Obama e i valori irrinunciabili della Chiesa

Si accusano come “di destra” i valori del matrimonio, della nascita, della morte naturale. Per la Chiesa questi sono “valori irrinunciabili” per lo sviluppo dei popoli. Aborto, sterilizzazione, controllo delle nascite, eutanasia, matrimoni gay hanno conseguenze nefaste per la soluzione dei problemi sociali.

Nelle elezioni americane del 6 novembre 2012, com’è noto, ha vinto Barack Obama e tutti auguriamo al Presidente USA di poter adempire il suo secondo mandato facendo scelte ispirate alla pace e allo sviluppo solidale del suo paese e dell’intera umanità. AsiaNews riporta la notizia con il titolo: “La vittoria di Obama preoccupa i mercati, ma potenzia il matrimonio gay”. E spiega che Obama è il primo Presidente a sostenere il matrimonio fra le coppie gay (cambiando la posizione che aveva nel 2008): “Nel Maine e nel Maryland si è andati alle elezioni per approvare (nel referendum) il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Finora i matrimoni gay erano riconosciuti in Massachusetts, Iowa, New York, Connecticut, New Hampshire, Vermont e District of Columbia, ma come decisione della Corte suprema. La vittoria alle urne mostra un profondo cambiamento nella mentalità della popolazione Usa. Secondo alcuni exit poll, i tre quarti di coloro che volevano il voto sul matrimonio gay sono sostenitori di Barack Obama”.

Mi chiedo: perché, in genere,  nei paesi dell’Occidente cristiano, i partiti e le coalizioni di sinistra sono favorevoli a molte soluzioni in campo sessuale e familiare, che la Chiesa cattolica condanna? Di per sé, quando la Chiesa, il Papa e i vescovi, parlano dei problemi che riguardano la visione cristiana della vita e del matrimonio, sono totalmente al di fuori delle dispute politiche fra destra e sinistra. Ma perché i partiti e le coalizioni di sinistra approvano quello che la Chiesa condanna in questo campo?

L’enciclica “Caritas in Veritate” (CV) di Benedetto XVI (2009) congiunge il diritto alla vita allo sviluppo di ogni popolo e dell’umanità (n. 28). La “questione antropologica”, su cui tanto insistono la Santa Sede e la Conferenza episcopale italiana, diventa a pieno titolo “questione sociale” (nn. 28, 44, 75). Nella CV i temi di bioetica sono letti in relazione allo sviluppo dei popoli. Il controllo delle nascite, l’aborto, le sterilizzazioni, l’eutanasia, le manipolazioni dell’identità umana e la selezione eugenetica sono severamente condannati (sono “valori irrinunciabili” n.d.r.) non solo per la loro intrinseca immoralità, ma soprattutto per la loro capacità di lacerare e degradare il tessuto sociale, corrodere la famiglia e rendere difficile l’accoglienza dei più deboli e innocenti: “Nei paesi economicamente sviluppati – scrive Benedetto XVI (CV 28) – le legislazioni contrarie alla vita sono molto diffuse e hanno ormai condizionato il costume e la prassi… L’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo…”. L’enciclica spiega che per lo sviluppo dell’economia e della società occorre impostare programmi di sviluppo non di tipo utilitaristico, ma che tengano “sistematicamente conto della dignità della donna, della procreazione, della famiglia e dei diritti del concepito”.

Spesso l’insistenza del Papa e dei vescovi, dalla “Humanae Vitae” di Paolo VI (1968) ad oggi, non è compresa nemmeno dai cattolici, una parte dei quali pensano che la difesa della vita e della famiglia passa in secondo piano di fronte alle drammatiche urgenze della fame, della miseria disumana, delle ingiustizie a livello mondiale e nazionale. Non capiscono il valore profetico di quanto dicono il Papa e i vescovi, che vedono nella cultura che rifiuta la vita la rottura sostanziale fra l’uomo e la Legge di Dio, con conseguenze nefaste anche per la soluzione dei problemi sociali.

Quando nelle legislazioni nazionali, come anche negli organismi dell’Onu e della Comunità Europea, prevale l’egoismo dell’uomo, com’è possibile pensare che poi, nell’accoglienza del più povero e del diverso, quest’uomo diventi altruista e animato dalla carità cristiana? Tra opere sociali e difesa della vita non esiste alcuna contraddizione, ma anzi c’è un’integrazione vicendevole, si  richiamano a vicenda, l’una non sta senza l’altra. La protesta per la fame nel mondo e per l’aborto hanno eguale significato e valore. Ma in Italia i No Global (la maggioranza dei quali cattolici) hanno fatto molte proteste contro la fame, nessuna contro gli aborti, nessuna contro le coppie di fatto, i divorzi, le separazioni, i matrimoni tra gay!  Accettiamo tranquillamente che in queste situazioni vinca l’egoismo umano e poi chiediamo che nella lotta contro la fame nel mondo prevalga l’altruismo. Dov’è la logica?

Se nei nostri Paesi occidentali e  cristiani si sfascia la famiglia, si dissolve anche la società, come purtroppo stiamo sperimentando. Non si capisce come mai una verità così evidente è snobbata da chi appoggia altri tipi di famiglia (tra i gay ad esempio) e toglie ai coniugi lo stimolo di un patto d’amore da consacrare di fronte alla società col matrimonio, favorendo le coppie che si uniscono e si separano liberamente, il divorzio, le separazioni, come  il “divorzio rapido” approvato dalla Spagna di Zapatero, che si realizza in 15 giorni.

Gli indici dell’Istat di qualche anno fa (2007) dicevano che le coppie sposate (religiosamente o civilmente) producono in media più figli di quelle conviventi, perché è provato che il matrimonio dà stabilità alla coppia e maggior sicurezza alla donna per fare un figlio. Ora, sappiamo che il popolo italiano è sotto lo zero demografico, cioè diminuisce di numero. Però come cittadini italiani aumentiamo perché i “terzomondiali” fanno molti figli. Come facciamo ad aiutare i popoli poveri, se non aiutiamo nemmeno noi stessi?                                   

 Piero Gheddo

Come Dio sa trarre il bene anche dal male

Cari amici lettori, vi racconto cosa mi è capitato domenica scorsa 28 ottobre. Di buon mattino parto in treno per Bologna, dove vengono a prendermi per andare in auto a Imola alla parrocchia dello Spirito Santo che celebra la festa patronale. Sceso dal treno, sto guardando un avviso dei treni in partenza per la sera, con la borsa ben stretta tra le gambe. Un grido improvviso: “Padre Gheddo!”, una ragazza di Bologna mi chiama da dietro, mi giro di scatto e non crollo dal dolore solo perché quella gentile donzella (che mi aveva conosciuto in una conferenza a Bologna) si è precipitata a sostenermi! Sono poi andato a Imola in auto, ho fatto una giornata di predicazione e catechesi sullo Spirito Santo e alla sera il parroco don Marco Renzi mi ha portato in auto a Milano con Celso Commissari, fratello del nostro padre Filippo, missionario ad Hong Kong. In ospedale l’ortopedico mi dice: “Padre, dopo i 70-80 anni non si fanno più movimenti bruschi!”. Lo terrò presente per la prossima volta.

Il “collegamento crociato” del ginocchio è fortemente infiammato. Se si rompe questo “crociato”, di cui ignoravo l’esistenza, andrebbe ben peggio. Riposo e ghiaccio, dovrebbe passare in 15-20 giorni. Una botta inattesa, continuo a lavorare, ma a rilento e mi accorgo, per un piccolo banale incidente, quanto siamo legati con un filo al tran-tran quotidiano. Siamo dei “precari” in tutta la vita!

Perché vi racconto questo fatto del tutto personale? Anzitutto perché ogni cinque giorni vi trasmetto notizie e riflessioni sulla missione della Chiesa e voi avete la bontà di seguirmi; ecco, questa volta vi trasmetto questa notizia “missionaria” e vi chiedo una preghiera. Grazie.

Il secondo motivo. E’ proprio vero che non tutto il male viene per nuocere e che la Provvidenza sa trarre il bene anche dal male. Il mio ritmo di vita, come anche il vostro suppongo, è travolgente. Il mondo moderno corre, non riesci più a fermarti: a 83 anni compiuti dovrei essere in pensione, ma ringrazio il Signore che mi tiene così tanto impegnato. Però, ecco che il buon Dio mi ferma con un ginocchio gonfio e dolorante! Che fare? Mi accorgo che ho più tempo per pregare e riflettere, sperando che, con l’aiuto di Dio, questo abbia effetti benefici almeno nella mia vita spirituale. Ciao a tutti e Dio vi benedica, vostro

padre Piero Gheddo

I missionari di Parigi per le vocazioni

In Italia, è una constatazione comune, le vocazioni per la missione alle genti sono drasticamente diminuite egli ultimi vent’anni e ormai ridotte quasi a zero. Quando nel 1995 ho iniziato ad insegnare nel seminario di filosofia e dell’anno di formazione del Pime, a Roma c’erano 21 alunni, di cui 15 italiani e sei stranieri. Quando ho smesso nel 2009, gli italiani erano tre, gli stranieri 12. A padre Alberto Caccaro, da 11 anni missionario in Cambogia (dopo 5 in Italia come animatore vocazionale) e oggi direttore del Centro missionario Pime di Via Mosè Bianchi a Milano, chiedo perchè, secondo lui, in Italia ci sono poche vocazioni missionarie. E’ stato da poco a Parigi in visita all’Istituto missionario MEP (Missione Etragères de Paris), che ha fondato la Chiesa in Cambogia. Personalmente ho conosciuto bene i MEP a Parigi e nelle missioni dell’Asia. Nel 2003 ho consultato a Singapore il loro Annuario ed erano 228 tutti di nazionalità francese, mentre quando andavo in Vietnam quarant’anni fa erano più di 700.

