Afghanistan: perchè dobbiamo restare

 

 

     Il tenente alpino Massimo Ranzani è la 37sima vittima del terrorismo talebano, morto anche lui per sottrarre il popolo afghano dal regime dei “talebani”, che governerebbe di nuovo il paese se le forze della Nato si ritirassero. Leggo che l’Afghanistan sta diventando a poco a poco il nuovo Vietnam per le forze alleate occidentali, come il primo lo è stato (1963-1975) per i militari americani e di altri 32 paesi loro alleati in quella guerra. Avendo vissuto il primo Vietnam come giornalista ospite della Chiesa vietnamita, credo fra le due situazioni di guerra ci siano alcune  somiglianze,ma anche forti differenze. Sembrano simili perché anche i vietcong e i nord-vietnamiti tenevano in scacco il potente esercito americano con il terrorismo, come fanno oggi i talebani. Per il resto, tutto era ed è diverso. I comunisti vietnamiti avevano alle spalle Cina e Urss (e gran parte della stampa e dell’opinione pubblica in Occidente), che li sostenevano con armi e politicamente, come “guerra di liberazione” del Vietnam dallo straniero. Gli Stati Uniti intervennero militarmente nell’ottobre 1973 per volere del presidente Kennedy, dietro richiesta del legittimo governo sud-vietnamita (riconosciuto anche dal Vietnam del nord), per ostacolare la diffusione dei regimi comunisti nel mondo. Ma il ritiro americano nel marzo 1973 non ebbe alcun esito positivo per il Vietnam, perché aprì la porta alla dittatura comunista di tipo staliniano, che provocò la fuga di circa due milioni di “boat people” negli anni 1975-1984.

      La stessa sorte capiterebbe agli afghani se la Nato si ritirasse dall’Afghanistan. I talebani tornerebbero al potere per rifare del loro paese la centrale del “terrorismo di matrice islamica”. E poi, in Afghanistan le forze della Nato sono più favorite per una soluzione positiva di quelle Usa in Vietnam, per tre motivi. Primo, i talebani ricevono aiuti molto inferiori a quelli che Urss e Cina potevano dare ai comunisti vietnamiti; secondo, in campo internazionale nessuno appoggia apertamente i talebani, anzi Onu e governi di tutto il mondo, o almeno del mondo libero, li condannano; terzo, proprio in questi mesi le rivolte di giovani e di popolo in 15 paesi del Nord Africa e del Medio Oriente stanno cambiando l’islam e anche i governi fondamentalisti (Iran e Arabia Saudita) sono costretti a fare i conti con i loro popoli che non tollerano più l’islam politico.

    Però, si dice, la nostra Costituzione recita all’Art. 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. E’ vero che la Nato è andata in Afghanistan per portare la pace e aiutare il popolo a liberarsi da un governo talebano (già sperimentato). Però stanno rispondendo al nemico in una vera guerra.

     Cosa dire? Ritrovo un articolo del card. Joseph Ratzinger su “Vita e Pensiero” del settembre 2004, intitolato: “L’Occidente, l’islam e i fondamenti della pace”. Anzitutto ricorda che quando il 5 giugno 1944, “iniziò lo sbarco delle truppe alleate nella Francia occupata dalla Wermacht, l’evento rappresentò per il mondo intero, compresa una gran parte dei tedeschi, un segnale di speranza che in Europa presto sarebbero arrivate la pace e la libertà… Se mai si trova nella storia un bellum justum (guerra giusta), è qui che lo troviamo”.

     Subito dopo, il futuro Papa afferma “l’insostenibilità di un pacifismo assoluto” e si pone “con molto rigore… la domanda se oggi sia ancora possibile, e a quali condizioni, qualcosa di simile ad una guerra giusta, vale a dire un intervento militare posto al servizio della pace e, guidato dai suoi criteri morali, contro i regimi ingiusti. La pace e il diritto, la pace e la giustizia sono inseparabilmente connessi. Quando il diritto è distrutto, quando l’ingiustizia prende il potere, la pace è sempre minacciata ed è già, almeno in parte, compromessa”.

     Poi si riferisce alla situazione attuale: “Non è possibile  venire a capo del terrore, cioè della forza opposta al diritto e separata dalla morale, con il solo mezzo della forza. Certamente la difesa del diritto può e deve, in alcune circostanze, far ricorso a una forza commisurata. Un pacifismo assoluto, che neghi al diritto l’uso di qualunque mezzo coercitivo, si risolverebbe in una capitolazione davanti all’iniquità, ne sanzionerebbe la presa del potere e abbandonerebbe il mondo al diktat della violenza”.

                                                                        Piero Gheddo

La democrazia nella casa dell'islam?

 

 

     Il 25 gennaio 2011 sono iniziate le manifestazioni contro il dittatore della Tunisia Ben Alì. Solo un mese dopo, siamo spettatori di una rivolta popolare che ha coinvolto quindici paesi islamici del Nord Africa e del Medio Oriente: Mauritania, Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Gibuti, Yemen, Giordania, Arabia Saudita, Bahrain, Kuwait, Qatar, Siria, Iran. Il 25 gennaio le manifestazioni contro il governo tunisino sembravano un fatto locale di scarsa importanza internazionale, oggi sappiamo che l’effetto domino di quella “rivoluzione” ha già coinvolto quasi tutti i paesi arabo-islamici e l’Iran, causando il crollo di tre dittature: Tunisia, Egitto e Libia (Gheddafi è alla fine dei suoi 42 anni di sanguinaria tirannia). Non solo, ma da questi giorni tragici e corruschi, possiamo già tentare alcune riflessioni:    

     1)  In tutta evidenza i protagonisti di queste rivolte sono stati i giovani, mossi sostanzialmente dalle ristrettezze economiche e dalla mancanza di libertà, di sviluppo, di lavoro e di giustizia nei loro paesi. Non chiedono uno stato teocratico come l’Arabia e l’Iran, vogliono una democrazia come alla Tv e in Internet vedono che esiste nei vicini paesi europei; non hanno bruciato bandiere americane o israeliane, ma vogliono vivere in pace; non sono stati animati da spirito di odio, violenza e vendetta contro i dittatori e i loro seguaci: Gheddafi fa eccezione perché ha fatto mitragliare e  bombardare i manifestanti, ma Mubarak ha potuto ritirarsi nella sua villa: i 31 anni della sua dittatura, certamente violenta e oppressiva, sono finiti quasi senza spargimento di sangue!     

