La "Festa delle Famiglie a Milano"

Dal 30 maggio al 3 giugno a Milano il VII° Incontro Mondiale delle Famiglie sul tema: “La Famiglia: il lavoro e la festa”, con incontri di preghiera, culturali, di testimonianze, manifestazioni popolari come quella allo Stadio San Siro, Congresso teologico-pastorale, Concerto alla Scala, ecc.

Papa Benedetto verrà a Milano il pomeriggio del 1° giugno e alle 10 del 3 giugno celebrerà la S. Messa conclusiva nel Parco Nord di Bresso,  dove si sta allestendo un palco capace di ospitare fino a mille persone e davanti alla struttura, uno spazio attrezzato per oltre un milione di fedeli.

A Milano e in diocesi, come in Lombardia, c’è un fervore di preghiere e di opere per la buona riuscita di un avvenimento che la Chiesa celebra ogni tre anni in diverse città del mondo (il precedente Incontro a Città del Messico nel 2009). Tutti i credenti sono impegnati a pregare ed a dare il loro contributo alla buona riuscita di una manifestazione di popolo a favore della Famiglia, come l’indimenticabile “Family Day” a Roma del 12 maggio 2007. Con queste due importantissime differenze: quello era di carattere esclusivamente nazionale e aveva principalmente un significato politico (chiedere al governo provvedimenti a favore delle famiglie), questo è un Incontro tra cristiani di tutto il mondo per riaffermare il valore sociale e religioso della Famiglia e chiedere a Dio la grazia che i credenti in Cristo si ispirino sempre più al modello di Famiglia proposto dal Vangelo e dalla Sacra Famiglia di Nazareth.

Fondamentale, in quest’ottica, sarà il Congresso teologico-pastorale, cui sono iscritte circa 5mila persone da tutto il mondo. Il Congresso –spiegano gli organizzatori – rappresenta il momento di sintesi più alto e qualificato della riflessione ecclesiale sulla famiglia. Un grande cantiere di elaborazione del pensiero e valorizzazione delle esperienze che a Milano, in modo più accentuato che nelle edizioni precedenti, cercherà di intercettare anche la sensibilità “laica”, perché “la famiglia è patrimonio di umanità” e perché il Congresso affrontare temi che interpellano non esclusivamente i credenti: il lavoro e la festa, i due ambiti in cui la famiglia si apre alla società e la società s’innesta nella vita delle famiglie.

Sono ben 31 gli eventi in programma, 27 i Paesi rappresentati, oltre 100 i relatori scelti fra gli esponenti più significativi del panorama culturale, politico, associativo internazionale. Tra costoro 4 cardinali, 7 vescovi, 24 professori universitari, tra cui sociologi, psicologi, demografi, economisti, teologi, giuristi, agronomi. Tre giorni di studio e confronto che  Milano vivrà insieme alle altre sette città scelte come sedi decentrate.

Uno degli aspetti più significativi del cammino di preparazione all’evento è rappresentato dalle famiglie che si sono offerte di ospitare nel loro appartamento una famiglia di pellegrini, specialmente quelle che vengono dai continenti extra-europei. “Sono 33mila i posti letto che sono stati messi a disposizione da 10.958 famiglie per il periodo dell’evento”, ha spiegato monsignor Erminio De Scalzi presidente della Fondazione Milano Famiglie 2012 alla conferenza stampa del 30 aprile, precisando che “l’offerta è stata addirittura superiore alla domanda. Il cuore dei milanesi è stato riscaldato, hanno risposto con generosità”. E questo vale anche per l’offerta di volontariato: più di 5mila persone sono state reclutate, tra giovani e adulti. Per far vivere questa esperienza a un ampio numero di persone è stato creato il “Fondo accoglienza famiglie dal mondo” che ha raccolto già oltre 40 mila euro. D’altra parte l’evento è di quelli memorabili vista la presenza di Benedetto XVI: un Papa a Milano si è visto solo tre volte: nel 1418, 1983 e 1984. Non solo: per la prima volta una città italiana (che non sia Roma) ospita un evento ecclesiale a dimensione mondiale.

Fondamentali, in questi casi, sono la comunicazione e la logistica. Nel settore comunicazione, il Pime è rappresentato dal dott. Gerolamo Fazzini, direttore editoriale di “Mondo e Missione”. Ecco alcune notizie sulla logistica: “Dal Papa si potrà venire in treno e in tram. Venire con i mezzi pubblici sarà più facile, più veloce e più pratico”, ha assicurato don Bruno Marinoni, responsabile dell’area organizzativa. “Grazie agli accordi con Regione Lombardia, Comune di Milano, Trenord e Atm, sotto il coordinamento del Prefetto – ha annunciato don Bruno Marinoni – abbiamo sviluppato un piano che consente di privilegiare il mezzo pubblico”. Tra le novità: l’apertura della Metrò 5, dalla fermata Zara fino al capolinea Bignami, a ridosso dell’area del Parco Nord, e il potenziamento delle linee M1 e M3. In particolare, le linee M1 e M3 resteranno aperte tutta la notte tra sabato 2 e domenica 3 giugno e dalle 4 di domenica mattina implementeranno il servizio. Sarà aumentata anche la frequenza delle corse delle linee tramviarie. I treni sulle dieci linee suburbane e le tre linee regionali direttamente interessate (per Asso, per Bergamo via Carnate, per Lecco via Besana) viaggeranno con orario potenziato, sabato 2 giugno e domenica 3 giugno. Sarà fortemente scoraggiato l’utilizzo dell’auto privata. Anche perchè nell’area ad alcuni chilometri dall’aeroporto sarà introdotta una zona a traffico limitato. Unica deroga sarà fatta ai pullman dei pellegrini autorizzati. Nella zona dell’aeroporto potranno parcheggiare tuttavia solo 520 autobus privati dei 4.200 previsti, scelti tra quelli che vengono da più lontano.

“In questo modo stimiamo che circa tre pellegrini su quattro raggiungeranno l’area di Bresso con un mezzo pubblico o collettivo”, ha sottolineato don Marinoni. Per le persone con disabilità è stato riservato un ingresso e un itinerario attrezzato. L’impegno come si vede è notevole e coinvolge tutti gli interessati, e in modo diretto anche i comuni del Parco Nord. Dai sindaci una frecciatina al governo. È il sindaco di Bresso, Zinni a sollevare la questione: “Abbiamo scritto una lettera al governo chiedendo di poter derogare ai vincoli che le leggi ci impongono, per poter accogliere degnamente il Santo Padre che è anche un capo di uno stato estero”.

Un esempio di partecipazione della gente comune. La signora Elena Terragni, segretaria di redazione della stampa Pime a Milano, ospiterà una famiglia palestinese.  Elena racconta: “Veramente l’idea prima, è venuta  da Francesca, che frequenta la prima elementare in una scuola paritaria. Un pomeriggio, di ritorno da scuola sento che parlotta in giardino col fratellino – Lorenzo quasi 5 anni – e poi raggianti arrivano in casa mentre sto preparando la cena: “Mamma, la maestra oggi, a scuola ci ha detto che il Cardinale chiede di ospitare una famiglia per quando arriva il Papa a Milano. Noi il posto l’abbiamo, tanto  io e Lorenzo dormiamo con te nel lettone e ti aiutiamo a preparare da mangiare …anche papà sarà contento.

