Dov’è finita la primavera araba?

Ormai da giorni e giorni giornali e telegiornali portano alla ribalta le proteste del mondo arabo-islamico contro gli Stati Uniti per un filmaccio offensivo del profeta Maometto prodotto in America. E’ solo un aspetto minimo della rabbia feroce che coinvolge i popoli islamici contro l’Occidente cristiano. Al Quaida ha dato l’ordine di attaccare le Ambasciate americane in tutto il mondo e uccidere gli ambasciatori. Notizie assurde quando pensiamo alle speranze suscitate dalla “primavera araba” sbocciata nel gennaio-febbraio 2011 a sud del Mediterraneo. Tre punti di riflessione:

1) La grande novità positiva oggi è questa: in Nord Africa e Medio Oriente i governi eletti in modo democratico si sono diffusi dall’Iraq alla Tunisia, all’Egitto e Libia e ben presto anche in Yemen e Siria. I capi politici di questi paesi devono ascoltare le piazze. Prima della “primavera araba” potevano liberamente arrestare, torturare, uccidere gli oppositori che davano fastidio. Oggi non più o sempre meno. Finalmente l’opinione pubblica conta anche nel mondo islamico. E’ senza dubbio un fatto positivo per l’evoluzione del miliardo e 300 milioni di musulmani in tutto il mondo. Non possiamo pensare che la democrazia e la libertà di stampa e di pensiero siano positive solo per noi cristiani.

2) Oggi però l’Occidente assiste attonito e impotente all’emergere dell’ideologia islamico-salafita nelle masse popolari, che travolge tutti i “moderati” filo-occidentali e i giovani illusi che hanno dato origine alla primavera araba. Questo ci scandalizza, ma ci costringe a formarci un’immagine più realistica del mondo musulmano e della sua storia. In estrema sintesi, l’islam ha avuto una storia gloriosa, che le masse islamiche ricordano e ne sono spesso richiamate dalla scuola, dai media e dall’istituzione religiosa (moschee, madrasse, università). Per un millennio (dal 600 al 1600 dopo Cristo) l’islam ha trionfato nel mondo allora conosciuto. La religione di Maometto si diffondeva con la spada ma anche dando origine ad una civiltà di grande splendore, ammirata anche da saggi e viaggiatori cristiani. Questa espansione violenta venne bloccata a Lepanto (1571) e a Vienna (1683) dalle forze cristiane unite dai Papi di quei tempi.

Poi l’Occidente si evolve, mentre l’islam rimane bloccato sotto il dominio dell’Impero ottomano, che era un’autorità religioso-politica. L’invasione dell’Egitto da parte di Napoleone (1798-1801) pone fine all’epoca gloriosa dell’islam e dà inizio al trionfo dei paesi cristiani. Infatti seguono l’occupazione di Algeria, Marocco e Tunisia da parte della Francia (1849-1871), della Libia da parte dell’Italia (1911-1912); e poi, dopo la prima guerra mondiale, l’Occidente interviene nell’Impero ottomano e ne distrugge il mito religioso-politico con il “protettorato” imposto a varie nazioni che si stavano formando: Siria, Egitto, Iraq, Libano, Giordania e Terrasanta; fin che nel 1923 il generale Kemal Ataturk manda in esilio il Califfo e fonda la moderna Turchia su principi laici. I musulmani rimangono senza guida e l’islam stesso, unica forza identitaria che unisce molti popoli, rischia di esserne travolto. Con la fondazione dei Fratelli Musulmani nel 1928 in Egitto, nasce la reazione: l’Occidente è all’origine della decadenza islamica e va combattuto. Dopo la seconda guerra mondiale, con la fondazione di Israele nelle terre dell’islam (1947) e la istituzione del “martirio per l’islam” da parte di Khomeini, salito al potere in Iran (1979) dopo la rivolta vittoriosa del popolo contro lo Scià Reza Pahevi (che tentava di occidentalizzare il paese), si compie la parabola che prepara l’attualità.

3) Le violenze endemiche e l’instabilità dei paesi islamici vengono da queste radici storiche, che non bisogna mai dimenticare. Noi siamo nel 2000 dopo Cristo, l’islam vive ancora, come cultura, religione e culto del suo passato, nel 1400 dopo Maometto. Non si è ancora adattato alla modernità. I popoli islamici ne sono attratti, le autorità politiche e religiose tentano in ogni modo di strumentalizzare l’islam per salvare il loro potere.

Non solo, ma ci sono difficoltà oggettive per salvare nel mondo moderno il molto di buono che c’è nell’islam: la lettura storico-critica del Corano che lo renderebbe contestuale all’oggi non è ammessa perché è parola di Dio in senso letterale; nell’islam non c’è nessuna autorità paragonabile al Papa e ai Vescovi, ciascuna moschea o madrassa va per conto suo; nel diritto islamico manca il concetto dell’assoluta dignità di ogni uomo e donna, che rende tutte le creature eguali nei loro diritti; infine manca la distinzione fra religione e politica.

Le parole chiave del coraggioso e provvidenziale viaggio in Libano di Benedetto XVI sono state: dialogo, comunione e perdono. Il Papa ha parlato ai cristiani del Medio Oriente, ma anche a noi dell’Occidente cristianizzato. Il senso di questa visita deve far riflettere. E’ importante anche, oltre alla preghiera, il nostro atteggiamento di fondo per creare in Italia e in Occidente un’atmosfera contraria ad un’opinione pubblica che si augura interventi militari occidentali, come si è verificato in Afghanistan e in Iraq. Il mondo islamico senza dubbio evolverà, ma dovrebbe trovasi di fronte una civiltà animata dalla fede religiosa e non popoli praticamente atei e senz’anima come purtroppo loro ci vedono.

Piero Gheddo

 

 

Media cattolici in Amazzonia

Padre Enrico Uggé, sacerdote del Pime dal 1970 (veniva dal seminario diocesano di Lodi), è a Parintins dal marzo 1972 ed ha lavorato soprattutto fra gli indios Sateré-Mawé, studiandone la lingua e la cultura, evangelizzando e fondando la scuola tecnica San Pietro nel territorio riservato a questa tribù. E’ un convinto promotore dei mezzi moderni di comunicazione per diffondere il Vangelo e formare i cristiani. L’ho intervistato il 10 settembre 2012 a Milano. Ecco l’intervista:

– Quando nel 1990 mons. Risatti mi chiamò dai villaggi degli indios e mi ha affidato la Radio Alvorada, per me è stata una sfida che mi ha subito appassionato, per gli indios nelle foreste e lungo i fiumi la radio era quasi l’unico mezzo per tenersi in contatto col resto del mondo. Ho preso sul serio l’impegno e ringraziando Dio c’è stato un progresso rapido. Alla Radio con le onde medie abbiamo aggiunto le onde corte. Abbiamo un raggio d’ascolto di circa 400 chilometri e con le onde corte ci prendono anche i radio-amatori della Finlandia.

In Amazzonia c’è la rete cattolica “Radio Notizia dell’Amazzonia” che con 20 radio copre da Manaus a Macapà, a dà notizie amazzoniche, che in quell’immensa regione sono importanti; siamo anche uniti con la Onda, la rete delle 800 radio cattoliche brasiliane, e possiamo riprendere programmi e notiziari che vengono dal R.C.R. (Centro Rete Cattolica delle Radio). In Brasile la Chiesa cerca di potenziare i suoi strumenti di comunicazione e noi a Parintins siamo ben sistemati e ci teniamo alla qualificazione dei nostri giornalisti. A Belem un altro missionario del Pime padre Claudio Pighin ha una importante e stimata scuola di comunicazioni.

– La vostra è una radio generalista? E quante ore trasmette al giorno?

– La nostra va dalle 5 del mattino alle 10 di sera, il nostro logo è “Informare – Formare – Divertire”. Io sono direttore della programmazione, il mio compito è di seguire e orientare i programmi, dando molta importanza alle notizie ben fatte, controllate, interessanti. L’Amazzonia è ancora una regione isolata, la gente vuol sentire anzitutto le novità. Poi viene la formazione perché siamo una radio cattolica, ma non tutta rosari e preghiere. Ogni domenica c’è la Messa trasmessa, poi ci sono le preghiere, le catechesi, le conferenze religiose. Alle sei del mattino di domenica ho una breve registrazione che spiega il Vangelo della giornata, molto sentita specie dai catechisti che debbono andare nei villaggi senza prete a radunare la gente, pregare e spiegare il Vangelo. Non è tanto una spiegazione dottrinale, ma un discorso per animare i villaggi e i catechisti alla Parola di Dio, alla bellezza della fede. La nostra radio è una delle più importanti fra quelle cattoliche in Brasile perché è fatta da professionisti e ben orientata nella fedeltà alla Chiesa e nella lettura cristiana degli avvenimenti.

