Festa di San Pietro, il primo Papa

San Pietro, l’Apostolo che Gesù ha scelto come suo successore nel dirigere la comunità dei suoi discepoli. Quali sono le qualità umane di Pietro, che hanno convinto Gesù a farne il primo Papa? Pietro era capo di una compagnia di pescatori, un uomo autentico, onesto e trasparente, aveva leadership, bontà naturale, saggezza, prudenza e coraggio, esperienza di vita, buon senso. Però la caratteristicafondamentale della sua vita è l’amore appassionato a Cristo e la fede in Lui. Quanti fatti nella vita di Pietro testimoniano questa fede e amore a Cristo!

Ricordiamo la triplice domanda di Gesù: “Piero, mi ami tu più di costoro?”. E la sua risposta: “Signore, tu sai tutto. Tu sai quanto ti amo!”. Non era una fede intellettuale, nutrita di studi, ma un amore totale alla persona di Cristo.

“E voi, chi dite che io sia?”. Pietro è stato il primo a dare la risposta giusta: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.

“Volete andarvene anche voi?”. Pietro risponde: “Da chi andremo Signore?Tu solo hai parole di vita eterna”.

 

La fede e l’amore a Cristo lasciano però a Pietro tutti i suoi limiti e peccati. Si fa dire dal Maestro: “Via da me, o Satana! Tu ragioni come gli uomini, non pensi come Dio”. La notte del Venerdì Santo tradisce Gesù: “Non lo conosco”. E quando Gesù è in agonia appeso in Croce, Pietro non si fa vedere, fugge lontano. Tutto questo avrebbe dovuto scoraggiare Pietro, renderlo pessimista, allontanarlo da Cristo. Invece, da uomo vero, era anche umile, riconosce il suo peccato, piange amaramente, crede dell’amore a Cristo che lo purifica, lo redime, lo rende sempre nuovo nonostante le sue colpe.

Ecco l’esempio più toccante di Pietro. Lo scoprirsi uomo e peccatore (“Allontanati da me – dice a Gesù – che sono un uomo peccatore”) non lo abbatte, sa che l’amore a Cristo vince tutto e riprende il cammino con nuova lena.

Gesù ama le persone autentiche e Pietro lo era. Ritorna sui suoi passi e nel Cenacolo è con Maria e gli altri Apostoli a ricevere lo Spirito Santo. Poi è pieno di coraggio e al Sinedrio, che gli proibiva di parlare ancora di Cristo risponde: “Bisogna obbedire a Dio prima che agli uomini”. Lancia la sfida ed è disposto a ricevere una buona dose di frustate, a farsi incarcerare e poi, alla fine della vita a morire crocifisso come il suo Maestro, addirittura con la testa in basso.

 

Questo San Pietro il primo Papa, che rappresenta non solo l’immagine della fede, ma è anche il primo di una interminabile successione di Papi che ci tengono uniti a Cristo. Negli anni del Sessantotto, quando nella Chiesa si stava “infiltrando un acido spirito di critica e di divisione”, come diceva Paolo VI, la Provvidenza ha dato al nostro istituto, il Pime, un superiore generale che ha tenuto ferma la barra del timone orientato alla venerazione e obbedienza al Papa. E ha governato con paternità e mano ferma l’Istituto, salvandolo da una deriva che a quei tempi pareva quasi inevitabile.

Mons. Aristide Pirovano (1915-1997), fondatore della diocesi di Macapà in Amazzonia brasiliana (1946-1965) e superiore generale del Pime (1965-1977), era un uomo, come si dice, tutto d’un pezzo. Uno dei suoi “chiodi fissi” era l’amore e l’obbedienza a Cristo e al Papa. In tempi didiffusi relativismi e confusione di voci, parlando e scrivendo ai missionari si riferiva spesso al Papa, fino a dire e ripetere questo slogan: “La mia linea è quella di stare sempre col Papa”. Da uomo di fede, semplice e pratico qual era, non si fermava a discutere di temi che riguardavano la fede (lui diceva che la sua fede era quella che gli aveva insegnato la mamma): se il Papa aveva parlato, lui era d’accordo con Paolo VI. E aveva la capacità e il carisma di agire di conseguenza. Ecco alcuni passaggi del suo “Discorso ai missionari partenti”tenuto il 22 settembre 1968 a Milano (si veda la sua biografia: P. Gheddo, “Il vescovo partigiano, mons. Aristide Pirovano”, Emi 2007, pagg. 455):

 

La Chiesa non è certamente nuova alle bufere e ha conosciuto nei secoli lo strazio e le eresie che dilaceravano la veste inconsutile di Gesù… Oggi, purtroppo, cari confratelli, quello che vi aspetta non è un’eresia, uno scisma. A mio modo di vedere è qualcosa di ben più grave, di più pericoloso. Oggi, oserei dire, è la potenza delle tenebre che con un infernale gioco di astuzia e con profonde parvenze di verità e di scienza, tende a trasformarsi in angelo di luce e pretende di insegnare al popolo di Dio, ma specialmente ai leviti e ai sacerdoti, nuovi principi di sociologia, di filosofia e persino di esegesi biblica, di morale e anche di teologia dogmatica. E questa manovra non è una lotta aperta e leale, ma subdola e sottilmente velenosa; si dice di non voler negare la fede ma solo di volerla rendere più comprensibile, più razionale, più facile; si dice di non voler negare la moralema di voler soltanto renderla più personale, più adattata alla cosiddetta personalità umana.

 

“Non si nega il Concilio, dice Paolo VI, ma pensandolo già superato e non ritenendo di esso che la spinta riformatrice senza riguardo di ciò che quelle solenni assise della Chiesa hanno stabilito, vorrebbero andare oltre, prospettando non già riforme, ma rivolgimenti che credono da sé autorizzare, e che giudicano tanto più geniali quanto meno fedeli e coerenti con la tradizione, cioè con la vita della Chiesa, e tanto più ispirati quanto meno conformi all’autorità e alla disciplina della Chiesa stessa, ed ancora tanto più plausibili quanto meno differenziati dalla mentalità e dal costume del secolo”. Così dice Paolo VI.

Ma esiste una medicina che garantisce la salute dell’anima, un’arma che garantisce la vittoria, un mezzo che ci rende invincibili. Quale? La roccia su cui Cristo ha fondato la sua Chiesa: PIETRO, il PAPA. “Tu sei Pietro e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa” (Mt. 16, 18).

E chi è il Papa? Rispondiamo con Paolo VI: “Il Signore stesso ha voluto definire la persona di Colui che Egli sceglieva come primo dei suoi discepoli, dalla missione che gli conferiva: non si sarebbe più chiamato Simone, figlio di Giona, ma Pietro, suo nome d’ufficio; dove è evidente che Gesù dava al suo eletto una virtù particolare, e un ufficio particolare, raffigurati l’uno e l’altro nell’immagine della pietra, della roccia; e cioè la virtù della fermezza, della stabilità, della solidità, dell’immobilità, sia nel tempo che nelle traversie della vita; e l’ufficio di fungere da fondamento, da caposaldo, da sostegno, come Gesù stesso disse nell’ultima cena a Pietro medesimo: “Conferma i tuoi fratelli” (Lc. 22,32). Pietro doveva essere la base sulla quale tutta la Chiesa del Signore è costruita. Il pensiero di Cristo è chiarissimo”….

 

Ecco, cari confratelli, l’unico parametro a cui tutto riferire: idee, dottrine, teorie, movimenti, tendenze, progetti, per verificare la loro ortodossia e la loro capacità di salvezza e di produzione di grazia. Cari confratelli, solo col Papa e nel Papa si viene ad attuare quella unità, quella comunione con Cristo e con Dio, unità per la quale Gesù rivolse al Padre quella sublime preghiera del Cenacolo; unità che si allarga in giri concentrici da Pietro all’ordine sacerdotale, e da questo a tutto il popolo di Dio.

Obbedienza totale e devota, sincera e fattiva al Santo Padre. Ecco la salvezza nostra e delle anime che saranno a noi affidate.Ho finito, cari confratelli, e termino chiedendo al Signore per me, e per tutti voi che partite, per tutti i membri della nostra famiglia missionaria, per tutto il Clero del mondo intero, la grazia di rimanere fedeli a questa invocazione: “Padre Santo, ecco la nostra docilità in ascoltarvi come Maestro; la nostra prontezza di obbedienza come a Pastore, la nostra generosa tenerezza di amore come a Padre delle anime nostre e di tutto il Popolo di Dio”. La Madonna ci aiuti e ci benedica.