“Devo dire che sono ragazzini meravigliosi e da quando il loro papà Pietro se ne è andato in Cielo dopo una lunga malattia  sono molto maturati e spesso mi fanno ragionamenti che mi lasciano sorpresa. Sicuramente mio marito Pietro avrebbe  condiviso con me questa scelta appoggiandola. Accetto la proposta e dopo qualche giorno, contatto il parroco per dare la nostra disponibilità esprimendo che avremmo accettato volentieri una famiglia cristiana israeliana o palestinese. Perchè? Io conosco bene queste realtà , li ho visitati tante volte come volontaria e guida e anche  dopo il matrimonio con Pietro e i bambini abbiamo trascorso tutte le estati presso una congregazione di suore, là ho tante conoscenze e ai bambini piace molto andare in Terra Santa.  Penso sia importante per i bambini venire in contatto con realtà e culture diverse, anche se oggi non è necessario uscire dall’Italia, perché il mondo intero è in casa nostra. Ma questa esperienza, il vivere a contatto con un’altra famiglia per più giorni, condividere insieme momenti della giornata sicuramente potrà essere un’importante tappa nel loro processo formativo. Non le dico la festa quando il parroco ci disse che sarebbe stata nostra ospite una famiglia palestinese: mamma, papà e 2 ragazzi. Anche perché abbiamo in programma di ritornarci la prossima estate e così avremo modo di rivederci”.

Piero Gheddo

Dove sono i musulmani moderati?

La notizia dei cristiani massacrati in Nigeria dal terrorismo islamico è ormai così frequente che non fa quasi più notizia. Dal Natale 2011 alla fine dell’aprile scorso i morti degli attacchi terroristici nel Nord della Nigeria sono stati circa 600, con picchi di vittime che altrove sarebbero considerati una tragedia nazionale, mentre là aumentano solo l’odio e la voglia di vendetta: il 25 dicembre 25 morti ad Abuja e Jos, il 6 gennaio 17 morti a Mubi, il 20 gennaio 185 morti a Kano, il 20 febbraio  30 morti a Maiduguri, il 6 marzo 45 morti ad Abuja, il 6 aprile 40 morti a Kaduna, ancora 40 morti a Kaduna il 10 aprile, il 29 aprile la follia integralista si è scatenata contro gli studenti, provocando una trentina di morti nel campus universitario, mentre un sacerdote cattolico stava celebrando la Messa. Ma questi sono solo i fatti più gravi, mentre lo stillicidio degli attentati e delle uccisioni mirate anche nei villaggi rurali è notizia quasi quotidiana.

Il terrorismo di radice islamica è contro gli occidentali, i cristiani. Ci sono altri motivi che spiegano questo fenomeno demoniaco nato con Khomeini in Iran nel 1979: economici, culturali, storici, etnici, politici, commerciali, ma la radice è ben espressa dal nome dall’ultima setta islamica responsabile principale del terrorismo nel Nord Nigeria: “Boko Aram”, che nella lingua dei musulmani locali, gli “haussa”, significa: “L’educazione occidentale è peccato”.

Nel mondo moderno, la rivolta dell’islam contro l’Occidente si è manifestata storicamente la prima volta con la fondazione dei “Fratelli musulmani”in Egitto nel 1928; è cresciuta e si è diffusa in tutto il mondo islamico con la fondazione di Israele, il chiodo, il punzone ebraico cristiano nel cuore dell’Islam; è scoppiata quando Khomeini nel 1979 ha cacciato a furor di popolo lo Shah di Persia, Muhammad Reza Pahlevi, che aveva tentato di portare il suo paese verso la modernizzazione, più o meno  secondo il modello occidentale, mandando le bambine a scuola, facendo leggi favorevoli alle donne nel matrimonio, istituendo all’Università di Teheran una Facoltà per il dialogo islamo-cristiano, ecc. Khomeini, assumendo il potere, fece tutto quello che lo Shah voleva abolire e dichiarò la guerra contro il modello culturale dell’Occidente; non potendo combattere i popoli cristiani con le armi, ha ripescato nella tradizione “sciita” il “martirio per l’islam” e il mito dei “martiri per l’islam”, le cui immagini si vedono sui pullman, sui taxi, nelle scuole, nelle madrasse e nei centri culturali di molti paesi islamici.

Negli ultimi 40 anni, la tendenza “salafita” (cioè di estremismo islamico) si è molto diffusa fra i popoli delCorano attraverso le moschee, le scuole statali e i mass media, che dipingono l’Occidente e i cristiani come i nemici dell’Islam. L’Occidente non si rende ancora conto di questo: ucciso un Bin Laden, ne sorgono mille altri, perchè il terreno di coltura, a partire dai bambini che frequentato le scuole, è seminato con i semi dell’opposizione radicale e dell’odio verso l’Occidente.

Gli ultimi Papi, i vescovi e noi cristiani continuiamo a incontrare fraternamente ed a tessere la tela del dialogo con i musulmani.  Negli ultimi anni ho visto che in diversi paese islamici (Libia, Senegal, Nord Camerun, Bangladesh, Indonesia) il dialogo, in condizioni di pace, produce buoni frutti. Ma la domanda che dobbiamo farci è questa: nei momenti di emergenza terroristica, dove sono i musulmani moderati? Non si può generalizzare attribuendo all’islam la responsabilità del terrorismo, ma perché le personalità dell’islam, le università, le moschee-guida di ogni paese non condannano in modo aperto e corale i troppi attentati terroristici fatti in nome dell’islam? Perchè, quando c’è qualche offesa all’islam (le vignette su Maometto ad esempio) o violenze contro i musulmani, nei paesi cristiani siamo tutti uniti a condannare i responsabili, mentre quando vengono massacrati centinaia di cristiani innocenti, come negli ultimi quattro mesi in Nigeria, non si sentono voci islamiche di condanna? Papa Benedetto, nel famoso discorso a Ratisbona nel settembre 2006, fra l’altro ha detto che l’islam deve confrontarsi col problema della “violenza per Dio” che non può esistere. Nel mondo islamico ci sono state proteste, ma si sono anche levate voci di attenzione e di dialogo su quel tema. A distanza di alcuni anni, di fronte ai 600 uccisi in quattro mesi nel Nord Nigeria, cosa dicono quelle personalità di buona volontà e di dialogo?

