare il denaro lavorando e fondando nuove industrie; i popoli africani, per la loro storia, cultura e religione tradizionale, semplicemente non erano stati preparati a questo dalla colonizzazione, durata però solo circa 60-70 anni, con due guerre mondiali in mezzo!

La radice del sottosviluppo africano è storico-educativa-culturale-religiosa, ma l’Occidente materialista non capisce l’Africa perchè ignora i fattori culturali, educativi, religiosi dei popoli, che danno all’uomo la sua identità, il senso di appartenenza, le motivazioni per vivere e agire. Data la brevità del mio discorso, ho precisato meglio le due prime cause, che i missionari ritengono fondamentali. Il 21 marzo 2009, in Angola Benedetto XVI ha detto ai vescovi angolani: “Tanti dei vostri concittadini vivono nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati. Disorientati, arrivano al punto di condannare bambini di strada e anche i più anziani, perché – dicono – sono stregoni. Qualcuno obietta: «Perché non li lasciamo in pace? Essi hanno la loro verità e noi la nostra. Cerchiamo di convivere pacificamente, lasciando ognuno com’è, perché realizzi la propria autenticità”. Ma, continua il Papa, se noi siamo convinti e abbiamo fatto l’esperienza che senza Cristo la vita è incompleta, le manca una realtà – la realtà fondamentale – dobbiamo essere convinti anche del fatto che non facciamo ingiustizia a nessuno se gli presentiamo Cristo e gli diamo la possibilità di trovare, in questo modo, anche la sua vera autenticità, la gioia di avere trovato la vita. Anzi, è un obbligo nostro offrire a tutti questa possibilità di raggiungere la vita eterna”. I vescovi africani hanno ringraziato il Papa di aver toccato questo tema. Ho citato parecchi esempi. Eccone due.

In Costa d’Avorio, p. Giovanni De Franceschi del Pime si è affermato come studioso della tribù e della lingua dei Baoulé con diverse pubblicazioni su questa tribù maggioritaria nel paese. Ha imparato il baoulé, lingua non scritta, che richiede anni di impegno. In genere i missionari parlano il francese che è studiato e capito, almeno nei termini e concetti comuni, da buona parte degli africani, ma padre Giovanni mi dice: “Parlare e capire bene una lingua africana vuol dire penetrare nel loro mondo storico, tradizionale, religioso, conoscere i proverbi e le parabole, che sono la base della saggezza e della cultura popolare. Secondo la mia esperienza, la cosa più importante per il missionario è di sapere bene la lingua locale, che è l’anima di un popolo. Quante volte mi sono sentito dire: “Tu capisci bene quel che diciamo, la nostra mentalità, i nostri problemi. Ormai sei uno di noi”. Questo è il più bell’elogio che il missionario può attendersi dalla sua gente. Anche i pagani vengono ad ascoltarmi quando predico e parlano volentieri con me, mi invitano a bere il vino di palma, diventiamo amici, parliamo di tutti i loro problemi”.

Ebbene, padre Giovanni De Franceschi ha scritto[1]: “Noi cristiani non ci rendiamo conto di come la vita del pagano è una continua paura che gli vien messa dentro fin dall’infanzia: temono di aver fatto torto al feticcio, che il feticcio si vendichi per motivi misteriosi. Ho sentito parecchie volte delle persone adulte, colte, psicologicamente mature, dire: “Mi arriverà una disgrazia perchè ho trascurato il feticcio, ho offeso il feticcio”. Hanno la fermissima convinzione che la disgrazia gli capiti da un momento all’altro, ma non sanno cosa sarà. Può essere un incidente d’auto, un avvelenamento, un cadere dalle scale, un mal di pancia improvviso. Vivono male. Il terrore psicologico può distruggere una persona.

“Il dato di fondo – continua De Franceschi – è questo: il paganesimo non conosce Dio e il perdono di Dio. Non sanno che Dio è un Padre amorevole che ci vuole bene e ci perdona. Pensano Dio come lontano, misterioso, vendicativo. Per questo sentono l’influsso degli spiriti e del feticcio che vivono accanto a loro. Il cristianesimo è libertà, gioia, amore, fiducia nel Padre, liberazione da tutte le paure…. Il primo passo verso lo sviluppo è liberare l’uomo dalle paure antiche, rivelargli l’amore di Dio che lo rende libero e gioioso. Ecco perché sono convinto, per esperienza personale, che il maggior contributo che noi missionari portiamo allo sviluppo dell’Africa non sono gli aiuti economici o le scuole o gli ospedali (tutte cose indispensabili), ma la rivelazione dell’amore di Dio in Gesù Cristo per tutti gli uomini”.

Nel 2008 a Maroua in Camerun intervisto padre Giovanni Malvestìo del Pime, da otto anni rettore del seminario maggiore del Nord Camerun, che mi dice: “Ci vorrà ancora tempo perché la cultura cristiana superi quella pagana anche nei nostri seminaristi, giovani entusiasti della fede e pieni di buona volontà. Ho avuto qui in seminario dei seminaristi cristiani, figli di catechisti e di famiglie cristiane e altri seminaristi nati da famiglie musulmane o pagane e poi diventati cattolici. Il seminarista nato da una famiglia cristiana ha una serenità di spirito, è in pace con se stesso, col latte materno ha ricevuto la fede, l’amore a Dio e a Cristo, la fiducia nella Provvidenza; il seminarista che è stato battezzato a 15 anni ed è figlio di una famiglia pagana, la sua cultura è pagana, non puoi cambiarla in un attimo o in un anno”.

(Nel prossimo Blog spiegherò perché l’analfabetismo è causa del sottosviluppo africano).

Piero Gheddo

 

A rischio anche il Nord Camerun

In Italia si pubblicano poche notizie sul Camerun, uno dei pochi paesi africani che vive in pace da mezzo secolo, con un regime paternalista alleato con la Francia, che assicura libertà di stampa, di religione e di partiti politici; quindi, i 18 milioni di camerunesi godono di un reddito annuo medio procapite di circa 1.250 dollari USA, fra i più alti nell’Africa nera. Negli ultimi tempi il Camerun deve affrontare una grave emergenza: nella Nigeria del Nord si sta diffondendo l’estremismo islamico di “Boko Haram”, che proclama di voler distruggere “l’educazione occidentale”, cioè le scuole e le chiese cristiane, con molti morti e la fuga dei cristiani verso il Sud Nigeria. Nel febbraio scorso, Boko Haram ha sequestrato un’intera famiglia francese (compresi i 4 bambini), liberandoli due mesi dopo, forse con pagamento di un riscatto. Il 15 novembre scorso, l’agenzia Fides pubblica la notizia del sacerdote francese fidei donum padre Georges Vandenbeusch sequestrato da Boko Haram nella sua missione nel Nord Camerun ai confini con la Nigeria. Fino al 2011, in quella missione c’era don Felice Cantoni, “fidei donum” della diocesi di Como.