“Oggi, dice padre Alberto, hanno 28 seminaristi di teologia a Parigi tutti francesi.

Hanno aperto le porte delle missioni a tutti quelli che vogliono fare un’esperienza di un anno o due nelle missioni. Specialmente i giovani che hanno una qualche intenzione di diventare missionari, ma anche tutti gli altri, anche coppie sposate. Io ospitato una coppia sposata per un anno e adesso rimangono un altro anno; prima avevo ospitato alcuni giovani tutti sotto i 24 anni. A questi giovani il Mep fa la proposta precisa di diventare missionari. I superiori dell’Istituto seguono e visitano questi volontari laici nelle missioni. Li mandano anche dove non ci sono i Mep, come in Vietnam, dove attualmente ne hanno 24 sempre in parrocchie e con preti locali. A Parigi i MEP hanno un grande istituto, luogo molto aperto e fucina di attività missionarie. Ospitano decine di sacerdoti che vengono dalle missioni, specie dalle chiese dell’Asia, per studiare a Parigi. Quindi hanno tanti contatti con le giovani Chiese nelle quali hanno lavorato e possono mandare i loro volontari, oltre che con i loro missionari, anche con questi preti amici.

“La legge francese, continua padre Alberto, favorisce queste esperienze all’estero, copre le spese previdenziali e al rientro i giovani ricevono aiuti per riprendere il lavoro; anche per chi studia, un anno o due all’estero come volontari, da diritto a crediti formativi per gli studi e accredita per la futura carriera scolastica.

La legge francese ha sempre favorito anche le famiglie quindi la Francia un tasso di natalità nettamente superiore a quello italiano. Questo incide anche sul numero delle vocazioni. I Mep mandano questi giovani in missione dopo una breve preparazione. Dopo i primi contatti, vengono alla casa dei Mep a Parigi una settimana o dieci giorni e partono per la missione, ma sanno già che si tratta di un’esperienza cristiana, di fede, non solo di lavoro umanitario. L’esperienza suppone la convivenza con i missionari e il servizio alla Chiesa locale. Naturalmente poi fanno tutto quello che possono per aiutare i poveri, educare e altri lavori di missione. Ma la molla che li spinge è l’esperienza di fede e l’orientamento cristiano della loro vita. Quindi, chi vuol andare in missione con i Mep deve presentare un giudizio positivo di tre preti diversi, così avviene una selezione che aiuta a chiarire gli obiettivi dell’esperienza: i giovani sanno di dover lavorare in una missione e partecipare alla vita della missione”.

Chiedo a padre Caccaro come fanno i Mep ad avere così tante richieste, se la Francia è più secolarizzata dell’Italia e ha meno preti. Risponde: “I Mep pescano nel nocciolo duro del cattolicesimo francese, cioè quella fascia di cattolici per i quali l’appartenenza alla Chiesa è una scelta ponderata e custodita di generazione in generazione, che si è mantenuta fedele pur senza sottrarsi al confronto con la laicità prevalente nella società d’oltre alpe. Fra questi francesi, che non sono pochi in un paese di 63 milioni di abitanti, i giovani sono sensibili al richiamo delle missioni e i Mep si presentano come missionari e offrono la possibilità di due anni in missione, con tutte le garanzie legali e finanziarie. A quei giovani che con questa esperienza danno buona testimonianza di sé, propongono di entrare nel loro seminario. Se hanno 28 seminaristi francesi di teologia, si vede che hanno trovato la via giusta. Io ho visto che i volontari del Mep venuti in Cambogia, anche con me, i più hanno alle spalle una militanza tradizionale però non chiusi al mondo moderno o antiquati come idee, tutt’altro, proprio perché fedeli alla Chiesa e all’identità cristiana”.

Piero Gheddo

Benedetto XVI: il relativismo e l'ad gentes

A 50 anni dal Concilio Vaticano II il magistero dei Papi continua sulla linea dell’Ad Gentes, senza alcun deviazione, diciamo, a destra o a sinistra. Fin dall’inizio del suo Pontificato, Benedetto XVI si è proposto “l’impegno di attuazione del Concilio Vaticano II”, che ha definito “la bussola con cui orientarci nel vasto oceano del terzo millennio”. Il Signore ha dato alla Chiesa un Papa teologo e intellettuale raffinato, con idee chiare, che si esprime con grande semplicità e precisione; un Papa colto e aperto alla modernità, cordiale, trasparente, pronto al dialogo con tutti, ma anche convinto che il Vangelo va bene in tutti i tempi e per tutti i popoli; così come è cosciente della vasta e profonda crisi di fede che l’Europa e l’Occidente cristiano stanno attraversando. Il 1° aprile 2005, nella conferenza a Subiaco su “L’Europa e la crisi delle culture”, Ratzinger diceva: “In Europa si è sviluppata una cultura che costituisce la contraddizione in assoluto più radicale non solo del cristianesimo, ma delle tradizioni religiose e morali dell’umanità”. Parole pesanti come pietre tombali: dov’è finita l’eredità cristiana dell’Europa?

L’attuale Pontificato si caratterizza per la lotta contro il “relativismo” (tutto è relativo e cambia con i tempi), che è la morte della fede e della missione alle genti. Il 18 aprile 2005, alla Messa “pro eligendo romano Pontifice”, il card. Ratzinger diceva: “Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero… La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde, sbattuta da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale… Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. ‘Adulta’ non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo”.

La battaglia contro il relativismo è anzitutto interna alla Chiesa, sono gli stessi cristiani a credere che, più o meno, tutte le religioni si equivalgono. Una tesi in vari modi sostenuta anche da teologi. Paul Knitter, teologo americano in istituti cattolici, pubblicato in America e in Italia da editrici cattoliche, ha scritto: “Il presupposto fondamentale del pluralismo che unisce è che tutte le religioni sono o possono essere egualmente valide. Ciò significa che i loro fondatori sono o possono essere egualmente validi. Ciò potrebbe dischiudere la possibilità che Gesù Cristo sia ‘uno fra i tanti’ nel mondo dei salvatori e dei liberatori?”. Altro caso di “relativismo teologico” (ma solo sono esempi) è quanto scrive il teologo indiano Jacob Kavunkal: “Ciò che è necessario con urgenza non è tanto di fare cristiani gli indiani, quanto di cristianizzare l’India nel senso di trasformare la società indiana mediante i valori evangelici…. Il che significa che dobbiamo effettuare uno spostamento non solo dalla Chiesa a Cristo, ma anche da Cristo al Regno che egli ha proclamato”. Insomma, il Regno va bene, ma il Re non lo vogliamo!

E’ molto diffuso, non più solo in campo teologico ma nella pubblicistica, il “relativismo” che assume “i valori evangelici” (amore, pace, perdono, solidarietà, giustizia, eguaglianza, ecc.) dimenticando Cristo; si prende il messaggio ma non il messaggero. Il card. Camillo Ruini ha illustrato la crisi della teologia cattolica, che disorienta il popolo dei credenti (“Teologia e cultura: terre di confine”, 11 maggio 2007 alla Fiera Internazionale del Libro a Torino): “La profonda disillusione prodotta nell’ambito delle teologie della liberazione dal crollo del muro di Berlino (1989) ha spinto vari loro esponenti verso il relativismo. Essi sono confluiti, insieme a non pochi altri teologi, in quell’orientamento che prende il nome di teologia delle religioni, secondo il quale non solo il cristianesimo ma anche le altre religioni del mondo, con i popoli e le culture che ad esse si riferiscono, costituirebbero, accanto al cristianesimo storico, autonome e legittime vie di salvezza. Viene così abbandonata la fondamentale verità della fede, secondo la quale Gesù Cristo, il Figlio di Dio che si è fatto uomo ed è vissuto nella storia, è l’unico Salvatore dell’intero genere umano, anzi di tutto l’universo”.

Nella Messa del 18 aprile 2005 “pro eligendo summo Pontifice” il card. Ratzinger, commentando la parola di Gesù: “Vi ho costituiti perchè andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Giov 15, 16), afferma: “ Dobbiamo essere animati da una santa inquietudine, di portare a tutti il dono della fede, dell’amicizia con Cristo. In verità, l’amore, l’amicizia di Dio ci è stata data perché arrivi anche agli altri. Abbiamo ricevuto al fede per donarla ad altri. E che il nostro frutto rimanga”.

Tanti i testi di Benedetto XVI sulla missione alle genti. Ecco la Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione della Congregazione della Fede, pubblicata il 3 dicembre 2007, festa del missionario per eccellenza San Francesco Saverio, quasi ignorata dalla stampa cattolica e missionaria. All’inizio di questo breve testo, voluto e approvato dal Papa, si legge (n.3): “Si verifica oggi una crescente confusione che induce molti a lasciare inascoltato ed inoperante il comando missionario del Signore: “Andate fate diventare miei discepoli tutti gli uomini del mondo, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo…” (Mt 28, 19). Spesso si ritiene che ogni tentativo di convincere altri in questioni religiose sia un limite posto alla libertà. Sarebbe lecito solamente esporre le proprie idee ed invitare le persone ad agire secondo coscienza, senza favorire una loro conversione a Cristo ed alla fede cattolica; si dice che basta aiutare gli uomini a essere più uomini o più fedeli alla propria religione, che basta costruire comunità capaci di operare per la giustizia, la libertà, la pace, la solidarietà. Inoltre, alcuni sostengono che non si dovrebbe annunciare Cristo a chi non lo conosce, né favorire l’adesione alla Chiesa, poiché sarebbe possibile esser salvati anche senza una conoscenza esplicita di Cristo e senza una incorporazione formale alla Chiesa. Di fronte a tali problematiche, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha ritenuto necessario pubblicare la presente Nota”.