Piero Gheddo

La Spezia: aumentano le vocazioni al sacerdozio

In questo 2012 la “Nuova evangelizzazione” è al centro dell’attenzione della Chiesa italiana, anche per il Sinodo episcopale dell’ottobre prossimo su questo tema. Come tutti sanno, la diminuzione del clero è l’ostacolo più difficile da superare. Sono circa 30 anni che i sacerdoti italiani diminuiscono nelle diocesi italiane, e più ancora, negli istituti religiosi e missionari. Un dato ufficiale: nel 1978 (quando morì Paolo VI)  i sacerdoti diocesani italiani erano 41.627, nel 2006 33.409, cioè il 25% in meno e le necessità pastorali sono di molto aumentate, assieme all’età media del clero. Oggi i sacerdoti diocesani italiani sono valutati circa 32.000, oltre a  2.000 giovani preti non italiani impegnati a tempo pieno nelle nostre diocesi, provenienti in gran parte dalle Chiese “di missione” d’Asia, Africa e America Latina!
Domenica 22 aprile scorso sono stato nella diocesi di La Spezia per la “Festa della Famiglia” e mi hanno detto che negli ultimi anni, non so se anche i sacerdoti, ma certamente i seminaristi studenti di teologia sono aumentati da 6 a 15, con sei studenti di filosofia che li seguono. Non sono grandi cifre ma La Spezia è una piccola diocesi: 220.000 abitanti, 187 parrocchie, 107 preti diocesani, 47 religiosi in diocesi e 125 suore.
Perchè questo aumento? Ho parlato con preti, suore, seminaristi e laici. Il motivo fondamentale è che il vescovo mons. Francesco Moraglia (da gennaio Patriarca di Venezia), nel 2008 ha varato varie iniziative, centrando l’attenzione della diocesi sulle vocazioni sacerdotali. Ad esempio, i pellegrinaggi ai santuari mariani in diocesi. “Si va in pullman, almeno tre pullman e poi ci sono parecchie auto –  mi dice il rettore del seminario don Franco Pagano. – Il primo sabato di ogni mese ci si ritrova in una località vicina ad un santuario mariano, poi si va a piedi recitando il Rosario e facendo la consacrazione a Maria per le vocazioni missionarie. Si va ai santuari della diocesi, ne abbiamo tanti, parecchie parrocchie hanno il loro piccolo santuario.
“Da La Spezia si parte alle 7,30, alle 8,15 si arriva nel luogo vicino al santuario. Si va a piedi e arrivati al santuario si celebra la Messa e si confessa, Vengono sempre tanti sacerdoti, ci siamo trovati anche in 12 a confessare. E’ un momento di grazia straordinaria, molti si confessano. Poi un momento di fraternità. La parrocchia ospite offre la colazione e si sta assieme fin verso le 10,30-11. Partecipano anche i seminaristi. Poi ciascuno torna a casa. Sono incontri e preghiere destinati alle vocazioni.
“L’ultima cosa che ha fatto in diocesi il vescovo mons. Moraglia è stata l’istituzione dell’adorazione perpetua per le vocazioni sacerdotali e religiose in diocesi. Nella cappella del Crocifisso della parrocchia di Santa Maria Assunta a La Spezia c’è l’Adorazione continua (24 ore) e c’è sempre gente. Si sono fatti i turni, ci sono i responsabili dei turni. Sono iniziative preparate lungamente, mobilitando la buona gente che viene in chiesa, poi altri fedeli vengono spontaneamente”.
“Le iniziative e la campagna di sensibilizzazione per le vocazioni – continua don Franco – sono iniziate nel 2008, il 4 ottobre del 2008 era il primo pellegrinaggio. Poi ci sono altre iniziative per i giovani”. Un laico mi dice: “Prima ci lamentavamo che mancavano i preti, oggi ci siamo resi conto che è superfluo lamentarsi, ciascuno deve fare la sua parte, con la preghiera ma anche in altri modi. Sono le famiglie cristiane che debbono produrre preti e suore, assistendo (non scoraggiando) quei ragazzi e ragazze che sentono una certa attrattiva alla vita consacrata. La fede viene trasmessa in famiglia e le famiglie sono responsabili di far maturare nei loro figli e nipoti la chiamata di Dio”.
Dico a don Franco Pagano che nel quadro delle diocesi italiane 15 seminaristi di teologia, per una diocesi con 220.000 abitanti, mi pare quasi un primato. “Non lo so, il Signore ci fa questa grazia e noi la prendiamo con riconoscenza. Mons. Moraglia aveva messo come primario il lavoro per le vocazioni, soprattutto convincendo i preti, le suore e i catechisti a parlarne, perché c’è anche chi è scoraggiato e quasi non parla più della chiamata di Dio alla vita consacrata. Oltre alla festa delle famiglie, ai pellegrinaggi, all’adorazione eucaristica e alle preghiere per le vocazioni, abbiamo fatto le normali attività vocazionali e giovanili, curando molto i chierichetti con speciali incontri. Però debbo dire che quest’anno è un po’ fuori della norma. Ci sono stati buoni ingressi in prima teologia e poi abbiamo tre teologi da fuori diocesi, da Milano, Torino e Bergamo. Li abbiamo presi per vari motivi. Uno è venuto perché un sacerdote che conosco me l’ha raccomandato e l’abbiamo preso; ciascuno ha la sua storia. Nell’educazione al sacerdozio noi abbiamo il principio della fedeltà assoluta al magistero del Papa e del vescovo.
“Questa piccola ripresa delle vocazioni è un segno di speranza. I giovani che vengono con noi si trovano bene e questo fa ben sperare. Negli ultimi 10 anni 15 preti nuovi, negli ultimi due anni 3 preti nuovi e poi, se Dio vuole, almeno uno all’anno in media. Però l’aumento dei preti, non è ancora abbastanza significativo per pareggiare il numero dei sacerdoti che muoiono. Comunque abbiamo sperimentato che se ai credenti si offrono occasioni di fare qualcosa e sono stimolati in modo concreto, reagiscono bene e si impegnano”.
Dico a don Franco che diversi mi hanno detto dei seminaristi che sono andati ad aiutare nei paesi dell’alluvione. Conferma e aggiunge: “Il 25 ottobre 2011 la tragica alluvione ha colpito molte parrocchie della diocesi, oltre a quelle che sono andate sui giornali e alla Tv, come Monterosso e Vernazza nelle Cinque terre.  I seminaristi, come tanti giovani, hanno fatto il volontariato. In alcuni paesi abbiamo anche organizzato questo volontariato, i volontari erano veramente molti e anche questo è stato un buon segno”.

Piero Gheddo

La “Festa della Famiglia” a La Spezia

Visitando diocesi e parrocchie italiane fa piacere trovare segni di ripresa, non dico della fede (che solo Dio può vedere e giudicare!), ma della partecipazione popolare e delle vocazioni sacerdotali. Domenica 22 aprile scorso sono stato chiamato a La Spezia dall’amministratore diocesano mons. Giorgio Rebecchi per la “Festa della Famiglia” diocesana, che si celebra ogni anno da diversi anni. Mattino e pomeriggio attività varie e giochi per molti bambini e ragazzi; per le famiglie, incontri sul tema della famiglia, il tutto concluso con la S.Messa celebrata dal vescovo emerito mons. Bassano Staffieri. Dalle 9,30 alle 12,30, in una grande tenda-salone nei vasti ambienti della Marina militare italiana, circa 350-400 persone hanno partecipato a tre ore di preghiera e di testimonianze sulla famiglia, dalle 10 alle 13: celebrazione solenne e cantata delle Lodi, alcuni video e le tre testimonianze sulla famiglia:

1)  Margherita,  moglie del brigadiere dei carabinieri Giuseppe Coletta, una delle 19 vittime dell’attentato terroristico di Nasiriyan in Iraq il 12 novembre 2010, ha raccontato, con la giornalista di Avvenire Lucia Bellaspiga, che fin dal terribile giorno dell’uccisione del marito, con i suoi due bambini e l’immenso dolore, ha nutrito anche il sentimento del perdono e del compiere azioni di pace, come il marito che portava aiuti alle famiglie e ai bambini iraqeni. E’ nata così ad Avola (Siracusa) l’”Associazione Coletta Bussate e vi sarà aperto”, che promuove con vari invii l’aiuto ai bambini dell’Iraq e del Burkina Faso. Commovente il racconto del loro amore di giovani sposi e di come la fede e la preghiera aiutano Margherita e i suoi due bambini a tramandare il ricordo del papà ed a vivere nella gioia pur in una situazione difficile. Margherita e Lucia hanno pubblicato  il volume “Il seme di Nasiriyan” (Ancora, 2008) che racconta anche lo sviluppo dell’Associazione intitolata a “Giuseppe Coletta il brigadiere dei bambini”.

2)   Massimo Ciocconi ha raccontato come, nell’alluvione del 25 ottobre 2011 a Brugnato (La Spezia), in una giornata ha perso la sua casa e il suo auto-salone (158 automobili). Si sono salvati, lui, la moglie e il bambino salendo fino al sottotetto della casa, invasa dall’acqua e dal fango. La figlia di 15 anni, data per morta, dopo due giorni è stata ritrovata. Quando Massimo ha incontrato la figlia le ha detto: “Ora siamo poveri. Abbiamo perso tutto, però abbiamo la vita e la fede in Gesù e la Madonna, che ci aiuteranno ad andare avanti”. Quando Massimo e la famiglia, giorni dopo, hanno potuto rientrare nella loro casa non c’era più niente, erano rimasti solo i muri ma, stranamente e, diciamo, misteriosamente, l’immagine del Cuore di Gesù era rimasta attaccata al muro! Mostrando l’immagine Massimo ha detto: “Da quel momento ho capito che il Signore non ci avrebbe abbandonati. Volendoci bene e pregando assieme, ci siamo fatti coraggio e abbiamo ripreso a vivere con speranza e serenità”. Ha anche detto che nel paese l’alluvione ha avuto un effetto benefico: molti hanno ricuperato lo spirito di solidarietà e di cordialità nei rapporti umani, che la vita moderna, volta quasi unicamente a mete di natura materiale, ci fa facilmente perdere.