     2)  Nei 1400 anni di storia dell’islam è la prima volta che un movimento di popolo di queste proporzioni prende corpo nel mondo islamico e mette soprattutto in crisi l’islam politico, cioè la stretta connessione fra religione e politica fin dall’inizio. Maometto infatti era un capo religioso, politico e militare, come anche i suoi “califfi”, cioè i successori del Profeta nei secoli seguenti. I giovani manifestanti non rifiutano l’islam e non sono affatto anti-cristiani. In Egitto, il paese simbolo di questi giorni perché da sempre guida del mondo arabo-islamico, abbiamo visto le foto pubblicate da “Asia News”: nella folla che occupava Piazza Tahrir cristiani e musulmani erano abbracciati e sventolavano festosamente le insegne identitarie delle loro religioni: la croce e la mezzaluna. D’altra parte, anche dalla Libia e dalla Tunisia non si segnalano assalti e violenze contro i cristiani, le loro chiese e istituzioni.

     3)  Tutto questo non significa che il fondamentalismo islamico non esiste più, ma solo che i protagonisti delle rivoluzioni nei paesi a sud del Mediterraneo sono giovani che chiedono democrazia, rispetto dei diritti umani, sviluppo economico, cioè società dinamiche e non bloccate, come sono sempre o quasi sempre quelle islamiche. Il pericolo, già segnalato, è che, terminati i giorni dell’euforia e della festa per la liberazione, la mancanza di leader politici e di partiti in sintonia con queste aspirazioni possa aprire una porta a movimenti islamisti ben organizzati e radicati sul territorio, come in Egitto i “Fratelli musulmani”.

     4)  Il problema fondamentale dell’islam è il rispetto dei diritti dell’uomo e della donna, i giovani manifestanti lo sentono e lo vivono in modo drammatico. In questi giorni è evidente che, nel difficile cammino per giungere alla meta desiderata,  i popoli così vicini nel sud del Mediterraneo hanno urgenza dell’aiuto fraterno dell’Europa. Le distruzioni e i disastri economici prodotti dai sommovimenti popolari e dalle reazioni del potere, la miseria e la scarsezza di strutture produttive ereditate dalle dittature non sono situazioni che favoriscono uno sviluppo democratico. L’Europa tutta, le istituzioni europee e i governi nazionali dovrebbero dare dei forti segnali di essere disposti ad aiutare con misure straordinarie questi popoli così vicini. Purtroppo, la crisi delle società europee ci rende popoli con una maggioranza di anziani e senza i giovani anche i paesi “cristiani” sono bloccati nella loro ricchezza economica e miseria morale. Anche per questo dobbiamo ritornare a Cristo, non come etichetta identitaria, ma come vita secondo il Vangelo.

                                                                                                      Piero Gheddo

 

 

Ricordo della missionaria Lucia Sozzi

 

 

     Il 15 febbraio 2011 è morta a Lecco la signorina Lucia Sozzi (1919-2011), grande amica e benefattrice delle missioni e del Pime e animatrice missionaria in Italia. Nell’immediato dopoguerra aveva fondato con don Aldo Cattaneo a Lecco il “Laboratorio missionario”, associazione benefica che organizzava incontri e mostre e conferenze missionarie nelle parrocchie.

     Ho conosciuto Lucia Sozzi nel settembre 1955, quando si celebrava a Lecco il centenario del martire lecchese padre Giovanni Mazzucconi. Don Aldo Cattaneo e Lucia avevano organizzato quella celebrazione, da cui è nata la Causa di beatificazione del martire. L’arcivescovo di Milano, mons. Giovanni Battista Montini, partecipando alla celebrazione, diceva che Mazzucconi era “un martire glorioso, anche se la Chiesa non ha ancora espresso il suo giudizio”. E poi, parlando con i superiori del Pime, esortava l’Istituto a iniziarne la Causa di beatificazione, che infatti è iniziata il 10 aprile 1959 a Milano col processo diocesano. Mazzucconi è stato beatificato da Giovanni Paolo II il 19 febbraio 1984. L’inizio stesso della Causa è dovuto soprattutto alla tenacia di padre Carlo Suigo, che poi ne ha scritto la biografia e la Positio, ma anche al sostegno di don Aldo e di Lucia.

     Lucia era “il braccio destro” di don Aldo, fin dalla fondazione del “Laboratorio missionario” e ha speso tutta la sua vita per le missioni. La sua memoria resterà in benedizione per molti  missionari e in particolare per quelli del Pime specialmente, aggiungo, quelli della Papua  Nuova Guinea (che Lucia ha visitato tre volte) per gli ingentissimi aiuti economici che il Laboratorio e i volontari laici del Laboratorio hanno dato a quella missione del Beato Mazzucconi. Sono andato diverse volte a parlare agli associati del laboratorio e l’ho seguita nel suo lavoro, che faceva con grande amore e dedizione. Di lei ricordo solo due aspetti, che ci possono insegnare qualcosa anche oggi:

 

      1)  All’inizio gli associati al Laboratorio erano cristiani praticanti e già amici delle missioni. Poi, quando il Laboratorio è decollato e a Lecco ha acquistato una giusta rinomanza per molte iniziative anche culturali, don Aldo insisteva nel dire che attraverso le lettere dei missionari, a volte lunghe e anche commoventi, bisognava interessare le persone che erano fuori dei circoli parrocchiali. Lucia prendeva sul serio questa intuizione del suo maestro spirituale. Ricordo che mi diceva: “Mando il bollettino e copia delle lettere migliori dei missionari ai negozianti, ai commercianti, ai professionisti e ad altri, che poi vado a trovare per chiedergli un contributo per le missioni, perché i racconti dei missionari interessano sempre. Così entrano nel nostro giro e si avvicinano alla chiesa”. So che si dava da fare molto per estendere il gruppo di amici e benefattori, anche con l’intento di riportarli ad una fede più partecipata. Questo spirito missionario mi ha sempre colpito e oggi, quando Benedetto XVI chiama tutti i battezzati a mobilitarsi per la “nuova evangelizzazione”, penso che sia la miglior lezione di don Aldo e di Lucia a noi tutti, che ne veneriamo la memoria.

 

      2)  L’altro aspetto della personalità di Lucia Sozzi era la fitta e densa corrispondenza che teneva con i missionari (non solo del Pime). Scriveva molte lettere e i missionari rispondevano con altre. Lucia mi diceva: “Le lettere che riceviamo dai missionari non sono quelle circolari inviate a tanti indirizzi per cercare aiuti, ma lettere originali scritte apposta per noi. Ringraziano anche delle offerte ricevute, ma contengono spesso le loro esperienze, il racconto di una vita. Alcune sono bellissime, sono per noi materiale di riflessione a invitano alla preghiera”. Il missionario fra i non cristiani non ci chiede solo preghiere e aiuti, ma deve essere anche un ponte di conoscenza, comprensione e fraternità fra i popoli.

