Senza Dio non c'è pace

  

     Ieri sera, venerdì 21 gennaio 2011, ho partecipato alla Marcia per la Pace a Muggiò, in provincia di Monza-Brianza, organizzata dal Decanato di Desio (12 parrocchie). Consola vedere, in una serata di gelo sottozero, tante persone, e anche giovani, che partecipano con fede. Partenza dalla parrocchia periferica di Muggiò (San Carlo) alle 21, con saluto del Sindaco e del Parroco Decano, e poi la marcia con preghiere e canti verso la chiesa centrale di Muggiò (SS. Pietro e Paolo), con la mia testimonianza e poi quella di un sacerdote della Chiesa greco-ortodossa di Grecia, in visita a Milano per la settimana dell’Unità dei cristiani. Nella grande chiesa parrocchiale strapiena abbiamo poi pregato per la pace, l’unità delle Chiese cristiane e che cessino odio e violenze contro i fedeli di Gesù Cristo. Una serata di fede e di riflessione che il Signore benedice.

      Il Messaggio di Benedetto XVI per la Giornata della Pace del 1° gennaio 2011 (“Libertà religiosa, via per la pace”) non ha nulla di convenzionale, a cominciare da questa constatazione: “I cristiani sono attualmente il gruppo religioso che soffre il maggior numero di persecuzioni a motivo della propria fede”. Un dato di fatto innegabile che tutti ormai conoscono, una denunzia di fronte alla quale sarà più difficile far finta di niente. Infatti, il governo italiano e poi l’Unione Europea si sono mossi, con la proposta: “Niente più aiuti ai paesi che perseguitano i cristiani”.

     Ho  raccontato alcuni casi di persecuzione di cui sono stato testimone in Pakistan, Ruanda, Filippine e spiegato il significato profondo del Messaggio papale. Il Papa difende i cristiani nei molti paesi in cui sono perseguitati. Ma non si limita a questo. Benedetto XVI scrive che la libertà religiosa è la base dei diritti umani, “la cartina di tornasole per verificare il rispetto di tutti gli altri diritti umani” (n.5). Infatti, i paesi nei quali più si esercita violenza contro la libertà religiosa, sono proprio quelli che violano tutti i diritti umani e creano tensioni che fanno temere possibili guerre: Iran, Nord Corea, Cina, Vietnam, Pakistan, Somalia, Myanmar, Sudan, Egitto.

 

     Perchè il Papa scrive che “la libertà religiosa è una vera arma per la pace” ed è alla base di tutti i diritti umani? Perchè il fondamento della pace è l’amore di Dio Padre per tutti gli uomini e il comandamento che il Figlio di Dio Gesù Cristo dà ai suoi discepoli: “Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi”. Se dall’orizzonte di un popolo togliamo Dio e il riferimento a Dio (Dio è amore!), inevitabilmente prevalgono l’egoismo, l’odio, la vendetta, l’oppressione delle persone e dei popoli, la guerra.  

     La libertà religiosa non è quindi un problema che interessi solo i cristiani, ma deve appassionare tutti gli uomini di buona volontà, perché è alla base dei diritti umani e della convivenza sociale. La pace nel mondo, e nelle famiglie, è un dono di Dio. I nemici della libertà religiosa, scrive il Papa, sono anche i nemici della pace. In particolare Benedetto XVI ne ricorda due:

          Primo, il fondamentalismo, che strumentalizza una religione “per mascherare interessi occulti, come ad esempio il sovvertimento dell’ordine costituito, l’accaparramento di risorse o il mantenimento del potere da parte di un gruppo, può provocare danni ingentissimi alle società”. Il Papa condanna ancora una volta ogni violenza fatta in nome di Dio, ricordando che la verità si impone con se stessa (n. 7). Evidentemente allude al radicalismo islamico, a quello indù, al terrorismo.

         Secondo, il relativismo, che toglie ogni valore alla religione e la condanna a diventare un “hobby” privato, quindi a non influire sul cammino della società e sulla formazione dei giovani. Benedetto XVI si riferisce al mondo occidentale dove, con la scusa di non offendere le altre religioni, si cancellano i sacri segni cristiani dalla vita pubblica e si costringe al privato l’esperienza religiosa: “Le leggi e le istituzioni di una società – grida il Papa – non possono essere configurate ignorando la dimensione religiosa dei cittadini o in modo da prescinderne del tutto” (n. 8). Gli esempi sono tanti: le leggi contro la vita e la famiglia (aborto, divorzio, unione dei gay equiparata al matrimonio, eutanasia, ecc.).

      Il materialismo vuoto dell’Occidente, che emargina la religione, sta distruggendo lo sviluppo civile creato in due millenni di cristianesimo: a partire dalla famiglia, si stanno sfasciando anche la scuola, la politica, l’economia, la società civile. Il Papa chiede che la legislazione dei vari Paesi tenga conto della legislazione internazionale in fatto di diritti umani e religiosi e propone come simbolo per un futuro di pace l’incontro di Assisi del 1986, dove “i leader delle grandi religioni del mondo hanno testimoniato come la religione sia un fattore di unione e di pace, e non di divisione e di conflitto. Il ricordo di quell’esperienza è un motivo di speranza per un futuro in cui tutti i credenti si sentano e si rendano autenticamente operatori di giustizia e di pace” (n.11).

      Nella Giornata per la Pace, che in questo gennaio è celebrata in molte diocesi e città, Benedetto XVI lancia un appello a tutti i cristiani, che “sono chiamati, non solo con un responsabile impegno civile, economico e politico, ma anche con una testimonianza della propria fede e carità, ad offrire un contributo prezioso al faticoso

ed esaltante impegno per la giustizia, per lo sviluppo umano integrale e per il retto ordinamento delle realtà umane” (n. 7).

                                                                                        Piero Gheddo

 

Ottobre 2011 – Il Papa e le religioni ad Assisi

 

     Fra i 16 documenti del Concilio Vaticano II (costituzioni, decreti, dichiarazioni) quello che più ha rivoluzionato la missione alle genti non è stato, come si potrebbe immaginare, l’ “Ad Gentes”, ma la “Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane” (“Nostra Aetate”), il testo più breve (cinque soli numeri), che ha capovolto la mentalità e le prospettive delle giovani Chiese e dei missionari. La storia, specialmente della Chiesa, è guidata dallo Spirito Santo e nulla avviene per caso. A distanza di tempo se ne vedono i risultati.

     Così, quando Benedetto XVI, nel Messaggio per la Giornata per la Pace del 1° gennaio e all’Angelus di quel giorno, ha rivelato che nell’ottobre prossimo ancora ad Assisi si incontrerà con i rappresentanti delle religioni non cristiane, ho ringraziato il Signore per questo rinnovato impulso alla conversione di atteggiamento della Chiesa verso le sterminate popolazioni che non hanno ancora incontrato Cristo, ma che anch’esse sono assistite e ispirate dallo Spirito Santo. Ecco le parole del Papa:

 

    “Nel Messaggio per l’odierna Giornata della Pace ho avuto modo di sottolineare come le grandi religioni possano costituire un importante fattore di unità e di pace per la famiglia umana, ed ho ricordato, a tale proposito, che in questo anno 2011 ricorrerà il 25° anniversario della Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace che il Venerabile Giovanni Paolo II convocò ad Assisi nel 1986. Per questo, nel prossimo mese di ottobre, mi recherò pellegrino nella città di san Francesco, invitando ad unirsi a questo cammino i fratelli cristiani delle diverse confessioni, gli esponenti delle tradizioni religiose del mondo e, idealmente, tutti gli uomini di buona volontà, allo scopo di fare memoria di quel gesto storico voluto dal mio Predecessore e di rinnovare solennemente l’impegno dei credenti di ogni religione a vivere la propria fede religiosa come servizio per la causa della pace. Chi è in cammino verso Dio non può non trasmettere pace, chi costruisce pace non può non avvicinarsi a Dio. Vi invito ad accompagnare sin d’ora con la vostra preghiera questa iniziativa”.