Il documento cita i testi conciliari e richiama la tradizionale dottrina cattolica, con lo scopo di “chiarire alcuni aspetti del rapporto tra il mandato missionario del Signore ed il rispetto della coscienza e della libertà religiosa di tutti. Si tratta di aspetti che hanno importanti implicazioni antropologiche, ecclesiologiche ed ecumeniche”. La “Nota dottrinale” è un testo che gli Istituti e i Centri missionari diocesani, l’animazione e la stampa missionaria, come i gruppi e associazioni missionarie, dovrebbero conoscere e discutere per avere un preciso punto di riferimento nella temperie di secolarizzazione e relativismo, che rischia di farci perdere la bussola della retta via.

Negli annuali “Messaggi per la Giornata missionaria mondiale”, Benedetto XVI insiste sul dovere e l’urgenza di annunziare Cristo a tutti i popoli. Quelli di Giovanni Paolo II trattavano dei problemi nel campo delle missioni. Benedetto XVI avverte che il dovere stesso per la Chiesa di annunziare Cristo ai non cristiani è meno sentito, ha perso forza e consensi, è contestato o rifiutato. Nel Messaggio del 2007 si legge: “Vorrei invitare l’intero Popolo di Dio – Pastori, sacerdoti, religiosi, religiose e laici – ad una comune riflessione sull’urgenza e sull’importanza che riveste, anche in questo nostro tempo, l’azione missionaria della Chiesa….“Tutte le Chiese per tutto il mondo”: questo il tema scelto per la prossima Giornata Missionaria Mondiale, che invita le Chiese locali di ogni Continente a una condivisa consapevolezza circa l’urgente necessità di rilanciare l’azione missionaria di fronte alle molteplici e gravi sfide del nostro tempo”.

Nel Messaggio del 2008 si legge: “Vorrei invitarvi a riflettere sull’urgenza di annunciare il Vangelo anche in questo nostro tempo. Il mandato missionario continua ad essere una priorità assoluta per tutti i battezzati…. Cari fratelli Vescovi, seguendo l’esempio di Paolo ognuno si senta “prigioniero di Cristo per i gentili” (Ef 3,1), sapendo di poter contare nelle difficoltà e nelle prove sulla forza che ci viene da Lui. Il Vescovo è consacrato non soltanto per la sua diocesi, ma per la salvezza di tutto il mondo (Redemptoris missio, 63). Come l’apostolo Paolo, è chiamato a protendersi verso i lontani che non conoscono ancora Cristo, o non ne hanno ancora sperimentato l’amore liberante; suo impegno è rendere missionaria tutta la comunità diocesana, contribuendo volentieri, secondo le possibilità, ad inviare presbiteri e laici ad altre Chiese per il servizio di evangelizzazione. La missio ad gentes diventa il principio unificante e convergente dell’intera sua attività pastorale e caritativa. Voi, cari presbiteri, primi collaboratori dei Vescovi, siate generosi pastori ed entusiasti evangelizzatori! Non pochi di voi, in questi decenni, si sono recati nei territori di missione…. Confido che non venga meno questa tensione missionaria nelle Chiese locali, nonostante la scarsità di clero che affligge non poche di esse”.

Nel Messaggio per la Giornata missionaria 2012 Benedetto XVI scrive: “Il mandato missionario che Cristo ha affidato ai suoi discepoli deve essere impegno dell’intero popolo di Dio, vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose, laici. Anche oggi la missio ad gentes deve essere il costante orizzonte e il paradigma di ogni attività ecclesiale, perché l’identità stessa della Chiesa è costituita dalla fede nel mistero di Dio, che si è rivelato in Cristo per portarci alla salvezza, e dalla missione di testimoniarlo e annunziarlo al mondo, fino al suo ritorno”.

Il 5 febbraio 2006 venne ucciso a Trabzon (Trebisonda) in Turchia don Andrea Santoro, sacerdote romano che era andato in quella città islamica per assistere i pochi cristiani e dare una testimonianza di fraternità e di carità al popolo turco. Un editorialista fra i più noti del Corriere della Sera scriveva: “Tutti condanniamo l’uccisione di don Andrea Santoro, un atto barbarico. Ma perché quel bravo prete è andato in una città dove non lo volevano? Non poteva starsene tranquillo nella sua Roma cristiana?”. E’ uno dei tanti esempi possibili che rivelano un’altra tendenza contraria alla “missio ad gentes”. La crisi della fede porta alla crisi della missione alle genti. Anche non pochi cristiani, fra quelli che vengono in chiesa, si sentono assediati e minacciati da un mondo estraneo, si chiudono in difesa della propria fede, si lamentano dei tempi cattivi, rifiutano e demonizzano l’islam e i musulmani. Non pensano che il vero cristiano, fiducioso nella promessa di Cristo (“Io sarò sempre con voi tutti i giorni fino alla fine dei secoli”, Matt 28,20), seguendo il consiglio di Giovanni Paolo II (“La fede si rafforza donandola!”, R.M. 2), si offre lui stesso, per quanto gli è possibile, per testimoniare la carità di Cristo fra i musulmani, là nelle missioni o anche nella nostra Italia. Quanto bisogno di volontari hanno le nostre parrocchie, le Caritas, i Centri missionari diocesani!

Piero Gheddo

“Redemptoris Missio” e crisi dell'ad gentes

Nel 1990, venticinque anni dopo l‘approvazione del Decreto conciliare Ad Gentes nel 1965, Giovanni Paolo II pubblica l’enciclica “Redemptoris Missio”, contestata da non pochi nella Curia vaticana prima che uscisse. Dicevano: “L’enciclica è troppo solenne, può bastare una “lettera apostolica”, come per l’anniversario di altri testi conciliari”. Invece il Papa ha voluto un’enciclica per colmare una lacuna e confermare autorevolmente l’Ad gentes. La lacuna era questa: l’Ad Gentes, considerato secondario nel quadro del Vaticano II (ha rischiato di essere abolito, come ho scritto), non aveva avuto il tempo di essere discusso e di rispondere a tutte le richieste dei padri conciliari dalle missioni: è un testo molto bello, ma affrettato, incompleto.

La R.M. è stata sottovalutata nella Chiesa, da teologi, missiologi, riviste missionarie, perché considerata come la conferma dell’Ad Gentes; quindi, si diceva, non dice niente di nuovo e “non ha il fascino di documenti precedenti”. In realtà, la R.M., certamente voleva confermare l’Ad Gentes, ma anche, secondo la volontà di Giovanni Paolo II (e posso ben dirlo avendo incontrato parecchie volte il Papa mentre preparavo le tre stesure del documento, ottobre-dicembre 1989, marzo e luglio 1990), intendeva trattare temi che al Vaticano II erano stati esaminati affrettatamente o addirittura ignorati: ad esempio, “La missione è appena agli inizi, rivolgere l’attenzione verso il sud e l’Oriente” (n. 40), “Incarnare il Vangelo nelle culture dei popoli” (nn. 52-54), “Il dialogo con i fratelli di altre religioni” (tema che non c’è, ad esempio, nella “Evangelii Nuntiandi”, nn. 55-57), “Promuovere lo sviluppo educando le coscienze” (nn. 58.-59, testo assolutamente nuovo e rivoluzionario nel trattare il tema “Vangelo e sviluppo”), “Sacerdoti diocesani per la missione universale” (nn. 67-68), “Non solo dare alla missione ma anche ricevere” (n. 85), “Dio prepara una nuova primavera del Vangelo” (n. 86), Le “giovani Chiese sono la speranza (missionaria) della Chiesa universale” (n. 91), il trattato su “La spiritualità missionaria” (Parte VIII°, nn. 87-91), ecc.

Giovanni Paolo II all’inizio dell’enciclica “Redemptoris Missio” (1990) afferma di voler rilanciare la missione alle genti, pur rilevando gli effetti positivi del Concilio sull’attività missionaria (n. 2): “Molti sono stati i frutti missionari del Concilio: si sono moltiplicate le Chiese locali fornite di propri vescovi, clero e personale apostolico; si verifica un più profondo inserimento delle comunità cristiane nella vita dei popoli; la comunione fra le Chiese porta ad un vivace scambio di beni spirituali e di doni; l’impegno evangelizzatore dei laici sta cambiando la vita ecclesiale; le Chiese particolari si aprono all’incontro, al dialogo e alla collaborazione con i membri di altre Chiese cristiane e religioni. Soprattutto si sta affermando una coscienza nuova: cioè che la missione riguarda tutti i cristiani, tutte le diocesi e parrocchie, le istituzioni e associazioni ecclesiali”.

Ma poi il Papa continua rilevando quello che molti missionari sul campo lamentano, spesso con acuta sofferenza (n. 2): “Tuttavia, in questa “nuova primavera” del cristianesimo, non si può nascondere una tendenza negativa che questo documento vuol contribuire a superare: la missione specifica ad gentes sembra in fase di rallentamento, non certo in linea con le indicazioni del Concilio e del magistero successivo. Difficoltà interne ed esterne hanno indebolito lo slancio missionario della Chiesa verso i non cristiani ed è un fatto, questo, che deve preoccupare tutti i credenti in Cristo. Nella storia della Chiesa infatti, la spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità, come la sua diminuzione segno di una crisi di fede”.

Quali le “difficoltà interne ed esterne” che hanno rallentato lo slancio missionario della Chiesa? Molte e di vario tipo; queste, ad esempio: chiusura di vari paesi ai missionari stranieri; rafforzamento di nazionalismi, religioni e culture non cristiane; guerre, guerriglie e persecuzioni anti-cristiane; approfondimento del solco (o abisso) fra popoli cristiani e non cristiani (Nord e Sud del mondo); non facile integrazione fra vescovi- sacerdoti locali e missionari stranieri; nuove priorità che hanno sostituito il primo annunzio: promozione umana dei popoli, dialogo interreligioso, ecc. In Italia, secondo la mia esperienza, la decadenza dell’ideale missionario è dovuta, oltre alla crisi della fede e della vita cristiana, alla perdita d’identità della “missione alle genti” e alla conseguente confusione di voci nella produzione teologica e nella pubblicistica cattolica e missionaria.