Piero Gheddo

 

San Giovanni Battista il Missionario di Gesù

 

Festa solenne, l’unico santo, con la Madre di Gesù, di cui è festeggiata la nascita (24 giugno) e la morte, la decollazione (29 agosto). La sua testa è conservata nella Moschea madre di Damasco. Oggi si festeggia la nascita, a sei mesi della nascita di Gesù. E’ uno dei santi più popolari in Oriente come in Occidente, quello del quale Gesù ha fatto l’elogio maggiore: “In verità vi dico: fra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista” (Matt, 11, 11). Tre riflessioni:

 

1)E’ il più grande di tutti perché la sua missione era di annunziare prossima la venuta del Redentore, del Messia atteso da secoli dal popolo ebraico. La sua missione era semplicemente di annunziare il Messia e di annunziarlo nel deserto, nelle mortificazioni, nel quadro di una vita fuori dai palazzi dei grandi, fra la gente più povera e peccatrice, quasi a sparigliare le carte di coloro che attendevano un Messia glorioso, potente, capo di un esercito invincibile, che avrebbe fatto rinascere le glorie passate di Israele, popolo eletto.

No, Giovanni predica nel deserto, promette un Messia umile e nascosto, tuona contro le passioni e le infedeltà del popolo d’Israele. Insomma, dava fastidio a tutti: da un lato dava segni indubbi di essere mandato da Dio, la gente lo riteneva un santo; dall’altro predicava un Messia diverso da quello atteso e le autorità anche religiose del popolo ebraico non gli credono, come non hanno creduto a tanti altri profeti mandati da Dio in passato e come non crederanno allo stesso Gesù.

Anche noi siamo annunziatori di Cristo in un mondo che non lo vuole, perché dà fastidio. Anche la nostra missione di cristiani e di persone consacrate è questa: annunziare Cristo, unico Salvatore dell’uomo, che è già in mezzo a noi. Anche per noi la missione è sacrificio, rinunzia, deserto, mortificazione, umile servizio al popolo, nascondimento. E’ l’unico scopo della nostra vita, non possiamo fallirlo.

 

2) Il grande Giovanni non entra nel numero dei discepoli e degli Apostoli di Cristo. Annunzia Cristo e poi scompare. Gesù ha detto che non c’è un santo così grande come Giovanni il Battista, ma poi aggiunge: “Il più piccolo nel Regno dei cieli è più grande di lui”. Perché questa specie di contraddizione?

Il giudaismo non poteva produrre un santo più grande, più nobile, più saggio del Battista; ma la Chiesa, l’Alleanza del Nuovo Testamento, ogni vita cristiana (anche la nostra) sono di un ordine superiore perchè vengono dal sacrificio di Cristo sulla Croce. Ecco la grandezza della vita cristiana e più ancora della nostra di consacrati.

Giovanni è stato incarcerato e poi ucciso, proprio mentre Gesù inizia il suo ministero e gira i villaggi facendo miracoli e predicando che il Regno di Dio è vicino.

Possiamo immaginare quanto è stato penoso per Giovanni essere in carcere mentre i suoi discepoli venivano a dirgli di Gesù che predicava, compiva miracoli. Nelle sue catene doveva limitarsi a immaginare il Cristo e ascoltare da lontano gli echi delle meraviglie da Lui compiute. Ma lui aveva la sua missione e quando Gesù compare in scena, ha accettato di scomparire. Dice: “In mezzo a voi c’è uno che voi non conoscete… Bisogna che egli cresca e io diminuisca”.

Mons. Aristide Pirovano diceva ai missionari partenti: “Voi portate Cristo ai popoli, non portate voi stessi! Quanto più siete vicini a Cristo e rappresentate Cristo nella vostra vita, tanto più la vostra missione sarà benedetta ed efficace”.

Giovanni ha accettato i limiti della sua missione: annunziare Cristo, non partecipare alla gloria di Cristo quando era accolto nei villaggi e faceva miracoli e tutti lo acclamavano Re e Messia. Allora Giovanni non c’è più.

 

Ciascuno di noi ha la sua vita, la sua missione, il suo tempo di vivere e il tempo di accettare la decadenza e la morte. La missione non è nostra, ma di Cristo, noi siamo “servi inutili”. Essere attaccati al compito, al posto, al nido che ci siamo creati non è secondo il volere di Dio. Siamo a servizio della missione, non la missione alnostro servizio. Dobbiamo chiedere al Signore la grazia di rimanere staccati da tutto, dai soldi, dal posto, da quel che facciamo. Liberi per amare di più il Signore, perché tutto è strumento per giungere a Dio, non scopo e fine della nostra vita. Lo scopo, il fine è il Paradiso, la vita eterna con Dio! Il beato Clemente Vismara, con la solita ironia scriveva: “La morte non mi spaventa, anzi quando Dio vorrà sarò contento di morire, perché andrò in Paradiso, dove c’è tutta gente per bene e che ti vuol bene”.

 

3)Giovanni Battista è stato il primo e grande missionario di Gesù, ha dato testimonianza del Messia con la sua vita fino alla morte: preghiera, mortificazione, deserto (cioè il distacco dalle cose umane).

Anche noi siamo testimoni di Cristo con la nostra vita, prima che con le parole e con gli scritti. Anche noi oggi viviamo la situazione di Giovanni Battista. La crisi che stiamo attraversando fa sentire a molti, più di prima, la necessità di un Salvatore.

Il cristiano, come cristiano, non va mai in pensione, meno ancora il missionario! In qualsiasi situazione noi siamo, di età, di salute, di lavoro, siamo sempre in piena attività come missionari. Possiamo sempre almeno pregare e offrire le nostre sofferenze per il nostro prossimo in difficoltà.

Pensiamo a quante sofferenze oggi tra la gente più vicina a ciascuno di noi. Lo sfascio delle famiglie, mogli abbandonate, mariti lasciati dalla moglie, giovani sbandati, anziani soli, disoccupati… Per tutte queste situazioni che Dio mette sulla nostra strada, noi siamo Giovanni Battista che annunzia la presenza di Cristo anche in quelle vite! Guai se noi dicessimo: questo non mi riguarda, non è colpa mia, non posso farci nulla. Come missionari non andiamo mai in pensione.

Il servo di Dio Felice Tantardini, quando a 85 anni non ci vedeva quasi più e il vescovo gli proibisce di fare ancora il fabbro per la missione, lui obbediva e passava tutto il giorno in chiesa. L’unica missione che gli era possibile era quella e lui la compiva ancora con lo stesso entusiasmo. E quando lo mandano in Italia per curarsi perché quasi non camminava più, il vescovo mons. Gobbato scrive al superiore regionale del Pime a Milano: “Con le gambe o senza gambe, rimandatemi indietro fratel Felice. Qui è indispensabile”.

Piero Gheddo alle Missionarie dell’Immacolata, Milano

 

Il buon esempio delle famiglie oggi: fare molti figli

La “Festa della Famiglia 2012” a Milano (30 maggio – 3 giugno 2012) ha lasciato non solo un generico buon ricordo, ma anche una forte impressione di rinascita della famiglia cristiana. Mai si erano viste in giro, per le vie di Milano e alla Messa del Papa al Parco di Bresso del 3 giugno, tante famiglie con tre o più figli al seguito, mai tanti lattanti e bambini trotterellanti, tanti poppanti in carrozzina o in braccio a mamme e papà, mai tanti giovani e ragazze. Uno spettacolo di giovinezza e di gioia. Erano famiglie da ogni parte del mondo, di molte etnie e lingue. Papa Benedetto ha augurato agli sposi cristiani: “Il vostro matrimonio sia fecondo per voi stessi, perchè desiderate e realizzate il bene vostro e dell’altro… e poi fecondo nella procreazione generosa e responsabile dei figli”.

