E' possibile integrare i musulmani in Italia?

La presenza di un milione e mezzo di musulmani in Italia è una minaccia per l’identità italiana oppure una risorsa di dialogo, scambio culturale, integrazione di nuovi cittadini italiani in un paese come il nostro, dove gli anziani ormai sono più numerosi dei giovani? Ambedue i punti di vista hanno qualcosa di vero. Su tutto si può essere d’accordo (accoglienza, aiuto, fraternità, dialogo, confronto, scambio), il termine che fa difficoltà è “integrazione”: è possibile integrare pienamente nel popolo italiano una consistente minoranza musulmana, che tende ad aumentare per le continue immigrazioni e il tasso di crescita demografico? Si noti che nessuno fa difficoltà per integrare in Italia, con la concessione della cittadinanza italiana, immigrati dall’America Latina, dall’Europa dell’Est, dall’Africa nera e anche dai paesi asiatici come Filippine, India, Cina, Sri Lanka, Vietnam, ecc. Ma è possibile integrare nel popolo italiano immigrati musulmani in numero consistente?

La storia ci dice che fin dall’origine dell’islam, un popolo musulmano non si è mai integrato, come consistente minoranza, in nessun paese non islamico. E’ un dato di fatto che non si può negare, non esistono casi contrari. L’esempio classico è quello dell’India. L’invasione e la conquista islamica dell’India inizia col Mahmud di Ghazna (997-1030) che occupa il Punjab, a cui seguono vari principi e condottieri, con la costituzione di altri regni islamici, fino al 1526 quando Baber, un discendente di Tamerlano, sconfigge il sultano di Delhi e dà origine all’impero Moghul (mongolo), che governa l’India fino al 1858. La colonizzazione inglese blocca l’islamizzazione del grande paese asiatico.

Per più di tre secoli popolazioni indù e islamiche, delle stesse etnie o razze e della stessa lingua, convivono negli stessi territori, ma assolutamente non si integrano. E quando nasce nel 1885 il “Partito del Congresso”, subito proclama la sua laicità, assicurando parità e libertà religiosa a tutti. Ma i musulmani creano la “All India Muslim League”, che infiamma il popolo islamico martellando lo slogan: “Fuori dall’India indù per restare fedeli all’islam”. Così i nazionalismi indiani che manifestano e lottano contro l’Inghilterra per l’indipendenza sono due, nonostante che grandi personalità come Gandhi e Nehru promettano ai musulmani piena libertà di diritti, come a tutte le minoranze religiose. Quando il 15 agosto 1947 l’Inghilterra si ritira, l’India si divide in due stati rivali, uno indù (India) e uno musulmano (Pakistan), che finora hanno combattuto tre guerre.

Sappiamo cos’è successo in Kossovo e in Bosnia, dove popolazioni cristiane e musulmane non si sono assolutamente integrate dopo cinque-sei secoli di convivenza. E anche paesi liberi e democratici come Inghilterra, Francia e Olanda, che ospitano consistenti minoranze islamiche concedendo loro tutte le libertà e i diritti di cittadinanza, non riescono ad integrarle nei rispettivi popoli, ormai laicizzati al massimo e in grande maggioranza non più “praticanti” la fede cristiana. Anzi, figli e nipoti dei primi immigrati musulmani mezzo secolo addietro, o anche prima, oggi si scopre che almeno in parte sono seguaci dell’estremismo islamico. Il governo laburista di Gordon Brown ha di fatto riconosciuto la poligamia, riconoscendo gli assegni familiari ai musulmani poligami che sono sposati in paesi dove questa forma di matrimonio è permessa. Sono molti i fatti da citare, che dimostrano come la “Sharia” (legge islamica) sta penetrando ed è riconosciuta in paesi europei (che hanno una forte minoranza islamica). Nella stessa Inghilterra, ad esempio, i tribunali islamici della “Sharia” possono da anni legiferare e giudicare in tema di diritto familiare. E in Germania non pochi verdetti emessi dai tribunali tedeschi citano principi o consuetudini legate al diritto islamico. Ad esempio, un giudice di Dortmund ha stabilito che un padre può picchiare la figlia quindicenne che non vuole indossare il velo; e un altro di Francoforte, sempre facendo riferimento ad un passaggio del Corano, ha stabilito che il marito può picchiare la moglie, “in quanto ambedue sono musulmani”.

Questi sono dati di fatto di cui bisogna tener conto, per dare un giudizio sul tema che interessa oggi la politica italiana e rispondere all’interrogativo di fondo: è possibile “integrare” la consistente minoranza islamica nel nostro popolo, dando loro la cittadinanza italiana? Giovanni Sartori così conclude un editoriale su questo tema (“Corriere della Sera”, 20 dicembre 2009): “Illudersi di integrare (i musulmani) italianizzandoli è un rischio da giganteschi sprovveduti, un rischio da non rischiare”. Giudizio esagerato, ma che esprime una mentalità abbastanza diffusa. Però è anche vero che, dopo un certo numero di anni di residenza e di lavoro in Italia, non è possibile negare la cittadinanza ai lavoratori stranieri; e non è pensabile discriminare i musulmani dandola solo a quelli che sono cristiani o buddhisti o indù.