– Come mai dalla radio sei passato al giornale?

– Nel maggio 1994 ho incominciato il settimanale Novo Horizonte per avere gente che studia, scrive, prepara per iscritto i nostri programmi e fa il giornale che in genere ha 12 pagine settimanali. Nei primi tempi della Prelazia con mons. Cerqua c’era un giornale, ma poi si era fermato. Oggi ci sono scuole ovunque, i brasiliani leggono più che in passato e si sentiva il bisogno di uno strumento che conserva le notizie e i testi importanti ed è letto. Radio e giornale sono nella stessa sede e si aiutano a vicenda.

Poi è nata la televisione cattolica a Parintins. Siamo collegati con le due televisioni cattoliche brasiliane, Cançào Nova (dei carismatici) e Rede Vida (della CNBB, la Conferenza episcopale brasiliana) e anche con Nossa Senhora De Nazaré, la televisione di Belem che ci ha aperto degli spazi per fare dei programmi nostri. Siamo diventati quasi una succursale della Tv di Belem che ci dà più spazi per diventare la Tv di Parintins che ormai ha 120mila abitanti, e questo è importante perché la regina delle comunicazioni è la televisione. E’ una Tv molto ascoltata specie dalle 11 all’una fa molto caldo e in Amazzonia la gente se ne sta tranquilla a casa e vede la Tv.

La nostra importanza è a livello regionale. Il telegiornale lo facciamo noi. La Tv richiede più del giornale e della radio, bisogna avere gente preparata a parlare alla Tv e non è facile. Ci seguono molto perchè ci sono notizie locali. Alla fine abbiamo tre minuti per il commento di una notizia che ha colpito. Io sono convinto dell’importanza di una Tv come la nostra (come della radio del resto). In chiesa vengono il 20% e tutti gli altri? Gran parte vede la televisione cattolica e questa è vera evangelizzazione. Fino ad oggi siamo l’unico telegiornale locale di Parintins.

– Voi coinvolgete anche chi vi segue alla radio, televisione e giornale?

– Noi lavoriamo con passione, non solo io, ma redattori e collaboratori, cerchiamo di trasmettere la fede e la visione di fede della vita. Abbiamo iniziative per coinvolgere la gente, ad esempio abbiamo fatto il Natale dei bambini, organizziamo dei tornei di calcio e calcetto anche per tirar fuori dalla strada molti ragazzi. Radio Tv e giornale sono della Fondazione “Evangelii Nuntiandi”, giuridicamente staccata dalla diocesi, se si chiudesse va tutto alla diocesi. Ma ci sono anche dei programmi religiosi durante la settimana, per la famiglia, gli sposi, i fidanzati, gli ammalati, preparati da collaboratori anche religiosi fuori della redazione. Ogni giorno abbiamo mezz’ora dedicata ai bambini. Pensa alle migliaia di bambini che sono nei villaggi, lungo i fiumi, isolati, che non vedono mai niente per loro. E’ un programma vivace che insegna qualcosa ai bambini. C’è una maestra che per parla, racconta una favola, oppure parla di Gesù e della Mamma del Cielo oppure spiega le belle maniere, poi i bambini scrivono, vengono a trovarci, mandano i loro compitini. Noi valorizziamo i momenti importanti della comunità, accompagniamo la vita della gente e questo è il segreto per farci sentire.

– Fate anche pubblicità a pagamento?

– Facciamo parlare un po’ tutti. Per sostenerci, affittiamo qualche mezz’ora a qualche ente o gruppo che hanno interesse a far sentire la loro voce, ad esempio il Comune, gli enti statali che lavorano a Parintins e informano di quel che fanno. C’è un regolamento per chi parla, non offendere o accusare nessuno, dire la verità ecc. Diciamo al sindaco: guarda che se dici che hai asfaltato la strada e poi non è vero, noi lo diciamo agli ascoltatori. Non affittiamo a partiti politici, ma enti pubblici e anche privati, poi diamo tempi gratuiti alle scuole, ospedali, associazioni di volontariato, campagne per la vaccinazione. I politici possono parlare un certo tempo, però registrano prima in modo da controllare quel che dicono e farlo finire nel tempo stabilito. Per legge dobbiamo tenere per un mese grandi nastri di registrazione di tutto quel che trasmettiamo, poi si possono riusare. Questo perchè qualcuno potrebbe lamentarsi di una trasmissione e bisogna risentirla. Anche la parte tecnica di radio e televisione è difficile. Noi siamo proprio isolati, la città più vicina è Manaus a 500 chilometri sul fiume.

– Tu sei direttore e animatore?

– Direttore è una donna, una bella figura, Raimunda Ribeiro, 45 anni di vita nella radio e non si è sposata per dedicarsi totalmente alla radio. Quando è nata la Radio Alvorada, il vescovo mons. Arcangelo Cerqua l’aveva mandata a Rio de Janeiro a fare studi, si è appassionata al suo lavoro, è ben orientata nella fede. Io faccio la parte del prete, animatore e orientatore dei programmi, lei affronta e risolve tutti i problemi, giuridici, di rapporti con le autorità e con il pubblico. Per le leggi che ci sono la dott.sa Ribeiro è l’ideale. Bisogna sempre essere in regola perché siamo controllatissimi, per esempio per i diritti d’autore delle canzoni che trasmettiamo e alla fine del mese paghiamo i diritti. Poi anche il lavoro amministrativo. Questa signora è provvidenziale ma ha un lavoro difficile. Adesso è affiancato da due collaboratrici che da dieci anni lavorano alla radio e alla televisione.

– Quelli che lavorano nella vostra azienda sono tutti cattolici?

– In genere sì, ma abbiamo avuto anche un battista e alcuni altri che non credevano. L’ultimo sabato del mese i dipendenti fanno con me un piccolo ritiro spirituale dalle 8 alle 11, si prega, di legge la Parola di Dio e si riflette su un tema; poi ci sono le riunioni dei programmatori, poi c’è lo spazio per il vescovo che tutte le settimane dà il suo messaggio pastorale alla Radio e alla Tv, inoltre lo intervistiamo quando ha qualcosa da dire alla gente. Poi ci sono programmi allegri, musica e canti, sport e divertimento.

– Economicamente come ve la cavate?

– Siamo nelle mani della Provvidenza, Riusciamo a non chiudere in passivo, ma non so come facciamo. Una volta era tutto più facile oggi diventa sempre più difficile per la burocrazia e anche per gli aiuti che riceviamo dall’Italia. Il 25% delle spese sono sostenute da aiuti italiani, il resto lo produce la radio stessa. Le offerte diminuiscono perchè se tu chiedi per i lebbrosi, gli orfani o le adozioni arrivano, ma quando parli di radio e di giornale, in Italia si raccoglie poco o niente . Eppure la radio ha un’importanza estrema per l’evangelizzazione e la formazione cristiana di tutti. Come Chiesa non arriviamo più a tutti, mentre la radio non solo arriva a tutti, ma arriva quando sono seduti e possono riflettere.

Anche per la formazione dei bambini, la radio è importante. Abbiamo fatto per due anni, ma poi costa troppo, il Natale dei bambini, i nostri Re Magi hanno 

distribuito 15.000 regalini ai bambini poveri. Un mese prima di Natale ho mandato 800 studenti e studentesse della scuola superiore a visitare le famiglie della periferia più povera di Parintins, ai bambini dai 10 anni in giù hanno dato un cartoncino di invito timbrato e firmato per ricevere il loro regalo a Natale. Abbiamo scoperto che ci sono bambini poveri che non hanno mai ricevuto un regalo!

– Come è avvenuta questa festa dei bambini e chi erano i Re Magi?

– Anche in Brasile sta andando di moda il Babbo Natale che non si sa chi sia e chi rappresenti. Noi abbiamo parlato dei Re Magi che hanno portato i loro doni a Gesù e adesso per Natale li daranno ai bambini più poveri. Alla Polizia della città ho proposto ai poliziotti che vanno in giro a cavallo di dare una giornata prima di Natale ai bambini, vestiti da Re Magi. Tre hanno accettato direi con entusiasmo. La sera prima abbiamo fatto un grande spettacolo di canti, musiche, danze, scenette di teatro e sono venuti in tanti. Il pomeriggio del giorno dopo che era una domenica, abbiamo radunato circa 15.000 bambini poveri e poverissimi con le loro mamme nel grande stadio di Parintins. Ho parlato dei Re Magi che portano i doni a Gesù Bambino e poi ho detto che stavano arrivando ed ecco che arrivano i tre poliziotti a cavallo che sembravano proprio tre Re Magi e dietro di loro la loro scorta di guardie e i furgoni e camioncini imprestati per portare i sacchi dei regalini, mentre la banda musicale della polizia suonava una marcetta. Non ti dico la felicità, gli applausi, le grida, i salti di gioia di quei bambini e ragazzini!

