Ricchi e poveri nelle Beatitudini

 

 

    Domenica scorsa 14 febbraio (VI del tempo ordinario – Anno C), la Chiesa ci ha fatto leggere il Vangelo di San Luca (6, 17, 20-26) sulle Beatitudini. Alla Santa Messa in una chiesa pubblica di Milano ho proposto questa riflessione come preparazione alla Quaresima.

 

   Gandhi diceva: “Le Beatitudini sono l’espressione più alta di tutto il pensiero umano”. E aggiungeva: “Ma non divento cristiano perchè i cristiani fanno tutto il contrario di quel che Gesù ha detto e vissuto”. Le Beatitudini sono il mondo alla rovescia. Gesù aveva una visione della vita diversa a quella comune di noi che ci diciamo seguaci di Cristo. Lui vedeva la vita dell’uomo già conoscendo qual è il suo destino, la vita eterna, e quindi dava valore sommo ai beni soprannaturali, alla vita eterna. Noi siamo immersi nelle cose materiali e nella cultura “consumista” del nostro tempo e vediamo quasi solo i beni materiali, ai quali diamo la nostra preferenza.

     Conseguenza. Noi pensiamo, beati i ricchi, beati quelli mangiano e bevono, beati quelli che godono… Gesù dice tutto il contrario! Per capire le Beatitudini ci vuole la fede. Tre riflessioni, fermandoci alla prima Beatitudine:

 

    1) Gesù non esalta la povertà materiale come se tutti i poveri fossero santi, e non condanna la ricchezza come se tutti i ricchi fo€ssero dannati.

 

     Bisogna distinguere fra la povertà, che è avere il necessario per la vita ma non molto di più, e la miseria, i miserabili che non hanno il minimo necessario per vivere con dignità di uomini. Gesù non condanna la ricchezza in sé, ma coloro che vivono nell’abbondanza, vogliono avere sempre di più e chiudono il loro cuore alle necessità dei poveri. Cioè la ricchezza egoista di chi accumula beni materiali senza usarli per il bene del prossimo meno fortunato.

     Il Vangelo è stato definito “il manuale per vivere bene”. Tutti noi di una certa età facciamo questa esperienza: quando eravamo anche economicamente più poveri, eravamo più sereni, più ottimisti, più altruisti; le famiglie erano più unite, i giovani avevano una migliore educazione in famiglia e a scuola, avevamo un senso del risparmio e dell’accontentarci di poco. Oggi molti di noi hanno tutto e non sono mai contenti, i giovani che crescono nell’abbondanza, se non hanno una forte educazione di fede e gli esempi dei genitori, come fanno a crescere secondo lo spirito del Vangelo?

     Matteo ci tramanda la Parola di Gesù: “Beati i poveri in spirito”, mentre in Luca c’è solo “Beati i poveri”.Il cammino verso l’abbondanza di noi italiani ci ha portati ad una condizione di vita meno serena, più pessimista, con famiglie più divise, giovani che spesso sono psicologicamente fragili, senza ideali. Il segno più evidente di questo è la nostra crisi demografica. Ci sono meno figli perché il mondo moderno crea più esigenze, più preoccupazioni, sconsiglia dall’avere 3-4-5 figli come una volta. Il progresso e la ricchezza sono da condannare? Assolutamente no, ma bisogna usarli con distacco e considerarli come un dono di Dio, quindi in modo altruistico e non egoistico.

 

    Soprattutto Gesù esalta la povertà di chi è diventato povero per il Regno di Dio, cioè ha rinunziato a tutte le sue ricchezze per acquistare l’unica ricchezza che conta, il Regno dei Cieli. Ai poveri non promette ricchezza, sazietà, abbondanza, potere umano, ma promette il Regno di Dio. Ecco perchè la sua visione dell’uomo e della vita dell’uomo è profondamente diversa dalla nostra. La povertà, non la miseria e la degradazione di una vita di stenti, è la condizione migliore per conquistare il Regno di Dio e vivere una vita più umana.

 

    2) Le Beatitudini ci presentano due campi contrapposti: non tra ricchi e poveri. Ma la scelta tra solidarietà e amore al prossimo oppure egoismo e chiusura alle necessità degli altri; tra il potere e la ricchezza in questo mondo o il Regno di Dio.

 

    La Quaresima è il tempo della Passione del Signore. Siamo chiamati alla povertà evangelica, a staccarci dai beni materiali, per poter meglio avvicinarci al modello di vita di Gesù Cristo. Cari fratelli e sorelle, tutti noi che siamo cristiani dobbiamo fare un esame di coscienza sulla povertà nostra e della nostra famiglia. E decidere di fare delle rinunzie, di cambiare il nostro stile di vita, di liberarci dal superfluo, per essere più disponibili, più aperti alle sofferenze dei poveri. Se ci confrontiamo con la maggior parte del genere umano, noi siamo i privilegiati dell’umanità. Gesù ha detto: “Quello che gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente datelo”; e anche: “Quello che avete fatto ad un solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

 

    3) Le Beatitudini sono l’unica vera rivoluzione della storia dell’uomo.

 

    Gesù non è venuto per fare una rivoluzione sociale o economica o politica. Non ha voluto cambiare le  leggi o i governi. Ma ha cambiato il cuore dell’uomo, ha convertito gli uomini ai valori del Vangelo e quindi, a poco a poco, cambia anche la società umana, cambiano i costumi negativi. Invece, le rivoluzioni umane tendono a conquistare il potere, a cambiare le leggiu e per creare lo Stato perfetto che non esiste.

    Le Beatitudini, l’esempio e tutto l’insegnamento di Gesù vogliono cambiare il cuore dell’uomo, per creare “l’uomo nuovo”.  Ecco cosa significa essere cristiani: disposti a cambiare il nostro cuore, disponibili all’azione dello Spirito Santo che ci porta ad essere sempre più simili al modello di Gesù.

   Nei tempi lunghi di Dio, tramontano gli imperi e le “rivoluzioni” disumane, che poi diventano nuove religioni. Pensiamo solo a Nazismo e Comunismo, ma anche all’ideologia trionfante oggi che viene definita “consumismo”: avere sempre di più, rincorrere tutte le novità e le mode, avere tutto e non essere mai contenti. Per migliorare la vita dell’uomo e dell’umanità rimane solo la rivoluzione di Cristo.

 

     Ho terminato raccontando in breve l’esempio di Marcello Candia 1915-1983), che ha venduto tutte le sue industrie e ha dato se stesso e tutte le sue ricchezze ai poveri dell’Amazzonia. Candia, premiato e definito da un grande giornale brasiliano “L’uomo più buono del Brasile”, ha prodotto in Amazzonia la “rivoluzione dell’amore” che è poi quella di Gesù. Sta diventando Beato della Chiesa universale.

"La crisi dei giovani non esiste"

                  

    Il 22 gennaio scorso, nell’auditorium del Centro missionario Pime di Milano (Via Mosè Bianchi, 94) si è svolta un’assemblea di preparazione al                        “Terzo appuntamento mondiale dei giovani per la Pace” che si svolgerà a Perugia l’estate prossima, organizzato e animato da Ernesto Olivero fondatore del Sermig di Torino. Ecco come ho presentato l’amico Ernesto a circa 750-800 giovani che affollavano l’auditorium. 

 

     Saluto fraternamente Ernesto Olivero, che conosco fin dagli anni sessanta del secolo scorso e voi già sapete come la sua associazione giovanile è cresciuto in quasi cinquant’anni di vita, diventando da un piccolo gruppo una multinazionale della carità, con opere e iniziative in vari paesi, oltre alla nostra Italia. In questa presentazione di Ernesto voglio ricordare tre date:

  

    La prima è il maggio 1964 quando Ernesto, bancario padre di tre figli fonda il Sermig (Servizio missionario giovani), dopo che nel marzo precedente qui al Pime avevamo iniziato Mani Tese. All’inizio degli anni Sessanta la FAO e Papa Giovanni XXIII avevano lanciato la Campagna contro la fame nel mondo. Erano i tempi del Concilio ecumenico Vaticano II e nella Chiesa c’erano fermenti di novità che esaltavano noi giovani. Il mondo occidentale scopriva la tragedia di miliardi di uomini e donne che soffrivano la fame. In Italia si verificò un fatto nuovo. Nascevano molti gruppi e associazioni per l’unica guerra possibile, quella contro la fame. Il Sermig è nato come Mani Tese in ambiente missionario, uno al Pime di Milano, l’altro al Centro missionario di Torino.