Il problema, come si vede, è molto complesso. Che fare? Una risposta, almeno in teoria, forse esiste, ma vorrei prima sentire il parere di amici lettori. Scrivetemi, grazie e Buon Anno a tutti.

Piero Gheddo

Come annunziare Cristo ai musulmani

 

 

    Natale 1976 in Ciad, povero paese appena a sud del deserto del Sahara. La maggioranza dei ciadiani sono musulmani o animisti, i cristiani piccola minoranza. Ma il Natale è vissuto da tutti come una festa. La capitale Ndjamena è una città del deserto, caldo e sabbia sono ovunque, anche a Natale, che però climaticamente è il miglior periodo dell’anno.

     La chiesa parrocchiale del quartiere periferico di Kabalaye, costruita e gestita dai gesuiti lombardi, è un’imponente costruzione ad anfiteatro, con una cupola ovale dalle ardite nervature in leghe metalliche leggere, le mura in cemento armato, il tetto in fogli di plastica. Nella vigilia del Natale 1976, il vasto cortile  e la chiesa della missione si riempiono di popolo, comunità di villaggio che vengono anche da lontano. A sera,  quando manca ancora un’ora all’inizio della Messa, già nella chiesa non entra più nessuno e nel cortile sono accampati centinaia di fedeli.

     La gioia della festa e del ritrovarsi assieme esplode ben prima di mezzanotte.. Il popolo cristiano, che viene da un anno di isolamento, di fatiche, di miserie, si scatena nel canto, nelle danze, nella percussione dei tamburi e dei balafon, nel suono dei pifferi. L’interno della chiesa di Kabalaye è un mare in tempesta: la gente canta tutta assieme, molti danzano, ciascuno fa più rumore che può battendo ritmicamente le mani e i piedi per terra nell’accompagnare i canti della corale, che sono i nostri antichi canti natalizi tradotti nelle lingue locali. La gioia è straripante, contagiosa, acre e densa la polvere che si alza dal pavimento, il ritmo dei tamburi e dei balafon travolgente.

     In sacrestia siamo quattro sacerdoti pronti ad uscire per la Messa. Ma come si fa, in quella baraonda indescrivibile? Il massiccio e torreggiante fratel Antonio Mason sale sull’altare, abbranca il microfono, fa segni imperiosi di tacere e grida: “Silenzio! Basta!” nelle tre o quattro lingue africane che conosce, oltre che in francese. Ma nessuno se ne dà per inteso. La sua voce possente, ingrandita ad un livello assordante da un buon impianto di amplificazione, è ridicolizzata dal frastuono che quelle centinaia di africani producono tutti assieme. Mi viene in mente il fragore delle cascate del Niagara. Cupola e pareti della chiesa tremano, sembra stia per crollare l’intera struttura del grande anfiteatro di Kabalaye.

    Antonio torna in sacrestia sconfitto, sudato, sgolato. ”Lasciamoli sfogare ancora un po’” dice. Non si può fare altro. Intanto, quella fonte di decibel impazziti che è la parrocchia di Kabalaye (chiesa e cortile), ha attirato dalla città un’ondata di curiosi musulmani e animisti. Vengono a vedere l’esplosione di gioia che il Natale è capace di suscitare nel popolo cristiano. ”Ecco un modo originale di annunziare il Vangelo in Africa – mi dice il parroco, padre Corrado Corti. – Sono convinto che questa espressione autentica dell’unità e della gioia di un popolo, per i musulmani e per gli animisti vale più di tutte le nostre prediche”.

 

      Cari amici del Blog Armagheddo, auguro a tutti un sereno e felice Natale nella gioia di ricevere il Signore Gesù, per iniziare con rinnovato vigore il nuovo Anno 2010. Arrivederci in questo Blog nei giorni seguenti l’Epifania. Ciao e Buon Anno a tutti.

                                                                                        Piero Gheddo

Premio La Pira a padre Piero Gheddo

 

     

      Domenica 29 novembre 2009, la città di Pistoia ha vissuto la sua “XXVII Giornata internazionale della pace, cultura e solidarietà”, al mattino con la consegna dei Premi per opere letterarie nel Palazzo dei Vescovi; al pomeriggio nella Cattedrale con la consegna dei Premi a diversi operatori per la pace e la solidarietà fra i popoli, fra i quali anche padre Piero Gheddo. La cerimonia si è conclusa con la S. Messa concelebrata dal Card. Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova e Presidente della CEI (era anche lui fra i premiati), dal Vescovo di Pistoia, mons. Mansueto Bianchi e da una quarantina di sacerdoti, con la Cattedrale piena di fedeli, presenti tutte le autorità civili e  militari della città e della regione Toscana. Il Premio, assegnato dal “Centro Studi G. Donati”, che è patrocinato dalla “Fondazione La Pira” e si ispira alla figura del  “sindaco santo” di Firenze, consiste in una statua di bronzo di un uomo seduto che legge (alta 30 cm. circa) dello scultore Marino Marini.