E’ una regione a rischio, dice don Cantoni e aggiunge: “Ho rischiato anch’io di essere ucciso, ma nel mio caso erano banditi comuni. Alle grida delle suore sono uscito dalla mia casa per vedere quello che succedeva e i banditi mi hanno sparato, ho sentito la pallottola fischiare vicino alla mia testa! Siamo sul confine con la Nigeria, ma finora il problema era il banditismo locale. La missione delle suore della Santa Famiglia di Bordeaux è stata rapinata a più riprese. Più volte ho dovuto seppellire dei poveri contadini che avevano cercato di opporsi al furto di bestiame ed erano stati uccisi. Adesso ci troviamo di fronte alla setta islamica di Boko Haram, che dal 2009 sta mettendo in ginocchio il nord-est della Nigeria. Il conflitto nigeriano già si avvertiva per la presenza di diversi rifugiati provenienti da oltre confine, che scappavano dalle violenze della setta” aggiunge don Felice.

Nel Nord Camerun sono presenti numerosi missionari, suore e volontari italiani, di varie diocesi e istituti (fra i quali il Pime e le suore del Pime, Missionarie dell’Immacolata). Finora le notizie sono buone, nelle città e villaggi la vita si svolge normalmente. Sono invece preoccupate le autorità del Camerun, che hanno preso misure adeguate (ad esempio, i viaggi lunghi fra le cittadine ai confini si fanno con la scorta di due o tre militari), per controllare il territorio e le eventuali infiltrazioni di Boko Haram; tanto più che in tre province del Nord Nigeria non c’è più la Nigeria, ma le tre province completamente nelle mani di Boko Haram. Tutte le forze dell’ordine se ne sono andate, la gente fugge dove può. L’esercito nigeriano sta tentando di riprendere il “suo” nord-est. Molti sono coloro che si stanno rifugiando in Camerun, dopo aver perso case, terre e raccolti. E in Camerun, i poveri che abitano le zone di confine stanno mostrando una solidarietà inimmaginabile, accogliendo nelle loro case e nutrendo “fratelli” che hanno bisogno di tutto.

Subito dopo il sequestro della famiglia francese, il governatore del Nord Camerun aveva disposto che tutti i bianchi che abitano nelle vicinanze della frontiera nigeriana ripiegassero su Maruà o, meglio ancora, rientrassero in Patria. I missionari, però, si erano opposti, dicendo che non si abbandona la gente quando il bisogno si fa più grande. Infatti, è arrivato l’insperato contrordine: sembra che il Papa stesso sia intervenuto a chiedere che sia permesso ai missionari di restare al loro posto. La missione della Chiesa è accanto a chi ha bisogno.

Un sacerdote italiano scrive: “La “crisi” attuale nel nord del Camerun non è destinata a passare velocemente. L’Islam estremista è sempre più armato e sempre più intenzionato ad allargare il suo territorio. Purtroppo qui la maggior parte della gente è troppo “semplice” per rendersi conto che aprire la porte a questo Islam non porterà a nulla di buono. Qui non c’è la possibilità di informarsi come da noi, di capire la differenza tra Islam e Islam. Il vescovo di Maruà è da sempre un indefesso promotore del dialogo e della pace tra le religioni, della convivenza fraterna. Ma, si sa, con gli estremisti le vie del dialogo raramente portano da qualche parte. Da quanto si capisce, Boko Haram vuole colpire il Camerun proprio nel suo “punto di vanto”: Paese in pace da oltre 50 anni, Paese d’integrazione religiosa, Paese aperto al mondo. E così fa di tutto per creare destabilizzazione. In queste ore, sono colpito e toccato dal coraggio di tanti confratelli e consorelle missionari, che non vogliono fare un solo passo indietro. Nessuno è incosciente. Nessuno ha voglia di lasciarci le penne. Ma nessuno intende neanche abbandonare il campo.

“Ieri sera – continua il sacerdote italiano – un padre francese mi raccontava che sta ricevendo molte chiamate da giornalisti del suo Paese per avere dettagli sul sequestro. In molti casi ha dovuto “difendersi” da accuse del tipo: Perché rimanete lì? Volete proprio andarvela a cercare? E se poi vi sequestrano, chi paga? Il Vaticano? Preti, suore, laici che la Chiesa manda in missione non partono per il gusto dell’avventura. E neanche perché sono dei disadattati nel loro Paese d’origine. Si parte perché Gesù ha detto : “Voi sarete miei testimoni fino agli estremi confini della terra”. Testimoni di Gesù attraverso l’annuncio della sua Parola, e, molto più, attraverso una vita spesa al servizio degli ultimi. Sul Suo esempio. Questo è tutto.

“Come si fa a parlare di “Uno” che ha dato la vita per il mondo, se, al sopraggiungere del pericolo, si dice: “Beh, adesso io ho finito: cavatevela da soli”? Il Vangelo, amici miei, non è una bella storia. Bella da raccontare, bella da ascoltare. Il Vangelo è programma di vita. Che credibilità avrebbe, se coloro che sono venuti ad annunciarlo (e qui la Chiesa ha solo 50 anni!), se ne andassero non appena il prezzo comincia ad alzarsi? Francamente i missionari non lo vogliono il martirio (di sicuro, non io!), ma quando parli di Gesù in mezzo a gente che la vita ha tenuto sempre schiacciata a terra, senti tutto il peso della Parola che stai portando. E capisci che non puoi scaricarlo. Detto questo, bisogna anche che vi tranquillizzi un po’. Onestamente non mi sembra che nella mia missione siamo esposti più di tanto. La frontiera nigeriana in linea d’aria è parecchio distante. Di più, l’esercito camerunese sta davvero mobilitandosi per proteggere le missioni. Quindi, vi invito a non avere particolari preoccupazioni per noi. Ma questa lettera andava scritta perché non può accadere che non si sappia! Il mondo deve sapere quello che accade. Raccomando di pregare per padre Georges, per noi e il nostro popolo. Il mondo è pieno di violenti, ma, grazie a Dio, la vita continua”.