E’ l’augurio che facciamo tutti perchè questa è la realtà che tutti o quasi riconoscono (anche se quasi non se ne parla): la crisi di cui soffre l’Italia non è anzitutto politica o economica, ma crisi della famiglia. Quando ci allontaniamo da Cristo e dalla morale cristiana e non ci fidiamo più della Provvidenza, è inevitabile che la famiglia e la società vanno in crisi. Nulla è più razionale e umano che il principio della morale cattolica: non bisogna negare o uccidere la vita dei bambini che Dio manda. La complessiva diminuzione dei figli è il segno evidente di come negare la vita significa affossare l’economia e precipitare la società in un groviglio di contraddizioni, semplicemente perché mancano i giovani e un paese senza giovani si autosuicida.

Secondo i dati Istat del gennaio 2011, gli italiani di 65 e più anni sono il 20% degli italiani, i giovani con meno di 15 anni solo il 14%, rispetto al 18,5% del 1995! Le donne in età fertile dovrebbero avere in media 2,1 figli per equilibrare il numero delle morti, mentre in Italia siamo all’1,33% in media. Siamo una società di vecchi e di pensionati, il popoloitaliano diminuisce di più di 100.000 individui all’anno. Gli stranieri legalmente residenti in Italia, sempre all’inizio del 2011, erano 4 milioni e 563mila, tre volte più di dieci anni prima, nel 2001! Da un milione e 200mila sono aumentati a 4 milioni e 564mila. Dove c’è richiesta di mano d’opera perché mancano i giovani è logico che gli straneri poveri vengono a riempire questi vuoti. E meno male, altrimenti l’Italia si bloccherebbe in ogni senso e settore di vita.

Dopo“Festa della Famiglia 2012”, ho letto non pochi commenti, riflessioni, testimonianze. Credo si debba dire con chiarezza alle giovani famiglie cristiane: la miglior testimonianza di fede e di vita cristiana che potete dare è di fare moli figli, tutti quelli che Dio mandaal vostro amore. Non abbiate paura! Dio non vi abbandona! Temo invece che troppo spesso si parta già col progetto di un figlio o al massimo due e poi basta. Negli anni trenta del Novecento l’Azione Cattolica proclamava questo slogan: “Fate molti figli, educateli bene e date buoni cristiani alla Chiesa e alla Patria”. Rosetta e Giovanni, i servi di Dio miei genitori, chiedevano a Dio di concedere loro 12 figli, poi la mamma è morta dopo sei anni di matrimonio con tre bambini vivi e due gemellini morti con lei. Ma anche oggi conosco non poche famiglie di gente comune che hanno quattro, cinque e più figli. Cristiani del nostro tempo che si sono fidati della Provvidenza. I coniugi Anna e Nicola Celora di Meda (Milano), insegnanti di scuola media, si sono sposati nel 1993 e hanno avuto otto figli (l’ultimo nato nel 2007), di cui sette viventi. I coniugi Susanna e Michele Rizza della parrocchia di Niguarda, impiegati al catasto di Milano, si sono sposati nel 1969 e hanno avuto sette figli e 21 nipoti, ma altri sono ancora in arrivo. La signora mi dice: “Quando ho avuto i figli uno dopo l’altro, le amiche mi dicevano: “Poverina!”, nessuna diceva: “Che bello!”. Adesso tutte dicono: “Siete stati fortunati! I molti figli vi hanno mantenuti giovani. Certo abbiamo fatto una vita austera, ma i figli si educano molto meglio se sono tanti e si abituano a fare a meno di tante cose”.

Gli esempi sono tanti e dimostrano che anche nella nostra società consumistica, nella quale il cristiano, se vuole vivere da cristiano deve andare contro corrente, è possibile avere più di uno o al massimo due figli. E’ vero che poi bisogna insistere affinchè lo stato assista le famiglie numerose, ma è chiaro che i coniugi cristiani, che si fidano della Provvidenza, i figli li producono anche nella situazione attuale e non solo sopravvivono, ma vivono meglio di altre famiglie, danno una forte testimonianza di vita cristiana e rendono un servizio all’Italia. PapaBenedetto XVI, al termine di una lunga disamina del problema scrive : “L’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo” (n. 28 della “Caritas in Veritate”).

Piero Gheddo

L’Eucarestia nella mia vita di battezzato

La festa del Corpus Domini ci invita a riflettere sul Sacramento dell’Eucarestia. . Quando Gesù cenava in quell’Ultima Cena con i suoi Apostoli, sapeva che poco dopo sarebbe incominciata la sua Passione, Crocifissione, Morte e Risurrezione. L’ultimo suo dono all’umanità e alla comunità dei credenti è l’Eucarestia. “Questo è il mio Corpo…questo il mio Sangue…Fate questo in memoria di me”.

E noi, duemila anni dopo, siamo ancor qui a celebrare questo Atto di amore con la Santa Messa. Gesù istituisce l’Eucarestia, il sacramento del suo corpo e del suo sangue che si dà in cibo agli uomini per la vita eterna. Crea il sacerdozio cristiano che celebra il Santo Sacrificio e crea l’Eucarestia che “costituisce l’anima di tutta la vita cristiana, perché è il segno dell’amore di Dio e insieme realizza in noi la capacità di amare. Il culto eucaristico è l’autentica e più profonda caratteristica della vita cristiana. Scaturisce dall’Amore e serve all’amore, al quale tutti noi siamo chiamati in Gesù Cristo” (Giovanni Paolo II in “Dominicae Coenae” del 1980).

Cos’è l’Eucarestia? Tre cose:

– il Sacrificio che ci salva;

– il Culto che ci unisce in Chiesa, in comunità;

– la Presenza che ci conforta e ci sostiene per tutta la vita.

1) L’Eucarestia è Sacrificio, perché attualizza l’unico Sacrificio di Cristo, il Sacrificio della Croce e Risurrezione che ci salva. Nella Messa si celebra ancora una volta, fino alla fine del mondo, il Sacrificio che ci libera dal peccato e ci dà la grazia di Dio per la Vita Eterna. Nella Messa noi veniamo messi di fronte a Gesù morto per i nostri peccati, a Gesù che ha dato la vita perché potessimo avere la vita eterna. “Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici” e questo il Signore Gesù l’ha fatto morendo in Croce per noi e nella Messa noi ricelebriamo in modo mistico il suo Sacrificio e quindi il ricordo della nostra Salvezza.

Dobbiamo sempre ricordare Gesù che è morto per i nostri peccati, la Chiesa che si offre anche lei nella Messa per i peccati dell’uomo, noi stessi che partecipiamo all’Eucarestia non in modo passivo come spettatori, ma come protagonisti, che ci offriamo con Gesù e la Chiesa per la salvezza dell’umanità.

Quando all’inizio della Messa chiediamo perdono per i nostri peccati, ci purifichiamo per essere un sacrificio a Dio gradito; e quando la nostra vita ci porta sofferenze, malattie, incomprensioni, fallimenti, amarezze, portiamo tutto con noi nella Messa per offrire a Dio le nostre piccole debolezze e sofferenze

Nella mia prima S. Messa ero talmente commosso a pensare a quel che stava avvenendo in me, sacerdote di Cristo in eterno, che piangevo lacrime di gioia e di consolazione. Il parroco mi diceva: “Piero, smettila di piangere, piangerai dopo, adesso vai avanti con la Messa”. Ricordo spesso quei momenti e quella scena.Ho preso l’abitudine, prima di celebrare la S. Messa, di pregare così: “Signore, ridammi l’entusiasmo e la commozione della mia prima Santa Messa!”.

2) L’Eucarestia è Cena, è Comunione con Gesù, è nascita della Chiesa.

La Chiesa nasce dall’Eucarestia e l’Eucarestia crea la Chiesa.v Nell’ultima Cena Gesù ha fondato la sua Chiesa, La Messa è comunione con Gesù, ma anche con i membri della comunità Chiesa, la parrocchia, la comunità religiosa; ed è missione.

L’Eucarestia comunità può avere molte applicazioni pratiche. Gesù ha fondato la Chiesa, perché le fede è un camminare assieme, pregando assieme, aiutandoci a vicenda nella piccola o grande comunità di credenti in Cristo: la grande Chiesa cattolica universale e poi la diocesi, la parrocchia, la famiglia, la comunità in cui viviamo, il nostro istituto o congregazione.

Il Pime si definiva “Famiglia di apostoli”, che è una bella definizione. E’ la nostra piccola Chiesa, la nostra madre: noi missionari dl Pime dobbiamo sentire il vincolo di appartenenza, quindi non parlar male della nostra famiglia, quindi aiutare e sostenere la nostra famiglia, quindi volerci bene, sopportarci, aiutarci a migliorare, ecc.