3) Infine, ho raccontato episodi della vita di famiglia che i miei genitori, i servi di Dio Rosetta e Giovanni, ambedue membri dell’Azione Cattolica, avevano impostato sulla fede in Dio, l’amore e la preghiera in comune, l’aiuto ai poveri e il servizio alla Chiesa. Eravamo di condizione economica medio-bassa, nella nostra famiglia c’era un profondo senso religioso, la gioia e l’amore verso tutti. Il 26 ottobre 1934 la mamma è morta di parto con due gemellini a 32 anni. Papà non si è più risposato (“Ho voluto troppo bene a Rosetta, non potrei voler bene a un’altra donna” diceva) e noi tre  bambini siamo stati allevati dalla nonna Anna e dalla zia Adelaide, insegnante elementare. A Tronzano vercellese, papà era chiamato “il geometra dei poveri” (lavorara gratis per i poveri e la Chiesa) e “il paciere” perchè quando c’erano contrasti e liti tra famiglie chiamavano lui. Come presidente dell’Azione cattolica non  era iscritto al PNF (Partito nazionale fascista) e aiutava altri come lui a trovare un lavoro. E’ stato mandato in guerra, anche se ne era dispensato dalla legge come vedovo con tre figli minorenni, ed è morto in Russia il 17 dicembre 1942, con un gesto eroico che ricorda San Massimiliano Kolbe. Se e quando Dio vuole, Rosetta e Giovanni diventeranno Beati, saranno una coppia di paese del tutto normale, che la Chiesa propone a modello delle famiglie cristiane. E già oggi, come “servi di Dio”, possono essere venerati e pregati e già ottengono da Dio numerose grazie. A Vercelli la diocesi pubblica “Lettera agli Amici di Rosetta e Giovanni”, bollettino che viene inviato in omaggio a 9.371 famiglie ed a chi lo chiede (è stato definito “un ottimo strumento di pastorale familiare” dall’arcivescovo di Vercelli, mons. Enrico Masseroni).
Ho concluso dicendo che la famiglia è la cellula fondamentale della società e quando si sfasciano le famiglie, va in crisi anche la società, come purtroppo avviene in Italia. Per superare la crisi attuale dobbiamo tornare a Gesù Cristo e a famiglie secondo il cuore di Dio, che siano lievito evangelico nella società. Il secondo aspetto della diocesi di La Spezia, che mi ha interessato, è l’aumento delle vocazioni sacerdotali negli ultimi cinque anni. Il perché lo vedremo nel prossimo Blog.

Piero Gheddo

Colpo di stato in Guinea Bissau: di chi la colpa?

Il 12 aprile scorso la Guinea Bissau è stata teatro di un colpo di stato militare, il sesto avvenuto nell’Africa occidentale dal 2008 ad oggi: in Guinea Bissau (2009 e 2012), Mali (2012), Niger (2010), Guinea Conakry e Mauritania (2008). In Italia, non ce ne siamo nemmeno accorti. Per i nostri giornali, anche quelli che hanno 60-70 o più pagine al giorno, l’Africa è quasi scomparsa, ma quei pochi che hanno pubblicato qualcosa, per spiegare la molteplicità di questi nefasti accadimenti, e nel caso specifico della Guinea Bissau, oltre alla corruzione delle classi dirigenti, si sono subito impegnati ad attribuire la responsabilità alle “ingerenze straniere”.
Siamo ancora al “terzomondismo” stile No Global. La colpa è sempre delle potenze straniere, della multinazionali, del neocolonialismo occidentale. “Una cosa è certa, scrive un giornale: questi ribaltoni avvengono sempre e comunque con complicità straniere, mai dichiarate e strettamente connesse a interessi di tipo commerciale”. Non si tenta nemmeno di spiegare che la corruzione delle classi dirigenti, le dittature e i colpi di stato vengono soprattutto dal fatto che buona parte del popolo vive a livello di pure sopravvivenza; e poi dalla mancanza di scuola e di istruzione, che dia alla gente la coscienza della propria dignità e la capacità di unirsi per conquistare la libertà di parola e di voto. In Guinea Bissau, dove sono stato più volte, le statistiche dicono che i guineani sono il 47,8% analfabeti, ai quali vanno aggiunti i molti “analfabeti di ritorno”, quelli che hanno imparato a leggere ed a scrivere nelle elementari, ma poi non hanno mai letto o scritto!
La visione “terzomondista” del rapporto Occidente-sud del mondo suscita, soprattutto negli intellettuali e nei giovani di quei popoli, frustrazione, rabbia, impotenza, sensi di rivolta e di vendetta, sentimenti negativi per lo sviluppo dei loro popoli: se la colpa della nostra situazione di miseria è dell’Occidente, la soluzione è di odiare e combattere contro l’Occidente, di umiliare l’Occidente. Li educa a protestare, denunziare, proclamare la lotta di classe fra poveri e ricchi, ma non ad un impegno personale costante, onesto e sacrificato, rivolto anzitutto all’educazione dei loro popoli, come sarebbe necessario.
La Guinea Bissau ha conosciuto una guerra civile devastante, durata pochi mesi nel 1998, che ha distrutto quel poco di industrie produttive ereditate dai coloni portoghesi. Ero stato da poco in Guinea e a Roma mi è capitato di pranzare con uno studente e un professionista guineani, che mi chiedevano notizie del loro paese e di che idea mi ero fatto di quella breve guerra civile. Dicevo che era scoppiata fra il presidente Nino e le sue “forze speciali” e il capo delle forze armate, Ansumane Mané e che la gente riteneva Nino il principale responsabile, che non tollerava opposizioni al suo trentennale potere a cui era arrivato con un altro colpo di stato. Ma ai miei due amici questo non interessava. Hanno cominciato a discutere se la colpa era della Francia o del Portogallo, che per i loro interessi avevano venduto armi all’una o all’altra parte. In Guinea la gente aveva tutt’altra visione e ricordava le colpe di Nino o del suo avversario. Ma per i due intellettuali, che leggevano i giornali italiani e francesi, la colpa era di Francia o Portogallo.
Il presidente americano Barack Obama, visitando il Ghana l’11 luglio 2009, parlando al Parlamento della capitale Accra ha lodato i progressi fatti dall’Africa, ma ha aggiunto: “Le promesse di sviluppo fatte al momento dell’indipendenza devono ancora essere mantenute. Paesi come il Kenya, che quando sono nato io aveva un reddito pro capite maggiore di quello della Corea del Sud, sono rimasti drammaticamente indietro. Malattie e conflitti hanno devastato intere parti del continente africano. E’ facile addossare ad altri la colpa di questi problemi. Ma l’Occidente non è responsabile della distruzione dell’economia dello Zimbabwe nell’ultimo decennio o delle guerre in cui vengono arruolati bambini tra i combattenti… Sarete voi a plasmare il futuro dell’Africa. E soprattutto, saranno i vostri giovani”.
Il confronto fra un paese asiatico e uno africano citato da Obama è significativo. La Corea del Sud era devastata dalla guerra civile fra Nord e Sud (1950-1953). Nel 1961 aveva un debito estero esorbitante (dodici miliardi di dollari) e viveva confidando negli aiuti e prestiti dell’alleato americano. Il paese, piccolo e senza risorse naturali, negli ultimi 50 anni ha avuto il suo “boom” economico, ha pagato i debiti pregressi, è passato da 27 a 50 milioni di abitanti ed è diventato una delle “tigri asiatiche”, con un reddito medio pro-capite di circa 20.000 dollari (la Corea del nord, 555 dollari!). Com’è possibile? La Corea del sud ha conquistato da circa trent’anni la libertà politica ed economica e i suoi governi hanno privilegiato la scuola e il libero mercato: nel 1960 aveva il 45% di analfabeti, oggi solo il 2 per cento! Libertà politica ed economica e istruzione sono le due priorità che permettono ad un paese povero di crescere nel cammino verso lo sviluppo. Nella Corea del Sud la scuola è obbligatoria per tutti dai 6 ai 14 anni e ci vanno.
Il Kenya, indipendente dal 1963, aveva il 40% di analfabeti e un reddito medio pro capite di 200 dollari. Oggi ha il 15% di analfabeti e un reddito di 481 dollari pro capite. Non si è sviluppato a causa di lotte e guerre intestine, l’instabilità politica, la corruzione dilagante che assorbe gran parte degli aiuti dall’estero, la miseria delle sue scuole, le divisioni e lotte tribali, ecc.