Piero Gheddo

La Chiesa nella Libia d’oggi

La stampa italiana riporta spesso notizie sulla Libia, quasi sempre negative. Il grande paese (cinque volte l’Italia), con circa 6 milioni di abitanti, ha nel sottosuolo immense ricchezze naturali, che permetterebbero ai libici di avere un livello di vita paragonabile a quelli del Kuwait, Bahrein, Emirati arabi uniti, Brunei. Ma, dopo la caduta e il massacro di Gheddafi nell’ottobre 2011, il governo non controlla tutto il territorio, per le molte milizie armate che si contendono il potere nazionale o locale. La pagina di Riccardo Redaelli su “Avvenire” (“Libia, ostaggio delle milizie – Nel paese del petrolio manca l’elettricità”, 27 ottobre 2013) descrive in modo esauriente la situazione politico-militare del paese. Ma scarseggiano le notizie sulla situazione della Chiesa cattolica e dei cristiani. L’Annuario Pontificio del 2012, per i due vicariati apostolici di Tripoli e di Bengasi registrava 70.000 e 10.000 cattolici; l’Annuario del 2013 ne registra 10.000 e 3.000. Qual’è la situazione della Chiesa cattolica in Libia?

Anzitutto va detto che i libici sono tutti musulmani, non ci sono libici cristiani. Fino a due anni fa c’erano in Libia circa un milione di cristiani, soprattutto copti egiziani emigrati in Libia per lavoro; i cattolici erano tutti stranieri, dirigenti e lavoratori nei pozzi di petrolio, impresari e tecnici in numerose industrie create in Tripolitania (specialmente da italiani), operatori nel campo sanitario (medici e infermiere); e anche molti immigrati dall’Africa nera, con il proposito di attraversare il Mediterraneo e venire in Europa, ma che dovevano restare 3-4 anni in Libia a lavorare, con buoni stipendi. Da informazioni dirette risulta che molti stranieri in Libia sono ritornati quasi tutti in patria. Nel 1986 Gheddafi, che aveva creato una rete di ospedali e dispensari medici ma con pochi medici e infermiere locali, scriveva a Giovanni Paolo II chiedendo suore infermiere, dato che due suore francescane italiane avevano assistito con amore e dedizione suo padre nell’agonia e nella morte, in seguito ai bombardamenti di Reagan alle sei caserme in cui viveva la famiglia del capo libico. Nel 2010 il personale sanitario cattolico era di circa 10.000 medici e infermiere (90 suore, un migliaio di medici e 9.000 infermiere filippine, indiane, libanesi, italiane, francesi, polacche e spagnole). Il vescovo di Tripoli Giovanni Innocenzo Martinelli mi diceva: “Stanno cambiando l’immagine del cristianesimo nel popolo libico”.

Oggi la Chiesa sopravvive in Libia. I molti filippini che c’erano sono scappati durante la guerra, poi qualcuno è ritornato, ma sono poche le infermiere rimaste. In Tripolitania non c’è persecuzione, ma l’unica chiesa aperta a Tripoli è quella di San Francesco col vicario apostolico e vescovo mons. Giovanni Innocenzo Martinelli e quattro preti francescani minori (Ofm). A Tripoli i cristiani sono ancora abbastanza numerosi, anche filippini e altri stranieri. Ma le altre chiese aperte a Tripoli, Misurata e Sirte sono chiuse. Hanno abbandonato la Tripolitania due congregazioni femminili, quelle maltesi perché mancano di personale e quelle di San Vincenzo uscite durante la guerra. Sono rimaste le suore di Madre Teresa e poche altre. L’anno scorso, le Piccole sorelle di Gesù del De Foucauld sono morte in tre in un incidente stradale.

A Sebha nel deserto, a 800 km a sud di Tripoli (dove il padre Giovanni Bressan, dottore nell’ospedale cittadino, aveva fondato la parrocchia nel 1990), ci sono ancora i cattolici dalla Nigeria, Niger, Burkina Faso, Camerun che lavorano in quella grande città (90.000 abitanti) e tengono aperta la chiesa, la scuola, l’oratorio, si riuniscono per pregare e fare la catechesi. Ogni due settimane va un padre da Tripoli a celebrare la Messa, rimane con loro due-tre giorni e torna indietro. L’orientamento della Libia è ormai chiaramente di radicalismo islamico anche in Tripolitania, più o meno sotto il controllo del governo nazionale, che nel febbraio 2013 ha varato la legge che legalizza la poligamia, abolita da Gheddafi. Altro segno forte di una tendenza generale è che anche nelle città la maggioranza delle donne portano il burqa o il velo, mentre solo pochi anni fa specialmente le giovani vestivano all’occidentale.

In Cirenaica sono sempre stati più battaglieri dei tripolitani. A Benghazi è peggio che a Tripoli. Nell’autunno 2012 sono tornate in patria una quarantina di suore impegnate negli ospedali, perché minacciate di morte. Sono rimaste solo le Immacolatine di Ivrea, a servizio nell’ospedale di Benghazi, hanno la loro casa dentro l’ospedale, quindi sono al sicuro; e le tre suore indiane che sono nell’ospedale dei bambini, della congregazione svizzera Figlie della Santa Croce. A Benghazi c’è ancora il vicario apostolico e vescovo mons. Silvestro Magro con due padri francescani, nella Cattedrale minacciata più volte di essere saccheggiata e bruciata. Ma loro restano per assicurare una presenza cattolica nella capitale della Cirenaica, mantenere un rapporto con le autorità locali e assistere le suore in ospedale. Alcune volte il vescovo e i due frati vanno ad abitare con le suore dell’ospedale, quando le minacce sono credibili. A Benghazi, dove è stato ucciso l’ambasciatore americano, l’Italia ha tentato di aprire il Consolato italiano, ma hanno visto che è troppo rischioso; sempre a Benghazi, la chiesa dei copti egiziani è stata bruciata dagli estremisti, che hanno sequestrato il parroco qualche mese fa. La città di Derna e altre della Cirenaica sono oggi in mano ai quaedisti, ai fondamentalisti. Nella città di El Beida, fra Benghazi e Derna vicino a Cirene, dove è iniziata la rivolta contro Gheddafi, è rimasto un francescano polacco, che ha preso la casetta delle suore ed è rimasto per assistere la ventina di filippini che lavorano nell’ospedale. Questo padre cura diverse iniziative in città per aiutare la popolazione e finora ha potuto rimanere, in accordo con l’autorità locale.

Scomparso Gheddafi, è crollata l’unità del paese e la pace interna. Adesso molti lo rimpiangono, con lui c’era la pace, lo sviluppo, il commercio con l’estero, il turismo, il benessere che stava crescendo e l’islam moderato (Gheddafi controllava le correnti estremiste e salafite) stava conquistando a poco a poco la maggioranza dei libici. Adesso l’islam salafita è tornato alla ribalta vittorioso e domina facilmente nelle varie “kabile” (come in Libia chiamano le tribù) e nelle confraternite religiose.