 

      Quali sono i risultati della “Nostra Aetate” e del primo incontro ad Assisi del 1986? Le Chiese locali (e naturalmente anche i missionari stranieri) hanno percorso o stanno percorrendo un lungo e faticoso cammino di apertura, di incontro, di accoglienza, di dialogo e di collaborazione con le religioni non cristiane. Nella tradizione missionaria le religioni erano viste come nemiche di Cristo, oggi sono viste come preparazione a Cristo, quasi un “Antico Testamento” in attesa del Nuovo. Il grande Matteo Ricci, cinese con i cinesi, scriveva: “Contro questo mostro dell’idolatria cinese, terribile con le sue tre teste (confucianesimo, taoismo e buddhismo), che tiranneggia da migliaia di anni tanti milioni di anime trascinandole negli abissi dell’inferno, si è levata la nostra Compagnia per fargli la guerra…al fine di liberare le anime disgraziate dalla dannazione eterna”.

     Prima del Vaticano II la mentalità dei missionari e dei giovani cristiani era ancora questa e l’ho sperimentato a quel tempo soprattutto  in Vietnam e in India. Quando Paolo VI venne a Bombay nel novembre 1964 per il Congresso Eucaristico internazionale, il suo incontro con i rappresentanti delle religioni indiane fu aspramente contestato (anche da vescovi) nell’India stessa e in Vietnam nell’ottobre 1966 dovette andare mons. Pignedoli, delegato di Paolo VI, per combinare un inizio di dialogo fra cattolici e buddhisti, anche là avversato da vescovi e missionari. Oggi, negli stessi paesi, la situazione è del tutto diversa e tra i fedeli cattolici e di altre religioni si pratica “il dialogo della vita”, come lo definiva Giovanni Paolo II: non il “dialogo teologico” come si immaginava al tempo del Concilio (rifiutato perché visto come tentativo di “proselitismo”), ma la vita assieme, collaborando per il bene pubblico e la salvaguardia della pace, della giustizia, dell’aiuto ai poveri e della libertà religiosa per tutti. Le Chiese locali e le diocesi partecipano a comitati di dialogo inter-religioso e inter-ecumenico che creano un’atmosfera di conoscenza e stima reciproca, che favorisce la pace.

      Non importa che poi, in India ad esempio, l’estremismo indù, quasi sempre generato e guidato da partiti politici che strumentalizzano le religione nazionale, perseguiti i cristiani, perché questo succederebbe anche senza il dialogo, anzi sarebbe peggio! La grande maggioranza degli indiani apprezzano e stimano il cristianesimo e l’opera sociale della Chiesa. Nel gennaio 2005 sono andato in India, poco dopo lo tsunami che il 26 dicembre 2004 aveva spazzato le coste orientali del paese, con decine di migliaia di morti e milioni di profughi. L’organizzatore degli aiuti ricevuti dalla Chiesa di Chennai (Madras) era il padre Anthony Thota del Pime indiano, che mi ha accompagnato in visita ai “progetti” che si stavano realizzando.

     Gli chiedo se aiuta solo i cattolici o anche gli altri. Risponde: “Aiuto quasi solo solo gli altri, i villaggi e le famiglie indù. I cattolici se la cavano da soli, gli indù invece sono fatalisti e passivi di fronte alla disgrazia. Se non li stimoli con gli aiuti e i controlli, muoiono di inedia”. E aggiungeva: “Però posso dirti che vent’anni fa l’induismo non aveva volontariato. Poi, sull’esempio delle missioni cristiane oggi ci sono numerosi organismi di volontariato indù che lavorano con noi e come noi cattolici e protestanti”. Stando in Italia, è difficile conoscere questi risultati del dialogo. Bisogna fidarsi dello Spirito Santo.

                                                                                      Piero Gheddo

 

 

 

 

C'è anche di peggio della persecuzione

 

                  

     Nel 2010 l’avvenimento della Chiesa cattolica che più mi ha colpito, non sono state le numerose persecuzioni anticristiane e i martiri che hanno segnato col loro sangue lo svolgersi dei mesi e dei giorni, ma due discorsi di Papa Benedetto, nei passaggi in cui apre uno scenario insolito nel panorama della vita ecclesiale, del quale siamo protagonisti noi tutti credenti in Cristo.

     Giovanni Paolo II, al termine e all’inizio del nuovo millennio, già aveva più volte chiesto perdono per le colpe dei cristiani, suscitando anche contestazioni e incomprensioni nella Chiesa cattolica. Benedetto XVI fa un passo avanti. Il 28 giugno 2010, parlando a 38 cardinali e arcivescovi metropoliti ai quali imponeva il pallio, ha affermato: “Se pensiamo ai due millenni di storia della Chiesa, possiamo osservare che – come aveva preannunciato il Signore Gesù (cfr Mt 10,16-33) – non sono mai mancate per i cristiani le prove, che in alcuni periodi hanno assunto il carattere di vere e proprie persecuzioni. Queste, però, malgrado le sofferenze che provocano, non costituiscono il pericolo più grave. Il danno maggiore, infatti, la Chiesa lo subisce da ciò che inquina la fede e la vita cristiana dei suoi membri e delle sue comunità, intaccando l’integrità del Corpo mistico, indebolendo la sua capacità di profezia e di testimonianza, appannando la bellezza del suo volto”. Poi il Papa cita la “Seconda Lettera a Timoteo” dove tratta degli atteggiamenti negativi che appartengono al mondo e possono contagiare la comunità cristiana: egoismo, vanità, orgoglio, attaccamento al denaro, eccetera (cfr 3,1-5). La conclusione dell’Apostolo è rassicurante: gli uomini che operano il male – scrive – “non andranno molto lontano, perché la loro stoltezza sarà manifesta a tutti” (3,9).

 

    Il 20 dicembre Papa Benedetto, parlando ai cardinali, arcivescovi e vescovi e ai prelati della Curia vaticana per gli auguri natalizi, è tornato sul tema richiamando una mistica tedesca, sant’Ildegarda di Bingen, alla quale in visione è apparsa la Chiesa: “Una donna di una bellezza tale che la mente umana non è in grado di comprendere… Era vestita di una veste luminosa e raggiante di seta bianca e di un mantello guarnito di pietre preziose. Ai piedi calzava scarpe di onice. Ma il suo volto era cosparso di polvere, il suo vestito era strappato. Anche il mantello aveva perso la sua bellezza singolare e le sue scarpe erano insudiciate”.    