Piero Gheddo

Il Concilio Vaticano II (1962-1965) dono di Dio

Ci sono amici che leggono i Blog e poi mi scrivono una Mail al mio indirizzo: gheddo.piero@pime.org. Da Torino Claudio Dalla Costa: “Caro padre Piero, leggo sempre con piacere i suoi Blog e in modo particolare ciò che scrive su padre Clemente Vismara, una figura davvero stupenda. Lei dovrebbe scrivere un articolo sull’importanza del Concilio Vaticano II e sui suoi cambiamenti benefici rispetto a tante realtà preconciliari. Troppe persone con una visione integralista della fede cercano di mettere in cattiva luce questo Concilio, andando contro il Magistero degli ultimi cinque Papi. E’ un periodo di grande confusione nella Chiesa e lo scontro tra progressisti e conservatori rischia di mettere in secondo piano l’importanza di un evento che ha segnato la storia della Chiesa contemporanea. Grazie e cordiali saluti”.

Ho vissuto il Vaticano II a Roma come redattore dell’Osservatore Romano per il Concilio e corrispondente del quotidiano “L’Italia” (oggi “Avvenire”) ed ero anche “perito” per il Decreto sulle missioni (Ad Gentes), nominato da Giovanni XXIII nel  febbraio1962! Difficile, caro Claudio, in una o due paginette fare un discorso esauriente. Il Concilio era, per noi giovani preti (sono sacerdote dal 1953), il tempo dell’entusiasmo per la fede e la missione universale. La Chiesa stava ringiovanendo, i 1800 vescovi da ogni parte del mondo davano un’immagine viva della varietà e vivacità del gregge di Cristo, le discussioni e i testi dei decreti (il primo quello sulla Liturgia) manifestavano la tendenza ad orientare tutta la vita cristiana all’adempimento del mandato di Cristo: ”Andate in tutto il mondo, annunziate il Vangelo ad ogni creatura”.

Al termine della prima sessione del Concilio (ottobre-dicembre 1962) scrivevo su “Le Missioni Cattoliche” (oggi “Mondo e Missione”) che continuavo a dirigere: “Il Concilio ha già manifestato chiaramente quali sono le sue finalità, le mete a cui tutti i lavori tendono: il rinnovamento pastorale per la ricristianizzazione del mondo cristiano, il riavvicinamento ai Fratelli separati in vista dell’Unione e una chiara apertura data a tutti i problemi, per estendere il Regno di Cristo a tutti i popoli e le nazioni della terra” (Le M.C., gennaio 1963, pag. 5).

Altri aspetti del Concilio mi confermavano nella lettura ottimistica del cammino che la Chiesa stava compiendo, almeno dal mio punto di vista di membro del Pime, istituto missionario ad gentes:

–         La “scoperta” del dialogo con le religioni, non più nemiche di Cristo, ma preparazione a Cristo.

–         La conferma dell’intuizione di Pio XII con la “Fidei Donum” (1957): tutta la Chiesa è missionaria e corresponsabile della missione alle genti (diocesi, parrocchie, istituti religiosi, associazioni laicali, ecc.).

–         La promozione del clero indigeno e la missionarietà delle Chiese locali delle missioni, che hanno ancora bisogno dei missionari, ma sono a loro volta protagoniste della missione alle genti.

–         La “diversità nell’unità” che caratterizza la crescita delle giovani Chiese (n. 22 dell’Ad gentes), cioè la “inculturazione della fede” nelle varie culture e storie religiose dei popoli:“La vita cristiana sarà commisurata al genio e all’indole di ciascuna civiltà”.

–         L’esaltazione della “vocazione speciale missionaria” specifica ad gentes (nn. 23, 24) e altri aspetti del decreto.

Dopo il Concilio è iniziata la confusione delle voci, ma non a causa del Concilio, che è stato e rimane una meravigliosa epopea dello Spirito Santo, ma perché varie correnti di pensiero ne hanno distorto i testi e la volontà dei padri conciliari in una direzione o di ritorno al passato o di supposto “progressismo”. Ricordo bene che, dopo la fine del Concilio, quando ancora non era iniziata la sua applicazione, c’era già chi si augurava un Vaticano III per la riforma della Chiesa e chi scriveva che “ci vorranno cinquant’anni per rimediare ai danni del Vaticano II”.

Non giudichiamo le singole persone, ma bisogna dire i Papi del post Concilio hanno spesso e fortemente sostenuto che la Chiesa, per evangelizzare, dev’essere unita nell’applicare quelle norme. Tre conclusioni:

1)    I “conservatori” che sognano un ritorno al passato dimostrano di non aver fiducia nello Spirito Santo e nella divinità e santità della Chiesa; non degli uomini di Chiesa che siamo tutti noi, peccatori, me dell’istituzione Chiesa che viene da Dio e gode dell’assistenza dello Spirito Santo. E’ così bello fidarsi di Dio! E non capiscono che la Chiesa è istituzione incarnata nella storia, che segue la storia e si adatta al mutare dei tempi, non può rimanere ferma o tornare indietro. La Chiesa cammina con i tempi perché oggi deve accogliere gli uomini del nostro tempo, non di secoli addietro.

2)    I supposti “progressisti” non capiscono che la Chiesa evolve secondo i tempi rimanendo  unita. Il criterio che ci mantiene uniti è l’obbedienza alla Chiesa, guidata dal Papa e dai vescovi uniti a Pietro, con l’assistenza dello Spirito Santo. C’è chi dice che segue la sua coscienza. D’accordo, ma la coscienza illuminata dalla fede, altrimenti siamo alla frammentazione estrema delle Chiese e sette che vengono dalla Riforma: “Solo lo Bibbia e la propria coscienza” porta a questo.

3)    La riforma della Chiesa la fanno soprattutto i santi. Quanto più ci avviciniamo, noi uomini peccatori, al modello di Cristo e tanto più diamo un contributo notevole alla riforma della Chiesa, che “semper reformanda est”, ma secondo l’opera dello Spirito Santo, non secondo i nostri gusti.

Piero Gheddo

Auguri di Buon Compleanno a Benedetto XVI

Il 16 aprile prossimo Benedetto XVI compie gli 85 anni. Famiglia Cristiana mi ha chiesto di fargli gli auguri, che riporto anche qui per i lettori del Blog.