Piero Gheddo

Luigi Pezzoni, medico e missionario dei lebbrosi in India

Il 12 novembre scorso è morto ad Hyderabad, capitale dello stato di Andhra Pradesh, il padre dott. Luigi Pezzoni (1931-2013), per 47 anni missionario in India, fondatore della prima parrocchia a Nalgonda (oggi diocesi) e del “Leprosy Health Centre”. E’ riuscito ad entrare in India nel 1966 perchè infermiere diplomato e specialista per la cura dei lebbrosi; più avanti, con studi ed esami in India, è poi diventato dottore in medicina. Sacerdote del Pime nel 1958, giunto in missione a Warangal nel 1966, dopo tre mesi di studio dell’inglese nella casa del vescovo, mons. Alfonso Beretta lo manda a Nalgonda con fratel Pasqualino Sala a imparare il telegu, lingua locale dell’Andhra. C’era già una chiesetta costruita da padre Carlo Bonvini e una piccola casa parrocchiale, ma Pezzoni era il primo prete residente a Nalgonda, dove c’erano già quattro suore indiane “Little Flowers” (fondate da padre Silvio Pasquali), cinque famiglie di battezzati e vicino alla città tre piccoli villaggi di cristiani.

Padre Luigi sapeva poco l’inglese e quasi nulla di telegu, ma non era uomo da starsene chiuso in casa a studiare. Aveva un carattere aperto, gioioso, un volto sorridente e il carisma di fare amicizia con tutti e di farsi voler bene. Con Pasqualino pregavano molto e si butta subito in moto a visitare i villaggi, adattandosi a mangiare come gli indiani, a dormire per terra su una stuoia di bambù nelle capanne di paglia e fango, a bere acqua di fiume; aveva recepito la tradizione missionaria del Pime con grande spirito di sacrificio. Soprattutto suona la fisarmonica e richiama bambini e ragazzi. In villaggi poverissimi, dove non succede mai niente, il passaggio del padre bianco è un avvenimento straordinario da ricordare, commentare, raccontare ad altri. Ai più poveri, cioè i fuori casta (i “paria”) il missionario porta medicine, visita i lebbrosi e li cura per quanto può.

Fin dall’inizio padre Pezzoni, con l’aiuto di fratel Pasqualino, parla di Gesù e di Maria, porta la Buona Notizia che è nato il Salvatore dell’uomo. In quell’ambiente di villaggi e di Chiesa nascente, Luigi è un vulcano di novità e di iniziative per la promozione umana della sua gente, grazie anche ai generosi aiuti che gli venivano dall’Italia e dal suo paese natale di Palosco (Bergamo), dov’è ancora molto ricordato e il 17 novembre scorso ho celebrato una Messa di suffragio nella grande chiesa parrocchiale strapiena. Veniva da un famiglia profondamente religiosa: tre sorelle tutte suore e quattro maschi, uno sposato e tre sacerdoti, uno dei quali è missionario in Nicaragua. I risultati dei suoi primi dieci anni di Nalgonda (1966-1976) sorprendono i confratelli missionari. Aveva trovato un migliaio di cristiani e ne lasciava 10.000 in 53 villaggi, con 70 catechisti da lui formati. Il catecumenato di tre anni lo facevano le suore catechiste “Little Flowers” di p. Silvio Pasquali. Nel 1966 Nalgonda è eretta in diocesi e nel territorio evangelizzato da padre Luigi il primo vescovo indiano, mons. Matthew Cheriankunnel del Pime, erige tre nuove parrocchie. Oggi la diocesi di Nalgonda ha 74.150 cattolici su 6.025.347 abitanti e un’estensione di 32.161 kmq; 65 parrocchie, 80 chiese (in muratura), un centinaio di sacerdoti diocesani, 17 sacerdoti religiosi, 362 suore. La forza di questi numeri, per una diocesi che non ha ancora 50 anni, rivela la bontà della semina fatta dai missionari del Pime.

Nel 1974 padre Pezzoni porta in India le prime due suore spagnole (conosciute in Spagna dove aveva studiato leprologia) e poi due nuove ogni anno. “Questo permesso straordinario l’ho ottenuto – mi raccontava nel 2005 – incontrando la primo ministro Indira Gandhi nel 1974, attraverso una sua amica di Hyderabad. Indira mi ha chiamato a Delhi e le ho spiegato il mio piano di formare suore e tecniche indiane per i lebbrosi. E’ stata contenta e mi ha dato otto visti per le spagnole, venivano due all’anno. Le suore Francescane dell’Immacolata di Valencia oggi hanno 300 suore anziane in Spagna e più di 70 suore giovani in India; una di queste, suor Ambika, sta imparando l’italiano, già scrive lettere ai benefattori e mi fa da segretaria”.

Pezzoni ha fondato a Nalgonda una cittadina cristiana, con molte opere caritative ed educative. Il villaggio di Shanti Nagar (Villaggio della Pace) con 100 casette per i lebbrosi ed ex-lebbrosi, casa e noviziato per le suore, casa per gli ospiti, un ospedale di 200 letti, una bella e grande chiesa (usata anche come aula comunitaria dai lebbrosi), una fattoria con campi coltivati e allevamento di animali da macello, quattro officine che danno lavoro a uomini e donne ex-lebbrosi (falegnameria, meccanica, calzoleria, artigianato e fabbricazione di arti artificiali per handicappati), un “boarding” (ostello) per un centinaio di studenti che vengono dai villaggi, una scuola con 500 alunni, molti figli di lebbrosi, ma ormai la lebbra guarisce, se presa a tempo. Diceva Pezzoni: “Con l’aumento dell’igiene e della nutrizione, la lebbra è molto diminuita: si usa una combinazione di varie medicine e il bambino che ha qualche macchia sul corpo guarisce in un anno e non gli rimane più niente. Abbiamo due-tre nuovi casi al mese, una volta erano decine”. Inoltre, p. Pezzoni ha esteso il suo servizio anche ad altri villaggi dell’Andhra Pradesh, aiutando 3.500 ragazzi e 5.000 malati di lebbra. Quest’anno circa 5.000 bambini poveri e figli di pazienti hanno ricevuto dal missionario una borsa di studio. Uno degli ultimi progetti lanciati da p. Pezzoni è la costruzione di un nuovo ospedale per la cura dell’Aids. Esso ospiterà 100 posti letto, darà possibilità di day-hospital con assistenza e distribuzione dei farmaci ai malati esterni, e comprenderà anche un ostello per studenti in visita o tirocinio presso la struttura. Iniziati nel 2012, i lavori saranno terminati nel 2015.