La “Redemptoris Missio” sintetizza bene questo periodo di confusione terminologica e concettuale (n. 32): “Il cosiddetto rientro o rimpatrio delle missioni nella missione della Chiesa, il confluire della missiologia nell’ecclesiologia e l’inserimento di entrambe nel disegno trinitario di salvezza, hanno dato un respiro nuovo alla stessa attività missionaria, concepita non già come un compito ai margini della Chiesa, ma inserito nel cuore della sua vita, quale impegno fondamentale di tutto il popolo di Dio. Occorre però guardarsi dal rischio di livellare situazioni molto diverse e di ridurre, se non far scomparire, la missione e i missionari ad gentes. Dire che tutta la Chiesa è missionaria non esclude che esista una specifica missione ad gentes, come dire che tutti i cattolici debbono essere missionari non esclude, anzi richiede, che ci siano i “missionari ad gentes e a vita” per vocazione specifica”.

Il pontificato di Giovanni Paolo II era orientato verso il mondo intero, come scriveva lui stesso (R.M. 1): “Già dall’inizio del mio Pontificato ho scelto di viaggiare fino agli estremi confini della terra per manifestare la sollecitudine missionaria e proprio il contatto diretto con i popoli che ignorano Cristo mi ha ancor più convinto dell’urgenza di tale attività, a cui dedico la presente enciclica”.

Anche la Conferenza episcopale italiana (CEI) ha dato direttive forti per sollecitare diocesi e parrocchie a mettersi in una linea di impegno missionario. Ricordo solo alcuni testi significativi durante il Pontificato di Giovanni Paolo II:

– “L’impegno missionario della Chiesa italiana” (25 marzo 1982), 25 anni dopo la Fidei Donum: è il primo, ottimo Direttorio per le diocesi e i centri missionari diocesani.
– “L’impegno missionario dei sacerdoti diocesani italiani” (21 aprile 1982), nota pastorale sui “sacerdoti fidei donum” italiani (allora 1.200).
– “Comunione e comunità missionaria” (22 giugno 1986) dopo il Convegno di Loreto del 1985, per promuovere la “nuova missionarietà” e orientare le scelte delle diocesi verso la missione universale.
– “Gli istituti missionari nel dinamismo della Chiesa italiana” (10 febbraio 1987) che riafferma la validità degli istituti missionari e delle congregazioni religiose aventi missioni, testo molto bello e giusto riconoscimento delle forze missionarie che realizzavano la missione alle genti ben prima della “Fidei Donum”.
– “I laici nella missione ad gentes e nella cooperazione tra i popoli” (25 gennaio 1990) per orientare l’accresciuta presenza dei laici italiani nelle missioni e nella cooperazione missionaria (a metà degli anni ottanta erano cica 1.800).
– “L’amore di Cristo ci sospinge – Lettera alle comunità cristiane per un rinnovato impegno missionario” (4 aprile 1999), credo il miglior documento della Cei sulla missione alle genti.

Ma osservando le riviste e i libri, i congressi, le campagne di enti e organismi missionari, a volte viene da chiedersi se quel documento è conosciuto e vissuto. Diciamo la verità. La gravissima diminuzione delle vocazioni missionarie in Italia viene dalla decadenza della famiglia e della società italiana ed è parallela alla crisi delle vocazioni sacerdotali e religiose che tutti lamentano; ma dipende anche da come la figura del missionario e della «missione alle genti» è presentata. Trent’anni fa si facevano le veglie e le marce missionarie facendo parlare i missionari sul campo, chiedendo a Dio più vocazioni per la missione alle genti e provocando i giovani a offrire la loro vita per le missioni. Oggi prevale la mobilitazione su temi quali la vendita delle armi ai paesi poveri, la raccolta di firme contro il debito estero dei paesi africani, l’acqua bene pubblico, la deforestazione, ecc. Quando temi come questi acquistano il maggior peso nella “animazione missionaria”, è inevitabile che il missionario ad gentes diventi a poco a poco un operatore sociale e politico. In una cittadina lombarda, nel 2006 la veglia della Giornata missionaria mondiale è consistita in una marcia dal centro cittadino ad una fabbrica di armi in periferia, per protestare contro quell’industria nazionale: ma questo è un tema della missione alle genti? Oggi, nell’animazione missionaria (impegni di gruppi, libri, riviste) prevalgono la denuncia, la critica e la protesta a discapito della testimonianza personale, di valori quali il dono della vita per il Vangelo e, in ragione di quello, l’impegno per un mondo più giusto e a misura di uomo.

Nella Redemptoris Missio si legge (n. 79): «La promozione delle vocazioni missionarie è il cuore della cooperazione alle missioni: l’annunzio del Vangelo richiede annunziatori, la messe ha bisogno di operai: la missione si fa anzitutto con uomini e donne consacrati a vita al Vangelo, disposti ad andare in tutto il mondo per portare la salvezza». Chiedo: è mai pensabile che un giovane o una ragazza si sentano attirati a diventare missionari, se vengono educati a fare denunce e proteste, a raccogliere firme contro le armi o il debito estero? Per avere più vocazioni missionarie occorre affascinare i giovani al Vangelo e alla vita missionaria, fare in modo che si innamorino di Gesù Cristo, l’unica ricchezza che abbiamo. Tutto il resto viene di conseguenza.

In Italia, l’orizzonte propriamente religioso della missione sta oscurandosi, a favore di un orizzonte sociale, culturale e politico. È la Parola di Dio che salva, non i nostri «progetti» umani, non le nostre ideologie, non il denaro o la protesta contro le ingiustizie o qualsiasi progetto politico di «rivoluzione» per portare la pace e la giustizia. Non basta cambiare le leggi (bisogna farlo, ma non basta!), occorre cambiare il cuore dell’uomo, rendendolo da egoista altruista: questo il progetto cristiano di liberazione: creare l’«uomo nuovo» secondo il modello di Gesù. La Conferenza dei vescovi latino-americani a Puebla (1979) dice: «Il miglior servizio al fratello è l’evangelizzazione, che lo dispone a realizzarsi come figlio di Dio, lo libera dalle ingiustizie e lo promuove integralmente». Questa è anche l’esperienza dei missionari sul campo e delle giovani Chiese. Il missionario, gli istituti e i vari enti e gruppi missionari hanno dalla Chiesa il mandato di annunciare Cristo, convertire i cuori con la grazia di Dio, portare la «rivoluzione del Vangelo» che sviluppa l’uomo e la società umana. Quando più si mantengono fedeli al loro carisma, tanto più sono credibili ed evangelizzano; quando più si allontanano da questo orizzonte di salvezza soprannaturale, sposando ideologie e progetti umani, tanto più diventano spiritualmente sterili.