 

     Nella lunga motivazione per la consegna del premio a padre Gheddo, si ricorda che da più di mezzo secolo egli esercita il giornalismo visitando i missionari italiani nei vari continenti del Sud del mondo, portando in Italia la voce dei popoli nello spirito di La Pira, che mirava alla  pace e alla solidarietà fraterna fra tutti gli uomini. Padre Gheddo ha parlato una decina di minuti ricordando i circa 13.000 missionari italiani nel mondo, dicendo che ringrazia e accetta il Premio come inteso a celebrare questi italiani impegnati sul campo dell’evangelizzazione, che si esprime soprattutto nelle opere di promozione umana e nel creare ponti di comprensione e di solidarietà fra tutti i popoli.

     Ed ha concluso con un appello dicendo: “Da mezzo secolo visito i missionari nel Sud del mondo e ogni volta che ritorno da questi viaggi vorrei dare un messaggio a tutti gli italiani e oggi lo do a voi, amici pistoiesi: Ricordatevi che noi siamo i privilegiati dell’umanità. Ci sono milioni e miliardi di uomini e donne come noi che hanno ricevuto da Dio molto, ma molto meno di quanto noi abbiamo ricevuto. Non solo in termini di democrazia, di diritti dell’uomo e della donna, di sviluppo economico e di benessere, ma in termini di fede in Gesù Cristo e nel suo Vangelo che, nella millenaria storia dell’umanità, stanno facendo l’unica vera rivoluzione positiva per l’uomo, quella dell’amore. Noi veniamo da duemila anni di cristianesimo, le radici della nostra tradizione e cultura sono fondate sulla persona e sul messaggio di Gesù Cristo e oggi l’Europa cristiana rappresenta nel mondo il continente in cui tutti gli uomini vorrebbero vivere. Tutto quello che abbiamo ricevuto da Dio e dalla fortuna di nascere in Europa, in Italia, non dobbiamo viverlo in modo egoistico, ma donarlo agli altri. Gesù ha detto: “Tutto quello che farete per uno di questi piccoli, l’avete fatto a me”; e ancora: “Quello che gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente datelo agli altri”. Oggi, in un mondo globalizzato, siamo chiamati a vivere la nostra vita non solo per noi, ma per gli altri, per la pace e la solidarietà con tutti i popoli.

     Ma attenzione! Fra il Nord e il Sud del mondo c’è un abisso spaventoso. Per aiutare i popoli poveri a sollevarsi dalle loro miserie e diventare autosufficienti, non basta mandare soldi, macchine, pagare con giustizia le materie prime, non basta l’impegno dei governi e degli enti internazionali come l’ONU, per una vera solidarietà occorre una mobilitazione di popoli. Noi adulti ci lamentiamo spesso dei giovani che non hanno ideali. Ma quali ideali trasmettono i giornali, le radio e le televisioni? Quali ideali trasmettono la scuola e le famiglie? Il successo, i soldi, la vita intesa come divertimento, il sesso a buon mercato e via dicendo. Ecco la proposta e l’ideale da trasmettere ai nostri giovani: dare la propria vita (come fanno i missionari) o parte della vita (sull’esempio dei volontari), per vivere con i poveri dell’umanità, imparando la loro lingua, condividendo le loro povertà e facendo con loro un cammino di educazione vicendevole e di crescita umana.

      Ringrazio ancora per il Premio assegnatomi nel nome e nel ricordo di La Pira. Auguro che serva sempre più per suscitare un movimento fraterno e solidale del nostro popolo verso quella parte dell’umanità che sta faticosamente cercando la sua via verso la pace, lo sviluppo, la democrazia e i diritti dell’uomo e della donna.

    

Stampa, radio e Tv inquinano lo spirito

 

 

 

     L’8 dicembre scorso, in Piazza di Spagna a Roma Benedetto XVI ha reso omaggio a Maria Immacolata dicendo che a Roma essa è “una presenza dolce e rassicurante, dona a tutti pace e speranza nei momenti lieti e tristi dell’esistenza. Maria è la Madre di Dio che ripete anche agli uomini del nostro tempo: non abbiate paura, Gesù ha vinto il male, l’ha vinto alla sua radice liberandoci dal suo dominio”.

     Il Papa ha aggiunto in modo accorato: “Quanto abbiamo bisogno di questa bella notizia! Ogni giorno infatti, attraverso i giornali, la televisione, la radio, il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci perchè il negativo non viene pienamente smaltito e giorno per giorno si accumula. Il cuore si indurisce e i pensieri si incupiscono. Per questo la città ha bisogno di Maria, che con la sua presenza ci parla di Dio, ci ricorda la vittoria della Grazia sul peccato, e ci induce a sperare anche nelle situazioni umanamente più difficili».