 

    Il Papa poi aggiunge: “Il volto della Chiesa è coperto di polvere, ed è così che noi l’abbiamo visto. Il suo vestito è strappato – per la colpa dei sacerdoti. Così come lei l’ha visto ed espresso, l’abbiamo vissuto in quest’anno. Dobbiamo accogliere questa umiliazione come un’esortazione alla verità e una chiamata al rinnovamento. Solo la verità salva. Dobbiamo interrogarci su che cosa possiamo fare per riparare il più possibile l’ingiustizia avvenuta. Dobbiamo chiederci che cosa era sbagliato nel nostro annuncio, nell’intero nostro modo di configurare l’essere cristiano, così che una tale cosa potesse accadere. Dobbiamo trovare una nuova risolutezza nella fede e nel bene. Dobbiamo essere capaci di penitenza. Dobbiamo sforzarci di tentare tutto il possibile, nella preparazione al sacerdozio, perché una tale cosa non possa più succedere”. Il richiamo ai sacerdoti pedofili è evidente.

 

     Questi due pesanti richiami debbono scuoterci e aprirci gli occhi: il peccato di noi cristiani è oggi il principale ostacolo all’evangelizzazione del mondo! Questo me l’hanno detto spesso nelle missioni tra i non cristiani. Oggi lo dice il Papa e ne parla due volte a vescovi e sacerdoti. Siamo tutti chiamati in causa. Il nostro peccato, oltre agli aspetti negativi personali, ha prodotto la società dell’Occidente, con popoli in maggioranza battezzati che vivono “come se Dio non esistesse”, dove fioriscono tanti costumi e ideologie che di evangelico non hanno assolutamente nulla. Ad esempio, l’ideologia che la religione è un fatto privato, ci si vergogna persino di parlarne in pubblico.

     Ci lamentiamo spesso del nostro tempo, ma siamo noi, adulti e anziani, che l’abbiamo preparato, proprio seguendo le mode correnti. Un piccolo esempio, in passato almeno nelle famiglie credenti si pregava in famiglia: il Rosario alla sera era un costume ampiamente diffuso. Oggi pare scomparso.

     Nel mondo occidentale in cui viviamo, le leggi danno piena libertà di religione, ma la persecuzione viene dalla cultura dominante che ritiene il fatto religioso irrilevante nel cammino della società. Il nostro mondo secolarizzato (nato dalla continua diminuzione della fede e della vita cristiana dei battezzati) tende a ridurre la religione ad un “hobby” personale e privato, che non interessa la politica, la scuola, la famiglia, l’economia, i dibattiti culturali. Ecco la mancanza di libertà: un credente non è più libero di praticare la sua fede, se è considerato un “alieno” negli ambienti di lavoro, specialmente in giornali e televisioni, scuola e università. Conosco giornalisti cattolici che hanno dovuto uscire dalla redazione di importanti giornali nazionali, altri si sono camuffati per poterci restare. Ho sempre pensato che questo avveniva per colpa di altri. Dopo quanto ha detto il Papa, debbo incominciare a pensare che è anche colpa mia.

                                                                         Piero Gheddo

Buon Anno: la forza dell'amore

 

 

      Cari amici del Blog “Armagheddo”, vi chiedo scusa del lungo silenzio, per i troppi impegni nelle “feste natalizie”. Auguro a tutti Buon Anno, con una “buona notizia” che viene da lontano. Lo Spirito Santo lavora sempre, non dorme mai, non va mai in pensione e ogni tanto ci dà questi segni di ottimismo nella forza dell’amore e della Grazia di Dio. Padre Paolo Ballan è parroco a Mirpur, una delle 9 parrocchie di Dakha, la capitale del Bangladesh che conta dai 10 ai 12 milioni di abitanti, quasi tutti musulmani. I cattolici sono circa 80.000, dispersi in questo mare islamico quasi sempre calmo, dove, come cristiani, si naviga senza pericoli di persecuzione o discriminazione.

                                                                          Piero Gheddo

 

 

04 gennaio 2011

Carissimi, siamo quasi alla fine del tempo di Natale, ma voglio comunicarvi, come storia natalizia, un fatto realmente accaduto anche se può sembrare una fiaba. Si potrebbe intitolare “La forza dell’amore”.  Prima di Natale si presenta un cattolico trentenne che abita a Mirpur da più di dieci anni, ma che fino ad allora non si era mai fatto vedere, per questo motivo. Il ragazzo era stato nel seminario minore fino all’età di diciotto anni. Poi era uscito perché innamoratosi di una giovane musulmana. L’amore per lei non solo lo aveva fatto uscire dal seminario, ma per poterla sposare aveva rotto i rapporti con la sua famiglia e, acconsentendo al ricco suocero, si era fatto musulmano abiurando la fede cristiano-cattolica.

         Passano gli anni, nascono alla coppia due figli, ma nel cuore del giovane la fede musulmana non è mai attecchita, nel suo cuore l’amore per Gesù non è mai venuto meno, anche se per amore della sposa e per timore del suocero, il tutto è rimasto dentro, nel suo intimo. Il tempo passa fino a quando non trova il coraggio di confidare alla moglie il desiderio di riabbracciare anche formalmente la fede cristiana e celebrare le nozze secondo il rito cristiano. La moglie, ormai certa dell’amore del marito e per amore di lui, si rende disponibile ad esaudire questo desiderio. L’ostacolo resta il suocero, il quale mai accetterebbe che la figlia sia sposa di un cristiano.

         La coppia si rivolge ad un prete amico del ragazzo, il quale gli  consiglia di andare in Corte a fare la dichiarazione di cambio di religione, da musulmana a cristiana, e poi di rivolgersi al parroco di Mirpur per chiedere se può celebrare il matrimonio in modo riservato. Così la coppia si presenta da me, preceduti da una telefonata del loro prete amico e accompagnati da una sua lettera che spiega la loro storia, con la preghiera di aiutarli a sposarsi in modo cristiano.

         Dopo aver ascoltato direttamente dalla loro voce la loro vicenda, si decide di celebrare  in modo riservato un matrimonio con disparità di culto chiedendo il permesso (dispensa) al Vescovo. Così dopo Natale, la coppia si presenta in chiesa a celebrare il loro amore davanti al Signore  e ottenere la Benedizione del Dio Padre di tutti e di Gesù. Il quale pur chiamato con nomi diversi e spesso amato con culti e comprensioni diverse, ora ha potuto benedire in pienezza le loro nozze, già celebrate nel nome di Allah, ed ora celebrate anche nel nome del Signore Gesù. 

         L’Amore che ha unito quella coppia, L’Amore per  Dio che ha rischiato di separare quella coppia e che ora nel reciproco rispetto ha rinforzato la loro unione, è stato capace di vincere le incomprensioni umane e le divisione religiose. Sia questo Amore, nato a Natale in mezzo a noi ad abitare nei nostri cuori e nelle nostre case. Buon Natale e Buon anno da Mirpur

                                                               Padre Paolo Ballan,

                                                              missionario del Pime

Buon Natale a tutti!

Ci stiamo preparando a celebrare il Santo Natale di Gesù Bambino e giunge la notizia che la Commissione Europea ha stampato più di tre milioni di copie di un diario dell’Unione Europea da distribuire agli studenti delle scuole secondarie, che non contiene nessun riferimento al Natale, ma include festività ebraiche, indù, buddhiste, sikh e musulmane. Circa 330.000 copie sono già state consegnate alle scuole britanniche, scrive il Daily Telegraph, come un omaggio agli allievi da parte della Commissione. La pagina relativa al 25 dicembre è vuota con in calce questo messaggio: “Un vero amico è qualcuno che condivide le tue preoccupazioni e la tua gioia”.