     Oggi purtroppo si scrive molto meno di una volta. I rapidi mezzi di comunicazione (telefono e posta elettronica) quasi eliminano la corrispondenza. In passato era più facile, ma non si può lasciar perdere l’esperienza del Laboratorio in questo senso. Posso dire che nell’Archivio generale del Pime a Roma, nei settori dei singoli missionari dell’ultimo mezzo secolo spesso c’è una cartella apposita intitolata “Lettere al Laboratorio missionario di Lecco”. Del prossimo Beato (giugno 2011,  se Dio vuole) padre Clemente Vismara (1897-1988) ne abbiamo circa 120 e del servo di Dio fratel Felice Tantardini di Introbio (1798-1991), un centinaio. Dopo il beato Mazzucconi, il fabbro ferraio fratel Felice è un’altra  bella espressione missionaria del lecchese (69 anni in Birmania!) che bisogna rilanciare per giungere alla beatificazione.

                                                                                       Piero Gheddo

 

Il Vangelo ai giovani con le "Sentinelle del mattino"

                 

    A volte qualcuno si lamenta che la Chiesa italiana non è creativa, non fa iniziative per riportare a Cristo tanti, specialmente giovani, che l’hanno abbandonata. Visitando diocesi e parrocchie mi pare vero il contrario. Lo Spirito Santo lavora ma non ce ne accorgiamo perché  “Il bene non fa notizia”. A Desenzano sul Garda parlo su “Vangelo e sviluppo dei popoli” al “Café teologico” in centro città, incontro organizzato dall’associazione “Sentinelle del mattino”, iniziata nel 1999 a Verona da don Andrea Brugnoli. Oggi vive in parrocchia a Desenzano (diocesi di Verona), dal 2004 il vescovo l’ha lasciato libero per dedicarsi alla sua iniziativa, ormai diffusa in trenta diocesi italiane ed estere (Malta, Svizzera, Inghilterra, Francia, Slovenia).        

     Sacerdote dal 1991, don Andrea è laureato in filosofia e ha lavorato alcuni anni alla  Congregazione per l’educazione cattolica in Vaticano; tornato in diocesi a Verona è stato incaricato della pastorale giovanile. Una giovane animatrice, Chiara Facci, gli dice: “Vorrei dedicarmi ai giovani che sono lontani dalla Chiesa. Cosa debbo fare?”. Per due anni don Andrea e Chiara visitano le diocesi italiane per  vedere i progetti di Vangelo per i giovani e si rendono conto che si fa poco o nulla, mentre i “movimenti” sono più attivi. Manca una iniziativa diocesana e parrocchiale. Nel 1999 la prima esperienza di aprire una chiesa in centro a Verona dalle 22 di sabato alle 2 del mattino, un gruppo di giovani e ragazze vanno nei luoghi di incontro, invitando i giovani a venire in chiesa perché Gesù li aspetta. L’iniziativa ha un certo successo e nel 2001 don Andrea organizza il primo ”Corso di base” per gli animatori giovanili. Si moltiplicano le  serate “Luce nella notte” e nel 2004 l’esperienza incomincia a diffondersi in Italia e poi all’estero.

     La nottata funziona così. I giovani animatori vanno fuori delle discoteche, dei bar, dei locali notturni, ai giovani fanno la proposta: “Vieni, c’è Gesù che ti aspetta”. Il giovane rimane scombussolato, a volte dice che non gli interessa, oppure non sa cosa dire. Allora hanno modo di dare la loro testimonianza: “Vedi, anch’io ero come te, ma la vita non mi soddisfaceva. Poi mi è capitato di incontrare Gesù e la mia vita è cambiata. Se vuoi questa sera anche tu puoi incontrare Gesù”.

     Don Andrea dice: “La proposta diretta è scioccante. Parecchi vengono anche per curiosità. La serata si svolge dalla 22 all’una o alle due di notte. Nella chiesa in penombra c’è il Santissimo Sacramento sull’altare. Una équipe di animatori accolgono, uno ad uno, i giovani e in sostanza gli dicono: “Vedi? Là c’è Gesù. Se vuoi puoi scrivergli una preghiera, io poi ti accompagno a portargliela, chiedi la grazia che senti necessaria”. I ragazzi a volte chiedono cosa vuol dire pregare, l’accompagnatore gli spiega, ne discutono. Poi gli consegna un foglio e una penna e quando uno ha scritto la sua preghiera, con un lumino in mano viene accompagnato davanti a Gesù all’altare. A volte si forma una coda di quelli che aspettano di andare dal Signore. Si inginocchiano davanti all’Eucarestia e l’accompagnatore gli spiega che Gesù lo ascolta. Il ragazzo poi legge sottovoce la sua preghiera. Noi raccogliamo queste preghiere e le consegniamo ad un convento di clausura e le suore pregano per questi ragazzi e ragazze. Nessuno legge queste preghiere se non le suore.

     “Di fianco al cestino che  raccoglie questi fogli – continua don Andrea – c’è un altro cestino dove ci sono biglietti con una frase del Vangelo, i ragazzi ne prendono uno. Si fermano a leggerlo ed a meditare e l’accompagnatore gli dice che ci sono dei sacerdoti pronti ad ascoltarlo, a rispondere ai suoi problemi e anche confessarlo. I preti ricevono i ragazzi e le ragazze. In certe notti confessiamo a fiumi. D’estate a volte siamo anche 15 sacerdoti che confessano fino alle due di notte.  In media, d’inverno abbiamo circa 100-150 giovani che vengono in chiesa, d’estate molti di più. Giovani che spesso da dieci, vent’anni non sono più entrati in chiesa. Sono serate di grazia e di grandi conversioni. Il progetto “Sentinelle del mattino” è per le diocesi e le parrocchie e noi formiamo i giovani locali perché diventino evangelizzatori. Le serate “Luce nella notte” sono straordinarie per risvegliare nei giovani il senso del loro battesimo, che li rende evangelizzatori con mentalità missionaria, cioè di primo annunzio e di evangelizzazione”.

     Chiedo a don Andrea come si introduce nelle diocesi. “Una diocesi mi invita, faccio un week-end per il corso base agli evangelizzatori; poi loro stessi fanno una serata  e vanno avanti. Lo Spirito Santo può tutto. Non è una comunità di evangelizzatori che viene da fuori, ma sono i giovani stessi della diocesi o della parrocchia che realizzano la missione per i giovani. Non è facile trovare dei giovani che stanno su una notte per evangelizzare, ma bisogna tentare con fiducia. Abbiamo visto che quando una diocesi prende a cuore il problema e realizza una missione pilota, i giovani che vi partecipano come evangelizzatori ne escono trasformati e contagiano altri a quell’esperienza. Bisogna mettersi in gioco per realizzare quel progetto di Vangelo”.

     Don Andrea attribuisce il successo del progetto all’annunzio esplicito di Gesù: “Se noi andassimo a dire a un giovane che venga ad un concerto, ad un cinema, ad un teatro, non verrebbe. Parlare di Gesù a chi esce o entra in una discoteca il sabato sera li spiazza completamente. Poi l’evangelizzatore personalizza l’invito, racconta in breve la sua storia e dice: “Andare da Gesù mi ha cambiato e mi rende felice. Prova anche tu”. Per dire queste cose, devi crederci e pregare”.