Padre Santo, le faccio volentieri gli auguri per i suoi 85 anni, unendoli alla mia preghiera quotidiana per lei. Le auguro di continuare a lungo nel guidare il nostro gregge di noi, pecorelle del Buon Pastore. La sua guida ferma, chiara e sicura, ci è di conforto, lei con la sua parola e gli scritti si fa capire da tutti e oggi questo è fondamentale. Grazie per le sue iniziative del 2012, l’Anno della Fede e il Sinodo episcopale sulla “Nuova evangelizzazione”: possano, con l’aiuto di Dio, riportare i popoli cristiani a Cristo.
Santità, la mia piccola esperienza di 59 anni di sacerdozio mi ha convinto che nel popolo italiano la fede c’è ed è un buon punto di partenza. Però la società secolarizzata in cui viviamo riduce la fede ad un affare privato, intimo, di cui è bene non parlare. La fede c’è ma spesso conta poco o nulla nella vita: non si prega più assieme in famiglia, non si parla più della fede, della preghiera, si tende a togliere dalla vista ogni segno religioso. Nel 1973, durante la “Rivoluzione culturale” di Mao,  sono andato la prima volta in  Cina. In ogni città chiedevamo alle guide di poter visitare e pregare in una chiesa aperta. Il ritornello di risposta era sempre lo stesso: “La Cina ha imparato a fare a meno di Dio”. Lo Spirito Santo continuava, anche in quei tempi di persecuzione, a lavorare di nascosto nelle anime (e lo si è visto dopo il 9 settembre 1976 quando Mao è morto), ma esternamente la Cina appariva come un immenso regno umano, irreggimentato come un carcere e senza nessun segno religioso. Santità, auguro a lei ed a noi tutti che siamo la Chiesa, che la nostra Europa cristiana non finisca in questa deriva estrema, diseducativa per tutti.
Santità, lei che ha un rapporto diretto con la Trinità e soprattutto con Cristo di cui è Vicario in terra (cioè fino agli estremi confini della terra), mi lasci esprimere ancora un augurio. Come missionario, da più di mezzo secolo viaggio molto in continenti e paesi non cristiani. Quanti miliardi di uomini non conoscono ancora il nome di Cristo! Per noi missionari questa è una sofferenza e credo dovrebbe essere di stimolo a tutti i credenti per ricuperare la fede in Cristo nella propria vita e prendere coscienza che ogni battezzato è missionario. Il dono della fede Dio ce lo dà perché lo conserviamo in noi e per quanto possiamo lo testimoniamo e trasmettiamo agli altri. Invece, la crisi di fede del nostro popolo restringe gli orizzonti dei fedeli.  Perchè portare Cristo ai non cristiani quando lo stiamo perdendo qui da noi? Se gli Apostoli avessero ragionato in questo modo, i loro discendenti sarebbero ancora là in Palestina a discutere e bisticciare con scribi e farisei. La Chiesa è universale perché  missionaria. Auguro a lei di riuscire, con l’aiuto di Dio e la collaborazione di tutti noi, a ridare slancio missionario al Popolo di Dio, perché tutti i popoli hanno bis5ogno di Cristo, in quanto senza di lui non c’è vero umanesimo.

Piero Gheddo
Missionario del Pime, Milano

Auguri di risorgere con Cristo

Fra pochi giorni è Pasqua, la festa della nostra fede, il giorno centrale, fondamentale della nostra fede. Noi siamo cristiani, discepoli di Cristo perché Lui è risorto dalla morte. “Se Cristo non fosse risorto”, dice san San Paolo, “vana sarebbe la nostra fede”.  Cosa vuol dire essere cristiano? Credere nella morte e risurrezione  di Gesù il Cristo, che cambia la storia dell’umanità e di ogni uomo e cambia, deve cambiare anche la nostra piccola vita.
Tre livelli di comprensione della Pasqua:

1)  Il livello fenomenologico. La Risurrezione di Cristo è un fatto storico, documentato da molti testimoni. Nessuno è stato testimone oculare della Risurrezione, ma la Risurrezione di Cristo è un avvenimento storico nel senso che è realmente avvenuta nella storia ed è stata testimoniata da molti: il sepolcro vuoto, Gesù risorto che è stato visto e toccato dalle pie donne e dai discepoli: inoltre la storia del cristianesimo e della Chiesa dimostrano che alla radice c’è uno straordinario fatto storico: il Figlio di Dio si è fatto uomo per salvarci dalla morte e da peccato. La Risurrezione non è un mito, una bella favola, ma un fatto che storicamente non si può negare. Altrimenti dovremmo negare l’esistenza di Giulio Cesare e di Buddha, di Maometto e di tanti altri personaggi storici, dei quali rimangono meno testimonianze e documenti che non per Cristo.

2) Il livello della fede. La Risurrezione è anche un fatto misterioso, umanamente inspiegabile. E’ un “mistero della Fede” e richiede la Fede, dono di Dio, per essere compreso e creduto. Oggi noi adoriamo il Signore Risorto e chiediamo a Dio di aumentare la nostra fede in Lui, unico Salvatore dell’uomo e del mondo. L’esempio classico è quello dell’apostolo San Tommaso, che non era presente quando Gesù apparve agli altri apostoli, quindi non credeva che fosse risorto. Ma quando può vedere Gesù e toccare le piaghe delle sue mani e del suo costato, allora  crede che è veramente risorto e dal fatto storico avvenuto passa subito alla fede in Cristo Figlio di Dio: “Mio Signore e mio Dio!”.
Il servo di Dio Marcello Candia ripeteva spesso: “Signore, aumenta la mia fede”. Io gli dicevo che di fede ne aveva tanta, ma  lui rispondeva: “Ricordati Piero, che la fede non basta mai!”. Oggi il mondo moderno secolarizzato, ci porta a “vivere come se Dio non esistesse”. Ma Dio esiste e vive, è risorto per salvarci dal peccato e dalla  morte e cambia la nostra vita.
Quanti vivono senza sapere perché vivono. La loro vita è tutta e solo materiale senza una luce dall’alto che la illumini, senza una missione da compiere, senza una meta da raggiungere! Il pessimismo esistenziale così diffuso oggi tra gli italiani, battezzati al 96%, è diseducativo per i giovani e viene proprio da questo: Cristo risorto, che è segno di speranza e invito a risorgere con Lui non dice più nulla. La fede che forse ancora c’è, non cambia più la vita.
3)  Il terzo livello di comprensione della Pasqua è quello dell’amore e dell’identificazione con Cristo. Non basta credere intellettualmente. Cosa vuol dire credere in Cristo risorto? Vuol dire vivere la vita di Cristo, conoscere e amare Cristo, mettersi seriamente e con gioia sul cammino dell’imitazione di Cristo, per poter sempre più testimoniarlo con la nostra vita. Il dono della fede che ho ricevuto, non mi è dato solo per me, perché lo viva e possa aspirare alla vita eterna con Lui; ma mi è dato per essere luce del mondo, sale per gli uomini, lievito per la società umana.
La Pasqua dà senso alla nostra vita, indica una meta per la nostra esistenza: se Gesù è risorto dalla morte, anch’io risorgerò con Lui. Questa è l’unica e vera novità del cristianesimo. Le altre cose, più o meno, le dicono anche le altre religioni, gli altri profeti e gli altri testi sacri, ma la risurrezione dalla morte per vivere la vita eterna con Dio è una verità che solo Cristo ha rivelato e promesso anche a noi.
Però, com’è difficile questo livello della fede in Cristo risorto, ma com’è consolante e rende autentica e felice la nostra piccola vita. Gesù è risorto affinchè anche noi risorgiamo dalla morte: questa è la speranza cristiana.
E’ difficile perché dobbiamo vivere la vita di Cristo, innamorarci di Cristo, imitare Cristo eliminando il peccato dalla nostra vita, correggendoci dei nostri difetti e cattive abitudini. E’ un cammino che dura tutta la vita e ci mantiene giovani di spirito e di dà l’entusiasmo di vivere in Cristo e con Cristo, facendo del bene.