Nell’agenda-calendario sono ricordate le feste di tutte le religioni organizzate, meno di quella cristiana, nonostante che gli europei siano in grande maggioranza cristiani. Anche i cartoncini d’augurio della Commissione dicono semplicemente “Auguri di stagione” senza nessun riferimento a feste cristiane, come il Natale. Il Ministro degli Esteri italiano Franco Frattini ha dichiarato: “Pubblicare a spese dei contribuenti europei un diario in tre milioni di copie con tutte le feste di tutte le religioni tranne il Natale, è un’indecenza” e ha chiesto al capo della Commissione Barroso di ritirare l’agenda dalle scuole e di conoscere il responsabile. Il portavoce della Commissione UE, affermando che l’obiettivo dell’agenda era proprio quello di far conoscere ai giovani europei le grandi festività delle religioni più diffuse in Europa, ha dichiarato: “Si è trattato di un increscioso e stupido errore”.

Cari amici lettori, sappiamo bene che il nostro Occidente, dopo duemila anni di cristianesimo, sta perdendo la fede in Cristo! Nelle missioni e in paesi non cristiani come l’India, il Giappone e tanti altri anche islamici (Bangladesh, Malesia, Indonesia,  Libia), il Natale è festa nazionale ed è il giorno in cui i rappresentanti cristiani vengono chiamati alle televisioni e conquistano le prime pagine dei giornali per raccontare ancora una volta la storia sempre nuova e commovente di Gesù. Il Natale non è una favola per bambini, ma la risposta di Dio alla miseria e alle tragedie dell’umanità che cerca la vera pace.

Nel 2010 Papa Benedetto ha fondato e lanciato il “Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione”, affidandolo alla direzione di mons. Rino Fisichella, col compito di riportare alla fede le popolazioni dell’Occidente cristiano; e il “Cortile dei Gentili”, sotto la presidenza del card. Gianfranco Ravasi, per il dialogo con i non credenti. Mete sublimi e di dimensioni gigantesche, che richiedono la condivisione, la preghiera e la collaborazione di tutti i credenti in Cristo. Non chiudiamoci, cari fratelli e sorelle, nella visione pessimistica delle nostre miserie italiane, quasi che questa sia tutta la realtà del mondo. Rischiamo di perdere anche noi la fede nel Bambino Gesù che è venuto a salvare l’umanità. Dobbiamo aprirci agli orizzonti che il Papa ci indica, cioè l’universalità dei popoli a partire da quelli del nostro Occidente cristiano e compresi anche quelli più lontani, dove la Chiesa sta nascendo oggi.

Conosco una cara signorina di Genova che nel gennaio 2011 compie i 92 anni e soffre molto per vari malanni (è più facile elencare quelli che non ha, di quelli che ha), ma ha mantenuto una prodigiosa lucidità di mente. Quando vado a trovarla, il suo stato di salute fisica mi commuove, ma molto più il fatto che non si lamenta delle sue sofferenze, anzi mi dice: “Soffro volentieri, padre Piero, per le missioni e i missionari e per la salvezza degli uomini. Ho chiesto a Gesù di venire a prendermi, ma anche di poter soffrire fin che lui vuole perché la Grazia di Dio converta i cuori e porti tutti gli uomini nel beato Paradiso”.

Ecco cari amici il mio augurio natalizio. Il Bambino Gesù viene a salvarci e il Papa ci chiede di pregare, soffrire le nostre pene, collaborare con la  Chiesa affinchè l’Occidente cristiano ritorni a Dio e a Cristo. Quanto più ci interessiamo e ci doniamo agli altri e tanto più ritorniamo anche noi ad essere cristiani autentici. Che il Bambino Gesù ci porti il dono di una brande fede e la passione di far conoscere la  Buona Notizia a tutti gli uomini. E’il miglior augurio di Buon  Natale a tutti.

Piero Gheddo

Il contributo della Chiesa allo sviluppo dell’Africa

 

 

     Nei Blog del 12 e 25 novembre ho già scritto dei 50 anni dell’indipendenza africana. Ecco una sintesi di quanto si può dire sul contributo attuale della Chiesa allo sviluppo dell’Africa sotto il deserto del Sahara.

   

      Nei tempo moderni, la Chiesa nell’Africa neraè stata fondata dai missionari, che fin dall’inizio hanno annunziato Cristo con le opere di carità, di sanità, di educazione. Nel tempo della colonizzazione africana, dalla fine dell’Ottocento al 1960, la scuola era quasi tutta in mano alle Chiese cristiane, per decisione degli stessi governi, che finanziavano l’educazione attraverso le missioni. I primi capi dell’Africa nera che l’hanno guidata all’indipendenza venivano tutti o quasi dalle scuole missionarie.

     L’evangelizzazione  attraverso la scuola è sempre stata prassi costante nel mondo missionario. Uno slogan spesso citato e usato dai missionari diceva: “Prima costruiamo la scuola e poi la chiesa”. E questo perché la scuola apre le menti e i cuori e poi la Chiesa, il Vangelo e il catechismo spiegano e diffondono i contenuti della fede. In tutti i paesi dell’Africa nera, la scuola moderna era sconosciuta. Le prime scuole le hanno aperte i missionari cristiani.

     Kwame Nkrumah, il padre della patria e primo presidente del Ghana, allievo dei missionari e poi insegnante nelle loro scuole, nel 1957 diceva in una conferenza agli studenti in Svizzera: “La persona che mi ha presentato ha ricordato che io sono il responsabile del ridestarsi di questo grande continente. Credo che non sia vero. Se vogliamo considerare la situazione in modo più esatto, debbo dire che i responsabili della presa di coscienza di noi africani sono stati i missionari cristiani con le loro scuole”[1].

 

     Oggi in Africa le scuole sono assolutamente insufficienti ad ospitare tutti i bambini e i ragazzi che vorrebbero studiare. Per molti il diritto all’istruzione è ancora un miraggio. I dati forniti dall’Unesco mostrano un quadro inquietante. L’Africa subsahariana è la zona dove l’emergenza scolastica assume i tratti peggiori. La scolarizzazione raggiunge circa il 70% di tutti i bambini, ma visitando l’Africa rurale si vede come una parte non piccola dei locali usati per l’insegnamento non hanno la dignità di essere definiti “scuole”, mancano i banchi, i quaderni, i libri, il materiale didattico. La carenza di maestri della scuola primaria è diventata cronica. La maggior parte dei paesi sono stati costretti a tagliare le spese per il reclutamento degli insegnanti sotto la pressione dei finanziatori e delle banche che esigono l’attuazione di economie di bilancio. Non pochi insegnanti rimangono in città e non vanno in villaggi dove mancano l’elettricità, la Tv e altre comodità. Nelle campagne,le scuole hanno una media di 60-80 e più alunni per classe (in Italia 25-30).

 

     La Chiesa cattolica in Africa gestisce 67.848 scuole materne frequentate da 6.383.910 alunni; 93.315 scuole primarie per 30.520.238 alunni; 42.234 istituti secondari per 17.758.405 alunni. Inoltre segue 1.968.828 giovani delle scuole superiori e 3.088.208 studenti universitari, mentre gli studenti delle scuole superiori cattoliche sono 68.782 e delle università cattoliche 88.822[2].   