      “Nelle città vivono o sopravvivono – ha continuato Benedetto XVI – persone invisibili, che ogni tanto balzano in prima pagina o sui teleschermi e vengono sfruttate fino all’ultimo. E’ un meccanismo perverso al quale purtroppo si stenta a resistere. La città prima nasconde e poi espone al pubblico, senza pietà o con una falsa pietà. La città, cari fratelli e sorelle, siamo tutti noi. Ciascuno contribuisce alla sua vita e al suo clima morale, nel bene e nel male… I mass media tendono a a farci sentire sempre come spettatori, come se il male riguardasse solamente gli altri e certe cose a noi non potessero mai accadere. Il nostro comportamento ha influsso sugli altri. Spesso ci lamentiamo dell’inquinamento dell’aria, tuttavia c’è un altro inquinamento, meno percepibile ai sensi, ma altrettanto pericoloso. E’ l’inquinamento dello spirito, quello che rende i nostri volti meno sorridenti, più cupi, che ci porta a non salutarci tra di noi, a non guardarci in faccia….”.

 

      Benedetto XVI manifesta sempre meglio una delle caratteristiche del suo magistero: in termini chiari, forti e incisivi, esprime la visione cristiana dell’uomo e della vita, applicandola alle situazioni concrete che tutti viviamo. Questo discorso dell’8 dicembre 2009 è una condanna durissima dei mass media d’oggi, di cui non possiamo non tenere conto. Ascoltando l’intervento del Papa alla televisione e poi leggendolo integralmente su “Avvenire” ho capito bene perchè, nella festa di Maria Immacolata, il Papa ha parlato con tale forza dell’inquinamento morale causato dai mass media. Egli sa che la dinamica di giornali, radio e televisione, in gran parte volti ad aumentare le vendite e i profitti, porta verso il male che “fa notizia”. Il Papa sente profondamente, forse senza conoscerlo, la verità di quel proverbio che in passato era spesso citato: “Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei”.

     Ci lamentiamo tanto della tristezza dei nostri tempi, della decadenza delle famiglie. Ma noi non siamo spettatori impotenti della scena nazionale e mondiale. Tutti, nel nostro piccolo, siamo responsabili. Se io, credente in Cristo, debbo essere come vuole il Signore, una luce che brilla nelle tenebre, debbo saper scegliere secondo coscienza. Se non voglio essere “intossicato dal negativo, non è indifferente che io e la mia famiglia leggiamo tutti i giorni un giornale o l’altro, che vediamo un programma televisivo o l’altro.

 

                                                                                             Piero Gheddo

 

Perchè poche vocazioni missionarie?

 

 

 

   Le vocazioni missionarie in Italia sono molto diminuite. Mancano i giovani, scarseggiano le famiglie che trasmettano la fede e suscitino nei loro giovani almeno l’idea, il desiderio di consacrare la loro vita a Dio. Tutti conosciamo e soffriamo questa situazione. Anche gli istituti missionari lamentano il crollo delle vocazioni missionarie in Italia, soprattutto negli ultimi 20-30 anni circa.

 

    Nel 1994 mi sono trasferito da Milano a Roma, per iniziare l’Ufficio storico del Pime, pur conservando ufficio e stanza da letto a Milano dove vado spesso per impegni di giornalismo e di animazione. Ed ho cominciato ad insegnare nel seminario del Pime a Roma dove abbiamo i due anni di filosofia e l’anno di formazione (la teologia è a Monza ed a Tagaytay nelle Filippine). Nel 1994 qui a Roma c’erano 16 seminaristi italiani e quattro stranieri perchè il Pime ha scelto di diventare istituto internazionale solo nel 1989. Oggi, nello stesso seminario di Roma, accanto alla direzione generale, ci sono 14 seminaristi, di cui 12 stranieri (africani, brasiliani, birmani, messicani, americani, ecc.) e due soli italiani! Il Pime ha un seminario in Brasile e Stati Uniti e quattro seminari in India. Gli indiani, che sono numerosi, studiano in India fino alla teologia 

    Questa, più o meno, è la situazione degli istituti missionari italiani: aumentano le vocazioni missionarie nelle missioni, diminuiscono quelle italiane. Dalle missioni i vescovi locali continuano a chiedere nuovi preti (con fratelli e suore naturalmente). I superiori degli istituti missionari spesso debbono rispondere che la crisi di fede del nostro popolo, almeno per il momento, non permette di nutrire speranze prossime di un aumento del personale missionario italiano. Però mi vengono due dubbi.