      Lo spirito era lo stesso per ambedue i gruppi: aiutare i poveri attraverso la rete delle missioni cattoliche e con i volontari e i micro-progetti. Ma alla base di questo aiuto c’era la fede e la preghiera. Si leggeva la Bibbia, si recitava il Rosario per una nostra educazione di giovani all’impegno per gli altri, a dare la vita per i più poveri come ha fatto Gesù. Ernesto è rimasto fedele a questa impostazione di fede del movimento giovanile, mentre molti altri nati in quel tempo, quasi tutti, si sono politicizzati e sono finiti per diventare gruppuscoli contestatari della società e dei partiti politici o sono scomparsi. 

 

    La seconda data è il 1977 (pag. 22 del volumetto “La crisi dei giovani non esiste”). Il Sermig è ormai un’opera a livello italiano abbastanza conosciuta. Ernesto e cinque suoi giovani vogliono incontrare Paolo VI. Chiede una lettera di presentazione del card. Pellegrino, viaggiano tutta la notte in treno e al mattino sono al portone di Bronzo del Vaticano, chiedendo di parlare con mons. Monduzzi. Al quale presentano la lettera di Pellegrino e poco dopo, fra un’udienza di cartello e l’altra, sono ricevuti da Paolo VI in una saletta appartata. Il Papa chiede cosa vogliono ed Ernesto gli dice: “Santità, a nome dei giovani del Sermig siamo venuti a dirle che vorremmo vedere una Chiesa più semplice, più a contatto con la gente comune. E poi chiederle una benedizione per le nostra opera a Torino che sta cercando la possibilità di redimere il territorio dell’antico Arsenale in centro alla città, dove si producevano armi e bombe”.

    Il Papa si dichiara d’accordo con loro, anche lui vorrebbe una Chiesa più popolare, ma non sempre riesce a fare come vorrebbe e non sempre è obbedito. Poi dà una benedizione e aggiunge: “Io spero che da Torino e dal Piemonte, terra di santi, venga una grande rivoluzione dell’amore che cambi la società e il mondo in cui viviamo”.

 

     Finalmente, nel 1983 il Comune di Torino concede al Sermig di lavorare nell’Arsenale, 50.000 metri quadrati di terreno con capannoni industriali per produrre cannoni e armi di ogni genere, trasformandolo in un’opera di Pace. Come infatti è avvenuto e sono nati altri Arsenali della Pace in Brasile e in Libano.

 

     Alla fine degli anni ottanta, visito l’Arsenale della Pace a Torino. Ernesto mi affida a Riccardo, un giovane della sua compagnia che mi fa visitare le varie opere del Sermig per poveri, barboni, terzomondiali, drogati, handicappati che non hanno una casa, malati di Aids. Molti volontari si prendono cura di loro. Dove c’erano capannoni che fabbricavano armi, nascono opere di bene e di solidarietà e carità con gli ultimi della società italiana. L’Arsenale è un cantiere di iniziative benefiche, di formazione giovanile, di nuove costruzioni.

   Dico a Riccardo: “Sono contento di vedere che avete mantenuto lo scopo iniziale del Sermig, prendersi cura degli ultimi”. Lui mi risponde: “Eh, no, caro padre, per noi che lavoriamo qui all’Arsenale della Pace il primo scopo è incontrare Dio, di convertirci a Dio. I poveri sono una conseguenza, perché in loro vediamo Gesù Cristo sofferente. Ernesto insiste su questo concetto: quanto più noi conosciamo, amiamo e imitiamo Gesù Cristo, tanto più siamo disposti a fare un buon servizio ai poveri”.

    Ho capito che Ernesto aveva conservato lo spirito delle origini, quando è nato nel Centro missionario diocesano, che è poi lo spirito dei missionari: la fede e la preghiera sono il motore dell’amore al nostro prossimo.

 

     Terza data febbraio 1994, quando abbiamo fatto un viaggio assieme in Somalia con un aereo dell’aeronautica militare per portare aiuti ai somali attraverso l’esercito italiano che partecipava alla missione di pace dell’Onu (c’erano 2.600 militari italiani). In quel viaggio gli ho fatto una lunga intervista e poi ho pubblicato nel volumetto “La crisi del giovani non esiste” Città Nuova editrice 1994, pagg. 96). In cui Ernesto dice: “I giovani hanno immense possibilità di fare il bene, come giovani non sono in crisi. Siamo in crisi noi adulti che abbiamo prodotto una società come quella attuale che “rovina i giovani perché non propone valori autentici, per i quali vale la pena di spendere la vita”.

 

     E aggiunge: “La Chiesa potrebbe dare una grande speranza ai nostri giovani, se ricomincia dai giovani. Non dagli ultimi, nel senso di povertà economica e di marginalizzazione sociale. Gli ultimi sono i giovani, che ereditano da noi adulti un’Italia così mal combinata, che non trasmette loro il senso della fede, dell’impegno, del sacrificio, insomma non trasmette il significato del perchè si vive” (“La crisi dei giovani non esiste”, pag. 70).

                                                                                                Piero Gheddo

Musilmani in Italia – La visione del card. Biffi (II)

      

 

 

    Dopo il testo del card. Biffi su questo tema del 5 febbraio scorso, ecco il secondo (che completa il primo), tratto parzialmente da un intervento fatto il 20 settembre 2001 (9 giorni dopo l’atroce attentato del fanatismo islamico alle Due Torri di New York) al Convegno dell’ “Istituto Veritatis Spendor” su “Multiculturalità e identità oggi” (testi tratti dal suo volume: “Liber Pastoralis Bononiensis”, EDB, 2002, pagg. 86,  alle pagg. 780-789).

 

   

                            Gli auspici per lo Stato e la Società civile

 

    L’auspicio esistenziale che crediamo di dover formulare per lo Stato e la società civile, è che si chiariscano e che siano comunemente accolte alcune persuasioni previe, sicché ci si accosti al fenomeno dell’immigrazione provvisti di una “cultura” plausibile largamente condivisa. E’ incontestabile, per esempio, il principio che a ogni popolo debbono essere riconosciuti gli spazi, i mezzi, le condizioni che gli consentono non solo di sopravvivere ma anche di esistere e svilupparsi secondo quanto è richiesto dalla dignità umana. Gli organismi internazionali sono sollecitati a farsi carico delle iniziative atte a conseguire questa meta e non possono perdere di vista questo necessario ideale di giustizia distributiva generale; e tutto ciò vale – in modo proporzionato e secondo le reali possibilità – anche per i singoli stati. Ma non se ne può dedurre – se si vuole essere davvero “laici” oltre tutti imperativi ideologici – che una nazione non abbia il diritto di gestire e di regolare l’afflusso di gente che vuole entrare ad ogni costo. Tanto meno se ne può dedurre che abbia il dovere di aprire indiscriminatamente le proprie frontiere.

    Bisogna piuttosto dire che ogni auspicabile progetto di pacifico inserimento suppone ed esige che gli eccessi siano vigilati e regolamentati. E’ tra l’altro davanti agli occhi di tutti che gli ingressi arbitrari – hanno fama di essere abbastanza agevolmente effettuabili – determinano fatalmente da un lato il dilatarsi incontrollato della miseria e della disperazione (e spesso pericolose insorgenze di intolleranza e di rifiuto assoluto), dall’altro il prosperare di un’industria criminale di sfruttamento di chi aspira a varcare clandestinamente i confini.

 

                                 Progetti realistici complessivi

 

     Ciò che dobbiamo augurare al nostro Stato e alla società italiana è che si arrivi presto ad un serio dominio della situazione, in modo che il massiccio arrivo di stranieri nel nostro paese sia disciplinato e guidato secondo progetti concreti e realistici di inserimento che mirano al vero bene di tutti, sia dei nuovi arrivati sia delle nostre popolazioni.