Fin dall’inizio, p. Pezzoni ha combinato il lavoro sanitario con quello pastorale, costruendo una trentina di chiese e cappelle e altre opere. Dal 1977 padre Luigi ha optato per rimanere nel lebbrosario, riconosciuto e premiato dal governo dell’Andhra Pradesh, e si è dedicato totalmente a lebbrosi ed ex-lebbrosi, sostenuto dal finanziamento dei suoi progetti da parte degli amici e del Pime e dell’Ufficio aiuto missioni (Uam) del Centro missionario Pime di Milano. Altri generosi aiuti dalla rete dei suoi amici in Italia, ai quali mandava frequenti lettere e relazioni sulle sue attività; e soprattutto dal segretario di Paolo VI, mons. Pasquale Macchi, suo grande amico, che gli ha mandato anche due statue di Manzù, una di Paolo VI e una di Gandhi, poste in due nicchie sulla facciata della grande chiesa che ha costruito nella sua cittadella. Dal 2003 padre Pezzoni ha costruito per la diocesi di Nalgonda i primi edifici del “Junior College Paolo VI” (Università cattolica), anche questo finanziato da mons. Macchi, che funziona con 500 alunni, a capo del quale c’è un giovane sacerdote diocesano. Anche quest’opera ha lo scopo di offrire ai cristiani e ai fuori casta una Università, perché in quelle statali è difficile per loro trovare posto. In una delle sue ultime lettere, datata agosto 2013, p. Pezzoni scriveva: “Continuiamo con gioia e amore il nostro servizio a tutti coloro che hanno bisogno del nostro aiuto. Non solo: ogni sera recitiamo il S. Rosario per tutti in modo che Dio doni il suo aiuto a tutti coloro che ne hanno bisogno”.

Piero Gheddo

Uruguay: un paese di cultura atea e socialista

Uno dei peggiori mali fisici, psichici e sociali che affliggono i popoli evoluti e ricchi, è la droga, tutte le droghe, che aumentano artificialmente le potenzialità psichiche e fisiche dell’uomo, ma ne distruggono il sistema neuro-vegetativo riducendo a poco a poco il drogato ad una larva d’uomo. La lotta contro la droga e gli spacciatori di droghe è una delle priorità di tutti i governi. L’Uruguay entrerà presto nel “Guinnes” dei primati, poiché è il primo governo della storia a liberalizzare le “droghe leggere”. Il presidente dell’Uruguay, Josè Mujica, ha spiegato perché sostiene e approva questa riforma: il proibizionismo e la lotta senza quartiere a livello continentale e mondiale contro il commercio delle droghe non sono riusciti a estirpare questo “vizio sociale”. Occorre combattere le droghe legalizzandone l’uso e statalizzando la distribuzione regolamentata di “droghe leggere”. Alle persona con più di 18 anni sono permesse al massimo 40 sigarette di marijuana al mese, i consumatori che superano tale quantità saranno costretti a sottoporsi a trattamento riabilitativo.

La nuova legge è approvata solo dal 38% e condannata dal 62% degli uruguayani, ma la riforma è stata varata con 50 voti a favore su un totale di 96 seggi dalla Camera dei deputati. L’opposizione ha tentato di ostacolare questa operazione, ma il “Frente Amplio”, coalizione di sinistra al governo, ha approvato il disegno di legge; e al Senato i filogovernativi hanno una buona maggioranza. Lo Stato “assumerà il controllo e la regolamentazione” dell’intero ciclo produttivo della cannabis e dei suoi prodotti, dall’importazione dei semi delle piante fino alla commercializzazione della marijuana, che verrà venduta al consumatore attraverso le farmacie.

Così l’Uruguay, dopo aver depenalizzato l’aborto e approvato, primo fra i paesi latino-americani, il matrimonio fra i “gay”, è il primo paese al mondo che liberalizza la droga, in modo più ampio di quanto hanno fatto Olanda e California. La storia di questo piccolo paese sud-americano spiega, almeno in parte, questo primato poco appetibile. Vi sono stato nel 1992, invitato per una relazione sul rapporto ecclesiale fra Italia e America Latina, ad un congresso delle Chiese latino-americane. Dall’inizio del Novecento fino a dopo la seconda guerra mondiale, l’Uruguay era definito “la Svizzera del Sudamerica” e “Il paradiso degli emigranti”. Un paese di solida democrazia, senza analfabeti, economicamente prospero, con leggi sociali molto avanzate, più di quelle dell’Europa a quel tempo. Oggi è un popolo deluso, precipitato in basso nella classifica del reddito pro capite, dopo aver occupato i primi posti per più di mezzo secolo. Come per la vicina Argentina, la prosperità dell’Uruguay era basata sulle esportazioni di grano, prodotti della pastorizia e carne di manzo. Dal 1950 in avanti è scoppiata la crisi di questi prodotti, perché Stati Uniti ed Europa hanno cominciato ad essere autosufficienti, tagliando le importazioni. Lo “stato sociale” uruguayano è crollato, aprendo la strada alla guerriglia dei “tupamaros” e ad una crudele dittatura militare (1973-1985).

Oggi il paese sta riprendendosi, ma nel 1992 ho viaggiato, accompagnato dai missionari italiani OMI (Oblati di Maria Immacolata) fino a Rivera, Tacuarembo, Paso de los Toros, Cardona, Mercedes e Punta del Este, per incontrare missionari italiani e ovunque mi hanno detto che il paese non ha ancora trovato una via autonoma allo sviluppo e attraversa una profonda crisi d’identità, che è anche quella delle ideologie dominanti dall’indipendenza ad oggi: l’ateismo e il socialismo. Va ricordato che l’Uruguay, esteso due terzi dell’Italia con soli 3,5 milioni di abitanti (il 50% dei quali vivono a Montevideo!), è una sconfinata prateria a perdita d’occhio (la “pampa”), con acque e terre fertili ma quasi disabitata. L’Uruguay è nato nel 1828 come stato cuscinetto fra Argentina e Brasile (cioè fra spagnoli e portoghesi) con soli 60.000 abitanti, che alla fine del secolo erano già 600.000 per i molti immigrati dall’Europa spesso scampati alle repressioni delle monarchie europee e della restaurazione dopo la Rivoluzione francese: carbonari, socialisti, repubblicani, radicali, rivoluzionari di ogni genere avevano fatto dell’Uruguay il loro rifugio, fra i quali anche Giuseppe Garibaldi. Questo spiega l’irrequietezza politica del paese, tormentato da numerose guerre civili, e il suo radicalismo progressista e anticlericale.