     Le “Sentinelle del mattino” ha l’ufficio a Desenzano (Bs) per coordinare e aiutare le iniziative diocesane e parrocchiali che stanno nascendo, con la produzione di testi e schede di sostegno, il “Cafè teologico” per approfondire i temi della fede e della storia cristiana, proposte per i giovani che vogliono tornare alla fede e non sanno come e cosa fare. Le “Sentinelle del mattino” sono un movimento diocesano, che crea cellule di evangelizzazione nelle parrocchie. L’importante è educare i giovani a parlare della loro fede senza timidezza, quando poi vanno in università o in altri luoghi abituali per loro, saranno meno timidi. Giovanni Paolo II ha detto ai giovani: “Se sarete quello che dovete essere, porterete il fuoco nel mondo” e poi ha spiegato che debbono  essere evangelizzatori del loro mondo giovanile. Quindi non è un movimento, ma uno strumento diocesano di evangelizzazione.

 

                                                     Piero Gheddo

Signore, ti prego per la mia Italia!

          

 

      In questi giorni prego ed ho celebrato la S. Messa per l’Italia e la stabilità del governo italiano. Come sacerdote non posso fare altro per aiutare il mio paese in una delle situazioni più gravi di pericolo che negli ultimi tempi stiamo correndo. Il Presidente Napolitano l‘ha detto e ripetuto più volte: l’Italia ha bisogno di stabilità di governo per salvare la nostra moneta dagli speculatori internazionali e non rischiare di fare la fine di Grecia, Irlanda, Portogallo e forse, speriamo di no, della Spagna. Se l’Italia ha bisogno di stabilità politica, noi preti non possiamo fare altro che pregare e far pregare i  fedeli per questo scopo.

    Superfluo dire che per me questa non è una “scelta politica” per una parte piuttosto che l’altra; è una “scelta di amore all’Italia” perchè in questo momento, se ci vuole stabilità e governabilità, non c’è altra soluzione che evitare le elezioni in primavera (con mesi di contrasti violenti, battaglie mediatiche e televisive, proteste, manifestazioni e scioperi, accuse e contro-accuse) e quindi augurarci che il governo attuale continui e possa governare (perchè un altro governo significa passare per le elezioni!). Per questo abbiamo il dovere di pregare. Le nostre scelte politiche personali le faremo valere quando ci sarà l’opportunità di votare per le elezioni politiche. Adesso nel frastuono generale di queste giornate così violente e confusionarie, ci raccomandiamo al Signore con la preghiera.

     Abbiamo pregato e preghiamo per la pace in Iraq e in Afghanistan, in Tunisia ed Egitto e in tante altre nazioni, perché non dovremmo pregare per la pace nella nostra cara Italia? Signore, aiuta il popolo italiano a non precipitare nel baratro, dove non ci sono né vinti né vincitori, ma tutti sconfitti.                         

                                                                                 Piero Gheddo

Ma questa è la scuola italiana?

 

 

Piccola premessa di servizio per tutti i lettori: alcuni di voi segnalano che non riescono a inserire commenti. Abbiamo verificato e il meccanismo funziona: chi vuole aggiungere un commento deve clickare sul titolo oppure sulla scritta Commenti che appare sotto la data dell’articolo (accanto al titolo). In questo modo si apre in basso lo spazio dove è possibile inserire il proprio commento. Ci scusiamo per non essere stati più chiari prima e a presto!

 

    Mi telefona una cara amica di una cittadina vicina a Milano, con 30 anni di insegnamento delle scuole elementari, per augurarmi Buon Anno e poi continua: “Più vado avanti  e più mi accorgo che di cinque in cinque anni i genitori dei bambini sono sempre più preoccupati di tutto, meno che dell’educazione e dei valori da trasmettere ai loro figli. Quel che importa è che il bambino non torni a casa scontento. Sono sempre pronti a mettere i puntini sulle i, ma educazione zero. Numerosi quelli che prendono la scuola come un parcheggio: io lavoro, il  mio bambino è custodito e basta. Bambini non controllati, non seguiti.

     “A volte mi metto a pulire le loro cartelle e dico al bambino: quand’è l’ultima volta che tua mamma ha guardato dentro alla tua cartella? Tiro fuori manate di carta, disegni stropicciati, senza il materiale che serve. Nella nostra città arriviamo al 45-50% dei bambini non italiani, sono bengalesi, singalesi, equadoregni, peruviani.  Queste famiglie, eccetto qualche caso, ci tengono di più all’istruzione, all’educazione,  chiedono se il bambino è educato, se si comporta bene. E’ duro dirlo, ma molte famiglie italiane non sono così. Gli immigrati fanno più figli e sanno educarli. Sono in condizioni peggiori delle famiglie italiane, ma fanno più figli e ci tengono ad educarli bene. Come fanno? Rinunziano a tante comodità e dimostrano che si può vivere bene anche in una povertà dignitosa.

 

     “E poi, com’è diventato difficile, anche nelle scuole elementari, fare certi discorsi. Per Natale il parroco voleva venire ad augurare il Buon Natale a tutti. Abbiamo dovuto mandare ai genitori una lettera nella quale chiedevamo se permettevano che il bambino partecipasse a questo saluto. Mamma mia! Ma un augurio o anche la benedizione del sacerdote non ha mai fatto male a nessuno. E ci sono italiani che dicono di no, mentre i genitori stranieri, in genere, rispondono che il loro figlio canta le canzoncine di Natale, partecipa al saluto del sacerdote….. Insomma, non possiamo più fare un passo senza avere il consenso dei genitori in tutto e per tutto.

 

     “Ci sono ancora delle famiglie italiane che si salvano, ma sono sempre meno. Dieci-vent’anni fa, c’erano mamme che venivano a chiederti notizie del figlio, come faceva, se si comportava bene, chiedevano consiglio; se c’è qualcosa da dire me lo dica pure. Adesso, se la maestra ha scritto un appunto sul quaderno del bambino, perché è già tre volte che viene in classe senza il quaderno, oppure perché per il terzo giorno consecutivo ha picchiato un altro bambino; la mamma viene a chiedermi come mi sono permessa di scrivere quelle cose sul suo tesoro.  Bisogna pesare e soppesare le parole. E’ vero, non bisogna offendere, ma dire lo stesso le cose che devi dire. Perché ci sono delle colleghe che ti dicono: ma chi te lo fa fare? Tu dì che va tutto bene e sei a posto. Ma non è giusto. La maestra non insegna solo delle nozioni, ma educa la personcina di cui ha la responsabilità.