– Che regali avete distribuito?

– Regali poveri ottenuti in parte dai negozi e magazzini di Manaus e in parte comperati con gli aiuti che mi giungono da benefattori di parrocchie in Italia, dove ho un fratello sacerdote, don Abele, parroco nella diocesi di Lodi. Per la distribuzione dei regali sono ancora venuti gli 800 giovani e ragazze che avevano fatto l’indagine nelle periferie, i bambini con le mamme divisi in settori di mille l’uno e per bambini che non potevano venire si presentava la mamma o un’altra familiare che col cartoncino dell’invito ritirava il regalino. Ogni bambino ha ricevuto da un Re Mago o da uno studente delle superiori il suo sacchetto colorato con dentro una bambola, un pupazzo, giochini e altre cose gradite ai bambini. Tutti contentissimi e la gente ci chiedeva: “Come fate a distribuire 15.000 regalini?”.

– Come avete fatto ad avere 15.000 bambini?

– Con la potenza di radio, settimanale e televisione. Sono mezzi che arrivano a tutti e dovevamo spiegare bene cosa è il Natale, i Re Magi, il dono che portano ai bambini e poi convocarli… C’è voluto un po’ di tempo. Questo Natale per i bambini l’abbiamo fatto due anni non di seguito e grazie a Dio ha avuto grande successo. Adesso facciamo una pausa anche perché costa troppo per le nostre misere finanze. Noi Chiesa dobbiamo ancora capire il valore di questi moderni mezzi di comunicazione che influiscono anche sulla cultura popolare.

Piero Gheddo

Martini e la "morale laica"

Leggo sul “Corriere della Sera” (3 settembre) “La morale laica non si insegna, perchè ne esistono molte” di Giuseppe Bedeschi. Ricordo quando il Card. C.M. Martini ha parlato di “morale laica” nella “Cattedra dei non credenti”, una delle sue iniziative più significative: i non credenti (scienziati, filosofi, studiosi, docenti universitari, giornalisti, ecc.) erano invitati a dialogare con l’arcivescovo sulla condizione umana (il senso del dolore, orizzonti e limiti della scienza, l’uomo di fronte al silenzio di Dio, rendiamo ragione della nostra speranza, la preghiera di chi non crede, ecc.). Mi sono riletto il volumetto “In cosa crede chi non crede?” [pubblicato dalla rivista “Liberal”, Roma 1996, pagg. 143], con il dibattito tra Martini e Umberto Eco, a cui si sono aggiunte altre voci: Emanuele Severino, Manlio Sgalambro. Eugenio Scalfari, Indro Montanelli, Vittorio Foà, Claudio Martelli.
Il tema centrale posto da Martini era questo: “Quali ragioni dà del suo agire chi intende affermare e professare princìpi morali che possano richiedere anche il sacrificio della vita, ma non riconosce un Dio personale?”; “Dove trova il laico la luce del bene?”. L’arcivescovo aggiunge: “So che esistono persone che, pur senza credere in un Dio personale, sono giunte a dare la vita per non deflettere dalle loro convinzioni morali. Ma non riesco a comprendere quale giustificazione ultima diano del loro operare”; e soprattutto come la “morale laica” possa risultare convincente per le grandi masse umane. Insomma, “l’etica ha bisogno della verità” per avere una fondazione ferma, sicura, che dà speranza anche al di là della morte; e questa può essere solo trascendente, che supera l’uomo limitato, debole, peccatore che tutti conosciamo e tutti siamo. Gli Autori citati rispondono con testi ricchi di suggestioni filosofiche e culturali, a volte non facili da seguire. Il discorso però rimane su un piano appunto filosofico-religioso. L'”etica laica” può essere sostenuta con ragionamenti abbastanza convincenti, ma i concetti espressi in questo libro andrebbero poi verificati nella realtà dei fatti e soprattutto, come diceva Martini, non si riesce “a capire come la morale laica possa risultare convincente per le grandi masse umane” come invece è quella religiosa.
Nel 2003 sono stato in Indonesia e ho visitato tra le altre anche l’isola di Sumatra, due volte l’Italia, 45 milioni di abitanti quasi tutti musulmani ma divisi in tribù, che di frequente si combattono; piccole guerre locali ma ho visto villaggi bruciati, file di profughi in fuga, ecc. I missionari Saveriani a Padang mi dicevano che per pacificare queste guerre il governo di Giakarta manda un “Comitato di pacificazione” che raduna i capi tribù e villaggio per discutere di pace, prima di far intervenire l’esercito. Il Comitato è composto da tre musulmani e due cristiani (un cattolico e un protestante). A Giakarta sono andato al Ministero degli Interni e ho chiesto a uno dei funzionari che mandava questi Comitati (in Indonesia spesso ci sono queste guerricciole) e ho chiesto perché mandano cristiani a pacificare popoli islamici. Risposta: “Perché voi cristiani avete il principio di perdonare le offese e che siamo tutti fratelli anche se di tribù diverse, i vostri villaggi non fanno mai la guerra, i vescovi parlano spesso di perdono e di pace. Per la nostra tradizione la vendetta è sacra, da qui nascono contrasti e poi gli scontri armati. Quando voi cristiani parlate di perdono e di pace siete credibili”. In Indonesia, oltre ai missionari cristiani ci sono tante istituzioni italiane e occidentali, che insegnano le lingue, le culture, la filosofia, l’arte e la letteratura dell’Occidente, gli scambi universitari. Mi chiedo: come mai nelle masse islamiche (più di 200 milioni in Indonesia), mentre l’influsso della morale cristiana portata dalle missioni e oggi insegnato dalla Chiesa locale è evidente in tanti campi, la ”morale laica” occidentale non si sa nemmeno che esista?
Piero Gheddo

Nascono gli “Amici di Leopoldo Pastori” per farlo beato

Il lunedì 27 agosto 2012, si è svolto nel palazzo vescovile di Lodi l’incontro richiesto da mons. Pedro Zilli e padre Gheddo per la causa di beatificazione del missionario monaco padre Leopoldo Pastori, che aveva già preso un avvio nel maggio di quest’anno (vedi il Blog del 30 maggio). Erano presenti il vescovo di Lodi, mons. Giuseppe Merisi, il cancelliere vescovile mons. Gabriele Bernardelli (incaricato diocesano delle cause dei santi), il parroco di Sant’Alberto in Lodi don Giancarlo Marchesi amico di padre Leopoldo Pastori e il direttore de “Il Cittadino” Ferruccio Pallavera; per il Pime siamo andati a Lodi, portati in auto da padre Pietro Pisoni, mons. Zilli vescovo di Bafatà, suor Rachele Recalcati delle Missionarie dell’Immacolata e padre Gheddo.
Si è discusso dell’inizio della causa e il vescovo ha espresso caldamente il suo assenso, facendo però presente che la diocesi ha già altre cause, per cui questa di Leopoldo verrà assunta dalla sua parrocchia di Sant’Alberto, attraverso il gruppo parrocchiale “Amici di padre Leopoldo” che si è praticamente costituito nell’incontro, come già è successo per il Beato Clemente Vismara nella parrocchia di Agrate Brianza. Il gruppo farà riferimento a don Giancarlo Marchesi e al dott. Ferruccio Pallavera direttore de “Il Cittadino”, quotidiano cattolico di Lodi, l’unico quotidiano della città e della provincia, che ha un buon influsso sll’opinione pbblica locale.
Due gli interventi da ricordare. Ha dichiarato monsignor Zilli: “Dopo il 1978 Leopoldo aveva creato ia Bafatà il gruppo “Libertação”: ancora oggi i suoi giovani sono impegnati a livello ecclesiastico e civile, ed erano proprio i suoi giovani. Nel 2006, a dieci anni dalla sua morte, il liceo di Bafatà intitolato a San Francesco Saverio mi ha chiesto di poter essere dedicato a padre Leopoldo Pastori. In quel liceo ogni anno attorno al 26 maggio, anniversario della sua morte, viene organizzata una settimana culturale e distribuita una rivista. Sono sicuro che Francesco Saverio non si offenderà”, ha aggiunto sorridendo il vescovo di Bafatà.
Suor Rachele Recalcati delle Missionarie dell’Immacolata, che è stata vicino a padre Leopoldo in Guinea, ha testimoniato di lui: “Amava molto il centro di spiritualità di N’dame dove ogni anno organizzava una veglia notturna per i giovani e dove arrivavano gli animatori parrocchiali ai quali insegnava nuovi canti da diffondere nelle comunità. Dopo un suo ritiro di quaranta giorni, davvero esperienza di deserto, padre Leopoldo espresse il desiderio emerso dal discernimento: che questo centro di spiritualità diventasse un santuario eucaristico-mariano. Amava l’Eucarestia, la Madonna, i poveri. Si sentiva realizzato con i poveri e animando il centro di spiritualità. È partito per l’Italia il 13 maggio 1996 ed è morto il 26 maggio, giorno di Pentecoste: tra queste due date significative ha giocato tutta la sua vita. Ora padre Leopoldo deve tornare in Guinea, ad una Chiesa che ha bisogno immensamente della sua presenza perché ciò che non è riuscito a fare nel tempo, lo possa continuare ora. In Guinea sono visibili i frutti della sua presenza”.
Al vescovo di Lodi avevano già scritto chiedendo la causa di Leopoldo il superiore generale padre Gian Batista Zanchi con una lunga lettera, mentre i due vescovi di Guinea, Camnate di Bissau e Zilli di Bafatà, con il superiore regionale del Pime padre Davide Sciocco, hanno mandato anche loro una bella lettera, giunta a Milano nei giorni seguenti l’incontro e poi rimandata a mano al vescovo di Lodi.
“Il Cittadino” aveva reclamizzato questo incontro e poi ha pubblicato un lungo articolo, con un appello affinché le persone che hanno voluto bene a Padre Pastori o lo hanno conosciuto diano la propria disponibilità a far parte del costituendo gruppo. Lo stesso dicasi per eventuali testimonianze su padre Leopoldo. Queste ultime, insieme ai nominativi, devono essere fatte pervenire (complete di indirizzo e numero di telefono) al parroco don Giancarlo Marchesi di Lodi (Parrocchia di Sant’Alberto Vescovo, via Saragat 2 – 26900 Lodi) oppure al dott. Ferruccio Pallavera (“Il Cittadino”, via Paolo Gorini 34 – 26900 Lodi). Raccogliere le testimonianze in Guinea e in Italia è dunque il primo passo per iniziare il processo storico diocesano verso la canonizzazione di padre Leopoldo, come ha ricordato monsignor Gabriele Bernardelli, responsabile diocesano del servizio per le cause dei santi.