 

     Primo. Nelle comunità missionarie in Italia (non parlo delle missioni dove la situazione è molto diversa) si vive ancora con passione lo spirito missionario? Lo si trasmette agli altri con la vita e la parola? Ho l’impressione che, in genere, il missionario, quando viene rimpatriato, anche per l’età e le malattie spesso non si adatta più all’ambiente italiano: si affloscia, si demoralizza, si abbatte, è travolto dall’atmosfera di pessimismo e di secolarizzazione che si respira in Italia e non trasmette più l’entusiasmo della missione alle genti, che sentiva vivendo la missione sul campo. Sogna la sua missione, ma in Italia si trova spaesato. Se ci vuole una “inculturazione del missionario” che da giovane parte per una nuova patria, anche quando torna in Italia dopo decenni di vita missionaria in ambienti tanto diversi, dovrebbe riambientarsi. Invece succede che non si adatta più all’ambiente italiano.

      Insomma, a dirla tutta: gli istituti missionari, trasmettono ancora, in Italia, il fascino e la radicalità evangelica della missione alle genti? Trasmettono ancora l’amore e la passione per Cristo e per la Chiesa, senza i quali la missione alle genti non ha più significato?

 

      Secondo. Perché, sempre in Italia, gli istituti missionari non lanciano più appelli vocazionali alle famiglie, ai giovani; perché non fanno più campagne, convegni, manifestazioni, non lanciano slogan per sensibilizzare il popolo di Dio e gli amici delle missioni sulle vocazioni missionarie? Apro le riviste missionarie e difficilmente trovo qualche articolo su questo tema; vedo i volumi pubblicati dalla Emi (Editrice missionaria italiana che ho contribuito a fondare nel 1955), che sono tanti e positivi, ma quanti dedicati alla missione alle genti e alle vocazioni missionarie?

    Gli istituti missionari lamentano la diminuzione del loro personale italiano, ma quando mai in tutti i loro comunicati, riviste, congressi, iniziative di animazione missionaria, approfondiscono e spiegano perché l’urgenza della missione alle genti, lanciano appelli ai giovani affinchè si facciano missionari? Diverse volte l’anno gli organismi unitari degli istituti missionari, ad esempio la Cimi (Conferenza istituti missionari italiani), la Fesmi (Federazione stampa missionaria italiana), il Suam (Segretariato unitario animazione missionaria) sono presenti sulla stampa nazionale con comunicati su temi che con la missione alle genti c’entrano poco o nulla: contro il debito estero, la privatizzazione dell’acqua, la produzione delle armi, per l’aumento degli aiuti allo sviluppo, in difesa dei lavoratori terzomondiali clandestini in Italia e via dicendo. Tutti temi in sé sacrosanti, ma perché non protestiamo contro gli aborti, i divorzi e le separazioni che sono alla radice della decadenza delle famiglie e delle scarse vocazioni sacerdotali e missionarie?  Comunque, le vocazioni missionarie non sono mai ricordate, non esistono! Non ricordo che negli ultimi tempi si sia trovato il modo di portare in modo vigoroso alla ribalta l’appello ai giovani di donare la propria vita a Cristo e alla missione fra i non cristiani.

      Tutto questo è solo la punta dell’iceberg. Diciamoci la verità. La missione alle genti, gli istituti e la vocazione missionaria sono quasi scomparsi dall’orizzonte dei mass media, dell’opinione pubblica e, sia pur esagerando, della Chiesa italiana. Come facciamo poi a lamentarci perché pochi giovani e ragazze scelgono la nostra via per servire il Regno di Dio, quando noi missionari stessi diamo l’impressione di considerarla poco importante e quasi marginale nella vita della Chiesa e del mondo d’oggi?

                                                                                                     Piero Gheddo

 

Il Saverio modello degli animatori missionari

San Francesco Saverio (vedi il Blog del 2 dicembre scorso) non era solo un grande missionario in Asia, ma anche un animatore attraverso le molte e lunghe lettere che mandava agli amici a Parigi, in Portogallo, in Spagna. Il fuoco dell’amore di Cristo lo spingeva a scrivere, toccando spesso il tema della vocazione missionaria; “In questi luoghi molti trascurano di farsi cristiani – scriveva da Cochin il 15 gennaio 1544 – non avendo persone che si occupano di cose tanto pie e sante. Molte volte sono scosso dal pensiero di andare nelle Università, gridando come un uomo che ha perduto il senno, e soprattutto all’Università di Parigi, dicendo a tutti quelli della Sorbona: “Quante anime non possono andare in Paradiso e vanno all’inferno per la vostra negligenza!” E se studiando le scienze essi meditassero sul conto che Dio chiederà di loro stessi e del talento a loro concesso, molti si smuoverebbero e direbbero:”Signore sono qui, che vuoi che io faccia? Mandami dove vuoi e, se necessario, anche fra gli indiani”.

Nelle lettere di Saverio emergono alcune caratteristiche:

1 – L’entusiasmo della fede e della missione di portare Cristo a tutti i popoli. Il suo entusiasmo viene fuori quasi in tutte le pagine delle lettere, per questo i suoi scritti hanno grande fascino, si leggono come un messaggio ancora vivo anche oggi.