Piero Gheddo

L’Ad Gentes rilanciato 15 anni dopo

Il chiaro orientamento ad gentes del Vaticano II è ripreso e confermato dal magistero ecclesiale post-conciliare fino ad oggi. Quanti pensano o anche affermano che il mondo è talmente cambiato nell’ultimo mezzo secolo, che la “missio ad gentes” non ha più senso, sono sconfessati dai tre ultimi Papi dal 1965 ad oggi.
Il Concilio ha portato grandi e provvidenziali novità nella Chiesa, ad esempio il dialogo all’interno della Chiesa e poi verso le religioni non cristiane; la “collegialità” nella direzione delle istituzioni ecclesiali; l’apertura verso il mondo e i valori laici; la “medicina della misericordia”, come diceva Papa Giovanni, che prevaleva sulla condanna, la protesta, la denunzia; l’inculturazione della Liturgia nei vari popoli, lingue e culture, ecc. L’entusiasmo del periodo conciliare veniva da queste e da altre novità. Pochi anni dopo è venuto il travaglio della “contestazione” sessantottina. Sono crollate le certezze, ci siamo divisi anche per motivi politici come s’è detto, ma soprattutto sul concetto stesso di missione alle genti, mentre non pochi missionari andavano in crisi e le vocazioni missionarie diminuivano. Non si sapeva più cos’era la missione, si moltiplicavano i pareri e le ipotesi, mentre la fuga in avanti (o indietro?) di una certa teologia scardinava l’impianto di verità su cui si basa la fede.
Tutto questo non si può certo attribuire al Concilio, che ha dato alla Chiesa una spinta missionaria molto forte. Persino nel primo documento approvato sulla Liturgia (“Sacrosantum Concilium”) si dice che il Concilio “si propone di… rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa” (Proemio); e che la Chiesa stessa è “come segno innalzato sui popoli, sotto il quale i dispersi figli di Dio possano raccogliersi, finchè si faccia un solo ovile e un solo pastore” (n. 2). La Costituzione sulla Chiesa chiama Cristo “luce dei popoli” (LG, 1) e la Chiesa “sacramento universale di salvezza” (LG, 48), definizione ripresa dall’Ad Gentes (n. 1). L’afflato missionario del Concilio è chiaro e forte.
Ma dal Concilio ad oggi la sensibilità per la “missio ad gentes” nelle Chiese locali (certo in quella italiana) è diminuita molto, nonostante le solenni affermazioni di Paolo VI nella “Evangelii Nuntiandi”: “La Chiesa mantiene vivo il suo slancio missionario e vuole altresì intensificarlo nel nostro momento storico. Essa si sente responsabile di fronte a popoli interi. Non ha riposo fin quando non abbia fatto del suo meglio per proclamare la buona novella di Gesù Cristo. Prepara sempre nuove generazioni di Apostoli. Lo constatiamo con gioia, nel momento in cui non mancano di quelli che pensano e anche dicono che l’ardore e lo slancio apostolico si sono esauriti e che l’epoca delle missioni è ormai tramontata. Il Sinodo ha risposto che l’annunzio missionario non si inaridisce e che la Chiesa sarà sempre tesa verso il suo adempimento” (n. 53).
“Evangelii Nuntiandi” di Paolo VI (8 dicembre 1975) e “Redemptoris Missio” di Giovanni Paolo II (7 dicembre 1990) sono ritenute le encicliche pastoralmente più significative dei due Pontefici, in continuazione al decreto “Ad Gentes”. Scritte a 15 anni di distanza l’una dall’altra, hanno diverse impostazioni e orizzonti; ma sono unite nel dichiarare che la missione della Chiesa è proclamare, annunziare, testimoniare all’umanità la salvezza in Cristo; un’opera di natura religiosa, che porta gli uomini ad incontrare il Figlio di Dio fatto uomo per salvarci. “Vogliamo nuovamente confermare che il mandato di evangelizzare tutti gli uomini costituisce la missione essenziale della Chiesa” (EN, 14).
La EN è il risultato del dibattito al Sinodo episcopale sull’evangelizzazione (Roma, ottobre 1974), durante il quale erano emerse due tendenze: una quasi identificava l’evangelizzazione con la liberazione dei poveri e dei popoli oppressi; per l’altra il Vangelo converte al modello di Cristo, cioè orienta l’uomo a Dio e all’amore del prossimo, e con questo dà il massimo contributo per eliminare le ingiustizie. Il Sinodo non era riuscito a pubblicare un testo unitario e rimandava tutto alla mediazione di Paolo VI. La EN afferma che l’evangelizzazione ha una finalità specificamente religiosa: liberare l’uomo dal peccato, riconciliarlo con Dio: “La Chiesa collega ma non identifica giammai liberazione umana e salvezza in Gesù Cristo, perchè sa per rivelazione, per esperienza storica e per riflessione di fede, che non ogni nozione di liberazione è necessariamente coerente con una visione evangelica dell’uomo; sa che non basta instaurare la liberazione, creare il benessere e lo sviluppo, perchè venga il Regno di Dio” (EN, 35). Paolo VI aggiungeva (EN, 36): “La Chiesa reputa certamente importante ed urgente edificare strutture più umane e più giuste… ma è cosciente che le migliori strutture diventano presto inumane se le inclinazioni del cuore dell’uomo non sono risanate, se non c’è la conversione del cuore e della mente di coloro che vivono in queste strutture e le dominano”.
Negli anni settanta era forte, anche nel mondo cattolico e missionario, l’idealizzazione dei regimi e movimenti di “liberazione dei poveri”, nati dall'”analisi scientifica” del marxismo, spesso dichiaratamente comunisti. Certa stampa cattolica e missionaria ha attraversato un periodo di ubriacatura ideologica per la Cuba di Fidel Castro, il Vietnam di Ho Chi Minh, la Cina di Mao, i Khmer rossi della Cambogia, le “guerriglie di liberazione” delle colonie portoghesi in Africa, i “sandinisti” del Nicaragua, ecc. Ero presente come giornalista all’assemblea dei vescovi latino-americani del Celam a Puebla in Messico (gennaio-febbraio 1979) e ogni giorno frequentavo le conferenze stampa dei vescovi e, poco distante, dei “teologi della liberazione”. Proprio in quel gennaio la Russia aveva invaso e occupato l’Afghanistan. Un giornalista chiede se condannano anche quel colonialismo. I rappresentati dell’associazione dicono che invece è la liberazione del popolo afghano e un passo in avanti del socialismo per conquistare il mondo.
Nella “Evangelii Nuntiandi” Paolo VI precisava molto bene le caratteristiche che deve avere la “liberazione evangelica” (n. 33): dev’essere basata su “una visione evangelica dell’uomo” (n. 35), “esige una necessaria conversione del cuore” (n. 36), “esclude la violenza” (n. 37); la Chiesa deve poter dare “il suo contributo specifico” (n. 38), richiede che siano rispettati “i fondamentali diritti dell’uomo, fra i quali la libertà religiosa occupa un posto di primaria importanza” (n. 39). Nessuna di queste caratteristiche della “liberazione evangelica” era presente nei regimi e movimenti che avevano suscitato tante indebite speranze e caloroso sostegno anche da parte di cattolici: ma Paolo VI non fu ascoltato. La storia ha poi giudicato quei movimenti e regimi e ha smentito i “profeti” applauditi, che avevano scelto una “liberazione” presto rivelatasi nuova e peggiore oppressione.
Nei difficili anni settanta e ottanta, E.N. era il documento ecclesiale più importante dopo il Concilio Vaticano II. Presenta la missione essenziale della Chiesa, annunziare Cristo ai popoli, a cui tutto dev’essere finalizzato. L’evangelizzazione è “vocazione e missione propria della Chiesa, la sua identità più profonda” (n. 14). Tutto il resto, liturgia, sacramenti, preghiera, testimonianza, strutture, diritto, teologia, cultura, assistenza ai poveri e ogni altra realtà all’interno della Chiesa ricevono la loro giustificazione e senso nella misura in cui sono orientati all’evangelizzazione. “La Chiesa è tutta intera missionaria” dice Paolo VI (n. 59). Verità fondamentale che è facile ripetere come affermazione di principio, ma troppe volte disattesa nella vita delle comunità cristiane! EN afferma che la Chiesa deve essere costantemente rivolta ai non cristiani: “Rivelare Gesù Cristo e il suo Vangelo a quelli che non li conoscono, questo è, fin dal mattino della Pentecoste, il programma fondamentale che la Chiesa ha assunto come ricevuto dal suo Fondatore (EN, 51).
Il documento di Paolo VI rappresenta una svolta radicale nell’azione della Chiesa: l’evangelizzazione come primo imperativo, tutto il resto viene dopo. E’ stata recepita questa svolta? Certamente sì nei vertici ecclesiali, nei “piani pastorali” della Cei, che ha orientato la pastorale della Chiesa italiana in senso missionario: da “Evangelizzazione e promozione umana” (1976) fino a “Evangelizzazione e testimonianza della carità” (1990), passando per “Comunione e comunità missionaria” (1986).
Ma nella base ecclesiale c’è ancor oggi la forte tendenza a ridurre l’obbligo religioso di evangelizzare a impegno sociale: l’importante è amare il prossimo, fare del bene, dare testimonianza di servizio. La Chiesa dà spesso un’immagine riduttiva di se stessa, come se fosse un’agenzia di aiuto e di pronto intervento per rimediare alle ingiustizie e alle piaghe della società. Indro Montanelli esprimeva un’opinione diffusa: “I missionari sono ammirevoli e utili quando vanno a curare i lebbrosi ed a portare il progresso fra popoli arretrati; ma se vanno per imporre loro la nostra religione, che neppure noi oggi pratichiamo più, a cosa serve la loro generosità?”.

Frutti e contestazioni del Concilio

Il Concilio Vaticano II è terminato con grandi speranze ed entusiasmi per la missione universale ad gentes. I testi conciliari sono ancor oggi ottimi per promuovere lo spirito missionario, ma non sono riusciti a dare quella spinta verso il primo annunzio di Cristo ai tre quarti degli uomini, che Giovanni XXIII aveva previsto (“Il Concilio sarà la Pentecoste della Chiesa”) e molti sognavamo. Probabilmente, chissà (non conosciamo i piani di Dio!), anche questo periodo di stasi della missione alle genti ha il suo significato positivo: forse lo capiremo fra mezzo secolo.

C’è molto pessimismo sull’efficacia della missione fra i non cristiani. La realtà è diversa. Nella storia millenaria della Chiesa non c’è nessun continente che si sia convertito a Cristo così rapidamente come l’Africa: nel 1960 i cattolici africani erano circa 35 milioni con 25 vescovi locali, oggi sono 172 milioni con circa 400 vescovi africani. Secondo il “Pew Research Center” di Washington, nel 2010 in tutta l’Africa cristiani e musulmani hanno ambedue poco meno di 500 milioni di fedeli, ma nella sola Africa nera a sud del Sahara, i cristiani sono 470 milioni e i musulmani 234.

Nel 1960 in Asia c’erano 68 vescovi asiatici e in nessun paese si notava una crescita sostenuta dei battezzati. Solo in India erano una decina di milioni con un buon tassodi conversioni e oggi si continua a dire 15 milioni perchè non si può dire che sono sui 30; visitando il paese si sente che quasi ovunque ci sono ancora conversioni dai non cristiani. Lo stesso vale per l’Indonesia, lo Sri Lanka, la Birmania, il Vietnam (dove i cattolici sono circa il 10% degli 85 milioni di vietnamiti, con numerose conversioni e vocazioni). Nel 1949 (quando salì al potere Mao Tze Tung) la Cina aveva 3,7 milioni di cattolici; oggi, nonostante la persecuzione, se ne stimano 12-15, i cristiani 45-50 milioni. Nella Corea del Sud, dove la religione è libera e le statistiche autentiche, i cattolici sono più di 5 milioni, il 10,3% dei sud-coreani (i cristiani, tutti assieme, il 30%).

L’effetto positivo del Concilio e dei Papi è evidente nella promozione delle giovani Chiese, che oggi, grazie snche alla spinta specifica della Redemptoris Missio, sono missionarie fuori dei propri paesi e anche verso l’Occidente. Gli stereotipi che la missione alle genti è finita e che non ha più efficacia vanno azzerati perché non corrispondono alla realtà dei fatti. “La missione alle genti è appena agli inizi” (Redemptoris Missio, n. 30).