     Oggi poi  è diventato difficile proporre cose che possano andar bene a tutti. Ad esempio, una volta la IV e la V si ritrovavano, anche fuori dell’orario scolastico, per celebrare la festa del IV novembre, le famiglie ci tenevano; oppure si andava in chiesa all’inizio dell’anno e i bambini venivano tutti. Queste cose non si possono più fare, ma non diamo la colpa al fatto che ci sono stranieri di religione diversa. Non è vero, ci sono italiani che della religione non glie ne importa assolutamente niente e vogliono che il bambino sia educato così.

     Ricordo che c’era un reduce dalla guerra in Russia che sapeva parlare ai ragazzi. Veniva in classe e raccontava la sua prigionia in Russia, le lunghe camminate sulla neve, la sofferenza della fame e altro. I bambini ascoltavano attenti, con la bocca aperta. Portava in classe i suoi scarponi come li aveva portati dalla Russia, con ancora la terra della Russia attaccata alle suole: un cimelio. Era un racconto educativo. Oggi non si può più fare. I genitori si scandalizzerebbero. I bambini non debbono soffrire di nulla, non possiamo parlare della morte, della sofferenza, i bambini debbono essere sempre contenti. Poi li lasciano allo sbando per ore davanti alla televisione in tenera età. Noi ci accorgiamo dai discorsi che fanno in classe, chiaramente televisivi. I bambini non debbono essere messi a confronto con la realtà, che è anche dolore, malattia, morte! L’importante è che non romano le scatole ai genitori.

 

      Ho ancora presente una bambina egiziana. Mamma e papà  erano due gioielli. La bambina si è presentata in prima elementare e aveva problemi di linguaggio. Il papà chiedeva di  fare il lavoro la notte per sei mesi, in modo da poter accompagnare la bambina due volte alla settimana per la logopedia. Quando gli ho detto che la bambina era curiosa, interessata a tutto e stava migliorando, quell’uomo, che era un armadio, si è messo a piangere. A quest’uomo e a sua moglie, una bellissima signora, ho chiesto se a Natale la bambina poteva cantare le canzoncine di Natale e hanno risposto: “Rania canta tutto, anche le canzoni di Natale. Rania deve sapere che ci sono anche le altre religioni”. Ci sono famiglie italiane che non vogliono, sono atee, i loro bambini debbono essere come loro. Nei primi anni che ero in scuola, si faceva la preghierina tutte la mattine, adesso non si può più. Noi insegnanti cattoliche in una scuola laica, abbiamo anche degli insegnanti che sono contro la religione e la Chiesa. Bisogna agire con calma ma una volta abbiamo bisticciato per le canzoncine natalizie.

 

     Purtroppo,  oggi la maggioranza delle famiglie non sono regolari. Anni fa facevamo fare il compito “La mia famiglia“ oppure “Mio papà e mia mamma” e venivano fuori dei bei temini che  commuovevano i genitori. Adesso non si può più perché molte famiglie sono irregolari e si mettono in difficoltà i bambini. Qualcuno viene fuori a dire: “Io ho due papà. Il mio papà vero e il mio papà finto”. Una mamma viene a dirmi che si è separata dal marito e mi consegna un foglio del tribunale e dice: se il marito viene a ritirare la bambina, non bisogna dargliela. La società non si rende conto che la separazione e il divorzio lo pagano i bambini. I genitori vogliono il diritto di fare quel che vogliono, ma al diritto del bambino di avere due genitori che si vogliono bene, chi lo rispetta? Quando i genitori si separano o divorziano, i bambini sono quelli che più ci perdono. Crescono male, hanno una ferita psicologica che li accompagnerà tutta la vita.

                                                                                       Piero Gheddo

 

 

L'islam e i diritti dell'uomo

         

     L’islam è di nuovo alla ribalta dell’attenzione mondiale, con le manifestazioni per una maggior democrazia in Tunisia, poi in Egitto, Algeria, Giordania, Yemen, mentre in Libano sta prendendo piede un governo che si prevede dominato dagli  Hezbollah.  Dove sboccheranno questi movimenti popolari? Verso governi democratici o guidati dagli estremisti islamici come in Iran? L’Egitto, con i suoi 80 milioni di abitanti, è il più importante paese arabo-islamico del Medio Oriente; se andasse nella direzione dei Fratelli Musulmani, per Israele e l’Europa sarebbe un disastro di proporzioni inimmaginabili. Impossibile fare previsioni, ma le guide dei popoli islamici, culturali, religiose e politiche, dovrebbero rispondere a questo interrogativo: i popoli dell’islam, che si avvicinano al miliardo e mezzo di fedeli, vogliono entrare nel mondo moderno, portando il contributo dei loro valori umani e religiosi, o allontanarsene per creare una società alternativa?

    Ecco in sintesi alcuni aspetti della situazione attuale, che dovrebbe preoccupare specialmente i capi e le guide spirituali dell’islam:

 

      Nel mondo islamico si assiste quasi ovunque ad una crescita del fondamentalismo, visto come soluzione ai disagi dei popoli del Corano.

      Nei paesi in cui i musulmani sono la maggioranza non esiste vera democrazia e i fedeli di altre religioni non godono di piena libertà religiosa.

       Dove i musulmani sono una consistente minoranza religiosa (Filippine, Thailandia, Cina, Costa d’Avorio, Nigeria), chiedono con la violenza e la guerriglia la secessione dallo stato.

     – I paesi islamici, quasi tutti benedetti da Dio con grandi risorse naturali (petrolio), sono molto in basso nella graduatoria monitorata dall’Onu per misurare lo “sviluppo umano” dei popoli (istruzione, libertà, giustizia sociale, democrazia, diritti dell’uomo e della donna, benessere, sanità, ecc).

     L’uso della violenza, del denaro e del ricatto (se entri in questo commercio, in questa azienda devi convertirti all’islam) per portare nuovi fedeli nella comunità islamica o per impedire l’uscita di un fedele dall’islam è molto comune in quasi tutto il mondo islamico.

     Superfluo continuare con gli esempi. Com’è possibile che i capi islamici non discutano pubblicamente di questi problemi, coinvolgendo i loro popoli? In Occidente si parla spesso di “islam moderato” e certamente la grande maggioranza dei musulmani sono persone di preghiera e di virtù umane, oneste e di buon senso: l’ho sentito dire dai cristiani in ogni parte del mondo islamico e ho avuto diverse esperienze probatorie. Ma perché poi, nella comunità di fede (la “umma”) questo islam moderato non viene mai fuori, ad esempio nelle frequenti e assurde condanne a morte di cristiani per la “Legge contro la bestemmia” in Pakistan?  Possibile che prevalgano sempre i gruppi estremisti e i “moderati” non facciano mai sentire la loro voce, non in Occidente dove c’è libertà,  ma proprio nei paesi dell’islam, per educare il popolo ad un diverso modo di sentire e di agire?