All’inizio del Novecento il presidente José Ordònez fonda uno stato politicamente democratico e socialmente avanzato: abolizione della pena di morte (1905), insegnamento e assistenza sanitaria gratuiti, pensione sociale ai nullatenente sopra i 60 anni, legge sul divorzio favorevole alla donna, il “Codice dei diritti dei lavoratori” (1920) che era considerato un modello dai paesi europei dopo la prima guerra mondiale. Lo “Stato assistenziale” dell’Uruguay ha funzionato bene fino agli anni cinquanta del Novecento, quando le esportazioni sono crollate e il paese, pur con forte tradizione socialista e progressista, è rimasto immobile, bloccato dalla mentalità conservatrice e dalla “crescita zero” demografica. Un piemontese, Rolando Passani che ha una piccola azienda tessile, mi diceva: “Quando sono immigrato in Uruguay nel 1953 con moglie e tre figli piccoli, questo paese era molto più avanzato della nostra Italia, politicamente ed economicamente. C’era un’atmosfera di libertà e di vivacità culturale che a me, dopo il fascismo, la guerra e le lotte ideologiche del nostro dopoguerra, mi sembrò straordinaria. Invece, negli anni sessanta il mondo è cambiato e qui tutto è rimasto immobile, per cui oggi molta gente vive in miseria e senza lavoro”.

In questo panorama, la povertà del popolo uruguayano che più mi ha colpito è quella spirituale. Un popolo scoraggiato, abbattuto, senza speranza e senza gioia di vivere. Oltre alla crisi economica soffre anche una forte crisi di identità nazionale. C’è un aspetto della tradizione e cultura uruguayana che spiega molte cose: l’ateismo e l’anticlericalismo che dominano la cultura e le istituzioni. L’Uruguay è il solo paese dell’America Latina nel quale un buon numero di persone non sanno che il 25 dicembre si celebra il Natale di Gesù Cristo. Infatti nel Calendario nazionale e nelle TV e giornali il Natale è segnato come “La Fiesta de los Ninos”, la Pasqua è “La Fiesta del Turismo”, l’8 dicembre “El dia de la Playa” (Il giorno della spiaggia quando inizia la stagione balneare). Dal 1919 il governo ha abolito i nomi religiosi di città e paesi: Santa Isabel è diventata Paso de los Toros (sebbene gli abitanti continuino a chiamarsi Isabeliti), San José è “Primero de Mayo”; nei giornali Dio si scrive dio, con la minuscola, la Costituzione proibisce tutti i segni religiosi in luogo pubblico. La Chiesa è stata pesantemente penalizzata e oggi la maggioranza della popolazione è senza assistenza religiosa, specie nelle campagne, per mancanza di sacerdoti. Nel 1992 a Montevideo la pratica religiosa, secondo dati ufficiali, era dello 0,5%, però nel censimento del 2011 il 54% degli uruguayani si dichiarano cattolici e il 26% atei.

Ricordando la mia visita nel 1992, a Mercedes incontro tre suore italiane “Serve della Divina Provvidenza” di Catania, alle quali è affidata una parrocchia di 10.000 abitanti, con un sacerdote che viene a celebrare una Messa alla domenica e nient’altro. “Abbiamo buoni rapporti con la gente – mi dice la superiora Maria Aurelia Ognibene – ci accettano volentieri nelle case. Il nostro lavoro è di visitare tutti, in città e nella campagna per farci conoscere e parlar loro della fede e della vita cristiana. C’è un’ignoranza spaventosa. Ad esempio, a noi chiedono l’assoluzione dei peccati. Della religiosità popolare c’è rimasto solo il battesimo e due o tre processioni l’anno. Non esiste il funerale religioso, mentre è abbastanza comune la Messa per i defunti. Il problema morale è grave. Ad esempio, le ragazze che vanno con uomini anche anziani per poter mangiare tutti i giorni, qui è considerata cosa normale. Manca assolutamente un sacerdote”. Da più d’un secolo le forze culturali e politiche dominanti hanno lanciato campagne per creare l’”uomo nuovo” attraverso l’ateismo, insegnato nelle scuole, e il socialismo: “Con la ragione e senza dio avremo un uomo felice” dice uno slogan tradizionale. Fin dall’Ottocento l’Uruguay è stato un paese dominato dalla Massoneria.

Padre Quinto Regazzoni, dei Dehoniani, mi dice: “Sono in Uruguay da 13 anni e ho visto il fallimento del razionalismo e della modernità senza Dio. Qui la religione è veramente esclusa dalla vita sociale, politica, culturale, scolastica e si vede fin troppo. Lo dimostrano le famiglie disunite: sette matrimoni su dieci finiscono nel divorzio, l’Uruguay ha la più alta percentuale di suicidi in America Latina, dove in genere il popolo è cordiale, gioioso, ride facilmente, mentre in Uruguay c’è molta freddezza. Il paese è demograficamente depresso dall’inizio del Novecento, solo la massiccia immigrazione dall’Europa ha fatto crescere di poco la popolazione”. I Dehoniani hanno a Montevideo un santuario della Madonna, frequentato da un buon numero di pellegrini. Mi dicevano che una notte hanno visto un’auto di lusso fermarsi davanti alla Grotta di Lourdes e scendere un uomo e una donna che si inginocchiano davanti a Maria. Un padre va a vedere e si trova davanti ad una delle più alte personalità dello Stato, che gli dice: “Per favore non dica a nessuno che mi ha visto qui. Siamo venuti per chiedere alla Madonna una grande grazia per nostro figlio. Se si venisse a sapere, la mia carriera politica sarebbe finita”.

Questo è quel che ho visto nel 1992, quando la situazione religiosa stava già cambiando in meglio, anche grazie ai due coraggiosi viaggi compiuti da Giovanni Paolo II nel 1987 e nel 1988. Mi dicono che oggi la situazione religiosa è migliorata. Ma a me basta quel che ho visto nel 1992, per giudicare come si riduce un paese e un popolo di immigrati, figli o nipoti di immigrati (il 40% di italiani!), in maggioranza formato da cattolici battezzati, con scarsa assistenza religiosa e con la cultura e politica nazionale che sono dichiaratamente atee e anticlericali.

Piero Gheddo

 

Un’alba di speranza per la libertà in Vietnam?

Leggo su “Asia News” una notizia dal Vietnam che mi riempie di gioia, perché significa che la frattura fra Nord e Sud, creatasi dopo la colonizzazione francese, è stata almeno in parte superata. A Saigon (oggi Ho Chi Minh City) si è potuto celebrare all’aperto una S. Messa in memoria di Jean Baptiste Ngo Dinh Diem, primo presidente cattolico del Sud dal 1953 quando l’accordo internazionale di Ginevra stabiliva la nascita dei due Vietnam (Nord e Sud), al 2 novembre 1953, quando venne assassinato assieme al fratello nel colpo di Stato compiuto dai militari sostenuti da Washington. Nazionalista e patriota, egli rappresentava per molti vietnamiti l’alternativa al regime comunista di Ho Chi Minh nel Nord, che già dal 1954 prometteva per radio che avrebbe “liberato” il Sud dai “colonialisti” francesi e americani.