Ma poco dopo il Concilio, in Europa e Nord America non poche voci anche autorevoli si sono orientate in senso diverso, cavalcando la tigre della “contestazione”: il dissenso nella Chiesa, a quanto diceva Paolo VI, era già molto forte nel 1968 (quante violente contestazioni alla “Humanae Vitae” di quell’anno!). Iniziava così la crisi della fede e della vita cristiana di cui siamo ancor oggi testimoni addolorati. Non si sapeva più cos’era la missione alle genti, la confusione di voci e una certa teologia disincarnata dalla realtà minavano le fondamenta dell’ideale missionario, come inteso dal Vaticano II. Per esempio, si proclamavano come verità ipotesi del tutto false, ormai entrate nel sentire comune del nostro tempo:

– La Chiesa è fondata in tutto il mondo, sono le giovani Chiese che debbono annunziare Cristo a tutti i popoli e le culture dei loro territori.

– Ormai i non cristiani sono a milioni anche in Italia, la missione alle genti è qui da noi, non altrove.

– Manchiamo drammaticamente di sacerdoti in Italia, perché voi missionari andate a portare Cristo in altri continenti, quando Cristo lo stiamo perdendo noi italiani?

– Non è importante che i popoli si convertano a Cristo, purchè prendano il messaggio di amore e di pace del Vangelo.

Era un’atmosfera generale confermata da molti fatti concreti, di cui ancor oggi non riesco a spiegarmi il perchè, subito dopo il breve tempo di esaltazione del Concilio.

Due esempi. Nell’estate 1968, come già in precedenza diverse volte, ho partecipato alla Settimana di studi missionari a Lovanio (“Liberté des Jeunes Eglises”), organizzata dall’indimenticabile amico padre Joseph Masson, s.j. Diverse voci mi ferivano: esprimevano chiari dubbi sul mandare missionari europei in altri continenti; molto meglio, si diceva, lasciare che le giovani Chiese raggiungano una loro maturità e si organizzino secondo le loro idee. Pensavo: com’è possibile sostenere questa tesi, quando solo tre anni fa la totalità dei vescovi delle missioni si sono espressi in modo radicalmente opposto, chiedendo nuovi missionari? E’ solo un esempio della mentalità che si era infiltrata nella Chiesa in quel tempo post-conciliare.

La crisi della “missio ad gentes” e quindi dell’animazione missionaria del popolo cristiano si è manifestata soprattutto nella chiusura delle tre “Settimane di studi missionari” che si tenevano a Milano (esperienza chiusa nel 1969), a Burgos (1970) e a Lovanio (1975), che venivano da una lunga tradizione (a Lovanio dagli anni venti). Le ultime edizioni di questi incontri religioso-culturali di buon livello avevano manifestato un malessere e tanti contrasti nel campo missionario, che s’è creduto bene di non continuare, forse per non approfondire le divisioni.

Io venivo da una formazione teologica e missionaria che dava certezze (nel seminario del Pime a Milano e all’Università Urbaniana a Roma, 1949-1958). Ero direttore di “Mondo e Missione” e mi capitava spesso di leggere volumi e riviste missionarie che seminavano dubbi sulla missione alle genti. Ho pubblicato due volumi su questo tema: “Processo alle missioni” (Emi 1971) e “Quale animazione missionaria” (Emi 1989).

L’altro aspetto della crisi è quello, come dire, di natura ideologico-politica, che ha diviso il mondo missionario a partire dal post-Concilio; l’infatuazione per la falsa rivoluzione sessantottina, che ha portato ad adottare contenuti e metodi contestabili: l’analisi “scientifica” del marxismo, il “terzomondismo” (“Noi siamo ricchi perchè loro sono poveri” e viceversa), la protesta come forma prioritaria di promozione umana, varie forme di violenza se non fisica almeno psicologica; il “pensiero unico” al quale non era facile sottrarsi e chi andava contro-corrente veniva demonizzato, minacciato, messo in un angolo, umiliato appena possibile.

Potrei citare molti casi concreti. Ad esempio, gli attacchi che ho ricevuto quando, ritornando dal Vietnam in guerra, dov’ero stato invitato dai vescovi, denunziavo e documentavo che i “liberatori” del popolo vietnamita (cioè i comunisti vietcong e nord-vietnamiti) erano in realtà nuovi e peggiori oppressori della dittatura filo-americana del Sud Vietnam. Era la pura verità, ma in Occidente non si poteva dire. Anche fra animatori e operatori missionari nei mass media quelle verità erano tabù. Nel novembre 1973, di ritorno da un viaggio in Vietnam sono stato invitato al congresso nazionale dei “Cattolici solidali con Vietnam, Laos e Cambogia”. All’inaugurazione, in un teatro di Torino, era presente anche l’arcivescovo card. Michele Pellegrino, che mi dice: “Ti ho fatto invitare io. Ho detto che sarei venuto ad aprire il congresso, se invitavano te a tenere la prima relazione”. Ho parlato, raccontando solo quel che avevo visto e riportando le voci dei vescovi, fra contestazioni e fischi, com’era abituale a quel tempo.

Quando finisco, p. Davide Turoldo mi prende e mi porta in un camerino nel retro-palco di quel teatro. Prima mi chiede se quel che ho raccontato l’ho davvero visto io oppure il Vaticano mi ha detto di dirlo. Poi mi aggredisce col suo vocione: “Gheddo, ti voglio bene, ma tu sei fuori strada. Anche se tutto quel che dici è vero, non ti rendi conto che danneggi la causa socialista. Ma il socialismo trionferà, perchè è l’unica speranza dei poveri”. Caro e povero Davide, grandissimo prete e poeta, ci volevamo bene davvero! Ma anche tu eri preso nel vortice di un’ideologia che esaltava i regimi del socialismo reale, senza tenere in nessun conto la realtà dei fatti. Sappiamo com’è finita. Dopo la caduta del Muro di Berlino (novembre 1989), nell’editoriale di una importante rivista missionaria italiana si leggeva: “E’ crollato il Muro di Berlino e tutti fanno festa. Ma crollato il socialismo, ora chi difenderà i popoli poveri?”.

Mi scuso di dire queste cose, che oggi possono sembrare pazzesche (e lo erano davvero!). Le racconto per spiegare come la missione alle genti e l’animazione missionaria in Italia hanno attraversato un’epoca “sessantottina” di sbandamento. Con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI il timone della Chiesa è orientato all’applicazione del Concilio Vaticano II, anche in campo missionario. Come vedremo nell’ultimo articolo di questa serie.

Piero Gheddo

Per l’Ad Gentes lo Spirito Santo c’è

Ho già parlato delle quattro difficoltà che hanno ostacolato il cammino del Decreto missionario “Ad Gentes” del Concilio Vaticano. Ecco la quinta:

5) Dopo la III sessione del Concilio (1964), l’impianto dell’Ad Gentes lasciava poco spazio alle nuove Chiese d’Asia, Africa e Oceania, parificandole in tutto a quelle d’antica tradizione cristiana; teneva conto dell’unità della Chiesa, ma non della cattolicità; non incoraggiava il pluralismo delle espressioni teologiche e di vita cristiana; rifletteva ancora la classica visione delle missioni che si muovono dall’Occidente verso altri continenti.
A questa critica s’è posto rimedio, come diremo; mentre i giudizi negativi e le proposte per la Congregazione della Santa Sede per le missioni, Propaganda Fide, non hanno portato ad un vero cambiamento nel testo preparato prima del Concilio. Da un lato si chiedeva addirittura l’abolizione della Congregazione per l’evangelizzazione dei non cristiani, in quanto la Chiesa è una sola (allo stesso modo si era chiesto l’inserimento dei principi biblico-teologici sulla missionarietà della Chiesa nella costituzione sulla Chiesa stessa); al contrario, molti padri conciliari chiedevano il potenziamento di Propaganda, con commissioni di studio e la presenza attiva e incisiva della Congregazione nelle varie regioni di missione, affinchè ricuperasse il suo ruolo di guida, superando la funzione giuridica e di finanziamento delle diocesi missionarie che era venuta assumendo.
Infatti, dalla nascita (1622) all’inizio del secolo XX Propaganda Fide aveva avuto un ruolo forte, vigoroso, nella strategia e nella guida concreta del lavoro missionario, così come nella vita degli istituti e dei missionari stessi; ma dopo la prima enciclica missionaria di Benedetto XV (“Maximum illud”, 1919) le missioni sono state sempre più integrate nella vita ordinaria della Chiesa: il ruolo di Propaganda si riduce, perde di mordente, mentre acquista forza la Segreteria di Stato, con le relative nunziature apostoliche, e le altre Congregazioni della Santa Sede. Questo il tema che non pochi vescovi missionari volevano discutere per rilanciare la Congregazione delle missioni, della cui libertà di giudizio e d’azione sentivano grande necessità: i vescovi missionari volevano maggiori libertà, che potevano essere garantite solo da Propaganda Fide. Non si è fatto nulla per mancanza di tempo nella corsa finale e anche perchè il movimento di centralizzazione e unificazione forse era inevitabile.

