Buona Pasqua nella gioia del Cristo risorto!

 

    Cari amici, buona Pasqua! La Risurrezione di Cristo è la garanzia della nostra immortalità. Io ho coscienza di essere debole, mi ammalo, invecchio, sono pieno di malanni e di sofferenze. Nella vita, in un modo o nell’altro, abbiamo tutti le nostre croci. Ma so che prima o poi il mio Angelo custode mi dirà: “Piero, adesso saluta tutti, perché è venuta la tua ora. Oggi stesso ti porto in Paradiso!”. E immagino quando il mio “Big Peter” (il grande Pietro perché io sono quello piccolo) mi porterà in volo verso il Cielo e mi ritrovo improvvisamente nell’altra vita, la vera vita che non tramonta più: rivedo i miei genitori, i fratelli, i parenti, gli amici, tantissime persone care che mi stavano aspettando e conosco di persona la cara Mamma del Cielo, la Vergine Maria!

     Che feste, ragazzi! E poi vedo faccia a faccia il “Padre nostro che sta nei cieli”: una visione che non riesco nemmeno ad immaginare; ma so che Dio mi vuole bene, mi ha dato tanti doni, mi aiuta, mi coccola, mi protegge, mi perdona. L’ho pregato tante volte, certamente mi darà il passaporto per la vita eterna!

     Ecco, la Pasqua è tutto questo. Gesù è risorto per darmi la certezza che anch’io risorgerò e avrò un posto nel suo Regno di pace, di gioia, di fraternità e di amore…. Che grande cosa la fede, care sorelle e cari fratelli! “Questo è il giorno che ha fatto il Signore. Venite, esultiamo, siamo felici perché Gesù è risorto!”. Nella Pasqua siamo tutti chiamati a ritrovare l’entusiasmo della fede. Prima di celebrare la S. Messa dico sempre: “Signore Gesù, riaccendi in me l’entusiasmo della mia Prima Messa, quando piangevo di gioia perché avevo raggiunto l’ideale della mia giovinezza”. Oggi chiediamo la gioia e l’entusiasmo della fede. Tutti abbiamo la fede, che però può essere una fiammella di candela che si spegne ad ogni soffiar di vento e lascia al buio o come il sole che splende a mezzogiorno, che illumina, riscalda, dà senso alla vita e gioia di vivere.

     La Pasqua è la fonte della nostra gioia. Anche se abbiamo mille problemi e sofferenze, la fede ci dà serenità e gioia, quella autentica che viene da Dio. Nel 1976, sono andato in Ciad a visitare le missioni nel sud del paese e un giovane Cappuccino canadese (diocesi di Moundou) in due giorni mi ha fatto visitare la sua missione fra un popolo poverissimo, analfabeta, in villaggi di fango e di paglia, senza alcun segno di progresso moderno. Alla fine l’ho ringraziato e gli ho detto: “Caro padre Giovanni, sei proprio capitato male. Non ho mai visto un popolo a così basso livello di vita come il tuo”. Lui mi guarda e mi dice: “Ma cosa dici? Questo popolo ti sembra miserabile, invece, a viverci assieme, scopri che ha grandi valori umani, forse più di noi che siamo ricchi e istruiti. Gli voglio bene davvero e non sogno altro che rimanere qui fin che campo”. Ho pensato: “Questo ci crede davvero! La sua fede lo rende felice in una situazione umana delle più misere e quasi disumane”.

     Ecco, quando ho lo tentazione di scoraggiarmi, penso a padre Giovanni e prego il Signore di dare anche me, che vivo in situazioni umane molto migliori, la sua fede e la sua gioia. Questo è il mio augurio: amici, siate felici della gioia che solo Dio può dare. 

                                                               Piero Gheddo, PIME

 

Cosa ci dicono i martiri cristiani

 

 

    Nell’ultimo mese diverse parrocchie hanno esposto la mostra “Beati i perseguitati  per causa mia – 12 storie di martiri del nostro tempo” realizzata dal Centro missionario Pime di Milano. Il tema è di stretta attualità. Quasi ogni giorno le cronache portano alla ribalta casi di martiri cristiani che succedono in paesi islamici (Iraq, Egitto, Pakistan, Sudan, Turchia), comunisti (Cina, Vietnam, Laos) o altri come India e Birmania. Ho tenuto diverse conferenze in parrocchie della Lombardia raccontando alcuni fatti di martirio di cui sono stato testimone, per dare un’immagine concreta del fatto che dare la vita per Cristo è una realtà molto attuale nel mondo in cui viviamo. Poi ho risposto alla domanda “Perchè il martirio?” in tre parti:

 

      Primo – Motivo teologico. Gesù è stato il primo martire della sua missione di rivelare il Volto e la Parola di Dio: “Sono venuto a dare testimonianza alla verità” (Giov. 18, 37). Ed ha preannunziato la stessa prova per la sua Chiesa: “Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Giov. 15, 20);  “Beati voi quando vi perseguiteranno a causa del mio nome” (Mat. 5, 11; Luc. 6, 22). Persecuzione e martirio non sono quindi una sventura, un fatto negativo, ma una grazia, un dono di Dio alla Chiesa e all’umanità, che suscita nuovi cristiani. Se la Chiesa non avesse più martiri e persecuzioni dovremmo chiederci: è ancora la Chiesa di Cristo?

  

     Secondo – Motivo politico-sociale. I cristiani e la  Chiesa, vivendo secondo il Vangelo,  danno fastidio perché Gesù è l’unico vero rivoluzionario nella storia dell’umanità: ha portato la rivoluzione dell’amore. Il punto di riferimento della storia umana è Gesù Cristo, i secoli e i millenni si calcolano in questa prospettiva: prima e dopo Cristo, proprio perché l’insegnamento di Gesù, con il Vangelo e la sua vita, va contro corrente rispetto alle credenze e ai modi di agire del mondo. Verità e valori cristiani non sono presenti in altre religioni e culture: il Dio personale che è amore; la dignità assoluta di ogni uomo “creato ad immagine di Dio”; l’uguaglianza fra tutti gli uomini e tra uomo e donna; il perdono delle offese, ecc. La “Carta dei diritti dell’uomo” dell’Onu (1948) viene da questi insegnamenti di Gesù Cristo. Tutti gli stati l’hanno firmata, ma poi il mondo, per l’egoismo umano, va in  un altro senso. Le comunità cristiane e la Chiesa sono perseguitati perché tentano di vivere secondo il Vangelo e danno ad ogni uomo, anche agli ultimi, la coscienza della propria dignità. Molti esempi dall’India, dai paesi islamici e comunisti, ecc.

 

     Terzo – Cosa ci dicono i martiri cristiani. Il cristiano che vive secondo il modello di Cristo va contro-corrente rispetto al mondo che tende a omologare tutte le persone e le famiglie: stesse mode, stessi costumi, stesse abitudini, stessi discorsi, stesse televisioni, ecc. Quante volte noi sacerdoti, confessando, sentiamo dire: “Ma padre, ormai fanno tutti così!”. Il cristiano non si lascia omologare, ciascuno di noi è chiamato al “lento martirio quotidiano della vita secondo il Vangelo”, che porta inevitabilmente a percorrere con Gesù la Via Crucis e la Passione.