La lunga “guerra del Vietnam”, che infiammò l’Occidente a sostegno del Nord contro il Sud, nacque in quegli anni e durò fino al 1975, quando il Sud, abbandonato dagli americani, venne occupato dal Nord e tutto il Vietnam precipitò nel comunismo di tipo staliniano. E’ solo un esempio di come l’Occidente, cioè l’opinione pubblica occidentale, nei 60 anni che ci stanno alle spalle ha preso spesso solenni cantonate nel giudicare e decidere le politiche da seguire in paesi lontani e diversi dai nostri (come succede quasi sempre ancor oggi riguardo ai paesi islamici). Il caso del Vietnam rimane esemplare e merita di essere raccontato.

Nel 1953 c’erano due Vietnam riconosciuti internazionalmente (come c’erano le due Coree e le due Germanie): al Nord un regime comunista sostenuto da Russia e Cina che statalizzava l’economia e perseguitava le religioni (specialmente i cristiani), provocando la fuga di circa due milioni di nord-vietnamiti verso il Sud, governato da Ngo Dinh Diem, che all’inizio rispettava le libertà di religione e di stampa, di partiti e sindacati. Nei primi anni il Vietnam del Sud, con gli aiuti francesi e americani, si sviluppava rapidamente, mentre al Nord peggiorava il livello di vita della gente, anche perché la dittatura diventava sempre più insopportabile. Nel 1957 incominciano i boicottaggi e gli attentati terroristici al Sud, dal Nord arrivano i “volontari” e gli aiuti militari per sollevare la gente del Sud contro il governo. Nel 1959 inizia la guerriglia condotta dai vietcong (partigiani locali) e dai militari nord-vietnamiti, che entrano clandestinamente nel Sud Vietnam dal Nord, da Laos e Cambogia. Il presidente Diem limita le libertà democratiche e chiede aiuti e consiglieri militari agli Usa. Nell’ottobre 1953 John Kennedy manda i primi reparti di marines per difendere il Sud, come già gli Usa avevano combattuto la guerra in Corea (1950-1953). E ancor oggi abbiamo due Coree.

In Vietnam succede il contrario. Diem non vuole americani combattenti nel suo paese, ma dopo il suo assassinio il 2 novembre 1963 i generali al potere spalancano le porte alla potenza militare americana. Infatti, gli Stati Uniti, pagando un pezzo altissimo (circa 58.000 morti americani!), hanno condotto in Vietnam una guerra che era impossibile vincere, con aerei, bombardamenti, cannoni e missili, non contro un esercito, ma guerriglieri che terrorizzavano la gente a livello di villaggi, mettevano bombe lungo le strade, compivano attentati terroristici anche nelle città. Il paese era diviso “a macchie di leopardo”, come si diceva. Invitato dall’arcivescovo di Saigon, Nguyen Van Binh, ho potuto viaggiare in quegli anni con missionari francesi o preti vietnamiti, visitando tutto il Sud e ho visto che ovunque la gente scappava dalle zone “liberate” per rifugiarsi in quelle tenute dall’esercito sud-vietnamita! Ho visitato villaggi che i vietcong occupavano per pochi giorni e compivano assassini mirati, impiantando il “tribunale del popolo” e massacrando i “collaborazionisti”, cioè il capo villaggio, i poliziotti, i capi delle cooperative, il catechista, l’infermiera, il giudice di pace, chiunque avesse una qualsiasi autorità! Ma quando Avvenire e Mondo e Missione pubblicavano le mie corrispondenze, anche fra i cattolici c’erano quelli che non mi credevano! Questa era la cultura dominante di quel tempo.

In quegli anni si è affermata la “terza forza” politica del Vietnam del sud, nata dal dialogo fra cattolici e buddisti iniziato nel 1996 per iniziativa di Paolo VI e formata da cooperative, sindacati, partiti, gruppi per i diritti dell’uomo, associazioni studentesche, associazioni di buddisti e di cattolici. La terza forza non voleva la dittatura filo-americana e nemmeno un regime comunista: chiedeva la pace nella libertà e nella giustizia ed ha avuto un peso notevole nel far cessare la guerra, con manifestazioni pacifiche contro il governo. Gli “Accordi di Parigi” del 27 gennaio 1973, firmati dalle due forze combattenti del Nord e del Sud, proclamavano la fine della guerra tra Nord e Sud, riconoscevano la “terza forza” come soggetto politico e assicuravano un governo che doveva rispettare la libertà di stampa e di religione, libere elezioni, pluralità di partiti, libertà di attività economiche, ecc. Nel marzo dello stesso anno gli americani si ritirano, il Nord manda nel Sud l’esercito regolare, la guerriglia diventa guerra totale di eserciti e nell’aprile 1975, l’esercito nord-vietnamita entra trionfante in Saigon, la capitale del Sud, e inizia il secondo grande esodo di circa 1,5-2 milioni di vietnamiti che fuggono dal loro paese ormai entrato, come diceva Solgenitsin “nell’eternità comunista”.

Dopo l’aprile 1975, i bonzi buddhisti, che nel 1963-1964 si immolavano dandosi fuoco nelle piazze contro la dittatura militare filo-americana, hanno continuato a protestare allo stesso modo contro la dittatura del Pcv (Partito comunista vietnamita), ma non hanno più avuto fotografi e televisioni occidentali pronti a riprenderli: il Vietnam era ormai tutto “liberato” e i mass media occidentali non hanno più informato sulle vicende di questo popolo. E quando è iniziato l’esodo dei vietnamiti e dei cambogiani dai loro paesi a rischio della vita, spesso si scriveva che erano i ricchi che fuggivano per non dover sopportare le fatiche della ricostruzione! Con l’aprile 1975 inizia per buddisti e cattolici una vera persecuzione, che continua ancor oggi e per i “montagnards” (i tribali animisti e cristiani delle montagne vietnamita) un vero genocidio etnico, lontano da qualsiasi interferenza straniera (come sta avvenendo in Tibet con la Cina). Dopo la metà degli anni ottanta, il Vietnam ha scelto la via del liberalismo economico congiunto con il pugno di ferro della dittatura e oggi registra un forte tasso di crescita economica. Ne siamo contenti, ma la persecuzione contro le religioni continua fra alti e bassi come prima. La celebrazione della S. Messa in memoria del presidente patriota del Vietnam, Ngo Dinh Diem (sempre demonizzato dal regime di Hanoi), è un piccolo segno positivo che speriamo possa avere seguito e dare al Vietnam quella “pace autentica” secondo gli Accordi di Parigi, firmati anche da Hanoi nel 1973.