La missione è opera di fede, viene dalla fede, senza la fede non sussiste. Ecco perché S. Francesco chiede parecchie volte preghiere, oltre che personale apostolico. Quando parla di difficoltà dell’apostolato, prima di tutto dice che bisogna pregare, l’entusiasmo della missione viene dalla fede. “La missione è un problema di fede, è l’indice esatto della nostra fede in Cristo e del suo amore per noi”, dice Giovanni Paolo II nella Redemptoris Missio (n.11). San Francesco Saverio scriveva: “Coloro che vengono in India, quando incominciano le grandi avversità e vanno tra i pagani, se non hanno forti radice, si spengono i fervori e, mentre stanno in India, vivono con il desiderio del Portogallo”.

2 – Le lettere del Saverio suscitavano ondate di entusiasmo in Europa, specialmente fra gli universitari. Chi le riceveva ne faceva copie e le mandava alle università, ai collegi dei Gesuiti, a Vescovi e Pastori che a loro volta li diffondevano.

Il Card. Carlo Maria Martini, Arcivescovo di Milano, parlando ai missionari del PIME impegnati nella stampa missionaria a Milano (2 dicembre 1992), ricordando le lettere di San Francesco Saverio, diceva che avevano “un fuoco straordinario per il Vangelo”. Ancora oggi le sue lettere hanno una forza comunicativa straordinaria. “Noi vorremmo – continuava il Card. Martini – che la nostra stampa missionaria fosse sempre così, cioè che avesse questa forza comunicativa del Vangelo proprio attraverso le notizie sulla diffusione del Vangelo… Ridateci lo stupore del primo annuncio del Vangelo, ridatelo alle nostre comunità, non soltanto ai cristiani delle terre di missione, ma anche a noi… perché questo stupore riscaldi il cuore di tutti e tutti possiamo rivivere la gioia di cui parla Isaia: “Prorompete in canti di gioia perché il Signore ha consolato il suo popolo”.

Perché questo stupore dell’annuncio del Vangelo, che riscalda il cuore, dovrebbe darlo solo la stampa missionaria e non tutti i missionari che hanno consacrato la loro vita a Cristo e alla missione alle genti?

L’ottimismo e il coraggio storico della missione. San Francesco Saverio è un uomo solo di fronte ad continente immenso e sconosciuto. Si lamenta spesso delle difficoltà di imparare quelle lingue e di adattarsi al clima, cibo, costumi. Parla dell’ignoranza della gente e dei peccati del mondo pagano, dove il demonio tiene le persone sotto il suo dominio oppressivo. Scrive dei tremendi pericoli che corre (tempeste, briganti, malattie) e del martirio dei cristiani in Asia.

Eppure si lancia con coraggio nella sua missione, non ha dubbi sull’ efficacia della sua predicazione, nelle sue lettere non è mai pessimista o scoraggiato, non si tira mai indietro. E’ sicuro di sé in tutto quel che fa, in un modo che sembra esagerato, spesso appare come uno che si illude. Il suo biografo padre Georg Schurhammer scrive: “Certamente il Saverio agli occhi del mondo era un grande ingenuo, perché credeva possibile e anche facile la conversione del popolo giapponese, solo che dal Portogallo e dall’Europa gli studenti e gli ecclesiastici fossero andati con lui come missionari. Ma era una ingenuità e una sicurezza che venivano dalla fede e che, con l’aiuto di Dio, hanno prodotto grandi frutti di bene”.

Noi oggi chiediamo al Signore, per intercessione di San Francesco Saverio, la grazia di poter avere lo spirito evangelico e missionario di questo Santo Patrono delle missioni e dei missionari.

Piero Gheddo

San Francesco Saverio, Patrono delle Missioni

  

       Domani celebriamo la festa di San Francesco Saverio, il grande missionario protagonista della missione ai non cristiani nel 1500, quando l’Occidente cristiano stava iniziando la scoperta dell’Oriente, e muore a 46 anni (nel 1552) dopo aver fondato comunità cristiane in diversi paesi dall’India fino al Giappone. La vita di Francesco Saverio è tutta un andare oltre, per avvicinare tutti i popoli di cui sentiva parlare e annunziare loro la salvezza in Cristo. Nessun missionario ha avuto nella Chiesa tanta fama come S. Francesco Saverio, sia fra i suoi contemporanei che nei secoli seguenti e anche oggi, fino ad essere proclamato “Patrono delle missioni” da Pio XI, con S. Teresina del Bambino Gesù, che è morta a 24 anni mai essersi mossa dal suo Convento di Clausura. E’ il personaggio più rappresentativo della missione alle genti nell’epoca moderna. Perché questo riconoscimento?