Anche quest’anno la parrocchia di Sant’Alberto in Lodi organizza un pellegrinaggio alla tomba di padre Leopoldo Pastori. L’appuntamento è fissato per domenica prossima, 9 settembre. Il sacerdote e missionario lodigiano riposa infatti nel cimitero del Pime alla Grugana, località nelle vicinanze del santuario della Madonna del Bosco di Imbersago (Lecco). Il pellegrinaggio alla sua tomba è ormai tradizione per la parrocchia di Sant’Alberto, ma quest’anno, scrive il parroco don Giancarlo Marchesi, lo si vivrà “in maniera più sentita avendo mosso i primi passi per la beatificazione», con la raccolta delle testimonianze di chi ha conosciuto Pastori sia in Italia che in Guinea Bissau, nella diocesi di Lodi e presso il Pime”. Il pellegrinaggio alla tomba di padre Leopoldo partirà da Sant’Alberto alle 13.30 di domenica 9 settembre e il ritorno è previsto tra le 20 e le 21. Chiedere informazioni alla parrocchia al numero 0371.36452.
Piero Gheddo

Affettuoso ricordo del Cardinal Martini

La morte di un giusto che abbiamo conosciuto suscita i sentimenti più profondi di affetto e di riconoscenza. Così per il cardinale Carlo Maria Martini, che ho avuto la fortuna di conoscere da vicino in varie circostanze e mi ha sempre lasciato un’impressione non passeggera. Nella marea di scritti che si produrranno su questo grande vescovo, studioso e personaggio di livello mondiale, voglio aggiungere la mia piccola pietruzza che possa portare qualche nota di originalità.

     Primo ricordo. Nel 1982 o 1983 quando al mattino andavo spesso in aereo a Roma (e tornavo nel pomeriggio) per incontri alla Cei sul tema missionari o per il “Comitato ecclesiale per la fame nel mondo”, un mattino ero in coda per l’imbarco, quando mi sento chiamare. Era il card. Martini che mi chiede se vado a Roma e mi dice: “Vieni con me, così ci conosciamo meglio”. Siamo saliti sull’aereo passando da un’uscita riservata ai Vip e ci siamo seduti in due posti riservati. Dopo la preghiera personale col Breviario, rivolgo all’arcivescovo una domanda, risponde brevemente e poi dice: “Parlami tu della tua vita di missionario giornalista”. Per me era come andare a nozze, come si dice, ho cominciato a parlare infervorandomi con entusiasmo, tanto che Martini mi dice: “Perchè ti scaldi tanto? Dimmi con calma questo e quello,,,,”. Ricordo questo fatto perché mi ha stupito la capacità che aveva, lui che sembrava così freddo e distaccato, di dare confidenza, di farmi sentire a mio agio; e poi anche la curiosità di conoscere la mentalità dei missionari che vivono in culture e fra popoli così diversi dal nostro; e cosa convince un pagano a convertirsi a Cristo e come avviene il passaggio da una religione all’altra, ecc. Insomma, era l’opposto di come immaginavo, lui faceva domande io rispondevo. 

     L’arcivescovo Martini mi ha poi mandato all’Assemblea nazionale della Chiesa italiana a Loreto nel 1985,come uno dei rappresentanti della diocesi ambrosiana e poi nel 1986 (non ricordo bene la data) mi telefonano dalla Curia per chiedermi se accetto volentieri di far parte del Consiglio pastorale diocesano di Milano per i prossimi sei anni. Rispondo positivamente ma aggiungo: “Dica all’arcivescovo che io non so quasi nulla della diocesi di Milano. Ci vivo da molti anni, esercito il ministero sacerdotale, ma non seguo la vita della diocesi essendo impegnato  nel conoscere e descrivere il mondo missionario”. Poco dopo mi telefona il card. Martini: “Padre Gheddo, ti metto io nel Consiglio affinchè tu porti in diocesi la vita e le voci delle missioni. Credo che abbiamo molto da imparare dalle giovani Chiese, ma forse siamo poco attenti a questo. Nei vari temi di cui parliamo, penso che tu abbia raccolto molti esempi e novità di vita che le Chiese fondate dai missionari possono oggi dare a noi come stimolo per la nostra conversione al Vangelo”. Ho accettato ed è stata per me un’esperienza veramente positiva, anche perché il Consiglio pastorale diocesano erano una cosa seria. Si fissavano i temi e si discutevano prima negli incontri di decanato e poi nell’incontro mensile del Consiglio stesso (dove si presentavano interventi scritti), alla Villa Sacro Cuore di Triuggio, dal sabato pomeriggio alla domenica dopo pranzo. L’arcivescovo era sempre presente con una costanza ammirevole. Dimostrava di avere un’intelligenza e memoria non comuni, riassumendo e sintetizzando gli interventi e proponendo per il giorno dopo i temi da approfondire. Tra l’altro, al pranzo di domenica c’era quasi sempre e non molti erano disposti a pranzare con Martini, per cui spesso riuscivo sedermi al suo tavolo, incuriosito di quel che avrebbe detto in libertà. Mangiava poco e diceva che gli bastava quello.

    Un altro ricordo della metà degli anni ottanta. Con una Giunta socialista in Comune, gli ospedali e le cliniche cattolici erano pesantemente penalizzati da controlli continui. Il direttore sanitario della “Columbus”, ospedale delle Suore della Madre Cabrini (di cui ero aiutante del cappellano), dott. Pasquale Cotza, mi diceva: “Tutte le settimane abbiamo controlli dei Carabinieri, della Polizia, dei Vigili del fuoco, dei Nas. Ci fanno cambiare le porte e altre strutture, hanno dato perfino una multa salata perché il pavimento della cucina è scivoloso”. Le suore, già in crisi di vocazioni, avevano intenzione di vendere la Clinica e chiedono il parere al Cardinale, il quale viene a trovarle e fa un discorso chiaro e forte (ero presente): “C’è un piano per statalizzare gli ospedali cattolici, dobbiamo reagire. Sorelle, non cedete, l’assistenza sanitaria cattolica ha un valore esemplare in città e ha una grande tradizione”. Le suore non hanno venduto solo grazie al sostegno dati dall’arcivescovo.