Ultima riflessione. Un’espressione popolare significativa è questa: si dice “Sono contento come una Pasqua” quando si è commossi per una grande gioia. Cristo risorto è fonte di gioia e di speranza, ci dà uno sguardo ottimistico sulla nostra vita e sul mondo in cui viviamo, cioè ci fa vedere la realtà che ci circonda con gli occhi di Dio. Non più con i nostri occhi, ma con gli occhi di Dio.
Il beato Clemente Vismara, missionario in Birmania per 65 anni, ha condotto una vita quanto mai faticosa e penosa, tra poveri e lebbrosi, carestie e pestilenze, guerriglie e dittatura; ha patito la fame e la sete, si è adattato a cibi ripugnanti, per i primi otto anni di missione dormiva in un capannone di fango e paglia e quando pioveva apriva l’ombrello perché non gli piovesse addosso.
Eppure la gente chiamava Clemente Vismara: “Il prete che sorride sempre”, era sempre contento.  In una lettera scrive: “Noi qui si vive la vita dei poverelli di Cristo, ma si prova contento ed allegria da paradiso e la preoccupazione del domani è relativamente leggera, giacché l’opera non è nostra ed il Signore che ha voluto mandarci qui”. In altra lettera scrive: “L’allegria e la pace non ci sono mai mancati, anzi abbiamo la pretesa di voler sempre vivere da missionari allegri che godono nel sacrificio e nel nascondimento, pregustando già in terra il futuro premio che sarà dato a chi ha abbandonato il padre e la madre nel nome del Signore”.
Il suo nipote Guido, figlio di Stella Vismara in Oberti, gli scrive che il mondo è brutto e lui risponde: “Benchè io viva in un mondo pagano, cioè più brutto di quello in cui vivi tu, ti dico che il mondo è bello e la vita è più bella ancora. Altrimenti a cosa serve la fede?”.

Piero Gheddo

Il Beato Clemente: “Venite ragazzi ad aiutarmi!

Parlando con un giovane “animatore vocazionale” milanese mi dice che oggi tutti lamentano la mancanza di preti e di suore, ma pochi si rivolgono direttamente ai giovani proponendo di consacrare la loro vita a Dio. Alla domenica V° di Quaresima nella parrocchia e oratorio di Cornate d’Adda (provincia di Monza-Brianza, diocesi di Milano, ma rito romano) si celebrava il “Vismara Day”,  con varie attività “missionarie” in oratorio al pomeriggio. Al mattino ho celebrato la Messa dei ragazzi leggendo il Vangelo di Giovanni (12, 20-33) dove Gesù dice: “Se il chicco di frumento caduto in terra  non muore, rimane solo: se muore produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserva per la vita eterna. Chi mi serve mi segua…”.

Ho raccontato in breve la vita del Beato Clemente Vismara: ha seguito Gesù di cui era innamorato, è diventato sacerdote del Pime e mandato in Birmania (Myanmar) fra le tribù Akhà, Lahu e Shan. In 65 anni di missione si è innamorato anche di questo popolo, che viveva ancora in epoca preistorica; ha seguito Gesù sulla via del Calvario: ha patito la fame e la sete, si è adattato a cibi ripugnanti, per i primi otto anni di missione dormiva in un capannone di fango e paglia e quando pioveva apriva l’ombrello perché non gli piovesse addosso. A poco a poco, fidando nella Provvidenza (pregava molto!) e donandosi totalmente al suo popolo, nella diocesi di Kengtung ha fondato cinque parrocchie (o missioni): Monglin, Mong Phyak, Kenglap, Mong Ping, Tongtà, ai confini con Cina, Laos e Thailandia.

In ciascuna di queste parrocchie ha lasciato qualche migliaio di cristiani e le strutture murarie necessarie, all’inizio portando dai villaggi in missione i bambini orfani e quelli denutriti, ammalati, handicappati, gemelli rifiutati dalla gente. Li educava umanamente e cristianamente con l’aiuto delle suore di Maria Bambina, che hanno fatto scuole, dispensari medici, ospedali, la promozione delle donne in tribù dove la donna non contava nulla. Ho parlato di suor Battistina Sironi di Trezzo d’Adda (vicino a Cornate), che ha vissuto 33 anni vicino a padre Clemente e dopo la sua morte mi diceva che la missione manteneva più di 300 persone,tra bambini, poveri e vedove cacciate dai villaggi. Il vescovo e i confratelli dicevano a Clemente di non prendere più poveri e bambini perché in certi mesi di carestia non si trovava il riso. Lui rispondeva: “I bambini e i poveri non sono miei, ma di Dio. Ci pensa lui a mantenerli”. Scriveva molte lettere e articoli per cercare aiuti, ma non contava mai i soldi che aveva e non faceva preventivi né bilanci consuntivi. Diceva: “Se contiamo i soldi vuol dire che ci siamo attaccati e non ci fidiamo della Provvidenza”.

La vita di Clemente è un’avventura affascinante, in un territorio della Birmania tormentato dalla dittatura militare e dalle guerriglie tribali, dal brigantaggio e dal commercio dell’oppio, da carestie, pestilenze e mancanza di assistenza sanitaria. E poi, l’isolamento dal resto del mondo (riceveva e spediva la posta una volta al mese) e in certi periodi, la persecuzione.

La Chiesa ha beatificato padre Vismara il 26 giugno 2011 in Piazza Duomo a Milano, per proporlo come missionario modello, che ha dato la vita a Gesù e al suo popolo. Il Beato Clemente era sempre contento e sorridente, non si lamentava mai. Diceva che Dio dà a ciascuno la sua croce e bisogna portarla con pazienza e con gioia. Aveva però un cruccio, un dispiacere che spesso manifestava nelle sue lettere. E’ morto nel 1988 a 91 anni e diventando vecchio leggeva che in Italia diminuivano le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata e si chiedeva: “Quando morirò,  chi verrà a prendere il mio posto? “.

In una lettera ai giovani e alle ragazze scriveva: “Ragazzi, venite ad aiutarmi. Io vi attendo a braccia aperte: venite, andremo per il mondo a rendere felici gli infelici. Raccoglieremo tutti senza chiedere il nome, senza chiedere la fede, non chiederemo nulla: a noi basta lenire il dolore, fugare la miseria, donare la speranza e la vita”.

Cari ragazzi che mi ascoltate, questa è la domanda che Clemente oggi fa a voi tutti e alle vostre famiglie. Cornate ha già dato diversi preti e suore alla Chiesa e alla missione. In questa Messa abbiamo letto la parola di Gesù: “Chi mi ama mi segue”. Voi che avete ancora la vita da spendere, quando pregate mettetevi davanti a Gesù e ditegli: “Signore, cosa vuoi che io faccia da grande? Io sono pronto, se mi chiami a seguirti nella vita sacerdotale, religiosa e missionaria, io sono pronto a dare la mia vita per te”.

E  voi,  cari genitori cristiani, cari nonni e nonne, se Dio chiama un vostro figlio o una vostra figlia, un nipote o nipotina, non pensate che vi chiede un sacrificio, perché vi fa una grande grazia. Il prete, il fratello e la suora sono la benedizione di una famiglia. Educate i vostri figli e figlie ad una vita di fede e parlategli anche di questa ipotesi, che il Signore Gesù li chiami con sé, per testimoniare e annunziare ai popoli l’amore di Dio per tutti. Ricordatevi: Dio non si lascia mai vincere in generosità.

Piero Gheddo

L’esperienza di un missionario indiano in Amazzonia

Ormai è provato. Dall’Asia e dall’Africa verranno i missionari per ricondurci alla fede in Cristo o, in alternativa, per convertirci ad Allah e al Corano. Un esempio su tanti altri. Nell’Amazzonia brasiliana sono presenti cinque missionari indiani del Pime, sette in Brasile. Ecco cosa dice padre Nallamelli Prakasa Rao, 43 anni, in Brasile dal 2001 e parroco a Mazagào dal 2006. Nato nel 1969 ad Annadevarapeta (Andhra Pradesh), da una famiglia cattolica fuori casta, è entrato nell’Istituto dopo essersi laureato in scienze politiche. Gli chiedo anzitutto cosa dicono i suoi genitori che lui è missionario nel lontano Brasile.

“Mamma e papà preferivano che io diventassi sacerdote in India, ma mi hanno lasciato andare dove Dio mi chiamava. Papà è morto, ma la mamma mi dice sempre: “Noi abbiamo ricevuto la fede dai missionari italiani, adesso vai ad aiutarli a portare Gesù a chi ancora non lo conosce”. La mia famiglia e il mio villaggio sono fieri di aver dato un missionario alla Chiesa”

Il Vangelo è stato portato nell’Amapà dai portoghesi nel 1700 (l’antica cattedrale di Macapà è del 1761). La parrocchia di padre Nallamelli è nella diocesi di Macapà  (estesa metà Italia), fondata dai missionari del Pime a nord dell’estuario del Rio delle Amazzoni. Il territorio della parrocchia è vastissimo, tutto fiumi e foreste, con circa 17.000 abitanti, 10.000 dei quali nella cittadina di Mazagào, gli altri dispersi in una settantina di piccole comunità lungo i fiumi. La parrocchia è stata iniziata dai missionari tedeschi fra le due guerre mondiali, nel 1948 sono venuti i missionari del Pime, che hanno messo il parroco.