    Tali progetti dovrebbero contemplare tanto la possibilità di un lavoro regolarmente remunerato quanto la disponibilità di alloggi dignitosi non gratuiti: per questa strada si potrà arrivare ad un sicuro innesto entro il nostro organismo sociale, senza discriminazioni e senza privilegi. Chi viene da noi deve sapere subito che gli sarà richiesto, come necessaria contropartita dell’ospitalità, il rispetto di tutte le norme di convivenza che sono in vigore da noi, comprese quelle fiscali. Diversamente non si farebbe che suscitare e favorire perniciose crisi di rigetto, ciechi atteggiamenti di xenofobia e l’insorgere di deplorevoli intolleranze razziali.

 

                                                Criteri attuativi

 

      La pratica attuazione di questi progetti obbedirà necessariamente a criteri che saranno anche economici: l’Italia ha bisogno di forze lavorative che non riesce più a trovare nell’ambito della sua popolazione. A questo proposito, dovrebbero essere tutti ormai persuasi di quanto sia stato insipiente la linea perseguita negli ultimi 40 anni, con l’ossessivo terrorismo culturale antidemografico e con l’assenza di ogni correttivo legislativo che ponesse qualche rimedio all’egoistica e stolta denatalità, da molto tempo ai vertici delle statistiche mondiali. Tutto questo nonostante l’esempio contrario delle nazione d’Europa più accorte, più lungimiranti, più civili, che non hanno esitato a prendere in questo campo intelligenti e realistici provvedimenti.

 

                           La salvaguardia dell’identità nazionale

 

    Ma i criteri di cui si parla non potranno essere soltanto economici e previdenziali.

Una consistente immissione di stranieri nella nostra penisola è accettabile e può riuscire anche benefica, purché ci si preoccupi seriamente di salvaguardare la fisionomia propria della nazione. L’Italia non è una landa deserta o semiabitata, senza storia, senza tradizioni vive e vitali, senza una inconfondibile fisionomia culturale e spirituale, da popolare indiscriminatamente, come se non ci fosse un patrimonio tipico di umanesimo e di civiltà che non deve andare perduto.

     Sotto questo profilo, uno Stato davvero “laico” – che cioè abbia di mira non il trionfo di qualche ideologia ma il vero bene degli uomini e delle donne sui quali esercita la sua attività di amministrazione e di governo, e voglia loro preparare con accortezza un desiderabile futuro – dovrebbe avere fra le sue preoccupazioni primarie quella di favorire la pacifica integrazione delle genti (come si è già storicamente verificato tra le popolazioni latine e quelle germaniche soppravvenute) o quanto meno una coesistenza non conflittuale; una compresenza e una coesistenza che comunque non conducano a disperdere la nostra ricchezza ideale o a snaturare la nostra specifica identità.

    Bisogna perciò concretamente operare perché coloro che intendono stabilirsi da noi in modo definitivo “si inculturino” nella realtà spirituale, morale, giuridica del nostro paese, e vengano posti in condizioni di conoscere al meglio le tradizioni letterarie, estetiche, religiose della peculiare umanità della quale sono venuti a far parte. A questo fine, le concrete condizioni di partenza degli immigrati non sono ugualmente propizie; e le autorità non dovrebbero trascurare questo dato della questione. In una prospettiva realistica, andrebbero preferite (a parità di condizioni, soprattutto per quel che si riferisce all’onestà delle intenzione e al corretto comportamento) le popolazioni cattoliche o almeno cristiane, alle quali l’inserimento risulta enormemente agevolato (per esempio i latino-americani, i filippini, gli eritrei, i provenienti dei molti paesi dell’Est-Europa, eccetera); poi gli asiatici (come i cinesi e i coreani), che hanno dimostrato di sapersi integrare con buona facilità, pur conservando i tratti distintivi della loro cultura. Questa linea di condotta – essendo “laicamente” motivata – non dovrebbe lasciarsi condizionare o disanimare nemmeno dalle possibili critiche sollevate dall’ambiente ecclesiastico o dalle organizzazioni cattoliche.

    Come si vede, si propone qui semplicemente il “criterio dell’inserimento più agevole e meno costoso”: un criterio totalmente ed esplicitamente laico, a proposito del quale evocare gli spettri del razzismo, della xenofobia, della discriminazione religiosa, dell’ingerenza clericale e perfino della violazione della Costituzione, sarebbe un malinteso davvero mirabile e singolare; il quale, se effettivamente si verificasse ci insinuerebbe qualche dubbio sulla perspicacia degli opinionisti e dei politici italiani.

 

                                   Il caso dei musulmani

 

    Se non si vuol eludere e censurare tale realistica attenzione, è evidente che il caso dei musulmani vada trattato a parte. Ed è sperabile che i responsabili della cosa pubblica non temano di affrontarlo ad occhi aperti e senza illusioni. Gli islamici – nella stragrande maggioranza e con qualche eccezione – vengono a noi risoluti a restare estranei alla nostra “umanità”, individuale e associata, in ciò che ha di più essenziale, di più prezioso, di più “laicamente” irrinunciabile: più o meno dichiaratamente, essi vengono a noi ben decisi a rimanere sostanzialmente “diversi”, in attesa di farci diventare tutti sostanzialmente come loro.

    Hanno una forma di alimentazione diversa (e fin qui poco male), un diverso giorno festivo, un diritto di famiglia incompatibile col nostro, una concezione delle donne lontanissima della nostra (fino a praticare la poligamia). Soprattutto hanno una visione rigorosamente integralista della vita pubblica, sicché la perfetta immedesimazione tra religione e politica fa parte della loro fede indubitabile e irrinunciabile, anche se aspettano prudentemente a farla valere di diventare preponderanti, Non sono dunque gli uomini di Chiesa ma gli Stati occidentali moderni a dover far bene i loro conti a questo riguardo.

    Va anzi detto qualcosa di più: se il nostro Stato crede sul serio nell’importanza delle libertà civili (fra cui quella religiosa) e nei principi democratici, dovrebbe adoperarsi perché essi siano sempre più diffusi accolti e praticati a tutte le latitudini. Un piccolo strumento per raggiungere questo scopo è quella della richiesta che venga data “reciprocità” non puramente verbale da parte degli Stati di origine degli immigrati.

    Scrive a questo proposito la nota CEI del 1993: “In diversi paesi islamici è quasi impossibile aderire e praticare liberamente il cristianesimo. Non esistono luoghi di culto, non sono acconsentite manifestazioni religiose fuori dell’islam, né organizzazioni ecclesiali per quanto minime. Si pone così il difficile problema della reciprocità. E’ questo un problema che non interessa solo la Chiesa ma anche la società civile e politica, il mondo della cultura e delle stesse relazioni internazionali. Da parte sua il Papa è instancabile nel chiedere a tutti il rispetto del diritto fondamentale della libertà religiosa” (“Ero forestiero e mi avete ospitato”, 34: ECEI 5/2024). Ma – diciamo noi – chiedere serve poco, anche se il Papa non può fare di più.

    Per quanto possa apparire estraneo alla nostra mentalità e persino paradossale, il solo modo efficace e non velleitario di promuovere il “principio di reciprocità” da parte di uno Stato davvero “laico” e davvero interessato alla diffusione delle libertà umane, sarebbe quello di consentire in Italia per i musulmani, sul piano delle istituzioni da autorizzare, solo ciò che nei paesi musulmani è effettivamente consentito per gli altri.

 

                                  Cattolicesimo – “religione nazionale storica”

  

    Quanto ai rapporti da intrattenere con le diverse religioni, che sono presenti tra noi in conseguenza dell’immigrazione,  sarà bene che nessuno ignori e dimentichi che il cattolicesimo – che indiscutibilmente non è più la “religione ufficiale dello Stato” – rimane non di meno la “Religione storica” della nazione italiana, la fonte precipua della sua entità, l’ispirazione determinante delle nostre più vere grandezze. Sicché è del tutto incongruo assimilarlo socialmente alle altre forme religiose e culturali, alle quali dovrà essere assicurata piena e autentica libertà di esistere e di operare, senza però che questa comporti un livellamento innaturale o addirittura un annichilimento dei più alti valori della nostra civiltà .