      Siamo chiamati ad amare e imitare Gesù per testimoniare nel nostro tempo la verità della fede cristiana. Il 28 giugno 2010 Benedetto XVI ha fondato il “Pontificio Consiglio per la Nuova evangelizzazione”, per “riportare alla fede i popoli di antica cristianità”: cioè il popolo italiano, i popoli europei. La “nuova evangelizzazione” è affidata anzitutto e soprattutto ai laici. L’uomo moderno è stanco di discorsi e di documenti, vuol vedere nei cristiani, nelle famiglie e nei giovani cristiani, il Vangelo vissuto oggi, nelle nostre comuni situazioni di vita. Tutti siamo chiamati alla santità e ciascuno deve interrogarsi sulla sua fede: cosa conta per me Gesù Cristo? I  santi del nostro tempo evangelizzano. Esempio del servo di Dio Marcello Candia, morto anche lui martire della carità (1915-1983).  

                                                                                       Piero Gheddo

Morto a 91 anni parroco in Bangladesh

                          

     Il 18 marzo scorso è morto a Beneedwar padre Luigi Scuccato, missionario del Pime, nato nel 1920 e Dueville (Vicenza), ma cresciuto a Bizzozzero (Varese) dall’età di cinque anni, era stato ordinato sacerdote dal card. Schuster nel Duomo di Milano nel 1943 e partito per il Bengala nel 1948. Quest’anno compiva i 91 anni di età e 63 anni di missione in Bengala, che gli inglesi definivano “la tomba dell’uomo bianco”. In un paese dove i cattolici sono solo lo 0,4% dei 150 milioni di bengalesi (quasi tutti musulmani), padre Luigi era ancora parroco a Beneedwar, una parrocchia (o missione) che ha circa 4.000 battezzati dispersi in una quarantina di villaggi in un vasto territorio e diverse centinaia di catecumeni. Le cappelle sono poco più di trenta perché a volte il villaggio non è tutto cristiano ma ci sono solo alcune famiglie battezzate. Sei sono in muratura, le altre di fango e paglia. Una cappella in muratura con la stanza e i servizi per il padre costa 6.000 Euro. “La cappella in muratura attira molto – mi scriveva l’anno scorso padre Scuccato – ma le facciamo quando troviamo i soldi”.

     Il caro amico ha rinunziato tre volte alla sua parrocchia di Beneedwar ma il vescovo locale di Rajshahi gli ha detto: “Fin che stai bene vai avanti. Quando sarà il momento di ritirarti, te lo dirò io”. Scuccato obbediva nonostante l’età, gli acciacchi e la stanchezza. Visitandolo nel gennaio 2009 gli ho chiesto se era contento di essere ancora parroco. Rispondeva di sì, anche perché il vescovo gli aveva mandato un coadiutore locale giovane e molto bravo, che lo liberava dalle fatiche e dai viaggi più disagiati: “E’ giovane e va tenuto un po’ a freno, ma sono contento di lui”. Ma visitava ancora i villaggi, portato in jeep e poi a piedi.

 

     Quando giunse in Bengala nel 1948 non esisteva ancora la luce elettrica, che nella città e nella casa episcopale di Dinajpur venne portata solo nel 1958. Il Bengala è uno dei paesi più poveri del mondo e padre Luigi visse dal 1948 fino alla fine degli anni cinquanta in una “casa parrocchiale” di fango col tetto di paglia, dove pioveva dentro nei mesi dei monsoni. Visitava i villaggi cristiani o catecumeni a piedi o in bicicletta, poi in moto. In un suo scritto ricorda: “Nella mia vita in Bengala ho corso vari pericoli, girando nei villaggi dove non c’erano strade, ponti, mezzi di trasporto. Pericoli di leopardi, serpenti, ladri, fiumi da attraversare con la bicicletta in spalla e l’acqua alla cintola oppure su passerelle precarie di bambù”.

     Nel 2009 gli ho fatto una lunga intervista e mi diceva: “Noi lavoriamo fra i tribali che sono una piccola minoranza animista, fra i quali nasce la Chiesa. Un apostolato faticoso ma consolante perché si convertono e diventano anche cristiani fervorosi e fedeli. Le difficoltà maggiori sono di far capire il dovere di perdonare le offese, di ammettere l‘uguaglianza tra uomo e l’uomo e tra uomo e donna, il senso del gratuito, del volontariato e in genere dell’amore a tutto il prossimo, anche il più lontano”.  Mi diceva che in un paese islamico come il Bangladesh la Chiesa è libera e stimata, apprezzata perchè si prende cura dei tribali, che sono gli ultimi degli ultimi.

     Avendo visitato molte missioni in tutti i continenti, posso dire che una delle più difficili è il Bangladesh. Però in un suo articolo di una ventina di anni fa padre Scuccato scriveva: “Non so se sia il Bengala misterioso o se sono i missionari del Bengala che sono misteriosi,  fatto sta che tutti parliamo male del Bengala e tutti ne siamo innamorati. Si parla male del clima, delle strade, della gente di qui, si è tentati di perdere la pazienza con questi abitanti della giungla, rozzi e ottusi, eppure nessuno vorrebbe avere in cambio gente più evoluta e più intellettuale; ci si sente isolati nella vita civile, ma nessuno vorrebbe rinunziare alla sua giungla per andare a vivere in città; si sbuffa per il caldo, ma è bravo chi riesce a persuadere un missionario a cambiare clima. Insomma, si brontola perchè si ha ragione di brontolare, ma pure si è felici perché si hanno mille e una ragione per essere felici”.

     Nel luglio 2010 padre Luigi mi scriveva: “Nonostante i miei 90 anni già compiuti e il caldo infernale di questi giorni (siamo sui 40 e più gradi), grazie al buon Dio sto bene e tengo duro”. E’ rimasto fedele alla vocazione missionaria e il Signore l‘ha aiutato a compiere la sua missione.

      Negli ultimi mesi p. Luigi si era particolarmente indebolito, al punto da aver bisogno di una carrozzella per spostarsi. Dopo aver partecipato al ritiro comunitario dal 1 al 4 marzo nella casa del Pime a Dinajpur e aver avuto l’opportunità di incontrare i confratelli, p. Luigi si era fermato nella casa del PIME. Ma dopo qualche giorno, accompagnato dalla fedelissima suor Geltrude, che lo ha accudito come una madre durante tutto il periodo della malattia, ha deciso di tornare a Beneedwar per essere presente alla inaugurazione dell’ostello per ragazze, che aveva voluto con tutto sé stesso e che si sarebbe svolta lunedì 21 marzo. Il Signore però aveva un altro piano e lo ha chiamato a sè, rispondendo in questo modo alla sua preghiera di poter morire a Beneedwar, tra la sua gente, dove si trovava da vent’anni.  Venerdì 18 marzo alle ore 20.50 p. Luigi Scuccato, in modo discreto, come ha vissuto tutta la sua lunga vita missionaria, è stato portato dagli angeli in Paradiso.

 

          Il giorno dopo, sabato 19 marzo alle 15.30 è stato celebrato il funerale. Erano presenti, oltre a Mons. Gervas Rozario, vescovo di Rajshahi, anche Mons. Moses Costa, vescovo di Dinajpur, numerosi presbiteri di Rajshahi e di Dinajpur, missionari del PIME, suore e tantissimi fedeli provenienti da Beneedwar e dalle missioni dove p. Luigi ha lavorato, in particolare da Dhanjuri e Mariampur, dove è stato rispettivamente 13 e 17 anni. Come ha sottolineato Mons. Gervas nell’omelia, p. Luigi ha vissuto la sua vita presbiterale e missionaria in modo esemplare, predicando la Parola a tutti e facendosi carico soprattutto dei poveri: orfani e malati di ogni religione e razza. Il vescovo ha anche sottolineato la semplicità di vita di Luigi, il suo andare in bicicletta o a piedi per incontrare la gente. P. Luigi è stato sepolto a fianco della chiesa di Beneedwar vicino alla tomba di p. Luis Marandi. Sarà dunque facile per la gente di Beneedwar, accorsa letteralmente in massa dopo aver ricevuto la notizia della morte del loro caro pastore, ricordare p. Luigi e continuare a lasciarsi ispirare dal suo esempio di vita povera ed evangelica. E’ la “buona notizia” di uno dei tanti missionari italiani che danno la vita per Cristo e il loro popolo.  