     Sono riconoscente al cardinal Martini per aver firmato la prefazione di tre miei libri e di avermi portato a Basilea nel 1989, per la “Tre Giorni di incontro ecumenico delle Chiese cristiane d’Europa”, della cui associazione lui era presidente. Parlavo un po’ il tedesco, ma lui lo usava in modo fluente e spiegava di aver fatto da giovane seminarista due anni di noviziato in Austria; ma poi s’è visto che era chiamato negli Stati Uniti, in America Latina e altrove per conferenze o predicare ritiri ai vescovi e si esprimeva nella lingua locale. Quando invece ci siamo incontrati a Tokyo in Giappone (1985 o 1986), in un intervento alla Sophia University dei gesuiti si è scusato di non poter parlare in giapponese. L’ho seguito nella conferenza e incontro tenuti a più di cento missionari e suore italiani, poi in una parrocchia operaia alla periferia della capitale giapponese e nella visita solenne alla Soka Gakkai, dove tra gli scenari fantastici della scalinata d’accesso e del tempio, ho potuto scattare foto da manifesto. Ricordo che diceva: il buddhismo è interessante, come il mondo non cristiano al quale le missioni cattoliche annunziano Cristo, ma la sfida al cristianesimo e alla Chiesa cattolica si gioca soprattutto in Occidente, di fronte alla secolarizzazione, al relativismo, all’individualismo e ateismo consumistico della modernità.

     Il 2 dicembre 1992, alla vigilia di San Francesco Saverio, il card. Martini viene al Pime di Milano ad aprire il primo incontro di missionari dell’istituto impegnati nei mass media in vari paesi. Diceva che le lettere di San Francesco Saverio dall’Oriente erano capaci di suscitare interesse e slancio per le missioni e ancor oggi, aggiungeva, “hanno una forza comunicativa straordinaria”. Poi rivoltosi a noi chiedeva: «Noi vorremmo che la nostra stampa missionaria fosse sempre così, cioè che avesse sempre questa forza comunicativa del Vangelo proprio attraverso la comunicazione delle notizie sulla diffusione del Vangelo. In altre parole, io credo che il popolo cristiano, leggendo le riviste missionarie, dovrebbero poter esclamare: “Come sono belli i piedi del messaggero di lieti annunzi che annuncia la pace”…Ora io chiedo a voi: ridateci questo stupore del Vangelo, datelo alle nostre comunità, datelo non soltanto alle terre di missione, ma anche a noi. Siate come san Francesco Saverio tramite fra le Indie, le terre lontane e le terre d’Europa, perché questo stupore riscaldi il cuore di tutti». Mai mi sono trovato in così perfetta sintonia col carissimo arcivescovo.

     Un altro testo che voglio ricordare Parto da una constatazione che il card. Carlo Maria Martini ha espresso recentemente in un lungo articolo intitolato “Quale cristianesimo nel mondo post-moderno” (in “America” dei gesuiti americani e poi in ”Avvenire”, 27 luglio 2008). L’arcivescovo emerito di Milano dice anzitutto che “non vi è mai stato nella storia della Chiesa un periodo così felice come il nostro” e non si può non essere d’accordo, per molti motivi….. Per rinnovarci alla luce dell’esempio di Gesù, dobbiamo prendere coscienza della maggior sfida che viene oggi alla Chiesa: “la mentalità del mondo postmoderno: un’atmosfera e un movimento di pensiero che si oppone al mondo così come l’abbiamo conosciuto”. Il sentimento prevale sulla ragione, la bellezza sulla verità, il dialogo sulla proclamazione della verità. Inoltre, oggi tutto viene posto sullo stesso piano (“relativismo” in tutto), esiste il diritto di essere unici e di affermare se stessi, c’è il rifiuto di accettare quel che sa di centralismo e di imposizione dall’alto, la vita non può più essere vista come sacrificio o sofferenza.

     “Questa la situazione umana in cui viviamo ed è superfluo lamentarsi. Eppure anche in questa situazione la Chiesa annunzia la salvezza in Cristo”, anzi il cardinale aggiunge che “forse questa situazione è migliore di quella che esisteva prima. Perché il cristianesimo ha la possibilità di mostrare meglio il suo carattere di sfida, di oggettività, di realismo, di esercizio della vera libertà, di religione legata alla vita del corpo e non solo della mente. Il mistero di un Dio non disponibile e sempre sorprendente acquista maggiore bellezza. La fede compresa come rischio diventa più attraente. Il cristianesimo appare più bello, più vicino alla gente, più vero. Il mistero della Trinità appare come fonte di significato per la vita e un aiuto per comprendere il mistero dell’esistenza umana”.

                                                                                    Gheddo Piero

 

Un prete trentino fra gli aborigeni d'Australia

Nel 2000, la Conferenza episcopale d’Australia pubblicò una lettera che ricordava e chiedeva perdono per le colpe dei cristiani nella vita personale e familiare, ma anche nella società e nello Stato, soprattutto verso i più poveri e discriminati fra gli australiani: gli “aborigeni”, oggi mezzo milione su 23 di australiani, alla fine del 1700 si è calcolato che fossero circa due milioni di individui.

In Australia, i 1.030 “invasori” inglesi che il 28 gennaio 1788 sbarcarono da 11 vascelli per occupare e colonizzare quel “mondo nuovo”, vennero presto in contatto con i primitivi abitatori di quelle terre. Così inizia un lungo periodo storico nel quale gli “emigrati”, prelevati forzosamente dalle galere britanniche e tra le classi più umili e povere del popolo inglese, venivano mandati dal governo di Londra a popolare la colonia australe (nei primi tempi l’Australia era una colonia penale).

Nelle classi evolute d’Europa si discuteva se i primitivi abitatori delle foreste, che le potenze europee andavano scoprendo in Australia e nelle Americhe, avevano un’anima umana come quella degli europei oppure “solo un’anima silvestre”. Erano, insomma, “homines silviculi”, non uomini come i bianchi, ma “uomini della foresta”, una categoria inferiore di creature, a metà strada tra gli uomini redenti da Cristo e gli animali selvatici. Gli stessi “illuministi” del 1700 non avevano idee chiare su questo punto. Basta dire che il grande Voltaire (1694-1778), punta di diamante del pensiero illuminista, investiva i suoi soldi in una società che trasportava gli schiavi neri dall’Africa alle Americhe. In contrasto con la cultura dominante in Europa, i Pontefici romani e i missionari affermavano chiaramente la natura umana di indios americani, neri africani e aborigeni australiani, che andavano trattati da uomini diversi da noi, ma anch’essi facenti parte del genere umano e redenti daCristo.

Anche in Australia, gli inglesi adottarono il “metodo” più facile per entrare in contatto con i primitivi abitanti dell’Australia: lo sterminio degli adulti e la “deportazione” dei bambini strappandoli ai loro genitori e inserendoli forzosamente nella società occidentale, cioè in orfanotrofi statali o religiosi, che tentavano di farne dei perfetti anglosassoni, cancellandone le radici ed eredità culturali. Dopo molte altre correzioni della rotta iniziale, solo nel 1975 il “Racial Discrimination Act” ha posto fine a molte infamie simili ed ha fatto iniziare alla società australiana un cammino contro corrente, che ha portato all’istituzione dell’annuale“Sorry Day” (il giorno del rammarico), che si celebra ogni anno. Oggi il popolo e il governoaustraliano riconoscono i diritti degli aborigeni, ma quel periodo storico di com’è iniziata la colonizzazione dell’Australia non può essere cancellato.

 

Eppure, anche in quel mondo primitivo e disumano erano già presenti i missionari, gli unici che hanno avvicinato gli aborigeni con amore disinteressato e hanno dato la vita per loro. Il Pime, nato nel 1850, dal 1852 al 1855 ha avuto la sua prima missione fra i nativi di due isole, che oggi fanno parte della Papua Nuova Guinea, durata poco meno di tre anni e finita con la morte di fratel Giuseppe Corti a Rook e il martirio del Beato Giovanni Mazzucconi a Woodlark. Era impossibile intendersi e annunziare Cristo a popoli che vivevano nell’epoca della pietra e sempre in guerra fra di loro, non avevano visto nient’altro che il loro piccolo mondo, non pensavano e non capivano altro se non la legge della sopravvivenza.

Più ancora merita attenzione la missione di un prete nato nel 1813 a Riva del Garda (Trento), don Angelo Confalonieri, che dopo nove anni di ministero sacerdotale in diocesi vuole andare in missione. Nel 1844 il vescovo di Trento lo manda a Propaganda Fide, che lo invia, tutto solo, alla diocesi di Perth in Australia, il cui territorio era esteso una decina di volte la nostra Italia! Parte da Londra il 17 settembre del 1845, con altri 26 religiosi di varie nazionalità trovati dal vescovo mons. Brady per la sua diocesi. Tre mesi e mezzo dopo, l’8 gennaio 1846, don Angelo giunge nella solare Perth. L’Australia finalmente!