    Va anche detto che è una singolare visione della democrazia il far coincidere il rispetto degli individui e delle minoranze con il non rispetto della maggioranza e l’eliminazione di ciò che è acquisito e tradizionale in una comunità umana. Dobbiamo qui segnalare purtroppo casi sempre più numerosi di questa, che è una “intolleranza sostanziale”, per esempio quando nelle scuole si aboliscono i segni e gli usi cattolici per la presenza di alunni di altre fedi.

 

                                               Conclusione

 

     In una intervista di una decina di anni fa, mi è stato chiesto con molto candore e con invidiabile ottimismo: ”Ritiene anche lei che l’Europa o sarà cristiana o non sarà?”. Mi pare che la mia risposta di allora possa ben servire alla conclusione del mio intervento. Io penso – dicevo – che l’Europa o diventerà cristiana o diventerà musulmana. Ciò che mi pare senza avvenire è la “cultura del niente”, della libertà senza limiti e senza contenuti, dello scetticismo vantato come conquista intellettuale che sembra essere l’atteggiamento largamente dominante nei popoli europei, più o meno tutti ricchi di mezzi e poveri di verità. Questa “cultura del niente” (sorretta dall’edonismo e dalla insaziabilità libertaria) non sarà in grado di reggere all’assalto ideologico dell’islam, che non mancherà: solo la scoperta dell’ ”avvenimento” cristiano come unica salvezza dell’uomo – e quindi solo una decisa risurrezione dell’antica anima dell’Europa – potrà offrire un esito diverso da questo inevitabile confronto.

    Purtroppo né i “ laici, né i cattolici” pare si siano finora resi conto del dramma che si sta profilando. I “laici”, osteggiando in tutti i modi la Chiesa, non si accorgano di combattere l’ispiratrice più forte e la difesa più valida della civiltà occidentale e dei suoi valori di razionalità e di libertà: potrebbero accorgersi troppo tardi. I “cattolici”, lasciando sbiadire in se stessi la consapevolezza della verità posseduta e sostituendo all’ansia apostolica il puro e semplice dialogo ad ogni costo, inconsciamente preparano (umanamente parlando) la propria estinzione.

    La speranza è che la gravità della situazione possa ad un certo momento portare ad un efficace risveglio sia della ragione sia dell’antica fede. E’ il nostro augurio, il nostro impegno, la nostra preghiera.

Musulmani in Italia – La visione del card. Biffi

        

 

    Dopo i due Blog dell’8 e 20 gennaio 2010, sul tema “E’ possibile integrare i musulmani in Italia?”, pubblico in due Blog successivi come il card. Giacomo Biffi, aveva proposto una visione realistica e cristiana del problema quando era arcivescovo di Bologna (1984-2003). Il primo testo è una sintesi, fatta dal cardinale stesso (il 20 settembre 2001), di quanto aveva scritto un anno prima, il 30 settembre 2000, per inquadrare il tema dell’immigrazione di terzomondiali. Ecco il testo del card. Biffi Vedi il suo volume “Pastoralis bononiensis” (EDB, 2002, pagg. 868), che raccoglie le sue 12 “note pastorali” e altri sei “interventi”. I testi citati alle pagine 771-773).Pubblico questi documenti senza commento perché sono testi di valore e di molto buon senso con i quali è difficile non concordare, che vale la pena di leggere e di discutere, mentre invece sono stati totalmente dimenticati. Per capire il pensiero del card. Biffi bisogna leggere anche il prossimo Blog del 9 febbraio. Grazie. Piero Gheddo

 

    Il 30 settembre 2000, nella “nota pastorale” “La città di San Petronio nel terzo millennio”, proponevo tre persuasioni semplici ed essenziali sul problema dell’immigrazione”, che qui riassumo.

    1 – Non è per sé compito della Chiesa e delle singole comunità risolvere i problemi sociali che la storia di volta in volta ci presenta. Noi non dobbiamo perciò nutrire nessun complesso di colpa a causa delle emergenze anche imperiose che non ci riesce di affrontare efficacemente.

    2 – Dovere statutario del popolo di Dio e compito di ogni battezzato è di far conoscere Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio morto per noi e risorto e il suo necessario messaggio di salvezza. E’ un preciso ordine del Signore e non ammette deroga alcuna. Egli non ci ha detto: “Predicate il Vangelo ad ogni creatura, tranne che ai musulmani, agli ebrei, e al Dalai Lama”.

    3 – Allo stesso modo è nostro dovere l’osservanza del comando dell’amore. Di fronte ad un uomo in difficoltà – quale sia la sua razza, la sua cultura, la sua religione, la legalità della sua presenza – i discepoli di Gesù hanno il dovere di amarlo operosamente e di aiutarlo a misura delle loro concrete possibilità.

 

    Tre convincimenti esprimevo anche nei confronti dello Stato Italiano.

    1 – Di fronte del fenomeno dell’immigrazione, lo Stato non può limitarsi a subirlo passivamente: ha il dovere di regolarlo positivamente con progetti realistici (circa il lavoro, l’abitazione, l’inserimento sociale), che mirino al vero bene sia dei nuovi arrivati sia delle nostre popolazioni.

    2 – Poiché non è pensabile che si possano raccogliere tutti, è ovvio che si imponga una selezione. Ma la responsabilità di scegliere non può essere che dello Stato Italiano, non di altri; e tanto meno si può consentire che la selezione sia di fatto lasciata al caso o, peggio, alla prepotenza.

    3 – I criteri di scelta non dovranno essere unicamente economici e previdenziali: criterio determinante dovrà essere quello della più facile integrabilità nel nostro tessuto sociale o quanto meno di una prevedibile coesistenza non conflittuale. Un “ecumenismo politico “ (per così dire), astratto e imprevidente, che disattendesse questa elementare regola di buon senso, potrebbe preparare anche per il nostro popolo un futuro di lacrime e di sangue.

 

    Ho la presunzione di avere con ciò enunciato in termini estremamente chiari delle proposte del tutto ragionevoli (anzi, se si vuole, “laicamente” ragionevoli). E moltissimi le hanno intese ed apprezzate.

    Mi sfugge invece come sia stato possibile muovere a questa posizione, da parte di altri, accuse come quelle di integralismo, di prevaricazione clericale, di intolleranza, di atteggiamento antievangelico, eccetera. L’ipotesi più misericordia che mi si presenta è che, da parte dei miei critici, per il brigoso e impellente impegno a parlare non si sia trovato il tempo di leggere ciò che io avevo scritto.

    Una sola osservazione è qui il caso di aggiungere. La questione “islamica” – che nel settembre 2000 appariva abbastanza trascurata almeno in Italia – oggi, soprattutto dopo il tremendo crimine perpetrato a New York (l’11 settembre 2001), purtroppo non può più essere ignorata da nessuno, anche se dai più si cerca di eluderla con comprensibile prudenza “politica”, e di risolverla nella pura questione del “terrorismo”; un terrorismo che ci si illude di poter pensare evitando ogni qualifica e ogni attribuzione quasi esso fosse senza radici e senza precise matrici culturali.

 

Disumane le culture pre-cristiane?

                       

 

      Nel 1970 ho visitato in Messico e Guatemala i luoghi dove è fiorita la civiltà dei maya, uno dei popoli che la conquista coloniale del 1500 ha sottomesso alla Corona di Spagna e poi convertito al cristianesimo. Con il superiore dei Comboniani messicani, che era alla ricerca di una missione fra gli indios, abbiamo visitato alcune diocesi dei due stati di Yucatan e Chiapas e le rovine e piramidi maya a Chicen-Itza, Uxmal, Palenque, Tikal nella giungla tropicale; e ammirato i resti dell’arte maya nei musei di Mérida e di Campeche. Mi era rimasto un alto concetto di questa grande civiltà ormai scomparsa.