Il capitolo “I missionari” (capitolo IV°) è nuovo rispetto all’originale del documento, introdotto dopo la II sessione del Concilio. Il testo riafferma la “vocazione speciale” alle missioni estere, mettendo in risalto la specificità degli istituti esclusivamente missionari, che diversi contestavano (specie i religiosi).
Un altro tema che ho seguito bene, anche nell’azione di “lobby” dei vescovi amazzonici, è quello dei territori missionari d’America Latina. Mons. Arcangelo Cerqua del Pime, prelato di Parintins (Amazzonia brasiliana) e mons. Arstiode Pirovano anche lui del Pime, prelato di Macapà in Amazzonia, si sono fatti promotori di un’azione (diciamo “lobbistica”) che ha portato ad inserire nell’Ad Gentes, all’ultimo momento, la nota 37 del Capitolo VI°, che equipara le (allora) 35 prelazie dell’Amazzonia brasiliana (ma anche molte altre d’America Latina) ai territori missionari dipendenti da Propaganda Fide. Altrimenti. L’America Latina rimaneva esclusa dagli aiuti delle Pontificie opere missionarie, ai quali oggi ha diritto. Nella votazione decisiva (novembre 1965), 117 padri d’America Latina bocciano la definizione della missione che sembrava non includerli, mentre la loro situazione era di fatto ben missionaria. Ma anche con 117 contrari (su 2.153 voti), la definizione sarebbe passata; il fatto è che altri 712 padri votano in favore ma “iuxta modum”, quindi il testo era da rifare perchè non approvato dai due terzi! Quindi si è giunti a far inserire le prelazie dell’America Latina fra i territori aiutati delle Pontificie opere missionarie.
Questo fatto non deve meravigliare. Noi crediamo che lo Spirito Santo guidasse davvero l‘Assemblea del Vaticano II, che era formato da vescovi di ogni parte del mondo, con mentalità ed esperienze del tutto diverse. I vescovi quindi discutevano anche fuori dell’Assemblea conciliare e si formavano gruppi favorevoli o contrari al tema in discussione. Nella comunità del Pime a Roma avevamo due arcivescovi e dodici vescovi missionari tutti italiani, durante il pranzo e la cena, ma anche nella vita comunitaria, era interessante sentirei pareri, i dibattiti, le motivazioni che ciascun vescovo portava a favore della tesi che sosteneva. Ci sono fatti come quello dell’Ad Gentes, ma anche parecchi altri (ad esempio l’approvazione della collegialità del Papa con l’episcopato), la cui approvazione è risultata a tutti un evidente intervento dello Spirito Santo!

Nella nostra Commissione, siamo giunti quasi alla fine del Concilio e l’Ad Gentes non era pronto. Nella pausa fra la III e la IV sessione, quella conclusiva, c’era in commissione un senso di ansia, in qualcuno anche di quasi disperazione. Rispetto al primo schema, il testo era stato capovolto e non c’era più il tempo di sistemarlo bene. Lo “Schema Decreti de Activitate Missionali Ecclesiae” (in cinque capitoli, quello approvato al termine del Concilio ne ha sei), approvato dal Papa, è stampato il 28 maggio 1965 e durante l’estate inviato ai padri conciliari. Era circa cinque volte più esteso delle precedenti “13 proposte” a cui si pensava di ridurre il documento!

Pareva un successo incredibile, ma non basta ancora: l’impegno più pesante per la Commissione delle missioni viene dopo, con i pareri dei vescovi ricevuti in estate e l’inizio dell’ultima sessione conciliare il 14 settembre 1965. I mesi decisivi sono ottobre e novembre, quando si introduce un capitolo allo schema, il III°: “De Ecclesiis particularibus”, che parte lodando il progresso e “la salda stabilità delle Chiese giovani” e le vede non più solo come fine della missione (“impiantare la Chiesa in mezzo ai popoli e ai gruppi che ancora non credono in Cristo”, n. 6), ma come agenti attivi e soggetti della missione. Viene dato maggior spazio e rilievo all’azione dei laici, si riscrive il capitolo su “I missionari” (il IV°), amplificandolo e arricchendolo con molte delle osservazioni suggerite dai vescovi. In novembre ci sono 20 votazioni sul decreto missionario, approvato dalla grande maggioranza ma con circa 500 pagine di “modi”, di suggerimenti, di discorsi in aula che chiedevano ancora aggiunte, correzioni, espressioni diverse. Mancava meno di un mese al termine del Concilio e ancora sembrava quasi di dover ricominciare da capo!
Poi, misteriosamente, alla fine tutto è andato a posto: l’insieme del decreto è approvato da 2.162 voti favorevoli e 18 contrari; e nell’ultima seduta pubblica, 2.394 favorevoli, solo 5 contrari, il più alto livello di unanimità nelle votazioni del Concilio! “Lo Spirito Santo c’è davvero!”, esclamava il card. Agagianian.
La stessa riflessione l’ho fatta seguendo molto da vicino (come giornalista di due quotidiani) la Conferenza dei vescovi latino-americani a Santo Domingo (ottobre 1992): ero ospite dei salesiani e vivevo assieme al rettore maggiore don Egidio Viganò, membro della Conferenza. Anche Al Celam di Santo Domingo lo schema iniziale preparato dalle Chiese latino-americane con un lungo dibattito durato anni è stato capovolto dal primo intervento di Giovanni Paolo II: non “Vedere, giudicare, agire”, cioè la situazione dei popoli latino americani e cosa la Chiesa deve fare; ma “Ripartire da Cristo”, cioè cosa ci dice Cristo nella situazione attuale dell’America Latina. L’orientamento e la finalità della Conferenza risultava diversa: non la risposta della Chiesa alla miseria, alle ingiustizie, alle dittature dell’America Latina; ma la Chiesa che si impegna a riportare i popoli cristiani latino-americani a Cristo, per poter dare una risposta evangelica ai loro problemi.
Tra i vescovi, confusione, proteste, incertezze varie, minacce di dimissioni: come si fa a capovolgere l’impostazione di un testo così lungo in tre settimane? Però, anche a Santo Domingo, chissà come, tutto è finito bene. Il motore era mons. Luciano Mendes de Almeida, brasiliano, presidente della commissione per la redazione dei testi, che lavorava con i suoi collaboratori notti intere: e non si capiva come facesse. Il testo finale è stato preparato in un tempo così ristretto che nessuno ci credeva e poi approvato quasi all’unanimità. Lo Spirito Santo c’è davvero!

Il prossimo articolo sul tema: “L’impatto dell’Ad Gentes sulla missionarietà della Chiesa”.

Piero Gheddo

 

Genesi laboriosa e contrastata dell'Ad Gentes

Il Decreto “Ad Gentes” è stato l’ultimo documento approvato nell’ultimo giorno di lavoro del Vaticano II, il 7 dicembre 1965. I molti temi discussi e la loro complessità si presentavano già prima dell’inizio del Concilio come una montagna difficile da scalare. Al termine della prima sessione del Concilio (ottobre-dicembre 1962), sebbene i risultati concreti nel campo missionario fossero ancora pochi, il Concilio aveva però manifestato le sue finalità più importanti, le mete a cui tutti i lavori tendevano: il rinnovamento pastorale per la ricristianizzazione del mondo cristiano, il riavvicinamento ai Fratelli separati in vista dell’Unione e una chiara “apertura missionaria” data a tutti i problemi in discussione.

Per il decreto Ad Gentes, nella fase anti-preparatoria al Concilio (17 maggio 1959 – 5 giugno 1960) si sono consultati tutti coloro che avevano diritto di esprimere il loro parere, con i loro “voti” stampati in grossi volumi (quello sull’Asia di 662 pagine, sull’Africa di 580 pagine). La commissione “De missionibus” si riunisce la prima volta il 24 ottobre 1960 con 57 membri, sotto la presidenza del card. Pietro Agagianian prefetto di Propaganda Fide: si formano cinque sottocommissioni.

Nel 1961-1962 la commissione preparatoria lavora attivamente e stampa sette schemi di testi per altrettanti argomenti da discutere nell’aula conciliare. Nel 1962 Giovanni XXIII nomina i membri della commissione missionaria del Concilio (16 eletti e 9 nominati), con i “periti” (una trentina, fra i quali anche il sottoscritto), che partecipano alle riunioni plenarie della commissione, la prima il 28 ottobre 1962, la seconda dal 20 al 29 marzo 1963 per il completo rifacimento dello schema, ecc.

Il decreto “Ad gentes” ha avuto un cammino quanto mai laborioso e contrastato. Seguendo il suo “iter” e parlandone con diversi membri della commissione, molto più esperti di me, concludevamo dicendo: chissà come faremo a venirne fuori! Le proposte erano così tante e contrapposte, i tempi così stretti… Arrivavano continuamente suggerimenti nuovi e contraddittori, in aula i vari testi erano rimandati alla commissione con molti “iuxta modum” da inserire (testo approvato, ma con richieste di cambiamenti); in commissione pochi lavoravano a tempo pieno, la maggioranza non avevamo tempo o competenza sufficiente. Le difficoltà per la redazione venivano soprattutto da cinque dati di fatto:

1) Già a partire dal primo schema, tutto era provvisorio: si doveva attendere lo svolgimento e l’approvazione di altri schemi (sulla Chiesa, la liturgia, i vescovi e il clero, l’ecumenismo, le religioni non cristiane, ecc.) per poter orientare e concludere il lavoro sulle missioni.

2) La missione “ad gentes” si esercita (in dipendenza da Propaganda Fide) in ogni continente, comprese alcuni parti d’Europa (Albania per esempio), in una varietà quasi infinita di situazioni. Non era facile stilare un documento che andasse bene per tutti: le esigenze e le soluzioni proposte dai padri conciliari erano molto diverse a seconda dei continenti. Per fare solo un esempio che ricordo bene: dalle Chiese asiatiche, ricche di vocazioni e con un’antica tradizione celibataria nelle religioni locali, si insisteva nella richiesta di mantenere il celibato sacerdotale; dall’America Latina e dall’Africa, c’era invece la richiesta di discutere il tema e alcuni episcopati ne chiedevano l’abolizione o l’ammissione di clero sposato a certe condizioni. Invece, l’inculturazione e il dialogo interreligioso interessavano soprattutto l’Asia, molto meno gli altri continenti.