Piero Gheddo

Eritrea: 5 milioni di eritrei in prigione

La prima colonia italiana, l’Eritrea (1889-1941), è oggi ritenuta il paese africano dove i diritti dell’uomo sono più violati e fornisce il maggior numero dei profughi africani che ogni giorno sbarcano (se non muoiono nel deserto o in mare) a Lampedusa e sulle coste della Sicilia. Non è nel caos politico-militare come Libia e Somalia, vittime di bande tribali o islamiste. L’Eritrea è sotto il tallone di Isaias Afewerki, storico capo del movimento indipendentistico eritreo, presidente dal 1993 (anno dell’indipendenza dall’Etiopia), che ha imposto un regime mono-partitico, eliminato i media indipendenti e schiacciato l’opposizione. Il popolo vive in un regime di terrore e di progressivo impoverimento, fino a denutrizione e fame diffuse, in un paese con 5 milioni di abitanti e 121.000 kmq (più di un terzo dell’Italia), che aveva una fiorente produzione agricola. Ho intervistato un profugo eritreo di 67 anni giunto in Italia all’inizio del 2013. Parla abbastanza bene l’italiano (aveva studiato nella scuola italiana di Asmara). E’ pienamente d’accordo con il “Coordinamento Eritrea Democratica” che nell’ottobre scorso ha promosso una manifestazione a Roma per protestare contro il governo eritreo, che è la causa prima delle migliaia di eritrei che tentano tutte le vie pur di fuggire dal loro paese. Gli chiedo com’è la situazione in cui si trova il popolo eritreo. Ecco la sua risposta:

“Abbiamo combattuto contro gli etiopi per avere la democrazia, la libertà, lo sviluppo e ci ritroviamo con un dittatore che peggio di così non credo sia possibile. Il presidente Afewerki ha studiato in Cina ai tempi di Mao Tze Tung ed è tornato in Eritrea per combattere la guerra di liberazione dall’Etiopia. Aveva una formazione e idee comuniste ed ha combattuto con l’aiuto di Russia e Cina; poi, acquistata l’indipendenza nel 1993, ha continuato con quei legami, consiglieri e aiuti, realizzando in Eritrea un regime maoista o staliniano che sta soffocando il popolo. Il paese è governato da un uomo solo. Anche i suoi collaboratori, se solo sospetta che tramano contro di lui, li fa gettare nelle terribili prigioni dei detenuti politici, dove marciscono migliaia di veri o supposti oppositori, che sono l’élite del paese. Dopo la guerra con l’Etiopia per i confini nel 1998-2000, quasi tutti i ministri del suo governo si sono uniti e hanno protestato col Presidente perché non si doveva fare la guerra (che ha distrutto le poche industrie che esistevano) e perchè era necessario andare verso la libertà di espressione. Il presidente li ha fatti arrestare tutti, mi pare 12 su 15, e gettare in carcere e oggi, con il sistema durissimo di quelle prigioni (dicono sotto terra), almeno la metà sono già morti. Sono migliaia i prigionieri politici, l‘Onu dice (giugno 2012) tra i 5.000 e i 10.000, ma io penso molti di più.

Dopo la guerra con l’Etiopia, Afeworki ha militarizzato il paese rendendolo una vera prigione per tutti. Non ci sono più giornali nè radio libere, chi parla male del governo è arrestato, chi sente radio o TV straniere lo stesso. Nelle famiglia c’è lo spionaggio di quel che si dice, di quel che si fa, di chi si incontra. Tutti si chiudono in se stessi e si cerca di sopravvivere. I giovani e le ragazze che arrivano ai 18 anni devono fare il servizio militare obbligatorio, che si sa quando comincia ma non quando finisce. Non ci sono più università, ne è rimasta una sola del governo, ma è un campus per pochi privilegiati, che fanno gli esercizi militari e studiano. Nessuno può emigrare prima dei 50 anni. Dopo sì, perché hanno interesse a mandare fuori gli anziani che poi aiutano i parenti e quindi l’Eritrea.

Con l’Etiopia non c’è guerra, ma i confini sono bloccati, nessuno passa, nessuno commercia, non si può nemmeno telefonare in Etiopia. Se un eritreo vuole telefonare ad un suo parente in Etiopia,deve telefonare in Italia e pregare qualcuno che telefoni in Etiopia per lui. All’inizio del 2013 c’è stato un tentativo di ribellione. Generali e colonnelli si sono ribellati e dai confini con l’Etiopia sono arrivati fino a Decameré e poi ad Asmara, ma sono stati fermati dai carri armati, ne hanno ammazzato molti, altri sono fuggiti o in prigione. Non c’è persecuzione contro i cristiani, la Chiesa copta, dopo qualche tentativo di ribellarsi, adesso è succube e manovrata dal governo che aveva tentato di fare un altro patriarca, ma poi il popolo si ribellava e hanno fatto marcia indietro. La Chiesa cattolica è l’unica che ha preso posizione con i suoi vescovi denunziando la violazione della libertà e dei diritti dell’uomo. Cinque anni fa il governo varò una legge che penalizzava fortemente le religioni, i vescovi cattolici erano gli unici che dichiaravano di non essere d’accordo e la gente diceva: “Meno male che i cattolici, piccola minoranza, hanno coraggio di resistere alla dittatura”. Poi si unirono anche i copti e i musulmani.

Il governo non ha nazionalizzato l’economia perché chi lavora, chi commercia, chi fa iniziative è sempre il partito. L’Eritrea esporta un po’ di pesce e di prodotti agricoli pregiati e ha un certo numero di turisti. Ultimamente ci sono miniere d’oro che viene esportato. La ferrovia fatta dall’Italia fra Massawa e L’Asmara che passa dal mare ai 2300 metri di altezza della capitale, era una meraviglia di gallerie, ponti,viadotti. Adesso c’è qualche vecchi littorina italiana usata quasi solo per turismo. Asmara è stata definita la più bella capitale dell’Africa ed è vero. Ci sono chiese, palazzi, piazze, viali, dove si vede l’influsso degli anni trenta dell’Italia e dell’Europa di quel tempo. Gli architetti italiani si sono sbizzarriti a costruire secondo tutti gli stili architettonici che c’erano in Europa fra le due guerre mondiali. E poi c’è il sole, il clima meraviglioso in tutte le stagioni, le regioni dell’altopiano eritreo che contengono anche ruderi del passato cristiano di molti secoli addietro, le famose chiese costruite fra le rocce e nelle rocce. Ma oggi tutto è in mano del governo, anche commercianti e negozianti lavorano per il governo a 500 “nafka” al mese (cioè circa 5 Euro), perchè importa solo il governo. L’Eritrea potrebbe vivere bene se fosse libera, ma com’è adesso sta morendo.

Piero Gheddo