 

     Non so se avete visto il film “Apocalypto”, prodotto dal famoso attore Mel Gibson (quello del film “La Passione”), che racconta com’era la civiltà dei maya prima dell’incontro con i conquistadores spagnoli. Credo dia un’idea molto precisa di com’era la vita quotidiana nella civiltà maya, che viene considerata la più raffinata delle culture americane pre-ispaniche. I critici concordano nel dire che il film è eccessivo nella descrizione di corpi sventrati, cadaveri fatti rotolare dalle gradinate delle piramidi o dei templi, cuori estratti da corpi appena uccisi e divorati o offerti alle divinità, scene di violenza e di crudeltà quotidiane comunemente accettate come costume tradizionale. Eppure, questa era la realtà di una civiltà non ancora addolcita dall’incontro col messaggio del Vangelo e dall’esempio di Cristo.

 

     In questi giorni mi è capitato fra le mani il fascicolo di una rivista cattolica che racconta in breve l’evangelizzazione dei popoli latino-americani e condanna i missionari che hanno distrutto le culture locali, citando e quasi rimpiangendo le culture inca, maya, atzeca. La cultura moderna ha idealizzato le “culture” tradizionali dei popoli, immaginando un mondo paradisiaco, prima che la conquista europea portasse la guerra, la violenza, la schiavitù, i massacri di popolazioni inermi.

 

     La realtà è ben diversa da questo luogo comune del “politicamente corretto”. Come documentano numerose ricerche storiche recenti (dalle quali è tratto il film “Apocalypto”), queste culture pre-ispaniche dell’America latina praticavano religioni che prescrivevano sacrifici umani agli dei del loro Olimpo e in quelle società la vita quotidiana si esprimeva in numerose violenze disumane sull’uomo e sulla donna. D’altra parte, i sacrifici umani erano largamente diffusi nelle civiltà pre-cristiane in qualsiasi continente. Civiltà che hanno raggiunto alti livelli di arte, filosofia, poesia, architettura, pittura, artigianato, ingegneria, ma la singola persona umana non aveva in sé alcun valore, era semplicemente uno dei tanti elementi del mondo creato. Nelle civiltà pre-cristiane esistevano varie forme di solidarietà familiare, tribale, nazionale, ma la solidarietà verso il prossimo, tutto il prossimo, non era mai universale.

     Nella stessa grande civiltà romana era riconosciuta la dignità del “civis romanus” (cittadino romano), ma non egualmente quella della donna, degli schiavi, dei nemici di Roma. Nel Colosseo, per divertire la plebe romana, i gladiatori combattevano e si ammazzavano, i cristiani venivano divorati dalle belve e i bambini minorati venivano buttati dalla Rupe Tarpea. Questi concetti, cioè il valore assoluto di ogni persona umana (da cui discendono i diritti dell’uomo e della donna) e l’uguaglianza di tutti gli uomini, da cui è nata la civiltà moderna e la “Carta dei Diritti dell’Uomo” dell’Onu, nella storia dell’umanità li ha portati solo Cristo. Il cristianesimo ha dato dignità e valore assoluto ad ogni persona umana ed è stato il grande motore del vero “umanesimo”. E se il cristianesimo arretra nelle nostre società “post-cristiane”, come vorrebbero i nostri laicisti, questo ci porta ad uno stato di barbarie, che pensavamo di aver superato. Insomma, la nostra storia, dopo duemila anni di cristianesimo, sembra aver innescato la marcia indietro!

                                                                                                  Piero Gheddo

 

 

Superare le dvisioni della Teologia della Liberazione

 

    Un amico mi chiede come mai non si parla più di “Teologia della Liberazione”. Perché ha prodotto i suoi frutti positivi e oggi altri temi e problemi sono venuti alla ribalta, in America Latina e nel mondo. Però, il 7 dicembre 2009, Benedetto XVI ha ricevuto i vescovi del Sud Brasile in visita “ad limina” ed ha lanciato un accorato appello a superare le divisioni suscitate nella Chiesa dalla Teologia della Liberazione che si ispirava al marxismo. Il Pontefice ha affermato che le comunità ecclesiali in Brasile devono sperimentare l’esperienza del perdono perché le ferite delle polemiche possano finalmente cicatrizzare.

 

     Nell’agosto scorso (2009) – ha ricordato Benedetto XVI – sono stati commemorati i 25 anni dell’Istruzione Libertatis nuntius della Congregazione per la Dottrina della Fede, su alcuni aspetti della Teologia della Liberazione. In essa – ha spiegato il Papa – “si sottolineava il pericolo che comportava l’accettazione acritica da parte di alcuni teologi di tesi e metodologie provenienti dal marxismo”. In realtà, come affermava nel 1984 il Cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, nella Teologia della Liberazione ci sono molte correnti, perché la liberazione è uno dei messaggi centrali della Rivelazione, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento.

 

     Una di queste correnti, soprattutto negli ultimi tre decenni del XX secolo, ha preso come elemento di interpretazione sociale ed economica l’analisi marxista – il materialismo storico – per cercare di comprendere la complessa e ingiusta, a volte scandalosa, realtà sociale che si vive in America Latina. Questa corrente è stata chiamata Teologia  della Liberazione (di analisi marxista). Secondo quanto ha spiegato Benedetto XVI ai Vescovi brasiliani, “le sue conseguenze più o meno visibili, fatte di ribellione, divisione, dissenso, offesa, anarchia, si fanno ancora sentire, creando nelle vostre comunità diocesane grande sofferenza e una grave perdita di forze vive”. 

     Per questo, ha supplicato “quanti in qualche modo si sono sentiti attratti, coinvolti e toccati nel proprio intimo da certi principi ingannatori della Teologia della Liberazione, di confrontarsi nuovamente con la suddetta Istruzione, accogliendo la luce benigna che essa offre a mani tese”. Citando Giovanni Paolo II, ha dichiarato che la “regola suprema” della fede della Chiesa non deriva dall’analisi marxista, ma “dall’unità che lo Spirito ha posto tra la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il magistero della Chiesa in una reciprocità tale per cui i tre non possono sussistere in maniera indipendente”.

     Per questo motivo, Papa Benedetto si è rivolto a quanti vedono ancora una risposta nella Teologia della Liberazione ai problemi sociali, auspicando che “il perdono offerto e accolto in nome e per amore della Santissima Trinità, che adoriamo nei nostri cuori, ponga fine alla sofferenza dell’amata Chiesa che peregrina nelle terre della Santa Croce”, cioè il Brasile.

 

     Come ho detto all’inizio la Teologia della Liberazione ha prodotto anche frutti positivi. Quando sono andato la prima volta in Brasile, mi ha stupito il fatto che la Chiesa era ben impiantata nelle regioni costiere del paese-continente, mentre nelle regioni interne si trattava spesso di una missione o prima evangelizzazione. Quando i padri del Pime sono giunti in Amazzonia e nel Paranà nel 1946 e pochi anni dopo in Mato Grosso, hanno trovato popoli che avevano ricevuto la fede qualche secolo prima, una fede dai “missionari itineranti”, ma di cristiano avevano proprio poco. L’attenzione creata nelle Chiese latino-americane dalla Teologia della Liberazione per le situazioni a volte disumane in cui vivono  i più poveri e isolati ha spinto le diocesi, i missionari e gli istituti religiosi verso le regioni e i popoli non ancora evangelizzati, con risultati molto positivi. Basti dire che nel 1946 il Brasile aveva un’ottantina di diocesi, oggi circa 350! Se crediamo che il messaggio di Cristo è il miglior messaggio di liberazione dell’uomo, questo è un fatto straordinario. E ne ringraziamo il Signore.

                                                

                                                                                   Piero Gheddo

 

Perchè l'abisso fra Haiti e Santo Domingo

 

 

 

     In seguito alla trasmissione su Radio Maria (ore 21-22,30) che ho fatto il terzo lunedì del mese 18 gennaio su Haiti (vedi il testo sul mio sito: www.gheddopiero.it), ho ricevuto alcune telefonate e messaggi che chiedono perchè la grande differenza fra i due stati in cui è divisa l’isola di Hispaniola, Haiti e Santo Domingo.

     Oggi Haiti è distrutto dal terremoto ma l’abisso che separa i due paesi era evidente già prima di questo tragico avvenimento.  Alcuni dati dell’Onu degli ultimi anni.

         Haiti è al 149° posto su 182 nazioni nell’Indice di sviluppo umano, Santo Domingo al 92° posto.