      E’ noto che la “Carta dei Diritti dell’Uomo”, approvata dall’Onu nel 1948, è di chiara ispirazione cristiana, perché a quel tempo gli stati membri delle Nazioni Unite erano quasi tutti cristiani. I paesi islamici non firmarono quella Carta e quelli che poi hanno firmato, nel 1990 al Cairo hanno promulgato la “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo nell’Islam”, che afferma: “L’islam è la religione della natura dell’uomo” (art. 10); e concede libertà religiosa, ma “fino a che rimane nel quadro dei limiti generali che la Legge islamica prevede a questo proposito”. Discorso ambiguo e inconsistente.

     Il problema fondamentale dell’islam è il rispetto dei diritti dell’uomo e della donna, che alla radice è un problema teologico: cioè come leggere e interpretare il Corano. Nel 2006 a Ratisbona Benedetto XVI segnalava una differenza essenziale fra islam e cristianesimo: “La fede della Chiesa si è sempre attenuta alla convinzione che tra Dio e noi, tra il suo eterno Spirito creatore e la nostra ragione creata esista una vera analogia”, cioè una somiglianza nel modo di ragionare . E il Papa concludeva: “Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio”. In altre parole, la violenza per Dio non esiste, non può esistere, la ragione la condanna. . Il Papa ha denunciato l’assurdità della violenza esistente nel mondo islamico, per dare uno scossone anzitutto all’Islam stesso. Perché l’islam moderato capisca che è arrivato il momento di reagire e di far sentire le proprie ragioni e la propria voglia di vivere in pace. Cosa c’è di errato nell’islam per non arrivare a capire questo? Se i capi e i teologi islamici non affrontano e non  risolvono questo assurdo, i popoli islamici, dei quali ammiriamo il profondo senso religioso e l’amore alla preghiera, non si capisce come e quando possano entrare nel mondo moderno.

 

                                                                               Piero Gheddo

L'educazione dei figli in Papua Nuova Guinea

Piccola premessa di servizio per tutti i lettori: alcuni di voi segnalano che non riescono a inserire commenti. Abbiamo verificato e il meccanismo funziona: chi vuole aggiungere un commento deve clickare sul titolo oppure sulla scritta Commenti che appare sotto la data dell’articolo (accanto al titolo). In questo modo si apre lo spazio dove è possibile inserire il proprio commento. Ci scusiamo per non essere stati più chiari prima e a presto!

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La Cei ha scelto l’educazione come “orientamento pastorale” per questo decennio (2010-2020), specialmente l’educazione dei minori. Il modello della famiglia unita che educa i figli trasmettendo la fede con l’amore fra i genitori e verso i loro piccoli è lo schema culturale del cristianesimo. Un missionario in Papua Nuova Guinea mi racconta come si formano i bambini nella famiglia papuana, secondo la loro cultura non cristiana. “In Italia, premette, molti non capiscono l’importanza della missione fra i non cristiani, perchè dicono che le culture sono più o meno eguali e l’una vale l’altra”.

Il cremonese padre Giorgio Bonazzoli del Pime è in P.N.G. dal 1993, come insegnante di teologia nel seminario maggiore di Rabaul: più di 100 alunni per sei diocesi. Il paese, esteso due volte l’Italia con 6,5 milioni di abitanti, è indipendente dall’Australia dal 1975 e la Costituzione dice che è “una nazione cristiana”. Il 70-75% degli abitanti sono battezzati, 30% cattolici, gli altri protestanti di varie Chiese e sette. I missionari erano presenti già a metà del 1800 (nel 1855 il Pime ebbe il martire beato Giovanni Mazzucconi), ma l’evangelizzazione, praticamente iniziata dopo la II guerra mondiale, è ancor molto superficiale. Padre Giorgio racconta:

“La formazione del minore è questa. A 4-5 anni bambini e bambine vanno fuori di casa e vivono nella “House Boy”, la casa del ragazzo o in quella delle ragazze. Non sono educati dai genitori, ma si formano vivendo con altri della loro età, per imparare a cavarsela da soli. Qui c’è la famiglia allargata, non solo papà e mamma, ma nonni, zie, zii, cugini, fratelli, sorelle. Tutti si prendono cura del minore, ma in pratica deve decidere da solo. Vengono fuori personalità forti, però individualiste al massimo. Se non riescono ad affermarsi, diventano timidi e paurosi e sono condannati a dipendere dagli altri. E’ una società nella quale fin da piccoli vincono i più forti, gli altri sono perdenti e si rassegnano.

“I genitori vogliono bene ai loro figli, ma secondo la mentalità comune ciascuno pensa a se stesso. Se il bambino o il ragazzo dà fastidio, lo puniscono in modo anche violento, lo picchiano, gli danno pugni o calci. Un genitore arrabbiato può danneggiarlo gravemente. Il governo ha fatto una legge che proibisce ai genitori di punire fisicamente il minore, il quale può denunziarli se usano violenze contro di lui. Così, vivendo da solo, il ragazzino fa quel che vuole, nessuno lo corregge. Se resiste diventa una personalità forte, altrimenti rimane un debole che poi è oppresso dalla società. I ragazzi crescono con le loro idee, le loro reazioni, le loro abitudini, ciascuno secondo il suo carattere. Anche le ragazze crescono allo stesso modo. Interessa la propria persona, l’altro non interessa, può farti del male, non è visto come persona sulla quale puoi contare, ma come un potenziale nemico”.

Dico a padre Giorgio che nei testi di etnologi si legge che questi popoli, diciamo “primitivi”, hanno un forte senso comunitario: è vero o no?

“Certo hanno il senso comunitario – dice Giorgio – ma in modo diverso dal nostro: sanno che questo è mio padre, mio zio, mia cugina, mia sorella; sanno come comportarsi con quelli che fanno parte del clan, della grande famiglia: si fanno le feste comuni, si danza assieme, sanno come salutare i vari familiari e cose di questo genere. Ma chi non fa parte della grande famiglia non esiste, non interessa, dagli altri debbo difendermi. Anche questo fa parte del vivere insieme, ma non ha niente a che fare col nostro modo di intendere la socialità che si estende a tutti, non solo ai consanguinei. Prevale sempre l’individualismo dei singoli.

“Quando i giovani formati in questo modo arrivano in teologia, questa mentalità di fondo rimane ben forte. Se rimproveri un alunno, ti dice di sì perché teme di essere punito, ma poi fa quel che vuole. Io sono straniero e loro, se parlano, dicono: “Questa è la mia cultura” e chiudono il discorso. In qualunque cosa io li richiami, essi dicono: “E’ la mia cultura”. La cultura è diventata la leva, il pretesto per fare ciò che uno vuole. Manca il senso dello stato e del bene comune. La tendenza a far valere i propri “diritti” contro quelli degli altri, diventa non voler cambiare nulla e frena lo sviluppo della nazione.