Padre Franco Cagnasso, il superiore generale (1989-2001) ha precisato le quattro caratteristiche del carisma del Pime: ad gentes, per sempre, ad extra e insieme. Ad extra voleva dire fuori della propria patria, cultura, lingua. Insieme vuol dire non vivere necessariamente insieme, cosa che nelle missioni è quasi impossibile; ma vuol dire che ciascuno di noi realizza per quanto può la missione affidata dalla Chiesa al Pime, non fa una propria missione.

3) L’Eucarestia è Presenza e Adorazione. Il Signore rimane sempre con noi. Ecco perché l’ora di adorazione, la visita al SS. Sacramento, le comunioni spirituali: perché la Presenza di Dio nella nostra vita è costante, continua, non finisce mai e dobbiamo spesso ricordarla per vivere in questa atmosfera gioiosa che Dio e in noi.

Nella processione del Corpus Domini di quest’anno, giovedì 6 giugno a Roma, Benedetto XVI ha lamentato che l’insistenza sulla frequenza alla S. Messa domenicale ha quasi “penalizzato” l’adorazione eucaristica e la presenza continua di Gesù in noi e nelle chiese, “restringendo in pratica l’Eucaristia al momento celebrativo. In effetti, è stato molto importante riconoscere la centralità della celebrazione, in cui il Signore convoca il suo popolo, lo raduna intorno alla duplice mensa della Parola e del Pane di vita, lo nutre e lo unisce a Sé nell’offerta del Sacrificio… In questo caso, l’accentuazione posta sulla celebrazione dell’Eucaristia è andata a scapito dell’adorazione, come atto di fede e di preghiera rivolto al Signore Gesù, realmente presente nel Sacramento dell’altare. Questo sbilanciamento ha avuto ripercussioni anche sulla vita spirituale dei fedeli. Infatti, concentrando tutto il rapporto con Gesù Eucaristia nel solo momento della Santa Messa, si rischia di svuotare della sua presenza il resto del tempo e dello spazio esistenziali. E così si percepisce meno il senso della presenza costante di Gesù in mezzo a noi e con noi, una presenza concreta, vicina, tra le nostre case, come «Cuore pulsante» della città, del paese, del territorio con le sue varie espressioni e attività. Il Sacramento della Carità di Cristo deve permeare tutta la vita quotidiana”.

L’Eucarestia è la presenza di Dio con noi: visita al SS. Comunioni spirituali, giaculatorie e altre forme devozionali ci aiutano a vivere alla presenza di Dio. Le distrazioni sono molte, ma se abbiamo sempre Gesù nella mente e nel cuore, possiamo vivere sereni e gioiosi anche nei momenti più difficili.

Piero Gheddo

La Chiesa di Cina cattolica o patriottica

Il 24 maggio scorso, festa di Maria Ausiliatrice (Maria aiuto dei cristiani) nelle chiese cattoliche di tutto il mondo si è pregato per la Chiesa di Cina, che corre il pericolo di dividersi e di cadere in uno “scisma”, una parola drammatica che ricorda altri tristi tempi nella storia millenaria della Chiesa di Cristo. Benedetto XVI aveva fissato per quella festa della Madonna la data delle preghiere per la Cina.

LO SCISMA significa rottura della comunione ecclesiale per dissensi di carattere disciplinare o dottrinario.

L’ERESIA invece è una precisa presa di posizione in chiaro contrasto con l’autentica dottrina ispirata da Cristo e formulata dalla tradizione ecclesiale.

Sono ambedue gravi ferite al Corpo di Cristo che è la Chiesa, ma chiaramente lo scisma è (o può essere) il passo decisivo per il distacco di una Chiesa locale dall’obbedienza al Papa, che poi continua nel tempo e non è facile da sanare. Infatti nell’ultimo mezzo secolo, nonostante i significativi sviluppi dell’Ecumenismo cristiano, vediamo quanto è difficile riportare all’unità della Chiesa le separazioni scismatiche avvenute nel corso dei secoli.

E qui si tratta della Chiesa di Cina, che oggi è una bella speranza per la Chiesa universale e soprattutto per la missione in Asia, il continente in cui vivono l’80-82%  dei non cristiani di tutto il mondo! Quando il 1° ottobre 1949 Mao Tze Tung divenne il capo indiscusso del continente Cina, i cattolici cinesi battezzati erano esattamente 3 milioni e 750mila. Poi ci sono stati 37 anni di persecuzione violenta e specialmente nel periodo della “Rivoluzione culturale” (1966-1976) in Cina non esisteva più nessuna chiesa aperta, nessun vescovo o prete in libertà, nessuna casa religiosa.

Ebbene, dopo la morte di Mao (9 settembre 1976), la Cina è stata ancora rivoluzionata. Pur rimanendo il regime comunista al potere, i nuovi governanti hanno dato ai cinesi la libertà economica, mantenendo però il ferreo controllo del partito su ogni opposizione e religione. La Cina si è quindi sviluppata economicamente con un aumento del Pil dell’8-9% l’anno in media e oggi è la seconda potenza economica mondiale dopo gli Stati Uniti e prima del Giappone. Però è uno degli ultimi paesi nella graduatoria di quelli che non rispettano i diritti dell’uomo e la libertà religiosa. Un italiano che lavorava in Cina da 15 anni, incontrato a Canton (Guangzhou) nel 2000, mi diceva: “Credo che oggi non esista al mondo un paese così selvaggiamente capitalista come la Cina. L’imperativo prioritario è arricchirsi, i diritti umani semplicemente non esistono”.

La persecuzione è continuata a fasi alterne e il PCC (Partito comunista cinese) ha promosso la “Associazione dei cattolici patriottici” che tenta di staccare i cattolici cinesi dal Papa. La storia di questo tentativo inizia già negli anni cinquanta del Novecento e continua tuttora con forme nuove di rottura con il Papa e di ricatto verso i vescovi, i preti e cattolici cinesi. Oggi però si calcola che in Cina i cristiani sono circa 40-50 milioni, i cattolici da 12 a 15 milioni, un autentico miracolo dello Spirito Santo perchè nel 1949 erano meno di 4 milioni. La Chiesa è rinata in Cina dal seme dei suoi martiri, come ha detto Gesù: “Se il chicco di grano caduto in terra marcisce e muore, porta molto frutto” (Gv. 12,24).

Due volumi recenti informano su questo tema. Uno è di padre Angelo Lazzarotto, missionario del Pime ad Hong Kong, che da un trentina d’anni visita le comunità cristiane in Cina: “Quale futuro per la Chiesa in Cina?” (Emi 2012, pagg 157, 11 Euro). Padre Angelo fa una drammatica ricostruzione della crisi che mette a rischio la vita stessa della Chiesa in quel grande paese, dove il regime vuole creare una “Chiesa cattolica indipendente” dal Papa e sottomessa al Partito. Analizzando la politica religiosa perseguita dal regime negli ultimi decenni, evidenzia anche la provvidenziale crescita della piccola comunità cattolica (ancor oggi ricca di conversioni e di vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata), pur fra le molteplici difficoltà in cui si dibatte. Padre Lazzarotto offre anche proposte costruttive e coraggiose per aiutare quei nostri fratelli di fede e per favorire la riapertura del dialogo fra Pechino e Roma.

Il secondo volume è a cura di Francesca Romana Poleggi, “La persecuzione dei cattolici in Cina, L’agnello e il dragone”, Sugarco Edizioni, 2012, pagg. 137, 12,50 Euro), promosso dalla “Laogai Research Foundation Italia” (Laogai sono i campi di lavoro forzato della Cina, come i lager nazisti e i gulag del comunismo sovietico). E’ un volume anche questo ben documentato sulla storia della Chiesa in Cina, centrando l’attenzione sui martiri, più che sulla crescita del cattolicesimo in Cina, che anche durante la persecuzione è aumentato come numero e maturità dei fedeli. Cita i molti sacrifici ed eroismi affrontati per rimanere fedeli al Papa, racconta le vicende dei martiri, riporta testi dei Papi e dei vescovi cinesi, usando però la terminologia “Chiesa clandestina” (o sotterranea), che nei documenti ecclesiali non è mai usata, in quanto la Chiesa di Cina rimane una sola, anche se un certo numero (molto minoritario) di vescovi almeno formalmente possono dar l’idea di obbedire al Partito.