         Prodotto nazionale lordo (Pil) pro capite 698 e 3.772 dollari.

         Il 72% degli haitiani vive con meno di due dollari al giorno, contro il 15% dei cittadini di Santo Domingo.

         La speranza di vita alla nascita è di 55 anni ad Haiti, 65 anni a Santo Domingo.

         Analfabetismo: 53% ad Haiti, 13% a Santo Domingo.

 

     Per capire le diverse situazioni di due paesi in un’unica isola, bisogna conoscere la storia. L’isola di Hispaniola, scoperta da Cristoforo Colombo nel 1492, era colonia spagnola ma trascurata dagli spagnoli che avevano occupato tutta l’attuale America Latina (eccetto il Brasile), dal Messico al Cile e all’Argentina. Nel 1625 la Francia incomincia a colonizzare la parte orientale dell’isola e nel 1664 la Spagna riconosce la sua proprietà sull’attuale Haiti. La Francia si impegna a colonizzare la sua parte dell’isola con numerosi coloni francesi, importando molti schiavi dall’Africa e coltivando canna da zucchero, caffè, cacao, banane e altra frutta tropicale. Nel 1700 Haiti era la più ricca delle colonie dell’emisfero occidentale (allora chiamata “La perla dei Caraibi”), grazie, soprattutto, alle notevoli esportazioni di zucchero e cacao, mentre Santo Domingo, rimasto spagnolo, era povero, poco abitato e quasi abbandonato.

 

     Durante e dopo la Rivoluzione francese del 1789, le nuove idee sui diritti dei popoli si diffondono nelle colonia francesi e anche ad Haiti si verifica una rivolta di popolo, non più come a Parigi contro i re e i nobili, ma la rivolta dei neri contro i francesi. Dopo  varie vicende di guerra civile, nel 1804 Haiti dichiara la sua indipendenza, il secondo paese indipendente del continente americano dopo gli Stati Uniti. Ma mentre gli Stati Uniti (la cui nascita ufficiale è del 1798) conobbero un rapido sviluppo politico-economico, per Haiti l’indipendenza formale dalla Francia segna l’inizio di due secoli di guerre civili e dittature. Nel 1800 Haiti è guidata da una serie di presidenti, la maggioranza dei quali rimane in carica solo per pochi anni o mesi. E anche in seguito non ha più avuto stabilità politica, eccetto nel breve periodo di occupazione da parte dell’esercito americano (1915-1934) per mettere fine al caos in cui il paese era precipitato.

    Al contrario, Santo Domingo ottiene l’indipendenza dalla Spagna in modo abbastanza pacifico nel 1844 con un popolo unito e, anche se nella sua storia vi sono stati periodi turbolenti e di dittature, da tempo gode di una discreta stabilità politica. Oggi a Santo Domingo i bianchi e mulatti sono l’88% dei 9 milioni di abitanti, ad Haiti i neri sono il 94% e i mulatti il 5% degli otto milioni di haitiani. Ma la maggioranza nera di Haiti è divisa in tante etnie e fazioni, secondo il luogo e la lingua d’origine degli antenati schiavi. Fino ad oggi in Haiti l’unità di popolo e la stabilità politica, condizioni indispensabili per lo sviluppo economico, sono sconosciute.

 

    Questa la radice etnico-storica che spiega la differenza fra due paesi vicini. La storia dimostra che anche quando un popolo ha diritto all’indipendenza, se questa viene concessa quando quel popolo non è unito e preparato a governarsi, si rivela dannosa per il popolo stesso. Cioè, le guerre o guerriglie di liberazione africane del secolo scorso (e anche quella di Haiti di due secoli fa) falliscono sempre o quasi sempre, perché violenza chiama violenza e nelle guerre o guerriglie civili le ideologie e gli uomini più violenti inevitabilmente prevalgono.

                                                                                               Piero Gheddo

Ancora sui musulmani in Italia

                                

 

          L’8 gennaio scorso ho pubblicato il Blog “E’ possibile integrare i musulmani in Italia?” e ringrazio chi mi ha scritto e telefonato. Terminavo dicendo che “una soluzione forse esiste”. Ho parlato con un mio confratello che conosce l’Islâm molto meglio di me, il dott. padre Paolo Nicelli: ha vissuto una decina d’anni in missione di cui cinque a Mindanao (sud delle Filippine) fra i musulmani e poi ha fatto studi universitari sull’Islâm pubblicando alcuni volumi. Cito l’ultimo che mi pare significativo per il nostro tema: “Islâm e modernità nel pensiero riformista islamico” (San Paolo 2009, pagg. 276, Euro 19,00), volume non facile, perché l’Islâm è una realtà complessa e non monolitica. Il libro rappresenta una profonda lettura del mondo musulmano attuale con tutte le sue tendenze e correnti.

         Padre Nicelli pensa che il mio Blog è “interessante e realista” e pone il problema di fondo: “Qui in Italia la maggioranza dei musulmani vogliono rimanere e non se ne vogliono andare, perché hanno trovato quelle opportunità di vita e di libertà che a casa loro non gli venivano garantite. Questi immigrati musulmani sono le prime vittime dell’intolleranza e della violenza da parte di istituzioni o di poteri che non sono rispettosi della persona umana e dei suoi diritti”.

       Secondo padre Nicelli, “Il tema dell’integrazione deve essere accompagnato da una seria applicazione della legge sull’immigrazione, che preveda i rimpatri per gli extracomunitari, musulmani e non, che sono illegali o che dimostrano con le parole e i fatti delle posizioni anti-occidentali e anti-europee. Tali persone non vogliono realmente integrarsi in un sistema democratico, perché non ne riconoscono i valori di fondo. Mi riferisco qui in Italia a coloro che, non rispettando e non riconoscendo le nostre leggi e i nostri valori italiani, vogliono riprodurre in tutto gli stili di vita e le leggi dei loro paesi d’origine. Il problema tocca anche il tema dell’educazione scolastica (vedi il caso di via Quaranta a Milano)”.

       “Una situazione permissiva da parte di gruppi e istituzioni italiane verso questo atteggiamento, ha in passato creato e crea tutt’oggi ulteriori problemi contro l’integrazione sociale, culturale e religiosa, perchè più che integrare i diversi gruppi in una realtà culturale, presente da millenni in Europa e in Italia, genera ghetti all’interno delle grandi città europee. Tuttavia, la sola applicazione della legge non è sufficiente per garantire l’integrazione. Si rende necessario un progetto educativo che, partendo dalla persona, dai suoi bisogni e dalle sue aspirazioni, favorisca l’incontro tra gruppi diversi, nel rispetto della dignità umana”.

       “La soluzione del conflitto tra Islâm e modernità, – continua padre Nicelli – può avvenire solo a partire da un giudizio di valore che rompa con l’integralismo islamico e l’eccessiva autoreferenzialità. Questo sarà possibile attraverso una nuova interpretazione della stessa tradizione islamica, più spirituale e meno giuridico-politica, che tenga conto dei valori e delle tradizioni europee. In questo senso, è necessario che i musulmani rispondano sinceramente alle seguenti domande fondamentali: è possibile rimanere fedeli al messaggio di Dio in un mondo moderno, che in senso positivo promuove lo sviluppo tecnologico e il progresso scientifico, ma in senso negativo lo fa svilendo la dignità della persona umana e relegando la religione a un fatto privato? La modernità è compatibile con la fedeltà alla rivelazione divina? Tali domande propongono un lavoro di verifica personale e comunitaria, evidenziando il senso identitario musulmano assieme a un lavoro di autocritica della propria storia. Un’autocritica positiva che coinvolga anche il vissuto religioso, ponendo la persona umana, i suoi bisogni, ma ancora di più la sua dignità al centro di ogni vera riforma della tradizione”.