Il vescovo di Perth lo destina, con due chierici irlandesi studenti di teologia, James Fagan e Nicholas Hogan, al Nord per stabilirvi al più presto una missione fra gli aborigeni. Ma purtroppo i due irlandesi affogano nel naufragio della nave che li stava portando da Sydney a Essington, nel grande Nord australiano. In quel naufragio, padre Angelo salva la vita ma perde tutto quel che aveva portato per iniziare la missione. Deve quindi affrontare da solo l’avventura della prima missione fra gli aborigeni e prima ancora l’inserimento in una società inglese e anglicana, che non vedeva bene il prete cattolico.

Dopo il naufragio, solo e senza un soldo, padre Angelo è portato nel presidio militare di Essington dove giunge il 13 maggio 1846 e si rende subito conto di quanto deteriorati sono i rapporti fra inglesi ed aborigeni.Poteva rinunziare al progetto di fondare una missione fra gli aborigeni della penisola di Cobourg, fare ritorno a Sydney e probabilmente anche a Perth dal vescovo Brady che l’aveva mandato.

Ma il missionario originario delle Dolomiti rivela tutta la forza della sua fede in Cristo e nella missione. Decide di rimanere sul posto e scrive in una lettera conservata nell’Archivio di Propaganda Fide: “…tuttavia non cesserò, colla grazia ed assistenza del Signore, di tutto sacrificare me stesso a Gloria di Dio, ed a salute di questi miserabilissimi nostri fratelli”. Naturalmente la Provvidenza interviene ad aiutarlo, come testimoniano tante altre situazioni simili nel mondo missionario.

Padre Angelo muore troppo presto, a 35 anni, dopo due soli anni di missione fra gli aborigeni australiani. Ma quel poco che conosciamo di lui lo rende veramente esemplare ed eroico, fino alla morte prematura a 35 anni. Una vita simile a quella del Beato Giovanni Mazzucconi, morto martire nell’isola di Woodlark a 29 anni nel settembre 1855, dopo 5 anni di sacerdozio e tre di missione. E’ stato beatificato da Giovanni Paolo II il 19 febbraio 1984.

Il racconto di questa storia nel romanzo storico di Rolando Pizzini: “Nel Tempo del Sogno” (La Fontana di Siloe, Editrice Lindau, Torino 2012). Con l’aiuto di John McArthur, comandante del presidio militare di Essington, ammirato dalla pietà e bontà del missionario, don Angelo si costruisce una capanna vicino ad un accampamento indigeno e passa poi un anno intero con quei tribali,vivendo con loro e in tutto come loro, conducendo una vita nomade, imparando la loro lingua, abituandosi a mangiare insetti, vermi, lucertole, topi, erbe di foresta commestibili, radici di alberi tritate e bollite, andando a caccia di canguri e di altri animali, pescando nei torrenti e in mare con strumenti primitivi. Insomma, diventando “uno di loro” si conquista una fiducia che nessun altro bianco prima di lui aveva avuto. Compila alcuni lavori: una carta geografica della penisola di Cobourg con segnate le sette tribù che vi abitavano, un dizionarietto inglese-lingua aborigena, la traduzione di alcune preghiere. Muore di febbri malariche e di esaurimento delle forze vitali nella sua capanna di Black Rock il 9 giugno 1848.

Saluto gli amici lettori questo Blog, augurando a tutti una buona estate con il Signore Gesù. Ci rivedremo, se Dio vuole, verso la fine di agosto.

 

Piero Gheddo

 

Il valore delle famiglie numerose

L’”Incontro mondiale delle Famiglie” a Milano (30 maggio-3 giugno 1012) ha riportato alla ribalta dell’attualità il ruolo fondamentale che giocano le famiglie nella società italiana. Per pochi giorni però, oggi sui media nazionali (giornali e televisioni) della famiglia non si parla più, esclusi naturalmente quelli cattolici, per i quali la famiglia è sempre di attualità. E’ strano questo fatto. Tutti riconoscono che la crisi economica in cui è precipitata l’Italia (e l’Europa comunitaria) è in buona parte dovuta al crollo demografico dei nostri paesi, noi italiani diminuiamo di più di 100.000 unità l’anno. Mancando i giovani, la nostra è una società di anziani, di vecchi, di pensionati, che non può crescere perchè in ogni settore della vita nazionale prevalgono la conservazione e il pessimismo. Non ci vuole un genio per capire che senza figli il futuro di un popolo volge al peggio.

Eppure, si parla solo e sempre di finanze, Borse, Spread, Bot, mai o quasi mai di problemi della famiglia, matrimoni, divorzi, separazioni, aborti. Nei giornali si trovano più notizie sui “matrimoni gay”, che non delle “famiglie con molti figli” che riescono a tirare avanti con la solidarietà popolare anche in questa disastrosa situazione in cui tutti ci troviamo. Si veda il Sito:www.famiglienumerose.org

Ecco un volumetto contro corrente: Lorenzo Bertocchi, “Dio e Famiglia”, Fede e Cultura, Verona 2012, pagg. 126. Poche pagine ma incisive, a partire dalla Prefazione di mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro, dove si legge: “Nella società di oggi non c’è più posto per la Famiglia, come non c’è più posto per la Chiesa. Perché?… La famiglia rende presente un mondo che la mentalità di oggi non riesce più a sopportare. Nel mondo d’oggi domina la cultura della morte… che vuol dire cultura di una vita senza senso, dove l’uomo non ha ragioni per vivere, non è aiutato a scoprire la sua dignità… Perché la famiglia e la Chiesa mettono in crisi la società? Perché la nostra è una società di individui, ciascuno dei quali ha la convinzione di essere il centro del cosmo e della storia… La sua identità si realizza quanto più possiede. E tanto più possiede quanto più realizza il grande istinto che sostiene l’individuo in questa situazione sociale: l’istinto al suo benessere”.

Nelle due parti del libro, Lorenzo Bertocchi (classe 1973, sposato e padre di famiglia) dimostra quanto mons. Negri afferma nella Prefazione.

Nella prima, “Analisi di una dissoluzione”, esamina come la famiglia tradizionale italiana sia giunta, per vari gradi , ad essere quasi un corpo estraneo nella società d’oggi. L’epicentro di questa lotta culturale e legislativa contro la famiglia, è la “rivoluzione sessuale” del Sessantotto e cita gli autori (erano i “profeti” di allora) i quali sostenevano che “la famiglia è quel sistema repressivo che più di ogni altro costringe la libertà sessuale della persona”; e ancora, “attraverso l’assoluta, illimitata libertà sessuale, l’uomo si libererà dalle nevrosi e diventerà pienamente capace di lavoro e di iniziativa”. E’ successo esattamente il contrario, ma nessuno oggi chiede scusa per i danni che ha causato alla società italiana.

Nella seconda parte, “In casa di amici”, Bertocchi prende in esame le sei coppie di coniugi che la Chiesa considera esemplari per come nasce e si sviluppa una famiglia cristiana. Le due coppie di Beati, i coniugi Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi (beatificati nel 2001), Luigi e Zelia Martin, genitori di Santa Teresa di Lisieux (beatificati nel 2008); e i Servi di Dio Sergio e Domenica Bernardini, Settimio e Licia Manelli, Rosetta e Giovanni Gheddo, Ulisse e Lelia Amendolagine.

Queste sono, nei duemila anni di storia della Chiesa, le prime sei coppie in cammino verso la santità riconosciuta. L’Autore racconta brevemente gli aspetti fondamentali della loro vita: l’incontro e il fidanzamento, il matrimonio e il comune programma di vita, la preghiera in famiglia e la santificazione della festa, il lavoro e i figli: come si accolgono e come si educano trasmettendo la fede nella vita quotidiana. Infine, le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa dei loro figli, la loro santa e serena morte. Questa carrellata su come le sei coppie di coniugi hanno vissuto i momenti importanti nella vita di ogni matrimonio dimostra come la famiglia cristiana, che vive fedelmente il Vangelo, è portatrice di unità, di pace, di speranza, di gioia, di impegno nel lavoro e nella società. Nulla è così profondamente umano come la morale evangelica.

Piero Gheddo

Perchè in Brasile i cattolici diminuiscono?

Il 29 giugno 2012 un comunicato dell’Igbe (Instituto Brasileiro de Geografia e Estatística) ha suscitato vasta eco sulla stampa brasiliana e internazionale. Secondo il censimento del 2010, la percentuale dei cattolici sui 190 milioni di brasiliani è oggi del 64,6% (123 milioni). Nel primo censimento brasiliano del 1872 i cattolici erano il 99,7%, nel 1972 il 91,8%, nel 2000 il 73,6% e nel 2010 il 64,6%. Il Brasile rischia di lasciare, fra non molti anni, la palma di “primo paese cattolico del mondo” al Messico, che ha 112 milioni di abitanti, l’88% dei quali, nel censimento del 2010, si dichiarano cattolici.