     I numeri possono anche dire poco, ma visitando  numerosi paesi africani ho visto che anche in  Africa si ripete (come in India e altrove del resto) quello che sperimentiamo in Italia: le richieste di frequentare le scuole della Chiesa sono di molto superiori alle possibilità concrete di ospitare quei giovani, perché danno più affidamento per una buona educazione.

      Lo stesso si può dire per il reparto sanità e assistenza. In Africa la Chiesa cattolica gestisce: 1.137 ospedali, 5.375 dispensari, 184 lebbrosari, 184 case per anziani, ammalati cronici, handicappati, 1.285 orfanotrofi, 2.037 giardini per l’infanzia, 1.673 consultori matrimoniali, 2.882 centri di educazione sanitaria, 1.364 altre istituzioni di assistenza per i poveri. Anche qui i numeri non dicono molto, ma per capire l’importanza di questa presenza cristiana nella sanità, bisogna vedere sul posto alcuni ospedali civili e altri gestiti da istituzioni cattoliche (o protestanti). Il padre Ermanno Battisti, che ha costruito e diretto l’ospedale cattolico di Bissau, capitale della Guinea-Bissau, mi dice: “Nell’ospedale nazionale cittadino si paga tutto e ci va solo chi ha i soldi necessari, nel nostro chi non ha niente non paga nulla, gli altri danno qualcosa, spesso proprio il minimo, secondo quel che possono dare. Ma la vera differenza sta nel fatto che i nostri medici, infermiere e personale sono motivati perché pagati bene e perché scelti e preparati dalla missione con studi all’estero; il personale dell’ospedale civile non è motivato: sono pagati poco e si fanno pagare tutto, le prestazioni, i medicinali, ecc.

 

       La Chiesa in difesa dei diritti umani

 

     In tutto il continente africano i cattolici sono circa il 17,7% dei 972 milioni di africani, ma nell’Africa sotto il deserto del Sahara arrivano a circa il 23% dei neri e con gli altri cristiani sono più del 40%. La crescita delle comunità cristiane ha avuto effetti benefici sul piano politico ed economico. In diversi paesi i partiti politici si sono rivolti alla Chiesa per avere un sostegno ed hanno chiamato un vescovo a dirigere la “Conferenza nazionale” che ha preparato una nuova Costituzione. E’ successo in Benin, Congo-Kinshasa, Togo, Gabon. In altri paesi sono stati i vescovi che hanno iniziato o guidato i colloqui di pace (Mozambico, Madagascar, Angola, Liberia); in altri ancora l’opposizione della Chiesa a regimi non democratici ha affrettato la loro fine: Sud Africa (per il regime di apartheid), Burundi, Burkina Faso, Zambia, Congo-Kinsasha, Guinea equatoriale e Guinea Bissau, Angola, Mozambico e oggi in Zimbabwe col dittatore Mugabe.

    Le comunità cristiane (cattolici e protestanti) si sono affermate in Africa come soggetti che raccolgono ed esprimono, in paesi quasi privi di opinione pubblica e di organizzazioni popolari, l’anelito dei popoli verso la democrazia, la pace, la giustizia sociale, lo sviluppo economico.

 

     Lo sviluppo dei popoli dalla Parola di Dio

 

     I due Sinodi delle Chiese africane a Roma (1994 e 2009) hanno trattato, oltre a problemi più strettamente ecclesiali, temi di grande significato per lo sviluppo dell’Africa: la pace nella giustizia, la democrazia, il rispetto dei diritti umani, l’educazione e la crisi dell’educazione in Africa, la necessità di una catechesi che influisca sulla vita dei cristiani: “Formare ad una vita cristiana adulta che possa affrontare le difficoltà della loro vita sociale, politica, economica e culturale” dice una delle “proposizioni” nel messaggio finale dell’ultimo Sinodo.

     Perché queste decisioni sono importanti? I vescovi sono convinti che lo sviluppo dei popoli africani viene dall’educazione al Vangelo, alla vita cristiana. In altre parole, il Vangelo vissuto favorisce lo sviluppo perché porta il cristiano e il popolo a correggere le tendenze negative del peccato originale che c’è in tutti, cioè sostanzialmente a passare dall’individualismo al senso comunitario della vita, dall’egoismo all’altruismo e all’amore per tutto il prossimo, dalla violenza alla non violenza, dal tribalismo al senso del bene comune della nazione. E’ evidente che molti cattolici sono battezzati però non si lasciano educare dal Vangelo e dalla grazia di Dio. Ma l’azione della Parola di Dio è molto più profonda e incisiva nella cultura generale di un popolo, di quello che possa essere in un singolo battezzato, sempre libero di comportarsi in modo, diciamo, peccaminoso.

     Papa Giovanni XXIII diceva che la politica deve farsi guidare “dalla centralità dell’uomo, non dalle ideologie e dai particolarismi”.  Il cristianesimo educa all’amore del prossimo e al bene pubblico, al perdono e non alla vendetta, ad una cultura fondata sul rispetto di ogni uomo, sull’uguaglianza e sull’amore. La resistenza al messaggio cristiano viene anche dalla cultura africana tradizionale fondata su altri principi. Il cosiddetto “ritorno all’autenticità africana” è un discorso ambiguo e non porta certo allo sviluppo dell’Africa nel mondo moderno.

     La Chiesa cattolica non vuole distruggere le tradizioni culturali e religiose africane, anzi fin dall’inizio i missionari sono stati i primi e quasi sempre gli unici che hanno lavorato per alfabetizzare le lingue, conservare le culture, l’arte, i proverbi africani. Oggi, specialmente dopo il Vaticano II, l’inculturazione della fede nelle tradizioni dei popoli, e il dialogo con le religioni non cristiane è diventata uno dei temi fondamentali della missione alle genti.

                                                                                                                        Piero Gheddo


[1] Vedi in “Africa, A Christian Continent”, Fribourg 1958, pag. 2.

[2] «Annuario Statistico della Chiesa» pubblicato nel 2010  (aggiornato al 31 dicembre 2008).

A cosa serve la fede? Ecco una risposta

                          

 

    “Il bene non fa notizia” è un principio che si impara alla scuola di giornalismo. Infatti giornali e televisioni sono pieni di omicidi, scandali, rapine, furti, processi. Mancano (o sono molto scarse) le buone notizie. Eppure, a me capita spesso, visitando paesi e città per incontri e conferenze, di conoscere le meraviglie che gli italiani riescono a realizzare anche in un tempo di crisi delle famiglie e della società come il nostro.  Il 7 dicembre scorso, vigilia dell’Immacolata Concezione, ho parlato di Madre Teresa alla “Scuola professionale Oliver Twist” di Como (si definisce anche “Liceo del Lavoro”), che insegna a 450 ragazzi e ragazze un mestiere, mentre compiono i corsi scolastici medi e superiori, abbinando i programmi tradizionali con l’avviamento ad una professione: falegnameria, restauro, decorazione, tappezzeria, operatore dell’area tessile, del legno e dell’arredamento e dell’alberghiera. Nell’ottobre scorso, ad esempio, ha diplomato 15 ragazzi e ragazze come operatori del settore alberghiero.