                                                                 

                                                                                                               Piero Gheddo   

Il Beato Clemente Vismara, "Patriarca della Birmania"

        

 

     Cari amici lettori, la notizia la sapete già ma ve la ripeto con gioia. Sabato 2 aprile scorso, il Papa ha firmato il decreto sul miracolo che apre la via alla beatificazione di padre Clemente Vismara, missionario in Birmania per 65 anni, morto nel 1988 a 91 anni. Era l’una del pomeriggio e poco dopo la Sala Stampa Vaticana pubblicava la notizia. Ad Agrate Brianza, il paese natale di padre Clemente, il parroco don Mauro Radice ha fatto suonare le campane a festa per un quarto d’ora. La gente stava pranzando e hanno capito subito che quelle campane annunziavano la prossima beatificazione di Clemente, la cui statua è già nella piazza della chiesa! Si sono comunicati la notizia e hanno ringraziato il Signore.  

      La presidente degli “Amici di padre Clemente”, Rita Gervasoni, mi ha telefonato: “Sa cosa ho fatto quando suonavano quelle campane? Ho immaginato padre Clemente che nei verdi pascoli del Paradiso faceva un girotondo con i suoi orfani e poi mi è venuta in mente una sua lettera che diceva pressappoco così: “Ho nostalgia del campanile e delle campane del mio Agrate! Qui tuonano le bombe e sparano le mitraglie, ma ogni tanto, per consolarmi, immagino di sentire le cinque campane di Agrate suonare a festa”. Caro Clemente, non immaginava nemmeno che oggi suonano perché lui diventa Beato! Le dico la verità, mi sono commossa e mi sono subito inginocchiata per ringraziare il Signore di questa grande grazia che fa a tutta la Chiesa universale”.   

     Chi era Clemente Vismara e perché diventa Beato? Nato ad Agrate Brianza nel 1897, eroe della prima guerra passa tre anni in trincea come fante e termina la guerra come sergente maggiore con tre medaglie al valor militare. Capisce che “la vita ha valore solo e la si dona agli altri” (scriveva) e diventa sacerdoite e missionario del Pime nel 1923 e subito parte per la lontana Birmania dov’è destinato a Kengtung, territorio forestale e montuoso abitato da tribali e quasi inesplorato, ancora sotto il dominio di un re locale (saboà) patrocinato dagli inglesi. Parte con due confratelli dall’ultima città col governatore inglese, Toungoo, e arrivano a Kengtung in 14 giorni a cavallo. Tre mesi di sosta per imparare qualcosa delle lingue locali e poi il superiore della missione in sei giorni a cavallo lo porta alla sua ultima destinazione, Monglin ai confini tra Laos, Cina e Thailandia.

     Era  l’ottobre 1924 e in 32 anni (con un’altra guerra mondiale in mezzo, prigioniero dei giapponesi), fonda tre missioni da zero che oggi sono parrocchie: Monglin,  Mong Phyak e Kenglap. In una delle sue prime lettere scriveva ad Agrate: “Qui sono a 120 chilometri da Kengtung e se voglio vedere un altro cristiano debbo guardarmi allo specchio”. Ha con sè tre orfani che gli tengono compagnia, vivono in un capannone di fango e paglia, il suo apostolato è di girare i villaggi dei tribali a cavallo, piantare la sua tenda e farsi conoscere: porta medicine, strappa i denti che fanno male, si adatta a vivere con loro, al clima, ai pericoli, al cibo, mangiano topi e scimmie, riso e salsa piccante. E poi, fin dall’inizio porta a Monglin orfani o bambini abbandonati per educarli. In seguito fonda un orfanotrofio e viveva con 200- 250 orfani e orfane. Oggi è invocato “protettore dei bambini” e fa molte grazie che riguardano i piccoli.

     Una vita poverissima e Clemente scrive: “Qui è peggio che quando ero in trincea sull’Adamello e il Monte Maio, ma questa guerra l’ho voluta io e debbo combatterla fino in fondo con l’aiuto di Dio. Sono sempre nelle mani di Dio”. Giorgio Torelli ha scritto: “Qualunque storia sul cielo e sulla terra sappiano raccontarvi, date retta a uno che ha veduto e toccato con mano: grande come questa vicenda ce n’é poche o forse nessuna”.  

     A poco a poco nasce una cristianità, vengono le suore italiane di Maria Bambina ad aiutarlo, fonda scuole e cappelle, officine e risaie, canali d’irrigazione, insegna la falegnameria e la meccanica, costruisce case in muratura e porta nuove coltivazioni, il frumento, il baco da seta, la verdura (carote, cipolle, insalata – il padre mangia l’erba dicevano all’inizio), ecc. Soprattutto il Beato Clemente ha portato il Vangelo, ha fatto nascere la Chiesa in un angolo di mondo dove non ci sono turisti ma solo contrabbandieri d’oppio, stregoni e guerriglieri di varia estrazione, e poi i membri di tribù che, attraverso la scuola e l’assistenza sanitaria stanno elevandosi e oggi hanno medici e infermiere, falegnami e insegnanti, preti e suore e persino vescovi. Non pochi si chiamano Clemente e Clementina.

     Ma fin qui ho raccontato solo la prima parte della sua lunga militanza  clamorosa. Per conoscerla tutta vi rimando alla biografia “Prima del sole”, perchè Clemente, poeta e sognatore, si alzava prestissimo e saliva sulla vicina collina per veder nascere il sole. Scriveva: “Quando vedo nascere il sole, capisco che Dio non mi ha abbandonato”. E’ morto nel 1988 a 91 nella seconda cittadella cristiana costruita a Mongping, dopo 65 anni di vita missionaria, uno dei fondatori della diocesi di Kengtung in Birmania, che i vescovi birmani hanno proclamato “Patriarca della Birmania” nei suoi 60 anni  di Birmania (1983).

     Clemente rappresenta bene le virtù dei missionari nella storia della Chiesa e i valori da tramandare alle generzioni future. Nell’ultimo mezzo secolo la missione alle genti è cambiata radicalmente, sempre però continuando ad essere quello che Gesù vuole: “Andate in tutto il mondo, annunziate il Vangelo a tutte le creature”. Ma i metodi nuovi (responsabilità della Chiesa locale, inculturazione, dialogo interreligioso, ecc.) debbono essere vissuti nello spirito e nella continuità della Tradizione ecclesiale che risale addirittura agli Apostoli.