Sono due volumi validi che si completano bene a vicenda, necessari per avere un quadro più completo della situazione che va seguita attentamente per capire la complessità delle situazioni e l’importanza ed esemplarità della Chiesa di Cina, stretta nella tenaglia tra patriottismo e fedeltà al Papa, per tutto l continente asiatico.

Piero Gheddo

Le festose giornate delle famiglie a Milano

Ho seguito con interesse, preghiera e partecipazione diretta “le cinque giornate di Milano”, non quelle del Risorgimento (18-22 marzo1848), ma la Festa della Famiglia che si è svolta dal 30 maggio al 3 giugno nella capitale lombarda, il primo convegno ecclesiale mondiale in Italia, dopo quelli della capitale del cristianesimo. Mi è capitato spesso di pensare: ma guarda che bello pensare alla famiglia, vedere in giro tanti bambini e tanti giovani da ogni parte del mondo, tanti sposi che si tengono per mano, tanta gioia, tanti canti, tanto entusiasmo e anche commozione. Mi sono sentito parte della “grande famiglia” che è l’umanità ed è la Chiesa, da sempre preoccupata di sostenere la famiglia, cellula fondamentale della società, che nel 1994 con Giovanni Paolo II istituì (e si celebra ogni tre anni) questo Incontro mondiale per riaffermare il valore sociale e religioso della Famiglia e chiedere a Dio la grazia che i credenti in Cristo si ispirino sempre più al modello proposto dal Vangelo e dalla Sacra Famiglia di Nazaret.

Ho partecipato all’incontro con Benedetto XVI in un Duomo strapieno di preti, suore e persone consacrate al mattino di sabato 2 giugno. Dopo tanto parlare di “crisi delle vocazioni”, ti ritrovi nel Duomo di Milano con centinaia e migliaia di preti, di suore, di diaconi, di membri delle famiglie religiose. Un’atmosfera di gioia, di famiglia, nel ritrovarci assieme in attesa del Padre comune della nostra fede. La crisi delle vocazioni c‘è perchè c’è la crisi delle famiglie cristiane, lo sappiamo tutti e ce lo diciamo, ma il Papa viene per farci riflettere sulla nostra vita di consacrati e per dirci, in sostanza, che non importa il numero, se noi che siamo stati scelti da Cristo lo rappresentiamo in modo autentico e trasparente agli uomini. Gesù ha bisogno di noi, ha bisogno di me, ed è bello sentircelo dire dal Papa, suo Vicario in terra.

Quando Papa Benedetto entra in Duomo, scrosciano gli applausi, i flash fotografici, la commozione ci tocca nel profondo, tanti i tentativi di elevarsi sopra la propria altezza per vedere il corteo papale che scorre al centro della maestosa Cattedrale. Il Papa riscalda i nostri cuori quando parla della felicità della persona consacrata, dicendo che “non c’è opposizione tra il bene della persona del sacerdote e la sua missione; anzi, la carità pastorale è l’elemento unificante di vita, che parte da un rapporto sempre più intimo con Cristo nella preghiera, per vivere il dono totale di se stesso per il gregge”. E dedica una parte della sua meditazione alla vocazione consacrata, sottolineando parole come “celibato”, “celibe”, “verginità”, “vergine”, “donazione totale”, ripetute per decine di volte in un breve discorso, perchè sono “il segno luminoso della carità pastorale e di un cuore indiviso”. E ancora: “Se Cristo, per edificare la sua Chiesa, si consegna nelle mani del sacerdote, questi a sua volta si deve affidare a Lui senza riserve: l’amore per il Signore Gesù è l’anima e la ragione del ministero sacerdotale, come fu la premessa perché Egli assegnasse a Pietro la missione di pascere il proprio gregge: «Simone …, mi ami più di costoro? … Pasci i miei agnelli (Gv 21,15)»; la testimonianza delle persone consacrate” mostra “al mondo la bellezza della donazione a Cristo e alla Chiesa” e rinnova “le famiglie cristiane secondo il disegno di Dio, perché siano luoghi di grazia e di santità, terreno fertile per le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata”.

Papa Benedetto cita una schiera di “sacerdoti ambrosiani, di religiosi e religiose che hanno speso le loro energie al servizio del Vangelo, giungendo talvolta fino al supremo sacrificio della vita”. Fra essi egli elenca i beati sacerdoti Luigi Talamoni, Luigi Biraghi, Carlo Gnocchi, Serafino Morazzone, Luigi Monti e le religiose Maria Anna Sala ed Enrichetta Alfieri; e cita anche  i beati Giovanni Mazzucconi e Clemente Vismara, due sacerdoti del Pime, il primo martire in Oceania (Papua Nuova Guinea), l’altro missionario in Birmania (l’attuale Myanmar).

Nei primi due giorni dell’Incontro, il Congresso teologico-pastorale ha studiato e approfondito il tema della famiglia “quale patrimonio principale dell’umanità, coefficiente e segno di una vera e stabile cultura dell’uomo”, come ha detto Papa Benedetto; alla sera di venerdì, le note festose dell’”Inno alla gioia” di Beethoven sono risuonate solenni e gioiose alla Scala e il mattino di sabato, nello stadio di San Siro, la festa dei cresimandi e molti altri giovani, che hanno dato il benvenuto al Papa in una fantastica festa coreografica coinvolgente, ricca di colori, di canti, di movimento (persino la “ola” nel tempio del calcio e dei concerti rock). Il nostro caro Papa, che tra l’altro ha il pregio della chiarezza e delle parole che diventano facilmente slogan, ha risposto: “Cari ragazzi, puntate in alto! Siate santi, perchè la santità è la via normale del cristiano”.

Tutto questo è solo un assaggio di queste giornate, che hanno lasciato nei cuori la gioia e la speranza di un futuro migliore per tutti, anche per chi le ha seguite solo in televisione, con quella sfilata continua e commovente, di lattanti, di bambini trotterellanti, di ragazzini e ragazzine, di giovani, di mamme e papà. Che spettacolo, che gioia, mai se ne sono visti tanti nelle nostre città, nelle nostre società e televisioni. E non si è mai visto tanto interesse per la famiglia sui nostri giornali, con qualche eccezione incomprensibile e assurda: un quotidiano nazionale come “La Repubblica”, domenica 3 giugno ha dedicato due pagine ai “corvi” del Vaticano e solo mezza pagina (su 62 del giornale nazionale) alla Festa della Famiglia a Milano, tra l’altro con la foto di un contestatore in Piazza Duomo con una specie di copricapo da clown con su scritto: “Inquisizione”! Cari amici lettori, inutile lamentarsi, ma mi sono chiesto com’è possibile che tanti cattolici continuino a comperare un giornale come questo!

La Festa della Famiglia si è chiusa con la S. Messa al Parco Nord di domenica mattino 3 giugno. A più d’un milione di fedeli il Papa ha detto fra l’altro queste parole memorabili: “«Cari sposi, nel vivere il matrimonio voi non vi donate qualche cosa o qualche attività, ma la vita intera. E il vostro amore è fecondo innanzitutto per voi stessi, perché desiderate e realizzate il bene l’uno dell’altro, sperimentando la gioia del ricevere e del dare. È fecondo poi nella procreazione, generosa e responsabile, dei figli, nella cura premurosa per essi e nell’educazione attenta e sapiente. È fecondo infine per la società, perché il vissuto familiare è la prima e insostituibile scuola delle virtù sociali, come il rispetto delle persone, la gratuità, la fiducia, la responsabilità, la solidarietà, la cooperazione». «Cari sposi – ha proseguito – abbiate cura dei vostri figli e trasmettete loro, con serenità e fiducia, le ragioni del vivere, la forza della fede, prospettando loro mete alte e sostenendoli nelle fragilità».

Piero Gheddo

Il missionario monaco Leopoldo Pastori, diventerà Beato?

La domenica di Pentecoste (27 maggio), nella parrocchia di Sant’Alberto a Lodi si è celebrata la professione di fede di una trentina di adolescenti che tre anni fa hanno ricevuto la Cresima e si è pregato padre Leopoldo Pastori, il “missionario monaco” del Pime (1939-1996), che ha lasciato una bella “fama di santità” a Lodi e in altre diocesi italiane e poi, soprattutto, nella Chiesa nascente della Guinea Bissau, dov’è ancora venerato e pregato. Subito dopo la sua morte c’era stato un movimento di popolo che chiedeva la sua beatificazione, poi per vari motivi e difficoltà, l’ipotesi non si è concretizzata. Ma molti hanno continuato a pregarlo e ultimamente il Signore ha voluto che padre Leopoldo tornasse alla ribalta in modo travolgente, per il concorrere di molte voci e richieste, sia in Italia che in Guinea Bissau.