     Con una nota particolare che rende l’esperienza esemplare: i ragazzi che frequentano questa scuola sono ricuperati da situazioni sociali o familiari difficili, che hanno impedito loro di seguire una scuola normale. Secondo i dati del “Rapporto sulla dispersione scolastica” pubblicato nel 2008 dal “Ministero della Pubblica Istruzione”, ogni anno 47.455 ragazzi lasciano la scuola senza aver raggiunto una qualifica superiore, a volte nemmeno il diploma di media inferiore. Quei minorenni spesso sono preda di un progressivo disimpegno e disinteresse verso qualsiasi forma di apprendimento e di lavoro e vanno ad ingrossare le fila dei disadattati alla società in cui viviamo.

      Oliver Twist è il protagonista di un famoso romanzo di Charles Dickens, che, dopo mille difficoltà, grazie all’incontro con una persona che lo accoglie e lo introduce alla vita, ritrova la sua strada e ricomincia a sperare. Così sta facendo il “Liceo del Lavoro” di Como, fondato dalla Comunità Cometa, anche questa una bella realtà generata dalla fede in Cristo.

    Tutto nasce da due fratelli comaschi, Erasmo e Innocente Figini, il primo stilista di tessuti e arredatore, il secondo chirurgo oftalmico e primario dell’oculistica all’Ospedale Valduce di Como, che dal 1986, dopo un incontro con Don Luigi Giussani, ospitano nelle loro famiglie i ragazzi meno fortunati. Hanno iniziato con un bambino siero positivo abbandonato dai genitori con problemi di droga. “L’incontro con Don Giussani – dice Erasmo – resta una pietra miliare nella nostra vita. Lui ci ha dato la forza per decidere di intraprendere quel cammino, quando dell’Aids si sapeva poco o nulla”. Unendo le due famiglie, i fratelli Figini comperano una vecchia cascina alle porte di Como (la “Brusada”), la restaurano e iniziano ad accogliere i minorenni affidati loro dalla polizia o dal Tribunale dei minori e con l’aiuto di altri volontari creano l’associazione Cometa che continua nel cammino e attira simpatia e aiuti: il bene “non fa notizia”, ma crea partecipazione e aiuti economici. Si comperano terreni contigui alla cascina, si costruiscono altre case tutte unite fra di loro (in tutto 68 appartamenti), arrivano altre due famiglie che condividono l’esperienza dei Figini e di una comunità femminile dei “Memores Domini” (consacrate a vita di C.L.). Oggi Cometa ha quattro famiglie, una comunità religiosa e e una quarantina di minorenni, tra figli propri e adottati da allevare ed educare.

     Da questo inizio, nasce la Scuola Oliver Twist, che oggi insegna a 450 ragazzi un mestiere artigianale aiutandoli a terminare gli studi superiori. Un edificio modernissimo con tutta l’attrezzatura di laboratorio necessaria. E poi 250  imprese del territorio comasco accettano gli studenti della Oliver Twist per un periodo di ”stage” o vengono assunti direttamente quando diplomati. Risultato: ragazzi che avevano rifiutato o erano stati espulsi dalla scuola, rientrano nei percorsi formativi istituzionali, imparano la passione per il lavoro e stipulano contatti di lavoro. Ho chiesto da dove vengono tutti questi soldi e mi spiegano che, oltre agli aiuti statali (della Regione Lombardia e della provincia e città di Como), molti privati aiutano l’associazione: Leonardo Del Vecchio, presidente di Luxottica, Vittorio Colao Ceo di Vodafon, il maestro Riccardo Muti, che nel novembre 2009 ha tenuto un concerto a Como  ed ha voluto sul palco i ragazzi e i genitori della Cometa; e poi tanti altri amici che continuano ad aiutare secondo le proprie possibilità.

     Ho partecipato alla cena della comunità, sul muro una frase del Vangelo di Giovanni: “Senza di me non potete fare nulla”. Una cinquantina di persone, in un’atmosfera di gioia e di condivisione che non né facile trovare altrove. Durante la cena ho anche parlato al microfono raccontando in breve la storia di Marcello Candia e dei miei genitori servi di Dio Rosetta e Giovanni. Poi la conferenza su Madre Teresa a 250 comaschi nel salone della Scuola attigua alla comunità e il ritorno a Milano nella notte. Grazie, Signore, i tuoi miracoli sono ancora tra noi, dobbiamo saperli vedere per ringraziarti.

 

                                                         Gheddo Piero

La nostra vita cristiana non mondana

                    

       Il tempo dell’Avvento che stiamo vivendo ci prepara al Natale di Gesù, la seconda persona della SS. Trinità che si fa uomo per liberarci dal peccato e dalla morte eterna. La figura dominante in questo tempo liturgico è Giovanni Battista, l’ultimo grande profeta che viveva e predicava nel deserto, dormiva nelle grotte. Il Vangelo di S. Matteo dice: “Giovanni portava un vestito di peli di cammello con una cintura di pelle attorno ai fianchi; suo cibo erano le locuste (le cavallette) e il miele selvatico. Accorrevano a lui da Gerusalemme e da tutta la Giudea e si facevano  battezzare nel fiume Giordano, confessando  i loro peccati”.

     Giovanni predicava la conversione a Dio e il perdono dei peccati, cioè un cambiamento radicale di vita. Aveva una voce tonante e: “Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, diceva loro: razza di vipere! Chi vi ha detto che scamperete all’ira imminente? Fate dunque frutti degni della conversione e non crediate di dire in voi stessi: “Abbiamo  Abramo per padre”, perché io vi dico che Dio può far sorgere dei figli di Abramo da queste pietre… Ogni albero che non produce frutti buoni sarà reciso e gettato nel fuoco”.

      Il Battista era venerato da tutti come un uomo di Dio e quando tuonava con la sua grande voce era credibile perchè la sua vita mortificata e tutta consacrata a Dio parlava per lui. Predicava usando parole di fuoco, gridava contro i rappresentanti del mondo ebraico nel quale doveva nascere Gesù, scuoteva i suoi ascoltatori facendoli riflettere. Chiedeva non qualche aggiustamento o ritocco dei costumi del tempo, ma un radicale cambiamento di vita. Perché questa violenza e queste accuse dirette? Giovanni era stato santificato fin dal seno di sua madre Elisabetta, cioè aveva fatto l’esperienza della santità di Dio e di conseguenza aveva un senso drammatico del peccato e della penitenza. Tre riflessioni:

 

     1)  – L’Avvento ci chiama a convertirci a Cristo, a vivere una vita di amore a Dio e al prossimo, ispirata al modello di Gesù, in contrapposizione alle mode del mondo. La fede non significa solo dichiararsi cristiani, ma vivere da cristiani, cioè da persone che sinceramente accettano e tendono a imitare l’esempio e la parola di Gesù. Il cristiano e le comunità cristiane dovrebbero dare modelli di comportamento diversi da quelli del mondo. Se nel mondo c’è l’egoismo, noi dovremmo dare l’esempio di altruismo, se nel mondo c’è tristezza e pessimismo, noi dovremmo essere ottimisti e gioiosi perché ci fidiamo di Dio nostro Padre misericordioso.

 

     Oggi il nostro pericolo è di lasciarci omologare al mondo e alla società in cui viviamo, che spesso sono l’opposto del Vangelo e delle Beatitudini. Quando meditiamo il Vangelo e le Beatitudini, ci accorgiamo di quanto distanti siamo dal modello di Cristo e dei suoi Santi. Chiediamo al Signore la grazia di darci il senso drammatico del nostro peccato e di quello che ci manca per essere autentici seguaci di Gesù Cristo.