     Clemente è uno degli ultimi anelli di questa gloriosa Tradizione. Due aspetti importanti della sua vita, indispensabili anche oggi: la fiducia assoluta nella Provvidenza e l’amore totale al suo popolo. Apprezzava il denaro perchè serviva a realizzare la carità e la missione, ne chiedeva a parenti e amici. Ha fondato cinque parrocchie con tutte le strutture necessarie, manteneva 200-250 orfani e orfane, molti poveri e .lebbrosi, dieci o più vedove senza casa né cibo. Ma non era mai preoccupato del futuro: si fidava della Provvidenza. Il 9 maggio 1962 scriveva al nipote Innocente Vismara: “La spesa totale in un anno si aggira sui quattro milioni di lire. Non tengo conti perchè ho timore che poi Dio se l’abbia a male: vado avanti ad occhi chiusi, è meglio”. Suor Battistina Sironi che è stata con Clemente negli ultimi trent’anni della sua vita a Mongping, nel febbraio 1993 a Kengtung mi diceva: “Padre Clemente non teneva nessun tipo di contabilità. Riceveva aiuti dagli amici in Italia e in America perchè scriveva molto e spendeva quel che riceveva. La borsa era vuota, ma il giorno dopo era piena. Non ha mai fatto conti né preventivi né bilanci di spesa. Quando aveva bisogno di soldi, frugava nella borsa e misteriosamente ce n’era sempre”.

   Il 21 settembre 1978 scriveva ad un amico italiano: “Non te la scaldare tanto per i soldi. Se me li mandano, bene, se non li mandano non me ne importa. La Provvidenza c’è e la devo ringraziare… Più si dona e più si riceve, niente paura”. Ad un altro amico il 18 febbraio 1964: “Il denaro è come la paglia: vola via. Io poi sono sempre impegnato in costruzioni e sono spese da orbi. Ma la Provvidenza c’è sempre”. Ringrazia un parente in Italia per le 100.000 lire che gli ha mandato e aggiunge (22 settembre 1961): “Perdiamo, perdiamo quaggiù, se vogliamo ricevere lassù quello che abbiamo perduto. La mia è un’amministrazione un po’… apostolica. Non ho tempo né testa per tenere registri, vado avanti a occhi chiusi, non tengo registrazione alcuna. Spendo, spendo e vedo che ce n’è sempre”. 

     Clemente era innamorato del suo popolo, specie dei piccoli e degli ultimie scriveva: “Questi orfani non sono miei, ma di Dio e Dio non lascia mai mancare il necessario”. Viveva alla lettera quanto dice Gesù nel Vangelo: “Non preoccupatevi troppo dicendo: ‘Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Come ci vestiremo?’. Sono quelli che non conoscono Dio che si preoccupano di tutte queste cose… Voi invece cercate il Regno di Dio e fate la sua volontà: tutto il resto Dio ve lo darà in più” (Matt. 6, 31-34). Utopia? No, in Clemente era una realtà vissuta, che gli portava la gioia nel cuore nonostante tutti i problemi che aveva.

 

                                                                            Piero Gheddo

La gioia della fede in un villaggio paria in India

 

                    

    La Domenica del cieco nato, che acquista la vista per la fede in Cristo. (IV Quaresima anno A, Giov. 9, 1-41). La gioia di quell’uomo che improvvisamente ci vede, salta, grida, corre, mostra a tutti che ci vede. Con questo miracolo Gesù vuol dimostrare quanto dice all’inizio di questo Vangelo: “Io sono la luce del mondo”. Da un lato abbiamo un poveraccio che era cieco dalla nascita e ora ci vede  la per fede in Cristo, dall’alto i farisei che chiudono gli occhi per non vedere e il loro peccato li rende ciechi.

     Il cieco nato non solo acquista la vista fisica, corporale, ma anche la fede, cioè la luce spirituale che dà capacità di vedere le vicende umane con gli occhi di Dio. Noi ci vediamo con gli occhi, ma la nostra fede è così forte e sicura da darci la serenità dello spirito, l’ottimismo della vita, la speranza del futuro? Oppure siamo pessimisti, tristi, ci lamentiamo spesso, non riusciamo a vivere con gioia perché la nostra fede è troppo debole oppure rifiutiamo Gesù che è la luce del mondo?

 

     Lasciatemi raccontare una parabola moderna, Nel Natale 1964 ero andato in India come giornalista con Paolo VI a Bombay per il Congresso Eucaristico internazionale. Poi ho visitato i missionari del Pime in India e nel Bengala. Nello stato di Andhra Pradesh, poco prima di Natale sono andato con l’amico padre Augusto Colombo, allora parroco di Khammam, a battezzare un intero villaggio di patria, di fuori casta, Beddipally. E’ stato il mio primo “battesimo di massa”: 190 catecumen da battezzare (62 li ho battezzati io). Una giornata emozionante, piena di gioia e di festa, con canti, danze, musiche, giochi, festoni di carta colorata fra le capanne. Visitando con padre Augusto il villaggio poverissimo, tutto di capanne di fango e paglia, pensavo: questa gente è veramente povera, misera. Eppure c’era un’aria di festa, una gioia toccante i grandi e piccini: avevano incontrato e accettato Gesù che cambiava la loro vita, dava loro la fede e una visione di fede della situazione in cui vivevano.

 

     Poi c’è stato il grande pranzo preparato dalla missione, con riso, salsa piccante e carne di bufalo, di vacche e di maiali, erbe di foresta e acqua fresca da bere. Dopo pranzo, padre Augusto mi porta in giro. Arriviamo ad un’alta siepe di rami spinosi e il padre mi dice: “Ci sono due Beddipally. Questo che abbiamo battezzato è il villaggio paria, diviso dal villaggio di casta dove ci sono la scuola, il tempio indù, i negozi, l’autorità statale, il dispensario medico, la polizia. I nostri paria non hanno nulla e non possono entrare nel villaggio di casta”. Ho chiesto: perché i paria non protestano con le autorità, non fanno qualche manifestazione? Augusto mi dice: “Il paria nasce paria e sa che morirà paria. E’ il suo destino, il suo karma, non ha ancora coscienza che questa situazione di oppressione può e deve essere cambiata. Noi predichiamo Gesù Cristo e il Vangelo perchè siamo convinti che portano una rivoluzione sociale senza violenza alcuna, ma instillando nelle menti e nei cuori il principio della dignità di ogni essere umano e dell’uguaglianza di tutti gli uomini di fronte a Dio e a poco a poco tutto cambierà”.

     Sono tornato in quello stato dell’India 46 anni dopo, nel 2005. La missione ha elevato la situazione sociale dei paria con la scuola, l’assistenza sanitaria, molte iniziative di promozione umana, ci sono addirittura due università cattoliche per i paria, che non riuscivano ad entrare in quelle statali. Ma è nata anche la Chiesa, una bella comunità cattolica, con vescovi, preti suore, bravi cristiani che diventano missionari e oggi sono perseguitati dagli estremisti indù proprio per il motivo che le Chiese cristiane (cattolici e protestanti) hanno redento i fuori casta dalla schiavitù.

 

     Cari sorelle e fratelli, due riflessioni:

     1) Il Vangelo ci invita a chiederci: cosa conta la mia fede in Cristo? Mi cambia la vita, mi dà serenità e gioia di vivere, pur nelle inevitabili prove e sofferenze, o no? Se la fede non mi cambia e non mi migliora a poco a poco la vita, a cosa serve? La Quaresima è il tempo della conversione a Cristo, nel senso di diventare sempre più simili a Lui, un cammino che dura tutta la vita e non è mai finito. Se siamo in cammino con buona volontà, preghiera, capacità di rinunzia e di mortificazione (digiuno ad esempio), allora possiamo dire col cieco nato: “Gesù mi ha guarito, mi ha ridato la luce, mi ha aperto gli occhi” ed essere anche noi pieni di gioia.