3) Nel tempo del Concilio si verificavano cambiamenti molto rapidi e radicali nel mondo non cristiano, che rendevano problematico il futuro delle missioni: indipendenza delle giovani nazioni, presa di coscienza delle loro culture e religioni, forti opposizioni ai missionari stranieri, moltiplicazione dei vescovi indigeni, urgenza di misure forti per “inculturare” il Vangelo, rapporti difficili fra Chiesa e autorità politiche, mancanza di norme per la partecipazione delle diocesi dei paesi d’antica cristianità all’attività missionaria (la “Fidei Donum” aveva suscitato un grande fervore missionario nelle diocesi, ma i vescovi delle missioni si lamentavano di vari inconvenienti), ecc. Lo schema da discutere in aula, preparato prima del Concilio, secondo una visione tradizionale delle missioni, prestava scarsa attenzione ai problemi nuovi. Era troppo diverso da quello che i padri conciliari indicavano nei loro interventi. Si ebbero forme di protesta di singoli vescovi e anche di due o tre conferenze episcopali (mai giunte alla ribalta della stampa), che avevano impressionato i membri della commissione, a quel tempo non abituati a forme ruvide di “contestazione”.

4) Le difficoltà aumentano quando il 23 aprile 1964, fra la II e la III sessione conciliare, la segreteria del Concilio manda una lettera alla nostra commissione delle missioni: lo schema deve essere ridotto a poche proposte. Non più un testo lungo e ragionato, ma un semplice elenco di proposte! Il tentativo era di semplificare i lavori del Concilio e farlo terminare con la III sessione (14 settembre – 21 novembre 1964). Alcuni testi basilari potevano essere abbastanza ampi; altri, ritenuti meno importanti, dovevano limitarsi a poche pagine di proposte. Era voce comune che le spese per i padri conciliari (circa 2.400 in tutto) e la macchina del Concilio erano del tutto insostenibili per la S. Sede. Pare siano poi intervenuti gli episcopato più ricchi, specie quello americano e il card. Spellman di New York, espansivo e simpatico personaggio simbolico della potenza americana, sul quale e sui suoi interventi in latino (la lingua del Concilio) giravano aneddoti gustosi.

La commissione delle missioni lavora a spron battuto (nottate di lavoro) per aderire a questa richiesta, formulando 13 proposte. Poi, appena la notizia si diffonde fra i vescovi, arrivano le proteste, alcune veementi come quella del card. Frings di Colonia, che manda lettere ai vescovi tedeschi e ad altri, sollecitandoli a protestare: “Ma come! Si afferma che lo sforzo missionario è essenziale per la Chiesa e poi si vuol ridurlo a poche pagine? Incomprensibile, impossibile, inaccettabile”.

Vista la situazione, un gruppo di vescovi chiedono di abolire il documento sulle missioni, integrando il materiale nella costituzione “Lumen Gentium” (sulla Chiesa); altri invece, più numerosi e agguerriti (c’erano dentro missionari di foresta, che solo al vederli non si poteva dir loro di no), procedono a contatti personali, uno per uno, con tutti i padri conciliari, conquistando seguaci. La battaglia in aula si conclude in modo felice: solo 311 padri conciliari si pronunziano a favore del documento sulle missioni ridotto a 13 proposte, 1601 chiedono che il decreto missionario sia salvato nella sua interezza. Il Concilio non termina con la III sessione, ma si prolunga nella IV, la più lunga di tutte: 14 settembre – 8 dicembre 1965.

Come si è giunti al testo finale con tante altre difficoltà lo dirò in un prossimo Blog.

Piero Gheddo

Concilio Vaticano II (1962-1965): c'ero anch'io

L’11 ottobre prossimo si celebrano i 50 anni dall’inizio del Concilio Vaticano II. Avevo 33 anni ed ero nel giornalismo cattolico da dieci anni. Ho partecipato al Concilio come giornalista dell’Osservatore Romano e come “perito” delle missioni, nominato da Giovanni XXIII nel febbraio 1962 a far parte della commissione che ha preparato prima la bozza di lavoro e poi il Decreto missionario Ad Gentes. A Milano ero direttore di “Le Missioni Cattoliche”, ma nei mesi del Concilio vivevo quasi sempre al Pime di Roma e con rapidi viaggi notturni in treno venivo a Milano e tornavo a Roma.

Nel Radiomessaggio della Pasqua 1962 Giovanni XXIII aveva detto: “Il Concilio sarà come una novella Pentecoste, da cui riprenderanno vigore le energie apostoliche della Chiesa in tutta l’estensione del suo mandato e del suo giovanile vigore”. A questa visione ottimistica noi giovani aderivamo con entusiasmo. Cosa ricordo di quei tempi? Ripensandoci, mi pare che il mondo cattolico fosse del tutto impreparato al Concilio, cioè a quei cambiamenti radicali, che lo Spirito ha ispirato e quasi imposto ad una Chiesa che stava chiudendosi in se stessa. Fra l’altro, si pensava che sarebbe durato due o tre mesi, invece durò quattro anni.

A quel tempo noi, preti giovani, l’abbiamo accolto con entusiasmo e lo stesso movimento missionario italiano viveva una stagione di fervore oggi inimmaginabile: in Italia c’era un pullulare di vocazioni e iniziative missionarie, unità e collaborazione tra le forze missionarie. Nel 1955 avevamo iniziato assieme la EMI (Editrice missionaria italiana) e l’équipe di missionari animatori dei seminari diocesani per l'”Unione missionaria del clero”; la Fesmi (Federazione stampa missionaria, 1956), il Suam (Segretariato unitario animazione missionaria, 1957) e altri organismi di collaborazione tra animatori e docenti dei seminari missionari; i Congressi missionari nazionali (il primo a Padova nel 1958) e la “Settimana di studi missionari” con l’Università cattolica (1960). Giovanni XXIII diffondeva ottimismo e dichiarava spesso di amare molto le missioni.

Negli anni cinquanta tre encicliche missionarie: due di Pio XII, la “Evangelii praecones” (1951) e la “Fidei Donum” (1957), poi la “Princeps pastorum” (1959) di Giovanni XXIII. Nella Chiesa italiana si respirava un’atmosfera di fervore missionario; nei seminari e nel giovane clero c’era disponibilità a partire per le missioni. Nella preparazione al Vaticano II, la commissione delle missioni aveva iniziato i suoi lavori il 24 ottobre 1960. Io ci sono entrato nel febbraio 1962 come uno dei “periti”, mentre Raimondo Manzini mi invitava nella redazione dell’Osservatore Romano durante i mesi autunnali, incaricandomi di preparare le 2-3 pagine conciliari quotidiane con mons. Benvenuto Matteucci e don Paolo Vicentin.

Il lavoro stressante che mi richiedevano l’Osservatore e “Le Missioni Cattoliche” a Milano mi impedì di dare il tempo necessario alla commissione delle missioni. Però, andavo a qualche incontro, avevo in mano i testi prodotti e intervistando vescovi ed esperti membri della commissione, mi ha permesso di seguire passo passo i contrasti e la maturazione del decreto missionario del Concilio.

I ricordi più belli del tempo conciliare riguardano gli incontri con i vescovi, che intervistavo per il quotidiano vaticano: le migliori interviste le ho pubblicate in “Concilio e terzo mondo” (Emi 1966), tradotto in francese (“Le Concile du Tiers Monde”, Centurion). Intervistavo i vescovi emergenti delle missioni: Zungrana, Gracias, Rugambwa, Gantin, Malula, Helder Camara, Lokuang, Zoa, Khoreiche, Mar Gregorios, Raymond, Cordeiro, Nguyen Van Binh, Larrain, Nagae, Gopu, Yamaguchi, Busimba, ecc.; inoltre, molti vescovi missionari di nazionalità italiana o europea e personalità del Concilio (Agagianian, Gilroy, Bea, Koenig, Lercaro).

Al lettore d’oggi questi nomi dicono poco ma a quel tempo erano personalità conosciute, a volte sorgevano problemi per pubblicare le loro interviste sull’Osservatore: alcuni tagli e due le interviste non pubblicate, al card. Bea e a mons. Helder Camara (che ho poi inserito nel libro). Quelle interviste ai vescovi del Concilio, lunghe e accurate, avevano buona risonanza nella stampa internazionale, portavano alla ribalta i problemi delle missioni.

Alcuni vescovi mi invitavano a visitare le loro Chiese, per scrivere sui giornali italiani, aprendomi orizzonti universali: Indonesia, India, Vietnam, Sud Africa, Angola, Cile, Congo, ecc. L’arcivescovo di Saigon, Nguyen Van Binh, mi dice: “Molti giornalisti italiani ed europei vengono in Vietnam per la guerra, ma nessuno intervista noi vescovi cattolici. Vieni in Vietnam per conoscere la nostra situazione, ti faremo visitare il paese e portare in Europa la voce dei vescovi e dei cattolici vietnamiti”. Poi, attraverso mons. Sergio Pignedoli, mi arriva una lettera d’invito da parte della conferenza episcopale vietnamita, che ha dato inizio alle mie avventure in Vietnam e Cambogia. Scrivevo articoli soprattutto su “L’Italia” (poi “Avvenire”) e un amico giornalista italiano a Saigon mi diceva: “Il tuo giornale ti pubblica queste realtà che vediamo anche noi. Ma se le mando al mio giornale non le pubblica, in Italia non si possono dire”.

Una delle personalità che più mi hanno impressionato durante il Concilio era mons. Helder Camara di Recife (Brasile), del quale sono stato fra i primi, credo, a scrivere articoli sulla stampa italiana. Mi ha invitato e sono andato a visitarlo nell’estate 1966: mi ha portato in giro nella sua archidiocesi; poi noi del Pime l’abbiamo chiamato a parlare in Italia e ho tradotto (con padre Luigi Muratori) il suo primo libro: “Terzo mondo defraudato” (Emi, 1968). Erano testi di suoi discorsi che mi aveva dato: bisognava completarli e aggiustarli perchè scritti in modo approssimativo (per poter parlare). Camara non voleva che il libro fosse pubblicato: poi ha accettato, è stato tradotto in 12 lingue e l’ha lanciato nell’opinione pubblica mondiale. Come è nato il decreto “Ad Gentes”? Lo dico nel prossimo Blog.

Piero Gheddo