 

      2) –  Mi chiedo se noi preti siamo ancora capaci di scuotere chi ci ascolta, di mettere in crisi noi stessi e i cristiani del nostro tempo. Spesso ci accontentiamo di leggere il Vangelo edulcorandolo, di perderci in spiegazioni esegetiche e culturali, di predicare in modo accomodante in cui tutti si ritrovano.


     Una delle mentalità più comuni nel nostro tempo è di lamentarci delle situazioni in cui viviamo, accusando gli altri, cioè non mettendo in questione noi stessi. I nostri discorsi sono spesso pessimisti, come i nostri giornali e telegiornali. Leggiamo e parliamo di corruzione, rapine, furti, ci formiamo l’idea che attorno a noi ci sono tanti malfattori, ladri e farabutti. Noi ci tiriamo fuori, la colpa è sempre degli altri.  E’ un’immagine sbagliata: non ci sono i malvagi e i delinquenti in modo assoluto, come non ci sono i santi in senso assoluto. Siamo tutti un po’ santi e un po’ briganti, in modo diverso si capisce, ma solo Dio giudica
conoscendo a fondo le singole persone.

     Giorni fa vado dal parrucchiere. Ci sono alcuni uomini che aspettano, io leggo il giornale e sento che stanno parlando in questo senso: le cose vanno male, l’Italia è diventata invivibile per colpa del governo, dei sindacati, degli evasori fiscali, dei giornalisti, della mafia e della camorra che sono giunte anche a Milano. Poi il parrucchiere mi taglia i capelli, pago il servizio e chiedo: “Mi dà lo scontrino fiscale?” e lui dice: “Ma non è necessario, padre, lei è venuto a trovare un amico… “. Condannava gli evasori fiscali e non si accorgeva di essere anche lui uno dei tanti.

     Oggi Giovanni Battista chiede a ciascuno di noi di ripensare alla nostra vita, di convertirci dei nostri peccati e comportamenti sbagliati secondo il Vangelo e le Beatitudini. Confessare i nostri peccati, non quelli degli altri.

 

      3)  – Il Battista, prima di predicare la conversione, si era messo lui stesso  sulla via della conversione e raccomandava la penitenza. Viveva una vita austera, mortificata, nel silenzio e nell’isolamento del deserto.

 

     Il mondo rifiuta il sacrificio, la rinunzia, la mortificazione, la sofferenza. Il cristiano sa che non c’è salvezza senza la Croce. Cari fratelli e sorelle, dobbiamo metterci anche noi in questa via di mortificazione e di conversione. Non possiamo andare nel deserto, non possiamo mangiare cavallette e miele selvatico,  né vestire una pelle di cammello.

     Ma possiamo e dobbiamo fare un po’ di silenzio nella nostra vita: ad esempio rinunziare a qualche chiacchiera inutile, a qualche distrazione televisiva. La tradizione cristiana nella quale siamo stati educati, ci ha lasciato la formula del “fioretto”, cioè la rinunzia volontaria a qualcosa che piace e che potremmo facilmente concederci, per mortificare il nostro corpo. Un santo ha scritto: “Dobbiamo mortificarci nelle cose piccole, per poter accettare gioiosamente le grandi rinunzie e sofferenze a cui la vita cristiana ci chiama”. Il rinnovamento della vita e il ringiovanimento dello spirito vengono da questa disponibilità alla voce del Battista che grida anche a noi: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri. Ogni burrone sia riempito, ogni colle sia abbassato,  le vie tortuose siano raddrizzate e le aspre diventino piane. Così ogni carne vedrà la salvezza di Dio!”.

                                                                                            Piero Gheddo

 

 

Quali sono i semi del Verbo?

Padre Silvano Zoccarato, dopo più di trent’anni di missione nel Nord Camerun, è stato mandato dal Pime (con altri due confratelli), per rispondere all’invito del vescovo di Laghouat-Ghardaia nel deserto del Sahara, mons. Clude Rault dei Padri Bianchi. Dal 2006 è titolare della comunità cristiana a Touggourt. La sua parrocchia è la più estesa del mondo, circa due milioni di kmq. Ecco una sua “cartolina dell’Algeria”.

Piero Gheddo

Quali sono i semi del Verbo che il Concilio riconosce presenti nelle varie religioni e culture? Giovanni Paolo II ad Assisi li ha ricordati e ne ha precisato uno, quello della preghiera: “Tra questi semi del Verbo e i raggi della sua verità  si trova senz’altro la preghiera, spesso accompagnata dal digiuno, da altre penitenze e dal pellegrinaggio ai luoghi sacri, circondati di grande venerazione”.

Anche il card. Martini scrive: “Questi accenti di fede e di profonda umanità, ampiamente diffusi nei testi sacri delle religioni del mondo, possono farci pensare a quel “libro dei popoli” di cui parla la Bibbia (cfr. Salmo 87,6): un libro celeste, nel quale Dio stesso scrive, ma le cui pagine trovano riferimento anche nei libri dei popoli del mondo”.

Nella mia vita di missionario, prima nel Nord Camerun e adesso in Algeria, a contatto con tanta gente di culture e religioni diverse, me lo sono chiesto continuamente e me lo chiedo ancora.

Il primo che ho trovato ovunque è il senso di Dio. Ricordo l’emozione avuta dopo aver accompagnato a casa un camerunese che ritornava da sua madre dopo anni di vita in Gabon. Nel totale silenzio, la madre si stende a terra, e alza per tre volte le mani verso cielo, pregando e ringraziando Dio.

Come il padre del bambino appena nato che secondo la sua tradizione, per tre giorni, mattina, mezzogiorno e sera si reca su un’altura e presenta il bimbo al cielo. O la gente che in momenti forti come trovando l’acqua, o dopo un fulmine, o alla nascita di un figlio, grida: “Bosa, bosa, bosa” per dire: “Sei tu che fai, sei tu”.

Il senso della presenza e dell’azione del trascendente accompagna e riempie ancora tutta l’esistenza di molti popoli e questo diventa una testimonianza. Benedetto XVI dice con coraggio: “Le religioni del mondo, per quanto si può vedere, hanno sempre saputo, che in realtà, non c’è che un solo Dio”.

Il secondo è il senso della vita che esplode in danze frenetiche nelle feste del matrimonio, della nascita e perfino nella “festa della morte”. Molti popoli soffrono ancora per la povertà, le calamità, e le ingiustizie, ma continuano a credere nella forza e nella gioia della vita. Davanti a certe mamme, mi chiedo dove trovino ancora la pazienza e la fiducia.

Il terzo è il senso dell’altro vissuto nell’ospitalità abrahamitica e nella condivisione con l’altro. Si sa che sono i poveri che condividono e tutti possiamo raccontare esempi di aiuto tra vicini e tra parenti anche in situazioni di grave disagio. Io lo vedo continuamente nella mia gente.

E’ vero che tutto  è avvenuto e avviene soprattutto tra gente di religioni e culture che qualcuno definisce come primitive. Sta di fatto che questi sono i “sensi” essenziali che hanno permesso a loro di vivere.