“Quando dico queste cose ai miei seminaristi, loro mi ascoltano ma poi non dicono niente, forse pensano: “Lui è straniero e non capisce la nostra cultura”. Questo lo dico per far capire quanto è difficile la formazione di un prete! I nostri seminaristi hanno questa mentalità: a loro interessa la propria grande famiglia, il clan, gli spiriti. In questa mentalità ci sono cose valide, ma tante altre che sono da abolire.

“Con questo tipo di cultura è già difficile formare un buon cristiano. Poi ci sono anche i buoni cristiani, convinti. Ma spesso sono buoni e fervorosi fin che c’è la spinta del prete, i buoni esempi attorno e loro, cioè fin che hanno benzina nel motore. Quando cambia la situazione, quando finisce la spinta esterna, la macchina si ferma. Sono brava gente, ma non hanno assimilato i valori cristiani, nel profondo rimangono più o meno quelli di prima. Nelle missioni puoi avere dei cristiani che vengono a Messa, si confessano, pregano, sono devoti e fedeli alla Chiesa e questo per mesi o anche per anni. Poi magari non vengono più. Sono ridiventati pagani? No, rimangono cristiani, ma non vengono più per motivazioni esterne: ad esempio, il nuovo prete è meno simpatico dell’altro.

“Fra i cristiani abbiamo anche anime belle e sante, ma sono troppo poche. A me pare che non abbiano assimilato la vita cristiana che parte dall’amore a Cristo e al prossimo. In pochi decenni non è possibile passare da una cultura e mentalità pagana ad una cristiana autentica. Lo Spirito Santo può fare anche questo, ma sono casi singoli, esemplari, non comuni. Quando parlo ai giovani, se dico che voglio parlare della loro cultura, allora tutti stanno attenti, ti seguono, non pensano ad altro. Interessa solo quel che li riguarda. Se parlo di altri temi, allora non ti seguono più. E’ una mentalità diversa dalla nostra. Usano il computer, il telefonino, vedono la televisione, ma la mentalità di fondo non cambia. Questa è una sfida per noi educatori e per l’autorità ecclesiastica, continua padre Bonazzoli. Hanno la capacità di diventare preti, con sincerità e fervore, ma il sacerdote è visto come il capo, colui che comanda e dispone. Quindi deve essere furbo, fare i suoi interessi. Non è il motivo principale per cui si fanno preti, ma il secondo sì: tu diventi capo, quindi avrai molte cose a disposizione e questo servirà ai tuoi parenti, al tuo clan, al tuo villaggio. E’ una mentalità considerata naturale, giusta. Quando diventano preti o professori entrano nella parte di chi comanda e si fa servire. Prima loro hanno servito chi era a capo, adesso che sei tu il capo devi farti servire. Non lo fanno per egoismo o superbia, ma perché debbono entrare nella loro parte. In questo grado di maturazione cristiana la visione del prete non può essere diversa, perchè tutti si aspettano questo da te. Lo Spirito Santo lavora, ma anche Lui ci mette il suo tempo”.

Piero Gheddo

Pregare per le conversioni a Cristo

 

     Benedetto XVI  chiede “slancio missionario”, affinchè la “Nuova Evangelizzazione” porti frutti. Tradotto in termini pastorali significa una fede entusiasta nei pastori e nei fedeli e una varietà di iniziative di Vangelo che possa creare tanti stimoli e occasioni per tornare a Cristo. Mi spiego. Penso che spesso, soprattutto noi sacerdoti anziani, soffriamo di “arteriosclerosi pastorale”, accettiamo difficilmente le novità. Ma la missione e lo spirito missionario sono essenzialmente novità continua, sempre con lo stesso fine, portare le anime a Cristo. Non possiamo essere pessimisti. Visitando tante Chiese locali, in Italia e nelle missioni, ho spesso ringraziato il Signore nel vedere come la Chiesa si rinnova continuamente, ringiovanisce nello spirito e nell’annunzio del Vangelo. Io divento vecchio, la Chiesa no.

     Viene a trovarmi un sacerdote padovano, padre José Stella, in Brasile dal 1963 come missionario comboniano. Negli anni ottanta ha lavorato sette anni in Africa, poi è tornato in Brasile con il compito di suscitare missionari brasiliani e poi sostenerli quando vanno in missione. Racconta: “Ho fatto il lavoro pastorale aiutando a fondare tre parrocchie e impegnandomi anche nell’animazione missionaria. Sono diventato cittadino brasiliano e pregavo il Signore perché mi aiutasse a rinnovare la pastorale e l’animazione missionaria. Nel marzo 1996 Giovanni Paolo II ha chiesto di iniziare dei “Cenacoli missionari di preghiera nelle parrocchie, in armonia con le altre attività pastorali, per dare vigore alla coscienza missionaria di tutti i battezzati”.

     “Quelle parole, dice don José, mi hanno folgorato. Ho capito che la via giusta era la preghiera, non la politicizzazione che allora non pochi animatori e stampe missionarie seguivano e non portava frutti di conversione a Cristo. Il 18 aprile 1996 ho iniziato il primo gruppo di famiglie, con lo scopo di partecipare alla missione della Chiesa, di annunziare e convertire a Cristo tutti gli uomini. L’iniziativa grazie a Dio ha avuto successo e oggi ci sono 500 cenacoli missionari in diverse diocesi del Sud Brasile. Non è poco in una sola piccola parte dell’immenso Brasile.

      “Fin dall’inizio ho capito che doveva essere una iniziativa diocesana. Visito i vescovi e chiedo il permesso di entrare in diocesi. Dico: sono un prete diocesano, vogliamo iniziare cenacoli di famiglie che si inseriscono nella vita parrocchiale e diocesana, in pieno accordo con i parroci. I soldi che si raccolgono vengono messi nella banca della diocesi e a nome della diocesi, che poi li manda a quel missionario che il gruppo ha stabilito. Così il vescovo sa, il vescovo controlla, il vescovo apprezza e consiglia la fondazione di altri gruppi, come aiuto all’evangelizzazione del nostro Brasile e con un’apertura universale.

     La bella sede che abbiamo a San Paolo l’ho comperata con soldi di benefattori, quando il prezzo dei terreni era ancora basso. Abbiamo costruito la sede dell’associazione e oggi c’è anche il Centro missionario diocesano; lì vicino abbiamo comperato un capannone, ristrutturato e dato in affitto perché mantenga l’opera. Io  vado a predicare nelle parrocchie che mi chiamano e parlo della conversione a Cristo, che è lo scopo della Chiesa e il senso della vita cristiana. Poi spiego i Cenacoli missionari e se qualcuno aderisce all’iniziativa, d’accordo col parroco vado a trovare questa famiglia, spiego a loro l’impegno che si prendono e il sostegno che noi possiamo dare. Se iniziano, mandiamo ogni mese il foglio con i racconti di conversioni da leggere quando si riuniscono a pregare.   