 

      2) Nel Vangelo c’è un altro atteggiamento: il rifiuto diretto di Gesù da parte dei farisei, che interrogano il cieco nato e in tutti i modi cercano un pretesto per rifiutare la luce. A loro si applica quel che ha detto Gesù nel Vangelo: “Io sono venuto per un giudizio, affinchè quelli che non vedono incomincino a vedere e quelli che vedono diventino ciechi”.

 

     Care sorelle e cari fratelli, terribile il giudizio di Gesù: chi lo rifiuta crede ancora di vedere, ma è diventato cieco. Il mistero del male nel mondo. La condanna di Gesù alla morte in croce, com’è stata possibile? Ma tanti altri mali nel mondo in cui viviamo, dei quali ci lamentiamo: la guerra, l’ingiustizia, le violenze, la menzogna cosciente, ecc. Di fronte a tanti mali noi spesso ci assumiamo il ruolo di accusatori e di giudici: a morte chi sequestra le persone, all’ergastolo chi vende e commercia la droga, e via dicendo.

    Ma San Paolo dice: “Tu sei inescusabile, o uomo che giudichi gli altri, perchè condanni te stesso: infatti, tu che giudichi gli altri, fai le stesse cose. Pensi in tal modo di sfuggire al giudizio di Dio?” (Rom 2, 1-3). Ma io dico: non ho mai ucciso nessuno, mai venduto droga, mai rubato milioni e miliardi! Certo, non sarei nemmeno capace di fare tutto questo! Anche volendolo non sarei capace! Vi ricordate di quanto dice il Profeta Natal al re Davide: “Tu sei quell’uomo!”. Oggi forse potrebbe dirmo anche a me.

     Ma nel mio piccolo, la luce di Cristo deve illuminare la mia coscienza e farmi  vedere con chiarezza i miei peccati. Il male nel mondo non sono solo i grandi peccati e i peccatori giudicati dai tribunali umani e dalla storia, ma anche le piccole e volontarie trasgressioni della volontà di Dio a cui forse ci abituiamo a poco a poco e non ci pensiamo più nemmeno: le impurità, le invidie, le vendette, gli egoismi quotidiani, l’idolo del denaro e l’avarizia, il chiudere il cuore alle necessità degli altri, il pensar male e giudicare il prossimo…..

    Chiediamo a Gesù di darci la luce e illuminarci la via che ci conduce a Lui.

                                                                                  Piero Gheddo

 

                                                                                                  

Dalla foresta amazzonica a Dio

                  

 

       Ieri, terza domenica di Quaresima (Anno A), ho celebrato la S. Messa nell’ospedale delle Missionarie Cabriniane a Milano (Columbus), commentando il Vangelo dell’incontro di Gesù con la samaritana (Giov. 4, 5-15), una donna che portava nel suo cuore la sete di Dio. Gesù leggeva in profondità nel cuore umano e conosceva la sua vita disordinata, ma vedeva in lei la sete di Dio, il desiderio di purezza, di perdono, di incontrare Dio. Le chiede da bere, poi le parla dell’acqua spirituale che disseta per sempre e quella donna gli chiede di darla anche a lei.

     La samaritana sentiva nel profondo questa sete di Dio, che non riusciva ad emergere per una vita superficiale e le molte emergenze quotidiane. Basta una parola di Gesù per portare alla superficie questa sete di Dio. L’incontro col Signore cambia la vita di questa donna.

     Anche noi incontriamo spesso Gesù nella Messa, nella Comunione, nelle preghiere. Ma non abbiamo ci siamo ancora convertiti, la Quaresima è il tempo opportuno per risvegliare in noi il senso di Dio, di conoscere il suo amore e il suo perdono. Noi crediamo di conoscere Dio, ma non lo conosciamo, non lo contempliamo nel suo immenso amore per noi, non sentiamo ancora profondamente la sete di Dio, il desiderio di conoscere Dio.

 

     1) Lasciatemi raccontare una parabola moderna. Nel 1966 ho fatto un viaggio avventuroso in Amazzonia con un missionario del Pime, padre Giorgio Basile. Su un barcone a motore siamo partiti da Oyapoque ai confini con la Guyana francese per risalire la corrente di tre fiumi, Oyapoque, Uaçà e Cumarumà, per visitare diversi villaggi di indios cattolici o catecumeni. Un viaggio durato undici giorni, poi è venuto a prenderci il piccolo aereo della missione nell’ultimo villaggio. Ci siamo fermati in tre villaggi, dove erano venuti gli indios anche da regioni vicine per incontrarci.

     All’inizio non volevo partire perché mi pareva di perdere tempo. Infatti il primo giorno su quel barcone che avanzava lento contro-corrente, mi sono un po’ pentito. Il padre Giorgio, uomo spirituale e abituato a quei viaggi, mi dice detto: “Questo è un viaggio spirituale, dobbiamo pregare e meditare”. Così è stato. Pregando, distaccandomi dal mondo e avanzando nell’esplorazione di quel mondo di foresta e di acque, ho pensato: se è così bella la natura, pensa Piero come dev’essere bello Dio!

     Erano scene da diluvio universale come nel Genesi quando Dio creò il cielo e la terra. La foresta amazzonica, vista dall’aereo, è un tappeto granuloso di verde cupo, solcato dai nastri grigio-azzurri dei fiumi. Vista dal fiume presenta molti aspetti interessanti, stupefacenti, avventurosi: la massa di alberi che s’intrecciano e non lasciano passaggi, le giravolte di fiumi e gli “igarapé” (i loro affluenti), la fauna sempre nuova e varia degli animali che incontrate, le “garças”, uccelli acquatici come i nostri aironi che volano maestosi, i “botos”, delfini d’acqua dolce che saltano dietro alla scia del barcone, i “jacaré” (caimani), i voraci “piranhas” e i molti pesci che si pescano dal barcone per mangiarli poco dopo. Foreste e fiumi, fiumi e foreste, panorami sempre diversi che rivelano la bellezza della natura.

     L’Amazzonia brasiliana, estesa 14 volte la nostra Italia, è un continente ancora quasi inesplorato. Perchè ricordo spesso questo viaggio? Perché l’uomo, che non ha ancora finito di esplorare l’universo creato, è chiamato a vivere un’altra avventura: l’esplorazione del mistero e dell’amore di Dio! Se è così appassionante l’esplorazione dei fiumi amazzonici che riservano sorprese ad ogni svolta, molto più l’amore di Dio, di Gesù Cristo che s’è fatto uomo per amarci e per salvarci. A volte dico a  me stesso: “Piero, la vita cristiana è sentire il desiderio di conoscere Dio, di amare Dio, di raggiungere la visione di DIO nel beato Paradiso”.

 

     Cari amici, noi tutti siamo orfani di Dio, la Quaresima è il tempo opportuno per conoscere Dio, con la preghiera, la mortificazione, la generosità per le opere di carità. Quanto più ci distacchiamo da noi stessi, tanto più ci avviciniamo a Dio e ci innamoriamo di Dio. Viviamo tutti una vita superficiale, il mondo moderno ci travolge con tutte le sue occasioni, informazioni, emergenze. Dobbiamo dare tempo a Dio, al suo amore, rinunziare a qualcosa per questa meravigliosa esplorazione dell’amore e del mistero di Dio, molto più avventurosa che esplorare la foresta amazzonica.

 

     2) La seconda riflessione è questa: Gesù incontra quella donna e si mette in una posizione di inferiorità, di umiltà, le chiede da bere, per poi portare il discorso sull’acqua della vita, sulla ricerca del volto di Dio. Io prete mi chiedo se la Chiesa che vuol evangelizzare l’umanità, cioè noi stessi che rappr4esentiamo la Chiesa, diamo ai non credenti questa immagine di umiltà, di ascolto, oppure l’immagine di sapere già tutto e di non aver bisogno di nient’altro.