 

     Anzitutto bisogna dire che San Francesco ha fatto solo dieci anni di missione. Arriva in India nel 1542, quando aveva 36 anni. Le sue missioni durano due-tre anni: prima in India (1542-1544), poi nelle Molucche (le isole attualmente dell’Indonesia, 1545-1547), infine in Giappone (1549-1551); muore mentre sta entrando in Cina il 3 dicembre 1552. L’avventura umana e cristiana di Francesco Saverio trova un punto di riferimento solo nei viaggi di S.Paolo, anche lui mosso dallo Spirito a percorrere paesi e regioni del Mediterraneo per annunziare Cristo. In San Francesco Saverio ritroviamo lo stesso amore a Cristo, la stessa ansia apostolica di raggiungere i paesi dell’Asia.

 

     Cosa impressiona nella vita di questo santo? Era un uomo di grandi desideri, di grandi progetti, di grandi sogni, disposto a sacrificarsi per realizzarli. Non sogni di gloria umana, ma di spendersi totalmente per la gloria di Dio, per la conversione delle anime. Viveva in uno stato di perenne fervore, non era un uomo seduto. Il suo biografo padre Xavier Leon Dufour scrive: “Era l’uomo dei desideri, spinto senza sosta alla conquista delle nuove terre. E quando il sogno diventa realtà, questo non l’accontenta, ma pensa subito ad una nuova meta da raggiungere”.

     Il biografo attribuisce questa santa inquietudine per la missione al “rinnovamento avvenuto nel profondo della sua anima nel giorno della conversione, che gli ha cambiato la vita. Solo questo può spiegare la sua forza e la sua capacità di continuare nonostante le difficoltà e gli ostacoli”.

 

     La missione di San Francesco Saverio, già ai suoi tempi, non era ben vista da tutti: per alcuni egli era un nuovo S. Paolo che faceva nascere i cristiani con la sola sua presenza e irradiazione personale, altri lo criticavano perchè battezzava in massa senza lasciare dietro di sé tracce durature di cristianesimo. La storia ha dimostrato falsa questa accusa di alcuni suoi contemporanei. Basti dire che i suoi figli prediletti in India, i Paraveri, pescatori delle coste del Malabar, sono rimasti cristiani anche dopo la scomparsa dei portoghesi, nonostante gli assalti congiunti di pagani e musulmani. Anche la prima cristianità giapponese da lui fondata ha dato prove magnifiche di fedeltà in tempi di crudeli persecuzioni ed è durata fino ad oggi pur essendo rimasta senza preti per due secoli. Il Saverio è stato senza dubbio un grande viaggiatore, amava l’avventura della missione, del primo annunzio fra i popoli nuovi. Però era interiormente bruciato dal fuoco dell’amore a Cristo, che lo spingeva a visitare tutta l’Asia allora conosciuta, a non accontentarsi mai delle frontiere raggiunte, ma ad andare oltre, sempre più in là.

 

     Una riflessione. Specialmente noi sacerdoti e le persone consacrate, ma anche ciascun battezzato, dobbiamo nutrire nel nostro cuore un grande desiderio di santità, di amore a Gesù, di apostolato. La nostra è una piccola vita, siamo pieni di difetti e di peccati, siamo piccole persone. Ma non importa, l’amore a Gesù ci rende grandi, ci rende forti, ci rende sapienti, ci rende missionari anche senza muoverci da casa nostra. Missionari con la preghiera, la sofferenza, il buon esempio, una buona parola detta al momento giusto, il sacrificio di consacrare tutte le nostre azioni al Signore. Tutto per la gloria di Dio, nulla per noi. Il cristiano, cari amici, non può volare basso, deve volare alto, coltivare il grande sogno di imitare Gesù nella nostra vita.

Radice di tutti i mali è l'amore al denaro

 

    Un sacerdote amico mi dice: “La mia esperienza di parroco da 30 e più anni in una cittadina industriale di media grandezza è questa: il nocciolo duro del paganesimo moderno, di cui tutti siamo più o meno inquinati, è l’idolatria del denaro. Più che il sesso o il consumismo (cioè debolezze disumanizzanti, ma quasi sempre abbastanza contenute), più che il fanatismo ideologico (in cui si possono trovare componenti di idealismo non del tutto negativo), credo che il denaro rappresenti l’idolo di una civiltà che allontana l’uomo da Dio, e quindi anche dalla disponibilità ad aiutare il prossimo più povero. Trent’anni fa capitava che in occasione di una eredità ci fosse chi rinunziava in favore dei parenti più poveri o dava in opere di carità; oggi non ho più sentito che capiti, anzi, più le famiglie sono ricche, più si accapigliano per il denaro“.