Il parroco di Sant’Alberto, don Giancarlo Marchesi, che l’ha conosciuto bene, mi ha invitato come suo biografo a celebrare la Messa grande nel giorno di Pentecoste ed a ricordare padre Leopoldo ai parrocchiani. Sono andato molto volentieri e, con la grande chiesa strapiena, ho illustrato questo missionario-monaco atipico, particolarmente adatto ai nostri tempi, quando la missione alle genti, soprattutto oggi, necessita sempre più del carburante spirituale, la preghiera allo Spirito Santo. Leopoldo, uomo forte e affascinante, nel seminario al Pime già si manifestavano le sue qualità umane e la sua grande fede e spirito di preghiera. Diventato sacerdote nel 1972 e inviato e parte per la Guinea Bissau con grandi progetti e potenzialità, ma si ammala di epatite che diventa ben presto cronica.

Un prete di trent’anni, colpito da costante debolezza fisica e umiliazione di cure continue, poteva diventare un prete scontento, un peso per sé e per gli altri. Leopoldo pregava molto e Dio gli concede la grazia di sopportare con pazienza e umiltà la sua gravissima menomazione, ma continuava anche, nei limiti del possibile, ad impegnarsi nell’apostolato delle confessioni, direzione spirituale, predicazioni di ritiri ed esercizi, composizione di canti sacri in criolo (suonava e cantava bene), diventando ben presto, in Guinea e in Italia dove doveva tornare spesso, un prete ricercato da molti e rimpianto da tutti. La sua vita dimostra che l’efficacia dell’attività sacerdotale non dipende tanto dalle molte opere che si debbono fare e si fanno, ma dalla preghiera e dall’amore appassionato a Cristo e dalla donazione totale al popolo al quale un missionario è inviato. In Guinea, padre Leopoldo è rimasto in tutto circa dieci anni e non sempre nello stesso posto. La fama di santità che continua in molti è un chiaro segno che la sua breve e travagliata vita in missione ha lasciato un segno profondo di fede e di amore nelle anime e nei cuori.

La Chiesa di Lodi, ha scritto il vescovo mons. Giuseppe Merisi nella Prefazione alla sua biografia, “l’ha sempre sentito come un lodigiano in Africa, ha sempre ammirato il suo grande impegno per l’evangelizzazione e la promozione umana… Ciò che colpisce nella sua testimonianza è la consapevolezza di essere missionario soprattutto per accompagnare all’incontro con Gesù persone di qualunque condizione e credo. A suo giudizio nessuno, mai e per nessun motivo, può essere privato dell’Annunzio, a partire sempre dall’impegno di conversione per la nostra vita”.

Dopo la S. Messa di Pentecoste nella parrocchia di Sant’Alberto, più di cento devoti di Leopoldo hanno dimostrato la verità di queste parole del vescovo, fermandosi in chiesa fin dopo le 13, per sentire e discutere cosa si può fare per iniziare la causa di beatificazione di padre Leopoldo. Più tardi, mons. Gabriele Bernardelli, cancelliere della diocesi e incaricato delle Cause dei Santi, è intervenuto per dire che il vescovo è favorevole alla Causa che la parrocchia di Sant’Alberto (in particolare il gruppo missionario parrocchiale) vuole iniziare. Attende che glie lo chiedano i vescovi delle due diocesi di Bissau e di Bafatà, il superiore generale e il superiore regionale del Pime in Guinea. Poi si faranno i passi necessari per l’inizio ufficiale della Causa. La Pentecoste è stato, a Lodi, un grande giorno di festa. Molti hanno visto e festeggiato, in tutto questo, un autentico (e anche imprevisto dopo tanti anni) intervento dello Spirito Santo.

Piero Gheddo

In tempo di crisi, la famiglia cristiana dà speranza

Fra pochi giorni (il 30 maggio) avrà inizio a Milano l’Incontro mondiale delle Famiglie, di cui ho già dato notizia (vedi il Blog del 10 maggio), che sarà chiuso domenica 3 giugno da Benedetto XVI con la S. Messa delle 10 nel Parco Nord di Bresso. Ancora una volta la Chiesa chiama a raccolta il Popolo di Dio per portare alla ribalta il tema della famiglia, che “è la cellula fondamentale della società”, ma poi nella cultura mediatica in cui siamo tutti immersi, l’attenzione alla famiglia viene dopo l’economia, la politica, i diritti individuali, il divertimento, lo sport, ecc. Non solo, ma nella cultura dominante c’è la forte spinta per adottare anche in Italia quelle leggi che penalizzano la famiglia: il riconoscimento delle coppie di fatto, dei matrimoni fra persone dello stesso sesso, il “divorzio breve”, ecc.

Viviamo in un inverno demografico che non ha precedenti, che è la radice della crisi dell’Europa e dell’Italia. In estrema sintesi: negli anni sessanta in Italia nascevano un milione di bambini l’anno, oggi meno di mezzo milione. Allora gli italiani erano giovani e producevano sviluppo economico, oggi diminuiamo di numero, siamo in maggioranza anziani, viviamo di pensione e produciamo recessione. Ma dagli anni settanta si è creato il mito della “bomba demografica”, con l’imperativo proclamato sui tetti: “Fate meno figli!”. Oggi economisti e demografi spiegano che le politiche malthusiane di riduzione delle nascite hanno provocato un vero disastro economico e civile, da cui si può uscire solo riscoprendo la cultura della vita. Benedetto XVI, nella “Caritas in Veritate”, al termine di una lunga disamina del problema ha scritto: “L’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo” (n. 28) e spiega perché.

La “questione antropologica” sulla quale tanto insistono Benedetto XVI e la CEI, diventa a pieno titolo “questione sociale” (Caritas in Veritate 28, 44, 75). Nella CV i temi di bioetica sono letti in relazione allo sviluppo dei popoli. Il controllo delle nascite, l’aborto, le sterilizzazioni, l’eutanasia, le manipolazioni dell’identità umana e la selezione eugenetica sono severamente condannati non solo per la loro intrinseca immoralità, ma soprattutto per la loro capacità di lacerare e degradare il tessuto sociale, corrodere la famiglia e rendere difficile l’accoglienza dei più deboli e innocenti.

Da sempre la Chiesa dà le sue indicazioni e i suoi aiuti spirituali, ma non si limita a condannare il male, propone anche esempi concreti di come si può vivere con eroismo evangelico nell’amore coniugale e familiare. Giovanni Paolo II diceva spesso alla Congregazione dei Santi di proporgli coppie di sposi per la beatificazione. Infatti il 21 novembre 2001 ha beatificato i primi due coniugi in tutta la storia della  Chiesa: Maria e Luigi Beltrame Quattrocchi. Poi sono venuti i genitori di Santa Teresa del Bambino Gesù e oggi altre coppie di sposi sono in cammino verso la beatificazione.

Una di queste è formata da Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo, che noi tre figli (Piero, Franco e Mario) abbiamo sempre venerato e pregato come santi autentici. Che bello, cari amici lettori, crescere in una famiglia in cui mamma e papà sono dei «santi» (fra virgolette, perché il giudizio spetta alla Chiesa). Ti senti sempre, anche da piccolo, nel calore dell’amore e della benedizione di Dio. Hai davanti degli esempi formidabili e quando diventi anziano ti commuovi e ringrazi il Signore di aver avuto una mamma e un papà come Rosetta e Giovanni: la prima morta di polmonite e di parto nel 1934 a 32 anni (con due gemelli non sopravvissuti), il secondo a 42 anni (1942) durante la guerra in Russia con un atto di eroica carità cristiana che ricorda san Massimiliano Kolbe! Due esistenze del tutto normali vissute a Tronzano, un piccolo paese della pianura vercellese,  senza miracoli né visioni né misticismi. Due militanti dell’Azione cattolica che hanno creato la loro famiglia, allevato i tre figli (ne volevano dodici!), aiutato i poveri e percorso assieme la difficile ma esaltante via all’unione con Dio già su questa terra.