I cattolici che lasciano la Chiesa seguono le Chiese storiche protestanti o le varie denominazioni evangeliche, che nel 1980 erano il 6,6% dei brasiliani, nel 1991 il 9,0%, nel 2000 il 15,4 e nel 2010 il 22,2%, per un totale di 42,6 milioni di credenti. Nel mondo “evangelico”  brasiliano le denominazioni “pentecostali” attraggono la maggioranza dei fedeli, circa 25 milioni e sono in forte ascesa. Cresce anche il numero di atei, agnostici e persone senza una religione definita, passati dal 4,7 all’8%, per un totale di circa 15 milioni di persone. Tra questi la stragrande maggioranza si dichiara priva di una religione specifica, mentre gli atei sono 615.096 e gli agnostici 124.436. In calo invece i brasiliani che si dichiarano seguaci della religione “spiritista”, mentre solo lo 0,3% aderiscono a religioni di origine africana come candomblé o umbanda.
Il Brasile ha le dimensioni di un continente, è esteso 27 volte l’Italia ed è l’unico paese del Sud America a non aver conosciuto guerre né guerriglie e nemmeno dittature feroci come tutti gli altri paesi. Inoltre è l’unica potenza economica dell’America Latina, ormai catalogata fra i quattro Grandi di quello che una volta era il “terzo mondo”: i Bics, Brasile, India, Sud Africa e Cina. Inevitabile che abbia registrato immigrazioni di massa dai paesi confinanti e meno fortunati, che, assieme ad altre categorie di popolo povero, caratterizzano la vita brasiliana con una continua migrazione interna.
La Chiesa cattolica non è in grado di assistere religiosamente queste popolazioni, anche se ha una poderosa articolazione sul territorio. Il Brasile aveva una trentina di diocesi all’inizio del 1900, 152 nel 1960 e oggi superano abbondantemente le 300. La sterminata Amazzonia brasiliana (14 volte l’Italia) nel 1900 aveva due diocesi (Belem e Manaus), oggi sono circa quaranta. Ma le persone consacrate (preti, fratelli e suore) non si sono moltiplicati di pari passo, nonostante il forte aiuto dato dai missionari e dai preti e dalle suore stranieri (oggi in rapida diminuzione).
L’ultima volta che sono stato a Manaus nel 1997, il lodigiano padre Piero Vignola del Pime, che negli anni settanta aveva fondato la prima parrocchia alla periferia della capitale amazzonica (Cidade Nova), mi diceva: “A Manaus c’è un flusso ininterrotto di immigrati da ogni parte del Brasile e dagli stati vicini, vivono in baracche, cercano lavoro e hanno bisogno di un conforto religioso. Il territorio della mia parrocchia (San Benedetto) aveva sugli 8.000 abitanti quando è nata con me nel 1973, oggi ne ha circa 90.000, sono nate altre due parrocchie, ma noi preti siamo in tutto solo cinque. Però in questi 24 anni ho visto nascere 4-5 sette protestanti, che poi hanno fatto scuola e si sono moltiplicate per conto loro con elementi brasiliani. La confusione delle voci è enorme. La nostra gente è tutta cattolica, se sono vicini alla parrocchia ci vengono, altrimenti seguono altri predicatori o ciarlatani”.
Nell’ultimo mezzo secolo il Brasile è stato letteralmente invaso dalle Chiese e dalle sette di origine protestante. Il cristianesimo pentecostale-carismatico, come si sperimenta  anche in Asia e Africa, è quello che più attrae anche in America Latina. Per la “nuova evangelizzazione” è una sfida alla Chiesa cattolica e alle Chiese storiche protestanti. Molti si interrogano su questa rapida diffusione di un movimento che si ispira e si identifica con la Pentecoste e molti, giustamente, anche lo criticano. Ricordo quando negli anni 60, 70 e 80 si scrivevano articoli (ne ho scritti anch’io parecchi) intitolati “Impariamo dalle giovani Chiese”, ma nessuno poteva immaginare questa sfida che viene dal Sud del mondo. Lo Spirito Santo aiuti la Chiesa a discernere le vie per riportare a Cristo le popolazioni già battezzate e annunziare Cristo ai non cristiani. Il movimento carismatico-pentecostale, può in qualche modo (ma quale?), aiutare ad una ripresa del fattore religioso nelle società cristiane e non cristiane.

Piero Gheddo

 

Il Beato Clemente presenta fratel Felice

Ho finito di scrivere la biografia del Beato padre Clemente Vismara, leggendo e schedando le 2.300 sue lettere e i circa 700-800 articoli in una dozzina di riviste italiane. Il volume, se Dio vuole, uscirà nell’ottobre prossimo dalla EMI. Nel leggere lettere e articoli di padre Clemente sono saltate fuori autentiche perle. Un suo libro era intitolato “Il bosco delle perle” e Clemente aggiungeva: ”… e la perla sono io”. Ecco cosa Vismara ha scritto del servo di Dio fratel Felice Tantardini (1898-1991), fabbro ferraio della Valsassina che è stato missionario a Toungoo e poi a Taunggyi per 69 anni (Si veda: P.Gheddo,”Il santo col martello”, Emi, 200, pagg.240). La sua causa di canonizzazione è iniziata nel 2001, siamo in attesa del Decreto sulle virtù eroiche del del Servo di Dio. L’articolo del Beato padre Clemente Vismara è intitolato “Fratel Felice” ed è stato pubblicato su “Venga il Tuo Regno” del Pime di Napoli nel novembre 1966.Piero Gheddo

 

Fratel Felice

Il nome è appropriato. In qualunque tempo, in qualunque luogo e circostanza voi incontrate Fratel Felice, vedrete sempre affiorare sul suo labbro un sorriso sereno, pacato, spontaneo come di chi è amico di Dio, amico degli uomini e nemico di nessuno. E’ nato tra i monti della Valsassina. Esteticamente non è un bell’uomo. Forse il continuo pesante lavoro di fabbro ferraio e più di tutto i settanta soli passati sul suo capo arruffato lo hanno un po’ incurvato, ma a tutto questo supplisce il suo franco sorriso di galantuomo. Con fratello Felice vien pure a noi spontaneo il sorriso e ci sentiamo felici. La sua felicità è il lavoro. Voi non lo troverete mai colle mani in mano; nessun lavoro gli è estraneo, vuole e chiede anzi, che, terminata un’opera, subito gliene indichiate un’altra. Dove lo chiamano va, senza rivolgersi indietro, né chiede spiegazioni. Lavora in silenzio, lavora con passione, lavora forte, lavora sempre.

Il mondo si evolve. Fu detto, anche da persone di senno, che ormai è passato il tempo di Fratelli Coadiutori di pochi ed umili talenti. Oggi – si dice – anche i Fratelli devono essere persone qualificate, istruite, che sanno il fatto loro. Non più Fratelli che scopano la casa, o insegnano la dottrinetta, o simili. Via, non esageriamo; l’umile è sempre fattivo, e soprattutto lascia sempre l’impronta di essere vissuto. Tra un Fratello Coadiutore (una volta si chiamavano Catechisti) ingegnere, professore, architetto, e via dicendo, io missionario di lungo corso voglio e preferisco il Fratel Felice, fabbro ferraio. La preferenza verso l’umile fabbro è dovuta al fatto che noi viviamo fra gente povera, gente che non sa se domani potrà sfamarsi; e questa povertà non è dovuta a natura ingrata, che non rende, ma è dovuta a mancanza di educazione e formazione al lavoro. No, no, per la Birmania occorrono Fratelli come Felice: buono, ubbidiente, umile e laborioso; ad altri lidi e in altre contrade Fratelli qualificati, specializzati, scienziati.

Tutte le stazioni missionarie della Diocesi di Taunggyi e di Toungoo, nessuna esclusa, furono bagnate dal sudore di Fratel Felice, ed il suo zampino arrivò anche nella Diocesi di Kengtung, Prome e Bhamo. I Padri hanno dimora fissa, un campo di lavoro determinato, Fratel Felice, invece, abita dove c’èlavoro, non ha un focolare proprio, cambia casa, letto, cucina, ma non cambia l’incudine ed il martello.

E di questo laborioso vagabondaggio quale la ricompensa? Di danaro non ne parliamo neanche: Fratel Felice è un signore, non ne sente il bisogno.

– Che ne devo fare? Non ho bisogno di nulla. – Gli necessita solo il lavoro che protrae fino al tramonto. Se avesse denaro lo dimenticherebbe sul posto del lavoro. Il debole di Fratel Felice è la pipa; tranne il tempo della preghiera ed il tempo che mastica cibo, la pipa è sempre in bocca. Tutti i padri gli regalano tabacco, e del migliore; luinon fa in tempo a consumarlo tutto.