      Anni fa in Sri Lanka, paese buddhista, ho chiesto ad un prete singalese se la Chiesa locale fa l’annunzio esplicito della salvezza in Cristo. Mi ha risposto: in questo paese l’annunzio di Cristo viene dopo. Prima dobbiamo farci accettare, metterci alla pari con gli altri, mostrare di aver bisogno degli altri. Ed è vero.

 

      Ma questo, cari amici, vale anche per noi come cristiani. Pensate a quante persone avviciniamo, che hanno bisogno di Dio, di Gesù Cristo. Dobbiamo uscire da noi stessi, interessarci all’altro, partecipare ai suoi problemi, alle sue sofferenze, non essere chiusi. Tutti siamo chiamati ad essere evangelizzatori, tutti possiamo dire una buona parola. La secolarizzazione ci impedisce di esprimere il sentimento religioso che tutti portano nel cuore. A Gesù è bastato un cenno sull’acqua spirituale, per toccare il cuore della donna. Anche noi dobbiamo essere capaci di dire una buona parola, richiamandoci alla fede, all’amore di Dio.

     Io come prete medito spesso quelle parole di Gesù: “Voi siete la luce del mondo, voi siete il lievito che deve fermentare la pasta”. Chissà quante persone hanno bisogno di Dio! Incontrando me che sono prete, da questo incontro può scoccare una scintilla che li porta a Dio, oppure un cattivo esempio che li allontana da Dio. Io prete, io cristiano conosciuto come tale, ho una responsabilità. Di dare buon esempio, di dire una buona parola. Signore, rendimi un’immagine credibile di Te.

                                                                                Piero Gheddo

Gheddafi dittatore controverso

 

 

                                                                                   

    La soluzione della guerra in Libia ormai pare chiara. Il paese rimarrà diviso in due fra Cirenaica “liberata” e Tripolitania ancora sotto il dominio di Muhammar Gheddafi, personaggio controverso, ma naturalmente amato dalle “kabile” (tribù) dell’ovest libico a cui appartiene. Consenso e opposizione a Gheddafi dipendono da schieramenti di tribù locali, nessuna delle quali esprime sentimenti democratici. Il vescovo di Tripoli, il francescano mons. Giovanni Martinelli, cittadino libico perchè nato in Libia da coloni italiani, intervistato martedì scorso al TG2, con tono angosciato ha lamentato i bombardamenti sulla Libia e ha aggiunto: “Fino a quando si vuol bombardare? Fin dove? Gheddafi non cede, questo è sicuro. C’erano in corso mediazioni fra gli avversari. Perché l’Italia non ha fatto lei questa mediazione?”.

    Dittatore dal 1969, Gheddafi all’inizio ha seguito Nasser nella linea anti-occidentale e anti-italiana, fino a finanziare il terrorismo di matrice islamica, le moschee e madrasse islamiche d’ispirazione estremista in tutto il mondo. Ha espulso dalla Libia i 25.000 italiani e altri che tenevano in piedi l’economia e i servizi pubblici, riducendo il suo popolo alla miseria. Nel 1986, Reagan bombardò le sei tende, all’interno di caserme, in una delle quali viveva il premier libico, che scampò per miracolo. Isolato fra Egitto e Tunisia filo-occidentali, capì che la linea rivoluzionaria era fallimentare, a poco a poco ha cambiato politica: ha continuato a fare discorsi rivoluzionari e anti-occidentali, ma in pratica, specie dopo che nel 1998 venne tolto l’embargo economico e nel 2004 l’embargo sulla vendita di armi alla Libia, ha iniziato un cammino di avvicinamento all’Occidente e, quel che più importa, di faticosa educazione del suo popolo con la scuola e al rispetto dei diritti dell’uomo e della donna. I proventi del petrolio li ha usati per sviluppare la Libia: strade, scuole, ospedali, università, case popolari a bassissimo prezzo, inizio di industrializzazione, sviluppo agricolo con l’acqua tirata su nel deserto ad una profondità di 800-1.000 metri! Due acquedotti (costruiti dai sud-coreani) portano l’acqua dal deserto alla costa, 900 km. a nord.

     Il regime di Gheddafi è sostenuto dalle tribù della Tripolitania, combattuto da quelle della Cirenaica, la regione che si è ribellata per prima e facilmente ha conquistato il potere a Bengasi e in altre città. Non è stata una rivolta causata dalla miseria, come quelle di Egitto e Tunisia, ma guidata da rivalità tribali e dall’oppressione di una dittatura che non lascia spazi di crescita politica e di coinvolgimento popolare nella guida del paese.

     Ma non possiamo dimenticare quel il dittatore ha fatto:  ha mandato le bambine a scuola e le ragazze all’Università, ha controllato e tenuto a freno l’estremismo islamico, ha abolito la poligamia e fatto leggi sul matrimonio favorevoli alla donna. Persegue in Libia una politica di libertà religiosa. I 100.000 cristiani (nessun libico, tutti stranieri), pur con molti limiti, godono di libertà di culto e di riunione. La Caritas libica è un organismo stimato e richiesto di interventi. Due fatti eccezionali. Nel 1986 ha scritto a Giovanni Paolo II chiedendo suore italiane per i suoi ospedali. Costruiva ospedali e dispensari, ma non aveva ancora infermiere libiche. La richiesta veniva dal buon esempio delle due  francescane infermiere italiane che hanno assistito il padre di Gheddafi fino alla morte. Oggi in Libia ci sono circa 80 suore cattoliche (soprattutto indiane e filippine, ma anche italiane) e 10.000 infermiere cattoliche filippine e indiane, oltre a molti medici filippini, indiani, libanesi, italiani. Il vescovo Martinelli mi diceva: “La presenza di queste donne cristiane, professionalmente preparate, gentili, attente alle necessità del malato che curano con amore, stanno cambiando l’immagine del cristianesimo fra i musulmani”.

     Secondo fatto. Sono stato nel deserto a 900-1000 km. da Tripoli, dove sta fiorendo una regione ex-desertica per l’acqua tirata su dalle profondità della terra. Un lago di 35 km. di lunghezza e campagne coltivate e cittadine, dove vent’anni fa non c’era nulla. La città di Sebha capitale della regione ha 80.000 abitanti, dove vive un sacerdote medico italiano, don Giovanni Bressan (di Padova) che è stato uno dei fondatori dell’ospedale centrale. Don Bressan ha riunito i molti africani profughi dai paesi a sud del deserto (Nigeria, Camerun, Ciad, ecc.) fondando per essi una parrocchia, una scuola, un centro di riunioni e di gioco. Gli africani lavorano e sono pagati, per tre o più anni rimangono nel sud, poi hanno soldi a sufficienza per tentare il passaggio in Italia! Fanno tutti i lavori e sono ammirati perché lavoratori onesti e forti. Don Vanni (Giovanni) riesce a fermare alcune famiglie, le altre vogliono venire in Italia, in Europa. Il cammino della Libia verso la piena integrazione nel mondo moderno e nella Carta dei diritti dell’uomo e della donna, era cominciato. Non difendo Gheddafi e la sua dittatura, credo però di poter testimoniare anche aspetti del suo operato, del tutto ignorati in questi giorni.  