L’Arcivescovo di Vercelli, mons. Enrico Masseroni, che ha iniziato la Causa di beatificazione nel 2006, ha scritto la Prefazione alla loro biografia (“Questi santi genitori”, San Paolo 2005) in cui si legge: “Dopo aver gettato lo sguardo dentro la loro singolare vicenda, ne sono rimasto affascinato e ancora una volta ho intuito che la santità è l’unica parola profetica che la Chiesa del nostro tempo ha da gridare in un mondo confuso. Non perché abbia avvertito odore di straordinario o di miracolo. Ma perché ho incontrato il volto di una santità possibile, con il sapore della novità e della profezia.

“Quattro punti-luce mi sembra di aver incontrato nel percorso della vita esemplare di Rosetta e Giovanni: anzitutto la straordinarietà nel vivere la ordinarietà della vita quotidiana, volata via rapidamente (31 anni lei, 42 lui) anche se vissuta intensamente. Il rosario della loro vocazione, sgranato nell’esistenza feriale, racconta una storia di vigorosa fedeltà evangelica, tessuta di bontà, di misericordia, di amore ai poveri, di assiduità alla preghiera e alla vita comunitaria della parrocchia. La sorgente della loro serenità e gioia di vivere i misteri gaudiosi anche in mezzo alle oscurità delle prove e della sofferenza (i misteri dolorosi), era l’amore per Dio, per la famiglia, per il prossimo. Era la fede adamantina vista come il tesoro da conservare , innanzi tutto e soprattutto.

“Un altro aspetto dell’esperienza straordinaria di Rosetta e Giovanni, tessuta sull’ordito di una vita normale, è la testimonianza del loro matrimonio, costruito sulla salda roccia dell’amore vero e fecondo. Non ci sono sentieri monastici per vivere fino in fondo il Vangelo: c’è la consapevolezza granitica di essere sposi e genitori, chiamati da Dio ad amare la propria famiglia sempre, anche nella dolorosa prova della vedovanza e della distanza a motivo della guerra per papà Giovanni. Una famiglia fedele alla preghiera, ai sacramenti, aperta con amorevole dedizione e discrezione verso i poveri.

“Di qui un terzo aspetto nella vicenda familiare dei coniugi Gheddo, la grande fiducia in Dio e nella Sua Provvidenza. Ci sono espressioni che riassumono la sapienza evangelica di Rosetta e di Giovanni: parole che forse costituiscono il segreto di quella attrazione interiore verso la perfezione. La cosa più importante, ricordava sovente mamma Rosetta è “fare la volontà di Dio”, perché “siamo sempre nelle mani di Dio” diceva papà Giovanni. Quando la volontà di Dio diventa il filo conduttore nella trama del quotidiano, la normalità delle cose che attraversano i giorni viene straordinariamente segnata dalla grazia, che accompagna, purifica, eleva e santifica l’esistenza dei figli di Dio. Perché “questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione” (I Ts. 4,3). La ricerca affettuosa della volontà di Dio genera quella testimonianza luminosa di carità, al di sopra di ogni cosa: la carità che è via alla santità ed è il volto dei discepoli del Signore; è strada e meta.

“Sta qui forse un’altra caratteristica dei genitori Gheddo: testimoni della carità di Cristo e portatori di pace. Mamma Rosetta è ricordata dalla sorella Emma perché “non parlava mai male di nessuno”, era pronta ad aiutare tutti. Il papà era chiamato “paciere”, “conciliatore” in paese, perché chiamato in modo del tutto informale a mettere pace tra le famiglie e all’interno di famiglie dove c’erano l’inimicizia e il dissacordo. Aveva ragione G. Bernanos quando scriveva che “i santi sono i più umani… perché hanno il genio dell’amore”.

“Ecco dunque la “straordinaria ordinarietà” dell’avventura umana e cristiana dei genitori Gheddo, che io considero come un dono singolare per gli uomini e le donne di questo tempo; un esempio di vita evangelica possibile a tutti, una testimonianza incoraggiante sopratutto per tanti genitori in affanno di fronte alle tante violente aggressioni di una cultura attraversata dai venti contro la famiglia: “In un’epoca di crisi, o meglio, nel cuore di una crisi epocale, non è permesso ai cristiani di essere tiepidi. I cristiani non hanno altro compito che la santità” (Simone Weil)

“Pertanto anche l’avvio della fase diocesana del processo di beatificazione dei due genitori Gheddo non ha, innanzi tutto, lo scopo di mettere sul candelabro delle persone, una comunità o un paese; ma semmai vuol essere un’obbedienza all’invito di Gesù: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, Perché vedano le vostre opere buone e rendano grazie al vostro padre che è nei cieli” (Mt. 5,16). E forse i coniugi Gheddo con la luce della loro testimonianza radicalmente fedeli ad un Vangelo “sine glossa”, preso alla lettera, giorno dopo giorno, nel lavoro e nella prova, nella croce e nella gioia, nella speranza e nell’amore, hanno un compito di “rappresentanza”, che è quella di dare voce a tante figure splendide di genitori cristiani forgiati dalla grazia che hanno portato fino in fondo il sigillo dello Spirito Santo.

“Nella logica del Regno di Dio è necessario che alcuni testimoni vengano ricordati e proposti come esempio, per dire che la santità non è privilegio di pochi: è il destino, la tua vocazione, la parola più vera che esprime quel desiderio di realizzazione che sta nel profondo del cuore umano. Insomma, la santità è possibile per te, per noi: è una sfida meravigliosa per tutti. Rosetta e Giovanni erano membri ferventi e impegnati dell’Azione cattolica, l’associazione che ha creato in Italia una grande “scuola di santità” laicale: oggi occorre ravvivare, far rifiorire questa scuola di santità, nella ferma convinzione, come ho già detto, che la santità è l’unica parola profetica che la Chiesa del nostro tempo ha da gridare, per rievangelizzare in profondità il nostro popolo… E sono contento che tra gli amici di Dio, a cui raccomando tutti i giovani che pensano al matrimonio cristiano e tutte le nostre famiglie, ci siano due sposi, due genitori, innamorati della vita perché innamorati di Dio”.

La Causa di beatificazione, giunta a Roma nel 2009, oggi è bloccata dalla scarsa documentazione sulla loro santità scritta nei tempi in cui Rosetta e Giovanni sono vissuti.  Non importa. I Servi di Dio possono essere venerati, pregati, imitati e tanto basta. E la devozione per Rosetta e Giovanni è cresciuta in pochi anni, tanto che il bollettino di sei paginette che la diocesi di Vercelli pubblica tre volte l’anno, “Lettera agli Amici di Rosetta e Giovanni”, viene inviato in omaggio a 9.371 indirizzi di famiglie che ne hanno fatto richiesta. Che rispondono con preghiere, lettere grazie ricevute, offerte, pellegrinaggi alla tomba di Rosetta nel Cimitero di Tronzano. La santità è contagiosa e i buoni esempi che vengono conosciuti ci pensa lo Spirito Santo a farli fruttificare. Il 30 giugno prossimo, il Comune di Tronzano inaugura, nel giardino all’esterno del Cimitero di Tronzano, un cippo marmoreo dedicato al ricordo dei coniugi Servi di Dio Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo.

Piero Gheddo

"La famiglia che prega unita, rimane unita"

L’11 maggio scorso, Benedetto XVI, parlando alle Pontificie opere missionarie ha detto: “La missione ha oggi bisogno di rinnovare la fiducia nell’azione di Dio, ha bisogno di una preghiera più intensa”. E ha incoraggiato il progetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli e delle Pontificie Opere Missionarie, per sostenere l’Anno della Fede: “Tale progetto prevede una campagna mondiale che, attraverso la preghiera del Santo Rosario, accompagni l’opera di evangelizzazione nel mondo e per tanti battezzati la riscoperta e l’approfondimento della fede”.

Perché recitare il Rosario? Perché la Mamma di Gesù porta le anime a Cristo. L’ho visto tante volte nelle missioni, fra i popoli non cristiani Maria è venerata e onorata da tutti e attraverso lei lo Spirito porta l’amore e la pace di Cristo.