       “Oggi in Iran, personaggi autorevoli quali Khatami, il defunto Montazeri, Soroush e i leaders dell’opposizione al regime degli Ayatollah lo stanno facendo a prezzo della loro stessa vita. In Iran c’è un popolo che dice basta alle interpretazioni fondamentaliste della tradizione e delle scuole di pensiero giuridico. Essi chiedono una riforma politica, sociale e religiosa che tenga conto del desiderio di libertà e di democrazia; chiedono di vivere da musulmani in un mondo moderno, dove la persona umana abbia il suo riconoscimento e i suoi spazi democratici. E qui che il messaggio spirituale dell’Islâm e quello del Cristianesimo possono insieme collaborare per favorire l’integrazione, se vissuti in un contesto di dialogo-confronto circa il tema della verità su Dio, sulla persona umana e nel perseguimento del bene comune. A partire dalle generazioni che verranno formate a questo dialogo-confronto si verrà a creare un nuovo «meticciato pluralistico», attraverso cui potranno essere sconfitti gli integralismi di ogni genere. Io ho speranza che questo avvenga, perchè ne vedo, anche se in misura ancora insufficiente, i segni evidenti”.

 

          Padre Nicelli, pensa che “sotto l’influsso della modernità e della testimonianza delle comunità cristiane anche i musulmani europei potranno cambiare. Per noi cristiani occidentali, il punto in questione è quindi quello di porci due domande fondamentali: siamo ancora capaci di testimoniare la nostra fede? Siamo cioè capaci di vivere da cristiani nel mondo moderno e testimoniare a chi non è cristiano quanto Cristo ha vinto il pregiudizio e la violenza, incontrando nella carne l’uomo bisognoso di redenzione e di salvezza? Dalla risposta a queste domande dipenderà tutto il dialogo-confronto con i musulmani. Più ancora, dipenderà il futuro dell’integrazione in Europa e in Italia.”

 

         Mi ritrovo anch’io in queste parole, ma ci vorrà tempo, molto tempo per una religione-cultura come l’islam che non ha un’autorità centrale ed è diventata identitaria per un miliardo e 300 milioni di persone! Ma “come integrare i musulmani nella società italiana” è un problema che in Italia si pone oggi. In un prossimo Blog parlerò di un’altra soluzione molto concreta e immediata, anche se ipotetica quanto alla sua applicazione.

 

                                                                                    Piero Gheddo

Africa un miliardo di abitanti

Secondo la stima dell’organismo dell’ONU Unpf (United Nations Population Fund) alla fine del 2009 è nato il miliardesimo africano, cioè l’Africa ha raggiunto un miliardo di abitanti. In genere si dice e si scrive che ha circa 900 milioni di abitanti (il “Calendario Atlante De Agostini 2009” dice 929 milioni) e invece sono un miliardo, quasi il doppio dell’Europa comunitaria (circa 600 milioni).

Il miliardo di africani crescono di 24 milioni all’anno e possono raddoppiare entro il 2050, raggiungendo i due miliardi. L’Africa è il continente con il più alto tasso di natalità del mondo, i bambini e gli adolescenti con meno di 15 anni sono 400 milioni, il 40% del totale. In Italia i nostri minorenni con meno di 15 anni sono il 17% dei 60 milioni di italiani, circa 10 milioni! Africa continente dei giovani, Italia (ed Europa) paese e continente degli anziani.

Queste moltitudine di giovani africani hanno diritto di avere l’istruzione, un impiego gratificante e un’adeguata assistenza sanitaria: le condizioni sociali ed economiche del mondo globalizzato saranno in grado di soddisfare le loro crescenti aspettative? Nel mondo globalizzato questo sarà tra i principali problemi sociali dei prossimi decenni. I giovani africani sono un potenziale enorme di crescita dell’intera umanità, ma oggi rimangono in buona parte nell’ignoranza e nella povertà e domani saranno una bomba demografica pronta ad esplodere.

Spesso si dice e si scrive che l’Africa è povera perchè sovraffollata. Menzogna colossale. Il continente africano ha 31 abitanti per chilometro quadrato, l’Europa comunitaria 61, il Giappone 343. Europa e Giappone non hanno quasi nulla delle immense risorse dell’Africa. Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari nel recente volume “Le bugie degli ambientalisti” (ed. Piemme), scrivono che “dei 21 paesi più poveri del mondo solo 7 hanno una densità superiore ai 100 abitanti per kmq. e i 5 paesi africani fra i più colpiti dalla fame (Etiopia, Sudan, Somalia, Mozambico e Liberia) il più popolato ha una densità di 41,8 abitanti per kmq.”. L’India, con più d’un miliardo di abitanti, è estesa poco più di Sudan ed Etiopia sommate assieme con soli 120 milioni di aitanti. Eppure Sudan ed Etiopia soffrono la fame, l’India esporta cibo anche in Africa e da vent’anni è in pieno sviluppo economico, con un indice dì crescita del Pil del 6-8% l’anno. Ci sono i poveri e gli affamati anche in India, ma per insufficiente distribuzione della ricchezza, non per mancanza di produzione di cibo. L’Africa produce poco cibo. I paesi a sud del Sahara importano circa il 30% del cibo di base che consumano (riso, grano, mais).

Noi, ricchi e privilegiati del mondo non vogliamo ammettere che la povertà del’Africa dipende anzitutto e soprattutto, prima di qualsiasi altra causa (e ce ne sono molte altre), dalla scarsezza o mancanza di istruzione. Non è possibile che si sviluppi un continente con il 50% di analfabeti, oltre a circa il 25-30% di “analfabeti di ritorno”, cioè quelli che hanno frequentato qualche classe delle elementari, ma poi non sanno leggere né scrivere perché non hanno mai avuto la possibilità di esercitarsi. Di scuola e di istruzione-educazione, per aiutare l’Africa giovane, si parla e si scrive troppo poco perché chiama in causa i nostri paesi ricchi e cristiani, che dovremmo correre in aiuto ai fratelli e sorelle africani. Invece in Occidente diminuiscono le vocazioni missionarie, i volontari e gli organismi di volontariato internazionale. E’ un segno evidente, fra tanti altri, della crisi di umanità e di vita cristiana del nostro popolo.

Piero Gheddo

Indro Montanelli e i missionari

 

   A quasi dieci anni dalla sua scomparsa, si pubblicano ancora biografie e libri di ricordi sul grande Indro Montanelli (22 aprile 1909 – 22 luglio 2001). L’ultimo è di Giorgio Torelli: “Non avrete altro Indro”, Ancora editrice, Milano 2009 (pagg. 136, 13 Euro). Il titolo dice bene i contenuti del volume. Indro è stato davvero “il principe e maestro dei giornalisti italiani” della nostra generazione, il giornalista più rappresentativo della categoria nell’ultimo mezzo secolo di dopoguerra. Prima che sorga un altro come lui, scrive l’amico Torelli, passerà chissà quanto tempo. Finora non s’avvistano all’orizzonte suoi delfini, eredi o controfigure.

     Il volume merita di essere letto e gustato come invita lo stile estroso e immaginifico di Torelli, che ricorda in modo appassionato il suo amico e direttore Indro (fu tra i primi ad unirsi a lui per fondare “Il Giornale” nel 1974). Mario Cervi, presentando il volume sul Giornale, scrive che Torelli ricorda Indro come “un laico raccontato con nostalgia cristiana”. Espressione felice, perché questo è proprio il sentimento che ha mosso l’amico Giorgio a scrivere ed a chiedere anche a me un contributo al suo volume. Ripropongo questo ricordo di Montanelli agli amici lettori, diciamo come augurio di Buon Anno:

 

    Non posso dire di aver avuto una vera frequentazione con Indro. Ho collaborato con “Il Giornale” e poi con “La Voce” dal 1986 al 1995 e prima ancora, nel 1972 a Campione d’Italia mi aveva assegnato l‘immeritato “Premio Campione” dei giornalisti italiani, per il volume “Terzo mondo perchè povero?” (Emi). Dopo la consegna del Premio, mi prese in disparte e mi disse (ricordo benissimo queste parole): “Ti ho assegnato con la Giuria questo Premio, perché sei un missionario e parli dei missionari italiani nel mondo, raccontando le loro esperienze di aiuto ai popoli poveri”. E aggiungeva con tono un po’ maligno: “Se eri un prete e parlavi dei preti in Italia, il Premio te lo potevi sognare”.