–  In città, dice padre Prakasa, abbiamo la chiesa matrice e poi cinque cappelle in quartieri periferici. Ho con me padre Arcangelo Vanin che si interessa della catechesi e dell’apostolato soprattutto in città. Il 90% dei miei parrocchiani sono battezzati e sentono fortemente l’appartenenza alla Chiesa cattolica, ma diversi vanno anche nelle sette che ormai invadono tutto il Brasile. In città la partecipazione alla Messa domenicale è di circa il 13-15%, nell’interno quando viene il prete vengono tutti. Nell’interno c’è ancora una vita religiosa tradizionale, nella città c’è più secolarizzazione e poi prevalgono le mode moderne anche in Amazzonia.

–    Cosa vuoi dire con “mode moderne”?

–    Voglio dire che radio e televisione, cinema, cellulare, computer, internet, discoteche, collegano con tutto il mondo, c’è il rischio di vivere una vita virtuale. La secolarizzazione rende le persone e le famiglie come in Italia. Sono cattolici, ma la fede viene dopo tante altre cose e la vita moderna non favorisce la vita cristiana. I battesimi in un anno sono 700-800, ma i matrimoni sono pochissimi, l’anno scorso ne ho fatti solo quattro. La moda occidentale di non sposarsi ma di convivere è arrivata anche qui nel profondo dell’Amazzonia! Il grande problema della parrocchia è che dopo la Cresima i ragazzi vanno via, non li vedi più. Se vengono cresimati 70 ragazzi, tornano in chiesa una decina.

– Nelle famiglie si prega assieme?

–    Le famiglie cattoliche hanno nella casa l’altarino domestico con i loro santi, e loro pregano, dicono il rosario e poi c’è la grande tradizione delle feste popolari religiose. Ad esempio l’8 dicembre abbiamo la festa dell’Immacolata, protettrice della città. Al mattino la processione e la Messa solenne; nel pomeriggio fanno la festa civile, con bevute, danze e altro.

– Ci sono ancora le comunità di base?

–    Sì, sono essenziali per mantenere la fede, la preghiera, gli incontri, ecc. Una volta l’anno a Macapà le comunità di base si riuniscono e fanno il programma annuale e in questo incontro spiegano bene cosa fare, come andare avanti. La grande maggioranza di queste comunità di base, nei villaggi dell’interno non hanno la Messa. Però tutte le domeniche si riuniscono per pregare e leggere la Parola di Dio. Tutte le comunità hanno la cappella di legno, alcune in muratura ma poche. Tutte le cappelle hanno la devozione molto grande a N.S. del Perpetuo Soccorso e fanno la novena. Il mio popolo ha la fede, ma la vive poco.

– Come visiti le comunità dell’interno?

–    In genere in barca, alcune in auto, almeno due volte l’anno. Sono 70 comunità molto disperse, faccio battesimi, prime comunioni, cresime, confesso, celebro Messe e facciamo anche processioni. Hanno preparato tutto e io dò i sacramenti. Le maggiori comunità hanno il catechista, ma quando ho preso la parrocchia nel 2005 parecchi di questi catechisti non sapevano nemmeno leggere. Adesso è molto meglio perché ci sono molte scuole e i giovani sanno tutti leggere e hanno una mentalità più moderna, più evoluta. Ho con me un diacono permanente molto bravo, che viene in tutti i viaggi. Lui cura la liturgia, i canti, le cerimonie, insegna il catechismo, mi aiuta molto. Poi abbiamo il pilota e motorista della barca.

–    Economicamente, come te la cavi?

–    La parrocchia è sempre stata in passivo. La gente è buona e vuol bene al prete, ma è troppo povera in quanto non ci sono attività che producono ricchezza. I padri italiani del Pime chiedevano aiuti agli amici dell’Italia. Io ho preso questa parrocchia ma la mia famiglia e il mio villaggio in India sono poveri, mi mandano qualcosa ma non possono di più. Le spese sono tante perché ogni mese vado con la barca a visitare le 70 comunità lungo i fiumi, che aiutano con il “dizimo”. Questo aiuto basta per comperare gasolio e pagare il motorista, ma tutto il resto rimane scoperto. Ogni mese noi spendiamo 6.000 reais che corrispondono a 2.500 Euro più o meno. Il passivo è di 2000-2500 reais, cioè 1500 Euro di spese vive, poi c’è tutto il resto.

– La diocesi non dà nulla alla parrocchia?

–    No, ho chiesto alla diocesi un aiuto, ma non possono darmi niente. Da due anni è venuto con me padre Arcangelo, che riceve aiuti, ma non bastano. Per esempio, nel gennaio di quest’anno abbiamo chiesto il preventivo per aggiustare la nostra barca a motore che è vecchia e serve per visitare le comunità. Il preventivo è di 17.000 reais (circa 8.000 Euro) perché bisogna cambiare diversi pezzi del motore. Ma questi soldi non li abbiamo, ogni volta che vado in giro rischio di rimanere fermo per guasti al motore.

– Tu hai delle suore che aiutano?

–    Avevamo tre suore, ma da cinque anni sono andate via perché il vescovo non può più pagare il salario.

–     Tu vieni dall’India e conosci bene i cattolici indiani. Fammi un confronto fra cattolici indiani e brasiliani della tua parrocchia.

–    La comunità indiana non è molto vivace, in Brasile trovo comunità più vivaci, ad esempio, funzioni in cui si canta e si battono le mani, più allegre. Il carattere indiano diverso. Per il brasiliano la fede è una festa, una gioia, per l’indiano, che vive in un paese pagano, è soprattutto un impegno di fedeltà e di buon esempio. Sì, i cattolici indiani sono molto forti nella fede e profondi, meditano spesso la Parola di Dio, sono attaccati alla preghiera, al prete, alla Chiesa. I brasiliani sono più superficiali nella fede, è una tradizione radicata, ma come fede passano facilmente alle sette. I brasiliani hanno una fede emozionale, sono più espansivi, quando cantano i cantici carismatici loro piangono, invece gli indiani sono più convinti, più profondi.

– Però la società cattolica brasiliana è più vicina al cristianesimo della società indiana?

– Senza dubbio, il Brasile è un paese cattolico, l’India no e questo si vede e si sente ovunque.

–    Sei contento della tua parrocchia?

–    Sì, sono molto contento, ringrazio il Signore e spero con l’aiuto di Dio di poter andare avanti. La gente mi vuol bene. Ho imparato che bisogna andare piano, adagio, loro hanno bisogno di tempo per venire, per rispondere. Ma mi vogliono bene. Sono contento di fare questo lavoro, che è abbastanza duro, ma mi dà soddisfazione. Il lavoro è duro soprattutto quando vado 10-15 giorni nell’interno a visitare le comunità, si viaggia e si vive sulla barca, mangiare e dormire a volte sulla barca, poi le zanzare, il clima, i pericoli di viaggi nell’interno sono tanti.

– Raccontami qualche episodio.

–    Una volta sono andato a  trovare una signora ammalata, povera povera, che a volte non hanno da mangiare. L’ho confessata e lei è rimasta molto contenta. Prima di andare via mi dice: “Padre io non ho niente da darti, ma ho una gallina che mi fa le uova”. E mi ha dato cinque uova. Questo mi ha toccato il cuore, ho capito che quella donna era veramente contenta. Il prete che si impegna davvero è sempre contento.

Piero Gheddo