Nel febbraio 1964 ero a Vijayawada, una delle diocesi fondate dal Pime in India, che oggi ha circa 5 milioni di abitanti e 270.000 cattolici. Il missionario padre Paolo Arlati, nel 1924 portò dall’Italia una grande statua della Madonna di Lourdes e i Fratelli del Pime la posero sul punto più alto della collina di Gunadala, che domina la città di Vijayawada, costruendo le strade e le scalinata che portano fin sotto ai piedi di Maria, posta in una grotta aperta per cui si vede anche da lontano. A poco a poco, prima i cristiani e poi indù e musulmani sono andati sulla collina di Gunadala a pregare Maria, che è venerata come la protettrice della città perché, nell’anno 1947, poco prima dell’indipendenza dell’India (15 agosto), le lotte sanguinose fra indù e musulmani insanguinavano l’India (circa cinque milioni di morti) e portarono alla divisione fra India e Pakistan. Vijayawada, città con molti musulmani, venne salvata da quelle stragi fratricide dalla Madonna di Gunadala, alla quale tutti accorrevano in preghiera. I pellegrinaggi avevano creato un clima di fraternità.

L’11 febbraio 1964 si celebrava, come ogni anno, la festa della Madonna di Lourdes. Per tutta la giornata precedente e nel giorno della festa, nelle strade che portavano sulla collina un continuo sali e scendi di devoti che vogliono toccare i piedi della Madonna, pregano, offrono incenso, qualcuno si fa tagliare i capelli in quel giorno, adempiendo il voto che aveva fatto. Un mare di gente che invade Gunadala, con lebbrosi, handicappati, ammalati portati su barelle fino ai piedi di Maria. In due giorni, circa 150.000 devoti di Maria, non pochi dei quali col Rosario al collo, anche i non cristiani, perché il Rosario è il segno sacro della “Bella Signora di Gunadala” che protegge la città e le famiglie. Ancor oggi, più di mezzo secolo dopo, la statua di Maria è sulla collina e si ripetono anche durante l’anno i pellegrinaggi anche da lontano verso la Madonna di Lourdes. Le voci popolari parlano di guarigioni miracolose e il primario dell’ospedale di Viajayawada mi diceva, nel 1964, di poter testimoniare la guarigione di almeno due lebbrosi e di altri malati. Ma il miracolo più grande è di aver portato indù e musulmani a vivere insieme in pace.

Il Rosario è la preghiera più semplice, più facile e più, diciamo, contemplativa, perchè propone, uno ad uno, i misteri della vita di Cristo. E’ la preghiera che unisce grandi e piccoli, colti e incolti, ricchi e poveri, sani e ammalati. E’ la preghiera che unisce e tiene unite le famiglie. Una volta si diceva: “La famiglia che prega unita, rimane unita”. Il più bel ricordo che ho dei miei genitori e della mia famiglia sono i Rosari che recitavamo alla sera, dopo cena, seduti attorno al tavolo di cucina; oppure, nelle sere d’inverno (con le case non riscaldate), si andava nella stalla più vicina a dire il Rosario con altre famiglie, cantare il Salve Regina e le litanie, seduti sulla paglia e riscaldati dalla presenza di mucche e buoi, cavalli e capre, vitelli, conigli, anitre, galline. Allora non c’era né radio, né televisione né tanto meno discoteche e vita notturna. Si pregava assieme e si creava, nelle famiglie, nei vicini, nel paese, una comunità di vita e di fede.

Oggi prevale l’individualismo, tutti ci lamentiamo che ci sono troppe famiglie divise, troppe liti e violenze familiari. Quando si sfascia la famiglia, la società va in crisi e si sfascia anche lei. Contro questa deriva che porta all’auto-distruzione della nostra Italia, si invocano aiuti economici dallo stato, leggi, provvedimenti di assistenza sociale, si consultano psicologi e avvocati matrimonialisti. Tutto giusto. Ma bisogna anzitutto fare qualcosa per unire gli spiriti, i cuori, le volontà, altrimenti tutto diventa inutile. L’egoismo individuale non si vince con le leggi e gli aiuti economici, ma con l’amore, con la preghiera, perché solo l’aiuto di Dio in molti casi è efficace: Lui sa cosa c’è nel cuore dell’uomo e della donna. Ecco il Rosario che educa all’amore e all’unità, da recitare assieme, specialmente in questo mese di maggio e per il prossimo “Incontro Mondiale delle Famiglie” (Milano, 30 maggio – 1° giugno prossimi).

Ai tre pastorelli di Fatima, Lucia, Giacinta e Francesco, la Madre di Gesù, presentandosi come ‘la Madonna del Rosario’, raccomandò con insistenza di “recitare il Rosario tutti i giorni, per ottenere la pace e la fine della guerra”.Accogliamo anche noi questa materna richiesta della Vergine, impegnandoci a recitare con fede la corona del Rosario per la pace nelle famiglie, nelle nazioni e nel mondo intero.

Piero Gheddo

"Perchè hai fiducia in me che sono un prete?"

Alcuni giorni fa esco dal Pime alle 9 del mattino per andare in centro città a Milano con la Metropolitana. Una ragazza mi viene incontro e mi ferma:

Mi scusi, lei è un prete… Vorrei chiederle un favore. Dica per me una preghierina perché sono in difficoltà.

Va bene, prego per te, ma posso sapere come ti chiami e quale grazia chiedi al Signore?

Mi chiamo Tiziana (nome fittizio) e chiedo a Dio tante grazie perché non me ne va bene una. Il mondo oggi è proprio una….

Non dire più queste parole.

Ma questa è la verità, tutti pensano solo a se stessi.

Ti sei mai chiesta perché? Te lo dico io. La nostra società, le nostre famiglie, le singole persone si sono allontanate da Dio, l‘unico che può aiutarci a combattere il nostro egoismo. Senza la preghiera e l’aiuto di Dio diventiamo tutti egoisti. Comunque stai tranquilla, prego per te, ma tu preghi?

Non vado più in chiesa, qualche volta faccio un pensierino alla Madonna, ma non mi va più di pregare.

Senti, Tiziana (nome fittizio), perchè tu hai fiducia in me?

Perché voi preti e anche le suore siete in contatto con Dio e Dio vi ascolta.

Dio ascolta tutti quelli che si rivolgono a lui, perché è il Padre di tutti, ti ha creata Lui e ti vuole bene. Tu devi ritornare alla fede, alla preghiera. Guarda, ti do l’immaginetta di mio papà e mia mamma, Rosetta e Giovanni, che se Dio vuole, diventeranno Beati. Pregali perché loro sono proprio vicini a Dio.

Tiziana guarda un po’ l’immagine e dice: “Hanno proprio gli occhi buoni” e intanto si mette a piangere lì, sulla strada. La gente ci passa di fianco ma lei non la vede  nemmeno. Le sue sono lacrime vere che le scorrono sulle guance. Povera e cara donna! Le dico:

Tiziana, non piangere, mi sei simpatica perché vedo che soffri e commuovi anche me. Il tuo problema è di riprendere il contatto con Dio, con Gesù e la Madonna. Questa sera, siediti e metti sul tavolo l’orologio. Per un quarto d’ora prega. Devi pregare, cioè parlare con Dio. Non basta un pensierino di sfuggita, devi dare a Dio il suo tempo e anche a te il tempo di ascoltare Dio che ti parla. Quanto più preghi con sincerità, tanto più senti che Dio ti è vicina,ti ama, ti aiuta, ti conforta, ti ispira. Lo sai il Padre Nostro e l’Ave Maria? Lo leggi il Vangelo? Hai mai recitato il Rosario?

Sì, le preghiere le so, il Rosario lo diceva mia mamma, ma il Vangelo non l’ho mai letto.

Allora vieni a trovarmi al Pime che è qui vicino e te lo regalo io.

Ho ringraziato il Signore che l’ha messa sulla mia strada. E prego ancora per lei, che lo Spirito Santo la illumini quando prega e legge il Vangelo. Sono le piccole e grandi soddisfazioni che Dio dà a noi preti e suore che andiamo in giro e siamo riconosciuti come tali. E mi coforta il fatto che Rosetta e Giovanni sono convincenti anche a prima vista. Anche questa è “nuova evangelizzazione”.

Piero Gheddo

__________ Information from ESET Smart Security, version of virus signature database 7132 (20120512) __________

The message was checked by ESET Smart Security.

http://www.eset.com

__________ Information from ESET Smart Security, version of virus signature database 7133 (20120513) __________

The message was checked by ESET Smart Security.