      Poi, nel 1986 mi chiamò al Giornale, attraverso Giorgio Torelli ed Egisto Corradi, incontrato più volte nel Vietnam in guerra (dal 1967 al 1973). In quegli anni ero direttore della rivista del Pime, “Mondo e Missione” e avevo appena fondato l’agenzia “Asia News”, allora su carta oggi in Internet. Montanelli sapeva che facevo molti viaggi di visita alle missioni e mi chiese di mandargli articoli sulla vita e il lavoro dei missionari italiani. Ecco, quel che posso dire di lui è la sua ammirazione per i missionari, che aveva visto nei suoi viaggi come inviato del “Corriere della Sera” soprattutto in Asia e Africa. Gli mandavo sempre una cartolina dai quattro angoli del mondo e quando ritornavo in Italia portavo alcuni articoli consegnandoli personalmente a lui. Non sempre, ma a volte mi faceva sedere e chiedeva notizia di dov’ero stato e dei missionari che avevo visto.

    Ammirava sinceramente i missionari e aveva di essi un’immagine mitica. Diceva ad esempio: “Voi missionari siete tutti eroi” e se gli dicevo che anche tra i missionari c’è l’eccellenza ma pure i segni dell’umana debolezza, rispondeva: “No, siete tutti eroi perché abbandonate la nostra bella Italia, per andare a vivere  tra i più poveri dei poveri, spesso in capanne di fango e paglia”. E mi raccontava di aver incontrato parecchi missionari sul campo, in vari paesi ma soprattutto in Etiopia ed Eritrea durante la guerra coloniale italiana, che rischiavano la vita per un ideale di amore alla poverissima gente del posto, vivendo una vita grama più o meno al loro livello.

     Tornando dai miei viaggi extra-europei, andavo a trovarlo e l’incontro con lui mi lasciava un buon ricordo. Era curioso di sapere come vivevano i missionari, cosa facevano, che risultati ottenevano. Quando nel 1990-1991 la Somalia era nel caos e io c’ero stato da poco, Montanelli mi chiese articoli sui missionari in quel paese a cui lui era affezionato e poi scrisse due editoriali invitando i lettori ad “aiutare i missionari di padre Gheddo in Somalia”. Poi volle che precisassi chi erano questi missionari e missionarie, con indirizzi e riferimenti precisi in Italia, per poter orientare i lettori nel mandare aiuti. Le Missionarie della Consolata mi hanno detto di aver ricevuto circa due miliardi di lire, i Francescani milanesi non so quanto, ma anche loro, credo, una bella somma.

    Ho conservato due testi di Indro sui missionari. Il primo è una sua “stanza” sul “Corriere della Sera” di domenica 7 febbraio 1999. Aveva scritto sulle difficoltà che incontrava lo sviluppo in Africa. Dopo avergli telefonato, gli ho mandato una lunga lettera che ha pubblicato integralmente quel giorno, dichiarandosi “d’accordo con padre Gheddo in tutto e su tutto, ma specialmente nei suoi dubbi. Padre Gheddo ha perfettamente ragione nell’indicare cosa il mondo cosiddetto “civile” dovrebbe fare per risolvere, o almeno alleviare, i problemi dell’Africa. Ma che il mondo civile possa tradurli in iniziative concrete, mi pare che sia lui il primo a dubitarne…. Ciò che padre Gheddo dice è tutto vero: tonnellate di rifornimenti e “cattedrali nel deserto” servono a poco. Bisogna insegnare ai somali e ai liberiani a “fare da sé”, come infatti fanno i missionari. Ma quanti missionari e quanti secoli ci vorranno prima di ottenere qualche risultato? Io so che padre Gheddo questo interrogativo se lo pone da trent’anni, ma ciò non gli ha impedito di fare per trent’anni ciò che fa e vuole continuare a fare. Ecco perché ho detto, e ripeto, che per l’Africa non servono né le diplomazie con i loro “protocolli”, né gli eserciti con le loro armi. Servono solo i missionari. Se vogliamo aiutare l’Africa, aiutiamo loro”.

 

     Il secondo testo che ho conservato di Indro, fra l’altro molto significativo anche della fede che aveva e non sapeva di avere, è la prefazione al mio volume “Missionario – Un pensiero al giorno” (Piemme 1997), dove parla ancora degli aiuti all’Africa e scrive: “Per soccorrere quei popoli disgraziati un mezzo ci sarebbe. Dare la gestione dei miliardi di “aiuti” ai missionari, di cui padre Gheddo scrive in questo libro: quelli che da anni e decenni vivono laggiù, peones tra i peones, sfidando lebbra e colera e tutto il resto, combattendo la fame non con la distribuzione di farina, ma insegnando alla gente – nella sua lingua – come si coltiva il grano, come si scavano i pozzi e i canali, condividendone, giorno dopo giorno, rischi e privazioni. E’ tra questi ultimi grandi Crociati della civiltà cristiana che la Chiesa dovrebbe reclutare i suoi nuovi santi, perché sono i missionari, figli del nostro mondo ricco e arido, che indicano ai giovani la via per stabilire con i popoli poveri ponti di comunicazione e di aiuto fraterno.

     “Per aiutare i popoli poveri – aggiungeva Indro – i miliardi non bastano. Ci vogliono i missionari alla Marcello Candia (industriale della Milano opulenta che vende tutto e va in Amazzonia a servire i poveri) e alla Clemente Vismara (eroe della prima guerra mondiale che trascorre 65 anni fra i tribali in Birmania), di cui parla questo libro. Ma i missionari sono difficili da stanziare nei bilanci dello Stato. Dovrebbero produrli le nostre famiglie, la nostra scuola, la nostra cultura cristiana. Temo che la vocazione profonda della civiltà cristiana – la carità verso gli altri – sia oggi in ribasso, almeno nelle cronache quotidiane e nelle “filosofia di vita” della nostra società”.

      La stessa prefazione a “Missionario – Un pensiero al giorno”, Indro la chiude ricordando un altro grande cristiano che aveva conosciuto: “Ho visto con piacere che in queste pagine padre Gheddo parla di padre Olindo Marella, che egli definisce “un santo del nostro tempo”. E’ vero, l’ho conosciuto bene come insegnante di filosofia a Rieti e poi a Bologna. Lo si vedeva per le strade a mendicare, completamente dedito alla missione di aiutare i ragazzi sbandati, i barboni, gli anziani abbandonati, i poveri. Mi insegnò una cosa: a vivere per gli altri e a prendere questa vita come un passaggio. Insegnamento che peraltro io non ho seguito. In un certo senso oggi lo invidio. E’ morto ignaro di se stesso, ignaro di essere santo”.

 

    Conservo di Indro un commosso ricordo, per quel che mi ha insegnato nel giornalismo e per le volte che mi bloccava seduto davanti a lui e mi chiedeva perché il Papa dice così o cosà, perché la Chiesa non capisce questo o quel problema, cosa contiene il volume per lui misterioso del Breviario, come si può credere a Dio che si lascia flagellare e crocifiggere… Era un uomo assetato di Dio, voleva parlare e sentire qualcosa di questo inafferrabile Creatore e Signore di tutte le cose, di cui sentiva la presenza ma che non riusciva a incontrare, a parlarci e ad avere risposte ai suoi interrogativi. Quando il 22 aprile 1989 sono andato a fargli gli auguri per i suoi ottant’anni mi dice: “Fra me e te il fortunato sei tu che hai ricevuto la fede. Io invece non ce l’ho. Infatti tu sei sempre sereno e sorridente, mentre io soffro di insonnia e di depressione”. Ma questi sono i palpiti di un’anima che lasciamo alla paterna bontà e misericordia di Dio. Lo ricordo con nostalgia e prego per lui, ma sono sicuro che la sua onestà intellettuale e la sua ricerca di Dio hanno già ricevuto la giusta ricompensa dal Padre nostro che è nei Cieli. Nei pascoli eterni del Paradiso ci incontreremo di nuovo e allora gli chiederò: Indro, quando hai incontrato il Padreterno, gli hai chiesto, come dicevi che avresti fatto: perché a me non ha dato la fede? Mi risponderà, credo, con una risata delle sue: “Ma pensa, chiedevo la fede e non sapevo di averla già!”.

 

                                                                                 Piero Gheddo