                                                                                        

                                                                                    Piero Gheddo

 

I missionari e l'Italia unita

 

 

     Le celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia sono state, anche per i circa 15.000 missionari italiani sparsi per il mondo, un momento forte per sentirci di “appartenere ad un popolo, di avere una storia e un destino comune, di non essere civilmente orfani”, come ha detto il card. Angelo Bagnasco nell’omelia alla Basilica di Santa Maria degli Angeli a Roma, dinnanzi alle massime autorità dello stato e del governo italiano.

     Montanelli ha definito i missionari “i più credibili rappresentanti dell’Italia in ogni paese del mondo” e nella ricorrenza dei 150 anni non possiamo dimenticare, proprio negli anni del Risorgimento italiano, la nascita del movimento missionario in Italia, simboleggiata dai quattro Istituti missionari italiani; il Pime (1850), i Comboniani (1867), i Saveriani (1898) e i missionari della Consolata (1901), con le loro congregazioni femminili, le riviste missionarie, le Pontificie opere missionarie, l’unione missionaria del Clero (1916) e, nell’ultimo dopoguerra, il volontariato cattolico internazionale, i sacerdoti “Fidei Donum” e tutte le altre iniziative che portano il nome di Cristo ai popoli e rappresentano degnamente l’Italia unita nel mondo. Nella vita missionaria sul campo, nessuno più ricorda la provenienza dal nord o dal sud Italia, tutti ci sentiamo italiani e nient’altro.

    Ho incontrato missionari e suore italiani nei luoghi in cui Cristo è ancora in viaggio, alle frontiere del Vangelo dove nasce la Chiesa e la carità cristiana è il miracolo quotidiano che commuove e converte i cuori: in Swaziland, Namibia, Costa dei Somali, Mali, Somalia, Eritrea, Ciad, Sudan, Papua Nuova Guinea, Laos e Cambogia, Borneo e Timor Est e tanti altri paesi anche i più piccoli e poveri, nei quali nessun italiano va come turista, come Haiti e Bangladesh.

     I missionari sentono fortemente l’appartenenza alla patria italiana, ne ascoltano la radio e pregano per il nostro popolo. Sulla scena del mondo globalizzati, essi rappresentano al meglio i valori profondi di solidarietà e gratuità così radicati nella nostra terra e nella nostra storia. Nelle celebrazioni di questa ricorrenza patriottica, si sono giustamente ricordati i milioni di migranti italiani: come non ricordare i missionari che continuano ancor oggi, ogni anno, a dare la vita per i popoli di cui sono diventati fratelli e sorelle, fino ad essere ricordati come “padri della patria” in terre lontane?

     Ne ricordo due soli, eroi ignorati in patria, ma ricordati e ancora celebrati nei loro paesi d’adozione. Due esempi su migliaia di altri. Il vescovo di Bissau, il francescano veronese mons. Settimio Ferrazzetta (1924-1999), pregato come autentico “Padre della Patria” in Guinea Bissau. Durante la guerra civile del 1998 era ammalato di cuore in Italia, ma capiva che poteva ancora influire sui due protagonisti della guerra, il presidente Nino e il capo delle forze armate Ansumane Mané. Nonostante il parere contrario dei medici, il vescovo Settimio è tornato in Guinea Bissau ed è riuscito ad incontrare i due contendenti attraversando anche un fiume in secca, con la melma che gli arrivava al ginocchio, sostenuto da due giovanotti neri. Una grande fatica che il suo cuore non ha più sopportato ed è morto in Guinea dopo aver riportato la pace nel paese. Ha dato davvero la vita per il popolo guineano, tutti  lo sanno! Il presidente Nino ha poi consegnato una medaglia d’oro al fratello del vescovo Settimio, nominato “Padre della Patria”.

     Il secondo caso è quello di padre Clemente Vismara (1897-1988), che se Dio vuole sarà beatificato il giugno prossimo nel Duomo di Milano: 65 anni di missione in Birmania (Myanmar), missionario simbolico del riscatto dei tribali birmani, le etnie minoritarie sempre disprezzate e oppresse. La missione li ha elevati con la scuola e il Vangelo e tante altre opere sanitarie e di sviluppo. Clemente Vismara, eroe della prima guerra mondiale con tre medaglie al valore guadagnate sul campo, quando compiva i 60 anni in Myanmar la Conferenza episcopale l’ha nominato “Patriarca della Birmania” e come tale è ancora venerato e pregato. Sarà anche il primo Beato di quel bellissimo paese ancora in attesa di essere liberato dalla dittatura.

                                                                                  Piero Gheddo                                                                

                                                                                                                                                      

I musulmani che pregano per strada

 

 

     Leggo su “Asia News” un notizia sorprendente (15 marzo). In Francia un’organizzazione islamica ha chiesto alla Chiesa francese di poter pregare nelle chiese non utilizzate. In Francia i musulmani sono circa quattro milioni (alcuni dicono cinque) e ormai da molti anni per la preghiera del venerdì occupano le strade di varie città bloccando il traffico. Occupazione illegale che il governo finora tollera, ma che suscita nei francesi un forte sentimento anti-islamico. La Chiesa francese non ha ancora risposto, ma Asia News ha chiesto il parere al padre Samir Khalil Samir, che è assolutamente negativo.

     Anche in Italia i nostri musulmani (da un milione a uno e mezzo) hanno preso questa abitudine ed è interessante conoscere cosa ne pensa il gesuita egiziano (professore all’Università cattolica di Beirut). Sintetizzo per gli amici lettori il suo lungo articolo, che si sviluppa in tre punti:

       1)  La causa della richiesta è la mancanza di spazio nelle moschee, che  a Parigi sono 75 e assolutamente non bastano. Ma anche col doppio di spazio non basterebbero. Sta alla comunità musulmana risolvere il problema. Lo Stato e la Chiesa non c’entrano. Se non si vogliono suscitare reazioni negative nei francesi, bisogna riconsiderare anche la pratica piuttosto generalizzata dei sindaci di concedere dei terreni in enfiteusi (il più sovente per un euro all’anno) per la costruzione delle moschee, che poi vengono costruite con aiuti dall’estero.

      2)  Secondo problema: bloccare le strade (in genere vicino alle moschee) per la preghiera e deviare il traffico. In Francia, questa situazione è riconosciuta come totalmente inaccettabile da tutte le persone ragionevoli, indipendentemente dal principio di laicità. Lo diventa ancora di più se si tiene conto del fatto che questa eccezione non ha più nulla di eccezionale, dal momento che si ripete ogni venerdì.  E dal momento che non si applica che a una religione precisa, l’islam. L’impressione di molti è che si tratti di una “invasione” di territorio, una specie di “conquista” del territorio nazionale da parte dei “musulmani”. Non ci sono motivi per giustificare queste occupazioni. I musulmani sono in parte responsabili dell’islamofobia che tende ad allargarsi in tutta l’Europa. E sta ai musulmani stessi risolvere il problema.

La stessa cosa avviene non solo in Francia, ma anche nei paesi islamici, il venerdì a mezzogiorno quando è l’ora della preghiera. Il problema non è solo dell’Occidente, ma dell’islam. Se i cristiani dovessero riunirsi tutti a mezzogiorno di domenica per pregare, le strade delle città sarebbero completamente bloccate. Nessuna chiesa potrebbe contenerli. Ma la Chiesa ha istituito anche la S. Messa del sabato sera, valida per la celebrazione della domenica, quando di S. Messe ce ne sono molte. E’ un problema interno alla comunità, che, se è viva, deve trovare delle soluzioni  per adattarsi al mondo, e non chiedere al mondo di adattarsi a lei!