Se si riflette bene, potremmo definire questi tre segni con le categorie a noi familiari di Virtù della fede, della speranza e della carità. Questi semi del Verbo, col tempo, o si seccano o si sviluppano. Si seccano quando l’uomo non sente più il bisogno di Dio e dell’ Altro. Si sviluppano quando l’uomo riconosce i suoi valori vitali e li mantiene vivi. Si deteriorano quando un gruppo etnico vive isolato, come in prigione di se stesso o dentro una bolla, preoccupato solo di difendersi. E allora vanno rivitalizzati, purificati, aperti…

Giovanni Paolo II ha detto che in ogni preghiera autentica lo Spirito Santo prega. Dobbiamo credere che lo Spirito stia fecondando quei semi e stia facendo crescere anche in loro l’albero, sì, l’albero della croce di Gesù, l’unico che ha espresso ed esprime pienamente, ancora, fede, speranza e carità.

Padre Silvano Zoccarato
Missionario del Pime in Algeria

La bassa natalità è la morte di un popolo

 

 

     Il valore della vita e delle nascite torna alla ribalta in giornali e telegiornali: la nostra Italia ha pochi bambini, gli italiani diminuiscono di più di 100.000 l’anno, sostituiti da altri popoli più giovani, in buona parte musulmani. Il prof. Angelo Bertolo, storico e scrittore, ha pubblicato nel 2007 un volume che merita di essere ripreso perché  rappresenta “una vigorosa testimonianza, mediante constatazioni di carattere storico e scientifico, utili a quanti desiderano approfondire ogni ragione in favore della vita”. Così l’europarlamentare On.le Carlo Casini, Presidente del Movimento per la Vita commenta il volume: Angelo Bertolo, “Fertilità e Progresso” (Campanotto editore, Udine 2007, pagg. 142, in italiano e in inglese).

    L’autore conosce bene l’India ed è membro del “Rajiv Gandhi Institute for Contemporary Studies” di New Delhi. Il sottotitolo del libro precisa meglio i contenuti: “L’imminente crollo dell’Occidente”. Previsione che deriva da tutta l’indagine storica condotta nel volume, che si può sintetizzare in queste parole: “Un alto tasso di natalità è indice di progresso. Un tasso di natalità basso è indice di regresso e preannuncia la morte fisica di quella civiltà e la sua scomparsa dalla faccia della terra”.  Una relazione simile è interconnessa con il rafforzamento o

l’affievolirsi del senso morale e religioso in un popolo.

 

    Per dimostrare storicamente la verità di questo assunto, Bertolo esamina il cammino di alcune civiltà umane che si sono succedute in varie parti del mondo. La sua ricerca spazia dalla civiltà greca a quella romana, dall’India, alla Cambogia, alla nostra Italia e ad altre civiltà del mondo, sempre contrassegnate da questo segno caratteristico: il massimo tasso di natalità di un popolo coincide con la massima vitalità e splendore di una civiltà; quando il tasso di fertilità diminuisce, un periodo storico si chiude e una civiltà scompare, travolta dall’arrivo di popoli più giovani e con più alto tasso di crescita demografica. 

     Nel secondo e terzo secolo A. C., quando Roma era in una fase di forte espansione, di progresso inteso nel senso più ampio,  le matrone romane si dimostravano fiere di fronte alle donne etrusche e greche perché esse avevano più figli e perché il loro senso morale era più alto. E Roma, con la spinta in avanti e l’entusiasmo dei molti giovani, conquistava il mondo allora conosciuto.

     Al tempo del suo massimo splendore nel terzo- quarto secolo dopo Cristo, la città di Aquileia  contava più di 100.000 abitanti, forse 200.000, e tutta la zona compresa dall’attuale Friuli poteva avere una popolazione un po’ inferiore a quella attuale, forse metà di quella attuale. Poi Aquileia decade rapidamente, perde la sua carica di vitalità e la popolazione diminuisce. Due secoli dopo, quando i Longobardi arrivano in Friuli nell’anno 558, essi sono un popolo organizzato di circa 250.000 abitanti. Fra le altre cose, Paolo Diacono ci fa notare che le donne longobarde si dimostravano  fiere di fronte alle  donne romane perché esse erano più prolifiche.  E i Longobardi si sono imposti su tutta l’Italia.

    Dopo l’anno mille, si parla di ripresa della civiltà in Italia, dopo il calo demografico che tutti riconoscono dal tempo dell’Impero Romano e dopo le distruzioni causate dalle invasioni barbariche. Villani, contemporaneo di Dante, ci informa che la sua città, Firenze, in 90 anni cresce da  novemila a centomila abitanti. Tutte le città dell’Italia centrale e della pianura padana  dimostrano una crescita vigorosa. Venezia cresce. Milano cresce. Oltre che dall’espansione fisica delle città, dei suoi palazzi, lo deduciamo dalle Rationes Decimarum, i registri delle decime del tempo,  e dalle cronache di Bonvesin de la Riva, i Magnalibus urbis Mediolani.   La rinascita dopo il mille e il progresso delle città italiane è strettamente legato alla crescita demografica e all’alto senso morale e religioso delle popolazioni. 

     Nel 14° secolo  l’Italia ha avuto la grande pestilenza descritta dal Boccaccio. La popolazione dell’Europa diminuisce di un terzo o forse di una metà. In Italia la Maremma toscana con le sue paludi perde circa l’80% della popolazione, mentre Venezia ne perde un terzo. Il 14° secolo dunque, pur con questa pestilenza e con una fortissima diminuzione della popolazione, è un secolo di grande progresso per l’Italia, il secolo dell’Umanesimo e dell’espansione commerciale delle città italiane, un secolo di progresso, caratterizzato però da una forte natalità. La metà della popolazione che era rimasta in vita, per la forte carica dell’aumento dei giovani, ha potuto continuare a vivere e a progredire verso la civiltà del Rinascimento. 

 

      Thomas Malthus basava le sue teorie su due premesse:        

      1) La terra è limitata e tutte le risorse sono esauribili. Ma non prendeva in considerazione il fatto che ci possono essere nuove scoperte di risorse naturali (come infatti sta continuamente avvenendo) e non teneva conto dell’ingegno dell’uomo, della sua inventiva.     

      2) Gran parte della popolazione è inutile in quanto non produce niente, anzi consuma beni prodotti da altri. Se quindi si potesse eliminare parte della popolazione, i sopravvissuti avrebbero più risorse a loro disposizione. Questo potrebbe apparire vero oggi per le popolazioni in via di sviluppo, in quanto non riescono a fornire a tutti istruzione adeguata e servizi sanitari. A ben vedere, il problema è di governance, di pianificazione economica, non di aumento della popolazione di per sé.

     Malthus formulava le sue previsioni catastrofiche poco prima dell’anno 1800, quando la popolazione mondiale era meno di un miliardo. I neomalthusiani oggi riformulano le stesse catastrofiche previsioni di due secoli fa, quando la popolazione mondiale è di 6 miliardi. Ma oggi il livello generale della vita si è elevato in modo impensabile due secoli fa e c’è più molto cibo a disposizione per ogni singolo abitante della terra. Il problema non è che mancano le risorse o ci sono troppi uomini, ma di educare i popoli poveri a produrre con metodi moderni e i popoli ricchi a condividere fraternamente con i poveri le loro conoscenze e scoperte. Conclusione: le previsioni demografiche catastrofiche che oggi leggiamo e sentiamo sventolare come spauracchi da molti studiosi e scrittori, in base alla storia dell’umanità sono più o meno credibili quanto quelle di Malthus.

                                                                  Piero Gheddo