     L’incontro mensile si svolge in una casa privata o in qualche locale della parrocchia. Mettono sul tavolo una carta geografica e un’immagine della Madonna e dicono il Rosario pregando per le conversioni dei pagani o dei cristiani che hanno perso la fede. E si leggono testimonianze di conversioni a Cristo, che comunico con un foglio mensile di esempi. Questi racconti piacciono  e contribuiscono ad aggregare altri fedeli. Cerco testimonianze ma è molto difficile trovare il materiale. Parroci e missionari non tengono nota di queste “meraviglie dello Spirito”, che invece bisogna far conoscere. Ogni mese preparo un foglio con le testimonianze che riesco a raccogliere, le leggono e pregano. Poi raccolgono anche aiuti da mandare ai missionari brasiliani fra i pagani. Ho visto in Africa che i missionari italiani realizzano molte chiese, cappelle, scuole e altre opere, i brasiliani sono in difficoltà perché ricevono pochi aiuti. L’anno scorso abbiamo mandato circa 180.000 Reais (120.000 Euro) soprattutto in Africa, anche al  nostro vescovo missionario brasiliano di Bafatà in Guinea Bissau, mons. Pedro Zilli. I vescovi del Brasile sono d’accordo che i loro gruppi aiutino i missionari in Africa e in Asia tra i pagani. E’ importante perché questa buona abitudine che c’è in Italia attecchisca anche in Brasile”.

     Chiedo a don José a cosa attribuisce il successo dei cenacoli missionari di preghiera. “Anzitutto alla preghiera. Quando chiedi preghiere per uno scopo preciso, la gente risponde. Secondo, all’insistenza sulla conversione a Cristo, oggi non si sa più bene cosa fa la Chiesa: sulla conversione a Cristo sono tutti d’accordo. Terzo, la carta geografica, l’apertura missionaria, la lettura di molti esempi dall’altra parte del mondo”.

                                                                                                     Piero Gheddo

 

 

 

 

 

   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quale “Nuova Evangelizzazione”?

 

                               

    Leggo su “L’Osservatore Romano” un interessante articolo di mons. Rino Fisichella su “La Nuova Evangelizzazione” (21 gennaio 2011). La finalità di questo “Pontificio Consiglio” è stata ben delineata da Benedetto XVI il 28 giugno scorso quando l’ha istituito: il suo scopo è di “risvegliare la fede nei Paesi di antica tradizione cristiana… e offrire delle risposte adeguate perchè la Chiesa intera si presenti al mondo contemporaneo con uno slancio missionario in grado di promuovere una nuova evangelizzazione”.

     Mons. Fisichella commenta queste parole del Papa indicando orientamenti e speranze del nuovo dicastero. Mi permetto di raccontare l’esempio di un missionario autentico, che può illuminare il modo, il metodo, il linguaggio e i contenuti di questa provvidenziale iniziativa, che deve appassionare tutti i credenti in Cristo.

     Il Venerabile padre Clemente Vismara, non lontano dalla beatificazione, è stato 65 anni in Birmania (1923-1988) ed è morto a 91 anni nel 1988 con una grande fama di santità anche presso i non cristiani. Sono andato a trovarlo nel 1983, aveva 86 anni e tentavo di fargli un’intervista, ma lui non voleva parlare della sua vita avventurosa in una regione forestale e montuosa, fra poveri tribali animisti, villaggi con capanne di fango e paglia, una vita “primitiva” tormentata da bande di guerriglieri e briganti. Mi diceva: “Parliamo invece di quel che farò nei prossimi anni, costruirò scuole e cappelle, prenderò contatto con tribù nuove, battezzerò altri nuovi cristiani, continuerò a raccogliere orfani….”. Aveva 86 anni ed era ancora parroco a Mongpin, il medico più vicino a un centinaio di chilometri (con quelle strade), con una “parrocchia” di circa 9.000 kmq, più del doppio della sua diocesi di Milano. Visitava ancora i suoi villaggi cristiani, si lamentava solo di non poter più andare a cavallo e per salire i ripidi sentieri di montagna veniva portato su una barella da quattro uomini o quattro donne. “Che vergogna, mi diceva, essere portato dalle donne!”.  

      Del Venerabile padre Clemente, un suo confratello del Pime padre Angelo Campagnoli, che è stato con lui sei anni, così lo ricorda: “La vita di Vismara è la ripetizione degli stessi gesti per 65 anni. Come ha incominciato, così ha finito: orfani, lebbrosi, oppiomani, poveri affamati, riso, cappelle, scuole, villaggi da visitare, è sempre stata la stessa vita, uguale nella sua ripetitività ma sempre nuova perché Vismara faceva gli stessi gesti con lo stesso entusiasmo della prima volta….Padre Clemente si realizzava prendendosi cura di tutte le miserie che vedeva, di tutti i poveri che gli capitavano a tiro, dava da mangiare anche ai fuggiaschi della guerriglia, ai ladri scacciati dai villaggi, ai lebbrosi che nessuno più voleva vicino alle abitazioni dei sani, alle vedove ed a qualunque tipo di povero. Viveva con 200-250 orfani affidati alle cure della suore di Maria Bambina. Tutti lo entusiasmavano di nuovo, come fosse la prima volta. Dava a tutti come fossero da tanto tempo suoi amici. In quelle situazioni di fame e carestie, il suo vanto era di poter dire: tutti quelli che vengono alla missione mangiano tutti i giorni. Passava parte della notte scrivendo tante lettere agli amici e benefattori”.

     Padre Mario Meda, anche lui nella diocesi di Kengtung per otto anni, aggiunge: “Padre Clemente diceva molti Rosari, secondo il consiglio di mons. Erminio Bonetta, fondatore della nostra diocesi: “Seminiamo molti Rosari nei nostri viaggi e nelle nostre giornate, porteranno molti frutti di conversione”. So che Vismara recitava un Rosario intero tutti i giorni, 150 Ave Maria, e compiva quotidianamente le pratiche di pietà della vecchia tradizione sacerdotale… Questa era la sua regolarità, tutti i giorni della sua vita. Però era anche libero, non formalista, ad esempio era disposto a interrompere la preghiera del Breviario per rispondere a qualcuno e poi riprenderla. Era un uomo libero di spirito, equilibrato in tutto, pieno di buon senso e di amore a Dio e all’uomo. Viveva con fedeltà la sua vocazione, non sognava cose diverse, era libero da ogni complesso, credo non abbia mai avuto problemi di fede o difficoltà ad essere un buon cristiano, prima che un buon prete e missionario”.

      L’esempio di questo Venerabile in attesa di beatificazione, credo illustri bene, in concreto, quello “slancio missionario” che  Papa Benedetto chiede a tutti noi, vescovi, preti e laici cristiani, per riportare il nostro Occidente a Dio ed a Gesù Cristo

                                                                              Piero Gheddo