     3)  Mettere a disposizione le chiese vuote per le preghiere del venerdì. Proposta sorprendente. Le “chiese vuote” sono luoghi consacrati e non verrebbe in mente a un cristiano di utilizzarli per qualche cosa che non siano le funzioni sacre, o per la musica sacra – un’eccezione sempre possibile. Impensabile utilizzarle per celebrare un culto non cristiano. Inoltre, queste “chiese vuote” non sono destinate a restare vuote, ma al contrario a essere occupate non appena possibile da una comunità cristiana o da una comunità monastica, come accade sempre di più ovunque in Europa. Ora sembra difficile che un tale locale, una volta trasformato più o meno in moschea, possa essere “ripreso” e trasformato di nuovo in chiesa. Immaginiamo pr un attimo il contrario. Se in un Paese musulmano (l’Egitto o l’Algeria, per esempio) i cristiani autoctoni (in Egitto) o emigrati (in Algeria) chiedessero ai musulmani di cedere loro una moschea, dal momento che ne hanno tante, o di prestarla per la domenica, o solamente per le grandi feste cristiane: quale sarebbe la reazione dei musulmani?

      Padre Samir conclude dicendo che in Europa deve stabilirsi fra cristiani e musulmani un rapporto basato sulla cooperazione, l’amicizia e la stima reciproca. Le due comunità religiose debbono fare dei passi in questa direzione. L’islam però, pone un problema all’Europa: non è vissuto semplicemente come una religione, ma anche come una cultura e una politica che penetrano in tutti i settori della vita quotidiana. Di conseguenza, ci può essere un conflitto di culture. L’Europa ha lavorato, per secoli, a separare religione e società, e tutto è segnato da una cultura cristiana secolarizzata. La comunità musulmana deve fare uno sforzo serio per accettare che il fenomeno religioso resti, per quanto è possibile, un affare privato. Più l’islam andrà in questa direzione, meno opposizioni troverà. Il che non significa affatto essere meno musulmani, ma esserlo in maniera diversa, più interiore. E poi aggiunge che il grosso sforzo da fare è nella formazione di imam francesi, che siano integrati nella cultura e nella mentalità francese, (o più largamente europea). Fino a che l’islam sarà culturalmente “arabo”, finché i musulmani pensano che per essere un vero musulmano bisogna riavvicinarsi alla cultura araba originaria, ci sarà malessere. Questa è la vocazione dei musulmani europei: creare un’interpretazione occidentale (francese, europea…) dell’islam, che armonizzi la fede e la spiritualità musulmane con la modernità occidentale, e cioè con la laicità e i diritti dell’uomo.

 

                                                                                                            Piero Gheddo

Kushpur il villaggio del martire Shahbaz Bhatti

 

                  

       Dopo l’uccisione del governatore del  Punjab, Salman Tasser, nel gennaio scorso, il 2 marzo scorso è stato ucciso a Islamabad, capitale del Pakistan, il ministro (da tre anni) per le minoranze religiose, il cattolico Shahbaz Bhatti, 43 anni, ambedue impegnati per abolire la “legge contro la bestemmia”, che ha portato alla condanna a  morte di Asia Bibi, una giovane mamma cattolica, per aver offeso il profeta Maometto. Ma ormai è assodato che con quella legge qualunque cristiano (o indù) che dà fastidio può essere condannato a morte se due testimoni confermano l’accusa pretestuosa.

      La stampa di tutto il mondo ha dato risalto a queste due uccisioni e le pressioni esercitate sul governo pakistano per abolire la legge assassina si sono moltiplicate. Ma ormai è chiaro a tutti che “chi tocca la legge antiblasfemia muore”. Il Pakistan  si merita la definizione di “stato canaglia”, poiché la persecuzione contro i cristiani non è un problema di oggi. Quando sono stato in Pakistan nel 1982, avevo visto in due città (Islamabad e Karachi) gruppi di famiglie cristiane che abitavano in baracche e casupole di periferia mandate via senza alcun risarcimento, che si erano rifugiate nella cattedrale cattolica e nei cortili del centro cattolico in città. E mi dicevano che questo non riguardava tutti gli abitanti di una certa periferia, ma solo quelli del quartiere cristiano.

     Negli ambienti rurali, i rapporti fra musulmani e cristiano non erano ancora conflittuali, ma c’erano già i segni perché lo diventassero. Sono stato alcuni giorni a Kushpur, il paese natale di Shahbaz Bhatti. Quella visita mi ha impressionato e l’ho sempre ricordata perché mi aveva fatto capire da dove nasce, anche a livello di popolo, lo spirito anti-cristiano che ha portato alla legge contro la bestemmia. Kushpur si trova nella pianura del Punjab, tra Lahore e Faisalabad, un paese del tutto cattolico con 5.000 abitanti, fondato dai missionari cappuccini belgi che all’inizio del Novecento avevano comperato un vasto territorio forestale per raccogliere le famiglie cristiane disperse nel mare islamico circostante. Da Kushpur ha origine, nei tempi moderni, la cristianità pakistana attuale, cioè cristiani poveri e paria della società, venuti a disboscare la foreste e farsi il proprio villaggio, che poi si diffondono in tutto il paese.

     Nel 1982 la differenza tra Kuspur e i villaggi musulmani vicini era scioccante per vari motivi: la pulizia delle strade e delle case, la libertà delle donne che sorridono, si fermano, parlano, si lasciano persino fotografare (questo era considerato un crimine altrove), la vivacità dei ragazzi e ragazze nel gioco, l’unità delle famiglie (rigorosamente monogamiche) che ha permesso la fondazione di organismi cooperativistici per lo scavo dei pozzi, la canalizzazione dell’acqua, l’acquisto di trattori e altre macchine agricole, la commercializzazione dei prodotti delle terre, ecc. Soprattutto la presenza in Kushpur delle scuole anche medie. Nei villaggi musulmani vicini e lontani (ne ho visitati alcuni in varie regioni) era tutto il contrario di quanto ho detto. Le donne ad esempio, non si vedevano per le strade, la sporcizia regnava sovrana, ecc. Un missionario domenicano toscano, padre Schiavone incontrato a Faisalabad, mi diceva: “Kushpur, che in lingua punjabi significa “villaggio della felicità”, con la sua tradizione ed educazione cristiana, è un esempio concreto e ben visibile della differenza cha passa tra cristianesimo e islam e questo dà fastidio a molti”.

     Sempre a Khushpur, il parroco locale don Anthony Rufin, mi diceva: “La fama che hanno i nostri cristiani presso i musulmani è di essere gente di cui ci si può fidare perché sono onesti. A Kushpur siamo riusciti a creare un certo benessere diffuso, a livello pakistano, ma negli altri villaggi ci sono casi di vera miseria e molti altri di pura sopravivenza. Nei villaggi islamici ci sono tante lotte e tante divisioni, clan familiari, invidie, vendette”. E raccontava che venivano anche da lontano gruppi di musulmani a vedere il villaggio cattolico, si scandalizzavano per le donne non velate e sorridenti, le ragazze che andavano a scuola e dicevano agli uomini che lavoravano la terra: “Ma voi, siete così stupidi che lavorate quando avete la moglie e i figli? Sono loco che debbono lavorare per voi”. A Kushpur le donne avevano una loro cooperativa (“Santa Caterina da Siena”), che si interessava di problemi femminili e dell’infanzia prendendo iniziative. Tutto questo, e molto altro, può far capire  perché i cristiani, in Pakistan come in altri paesi islamici, danno fastidio.

                                                                                         Piero Gheddo