– La corona e la pipa sono sempre state le mie indivisibili compagne – confessa candidamente.

– Ma non è, questa, una mancanza contro lo spirito di mortificazione?

– Felice, tu non potrai essere canonizzato, proprio a causa di questo attaccamento alla pipa.

– Tanto meglio! risponde lui. E vi tira fuori la storiella (vera, neh!) di quel Beato martire, che prima di essere messo a morte chiese ed ottenne dai carnefici tre piccole grazie: bere un ultimo sorso di birra, farsi ancora una fumatina e raccomandarsi l’anima a Dio.

“Il buon Dio, commenta il biografo, ha creato le cose buone per la buona gente”.

Caro Fratel Felice, voglia il buon Dio mandarci tanti fratelli come te, che non meritino altro rimprovero se non quello di essere attaccati ad una pipa!

padre CLEMENTE VISMARA

Il memoriale di Rosetta e Giovanni Gheddo a Tronzano

Sabato 30 giugno scorso, dopo la S. Messa pre-festiva nella chiesa parrocchiale celebrata da padre Piero Gheddo, nel piazzale antistante il Cimitero è stato inaugurato un memoriale dei servi di Dio coniugi Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo. L’iniziativa dell’amministrazione comunale è stata realizzata assieme al restauro dell’antica chiesa San Pietro del Cimitero, prima parrocchiale di Tronzano, nelle sue forme originali dell’XI° secolo, una delle chiese romaniche più importanti e più belle del Vercellese con il suo maestoso campanile. Tronzano è nato attorno alla chiesa ed era un punto di riferimento per uno dei rami della “Via Francigena”, che percorrevano le carovane di pellegrini verso Roma o la Terra Santa. Il sindaco, dott. Andrea Chemello, ha detto: “Abbiamo voluto qui il memoriale dei Servi di Dio coniugi Gheddo per dare a loro la dignità più alta, perchè qui sono le nostre origini, perchè qui vive la memoria storica e umana di tutti i tronzanesi”.

Nel piazzale antistante il Cimitero e la chiesa romanica di San Pietro vi è il monumento con tutti i nomi dei militari tronzanesi che hanno dato la vita per la patria nelle guerre del secolo XX e di fianco un’aiuola di piante e fiori con una colonna antica che risale alla costruzione della chiesa attorno alla quale è sorta (nel 1256) la Tronzano d’oggi, quella di San Martino,e il memoriale che consiste in due elementi: una targa di bronzo con questa scritta: “Memoriale – dei coniugi Servi di Dio – Rosetta Franzi (1902-1934) – Giovanni Gheddo (1900-1942) – In devoto ricordo i tronzanesi dedicano” e una stele con una grande placca in plexiglàs, che illustra in sintesi la vita dei Servi di Dio e ne trasmette le immagini fotografiche più significative.

Il sindaco Chemello ha concluso dicendo: “Speriamo che quanto realizzato sia degno dell’amore e della straordinaria testimonianza di fede cristiana che Giovanni e Rosetta nel corso della loro vita hanno donato ai Tronzanesi”. Il parroco don Guido Bobba ha poi benedetto il memoriale e ringraziato l’amministrazione comunale per questa iniziativa, che richiama bene l’importanza di come vita civile e vita religiosa di una popolazione debbono integrarsi, com’è avvenuto per Rosetta e Giovanni Gheddo, per comune vantaggio e benessere del paese.

Padre Gheddo ha concluso raccontando che la causa di beatificazione di Rosetta e Giovanni è nata dalla pubblicazione (nel 2002) delle lettere di papà Giovanni dall’Urss durante l’ultima guerra mondiale (“Il testamento del capitano”), che hanno suscitato interesse e tante lettere di persone che si dicevano commosse dalla santità di questi giovani sposi e qualcuno aggiungeva che sono queste le coppie da santificare come modello agli sposi di oggi. Il 14 gennaio 2004 le suore di clausura Redentoriste di Magliano Sabina (Rieti), scrivevano di aver pregato Rosetta e Giovanni ottenendo delle grazie. E proponevano di iniziarne la causa di beatificazione.

L’Arcivescovo di Vercelli, mons. Enrico Masseroni, che aveva già letto il volume, ha assunto informazioni e il 18 febbraio 2006 ha istituito nella chiesa parrocchiale di Tronzano il tribunale diocesano per il processo informativo, che ha interrogato i testimoni ed esaminato i documenti con risultati positivi. Il 17 giugno 2007 l‘arcivescovo ha chiuso a Vercelli il processo diocesano e tutto il materiale raccolto è andato alla Congregazione delle Cause dei Santi a Roma.

A Roma le autorità della Congregazione dei Santi mi hanno detto più volte che questa Causa di beatificazione è utile e opportuna perché i due coniugi erano persone comuni che hanno dato grandi esempi di santità. Però mancano documenti scritti del loro tempo sulla loro santità. Per cui la Causa è in attesa di nuova documentazione che si sta ricercando negli archivi vercellesi. Ma l’arcivescovo di Vercelli e il Pontificio Consiglio per la Famiglia di Roma incoraggiano a continuare il bollettino che pubblica la diocesi di Vercelli, per diffondere la conoscenza, la devozione e l’imitazione dei due Servi di Dio, che già possono essere venerati e pregati. Il Signore Gesù, se vuole, può far superare le difficoltà attuali, che non riguardano la santità di Rosetta e Giovanni, ma unicamente la mancanza di documenti scritti su questa santità nel tempo della loro vita. Per le “Cause storiche” infatti, non bastano le testimonianze orali, ma ci vogliono documenti scritti di quel tempo. Ma Rosetta e Giovanni erano persone umili e di paese, non interessavano certo i giornali o le autorità di quel tempo.

Nella Lettera pastorale per l’anno 2006-2007 su “La buona notizia della Famiglia”, l’arcivescovo di Vercelli mons. Enrico Masseroni ha scritto: “Sono grato a Dio che ci ha consentito di avviare nella nostra Chiesa eusebiana la causa di beatificazione dei coniugi Gheddo, che hanno scalato la vetta della santità attraverso la strada di una vita familiare vissuta con il Vangelo in mano, anzi, con il Vangelo nel cuore. Pare di vedere in questi genitori santi la figura di tanti altri padri e madri che all’ombra delle nostre case e nella storia discreta di un amore fedele e fecondo, alla santità ancora credono”. In Italia e nella Chiesa italiana si sta riscoprendo il valore educativo e culturale della famiglia, perché la società in cui viviamo ha mortificato la vita coniugale e familiare fondata sul matrimonio fra uomo e donna ed ha portato i giovani ad essere sempre più fragili e privi di ideali e la vita moderna sempre più disumana.

L’inizio del movimento di devozione e di preghiera per la Beatificazione di mamma Rosetta e di papà Giovanni è un aiuto nella nuova evangelizzazione del nostro popolo. Il fatto che appartenevano entrambi all’Azione cattolica (a quel tempo definita “una scuola di santità per i laici”) può stimolare i membri di questa gloriosa associazione a ricuperare lo spirito di fede e di santità che ha formato in passato tanti autentici cristiani.

A Vercelli si pubblica il bollettino quadrimestrale “Lettera agli Amici di Rosetta e Giovanni”, mandato in omaggio a chi lo chiede e oggi inviato a 9.350 indirizzi in tutta Italia e anche all’estero perché la devozione a Rosetta e Giovanni si è diffusa (con la traduzione dei volumi, di articoli e delle immaginette) in Polonia, Ungheria, Francia, Stati Uniti. E ci sono già stati pellegrini da ogni parte d’Italia e dall’estero al Cimitero di Tronzano dov’è conservata la salma di Rosetta.

Tronzano ha una grande tradizione di religiosità popolare che va ripresa e rafforzata per aiutare in questa crisi non solo economico-politica, ma religiosa e morale, che sta tormentando il popolo italiano. Quand’ero in seminario a Moncrivello, ricordo che i preti vercellesi mi dicevano: “Fortunato tu che sei di Tronzano, che è uno dei migliori paesi della diocesi”. Ricordo l’Azione cattolica, le confraternite, le processioni, le cerimonie religiose e le molte iniziative di fede e di vita cristiana. Ad esempio, il pellegrinaggio annuale, a piedi durante tutta la notte, al Santuario della Madonna di Oropa.

Auguro che questo memoriale a due coniugi e genitori, che hanno lasciato un grande ricordo di bontà nel nostro paese, diventi un seme deposto in terra buona, che possa produrre a Tronzano una nuova primavera di unità, di speranza e di vita sociale e cristiana benefica per tutti.

Padre Piero Gheddo,

missionario del Pime, Milano