     Perché questo? E’ evidente: il denaro sostituisce Dio, dà alla persona e alla famiglia quella sicurezza che solo Dio dovrebbe dare, se la Fede fosse davvero viva e vissuta. Dobbiamo staccarci, cari amici, anche noi preti siamo tutt’altro che al riparo di questa tentazione, dallo spirito di ricchezza, che porta l’uomo a volere sempre di più, a non essere mai contento di quello che ha, a pensare spesso ai soldi, insomma a diventare avaro. Vengono in mente le parole di Paolo a Timoteo (1 Tim, 6, 9): “Quelli che vogliono arricchire cadono nella tentazione e nei tranelli d’ogni genere di cupidigie insensate e deleterie, che portano gli uomini alla rovina e alla perdizione. Radice infatti di tutti i mali è l’amore del denaro. Quanti, protesi verso di esso, si sono smarriti lontano dalla fede e si sono trafitti l’animo di angosce senza numero”.

 

                                                                               Piero Gheddo

La campagna contro Pio XII nasce dal KGB

                 

                    

 

     Nel Blog del 20 novembre ho già scritto del volume di Michael Hasemann “Pio XII – Il Papa che si oppose a Hitler” (Paoline, Milano 2009, pagg. 336),  riportando parecchi fatti storicamente documentati che dimostrano come Pio XII sia stato veramente “il Papa che si oppose ad Hitler”. Il Relatore della sua Causa di Beatificazione, il gesuita padre Peter Gumpel, scrive nella Prefazione che, “mentre il nostro immane lavoro di ricerca e studio procedeva, i miei collaboratori e io ci siamo convinti sempre più che nei riguardi di Pio XII era stata creata una vera e propria “leggenda nera””. Cioè un’immagine “politicamente corretta”, ma storicamente del tutto falsa del grande Papa, che avrebbe favorito l’ascesa al potere di Hitler e poi taciuto di fronte alla Shoa.

     Ci chiediamo come è stato possibile, a circa 18 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, capovolgere radicalmente l’immagine di un Papa che le massime autorità ed esponenti del mondo ebraico (vedi il Blog del 20 novembre) avevano fino a quel momento ringraziato ed esaltato per l’importante contributo che aveva dato, lui e la Chiesa cattolica da lui mobilitata, alla salvezza di centinaia di migliaia di ebrei dai campi di stermini nazisti. Hasemann, che ha studiato bene la questione, afferma e documenta che tutto è nato per le trame del KGB sovietico. Impossibile ridurre in una pagina i passaggi che il volume di Hasemann racconta e che sono stati pubblicati negli ultimi anni negli Stati Uniti, senza suscitare alcuna reazione nella stampa internazionale. Ormai la campagna contro Pio XII non interessa più o interessa molto meno e l’immagine negativa del Pontefice “politicamente corretta” è entrata in molta parte dell’opinione pubblica. La verità dei fatti non interessa più a nessuno o quasi.

 

     Tutto nasce da Ion Mihail Pacepa, generale della “Securitate”, i servizi segreti (sezione esteri) del dittatore rumeno Ceausescu, espatriato in America all’inizio degli anni ottanta, al quale il Presidente americano Carter concesse il diritto d’asilo e la nazionalità americana, che collabora con la CIA e si segnala per il suo “contributo importante, anzi unico, al servizio degli Stati Uniti d’America”. Pacepa rivela che all’inizio degli anni sessanta era stato incaricato “di contribuire a una campagna diffamatoria contro Pio XII, che il KGB stava montando su ordine di Krushev in persona… Lo scopo era di minare l’autorità della Santa Sede nell’Europa occidentale, mostrandola come un bastione del Nazismo”.

    Il KGB si rivolse ai servizi segreti della Romania, paese in contatto con la Santa Sede (per un ipotetico scambio di rapporti diplomatici, mai realizzato) e con la possibilità di inviare studiosi negli Archivi Vaticani. Così tra il 1960 e il 1962 tre “sacerdoti” (agenti del Die, servizi segreti rumeni) frequentano gli Archivi Vaticani, fotografando di nascosto molti documenti del Pontificato di Pio XII e dei rapporti tra Santa Sede e governo hitleriano specialmente nell’anno (1933) in cui venne firmato il Concordato fra Germania e Vaticano, sul modello di quello firmato da Mussolini con l’Italia nel 1929 (allora il card. Pacelli era Segretario di Stato di Pio XI).

    Nei documenti fotografati, scrive Hasemann, non c’era nulla di compromettente, ma le migliaia di foto di testi originali permisero ai tecnici del KGB di manipolare dei falsi che servirono alla stesura dell’opera teatrale “Il Vicario”.

      Nel 1963 questa viene pubblicata in Germania da uno sconosciuto giovane tedesco Rolf Hochhuth (che mai aveva frequentato gli Archivi vaticani) e ha un successo immediato e internazionale, anche perché accompagnata da alcune pagine di “illuminanti documenti storici” che, secondo Hasemann, erano falsi del KGB. Nasce la campagna contro Pio XII, naturalmente sostenuta dai Partiti comunisti dell’Occidente e dalla stampa fiancheggiatrice di sinistra. Qualsiasi smentita circa la falsità delle tesi sostenute non trova spazio nella stampa internazionale, mentre già nel marzo 1963 il governo della Repubblica Federale tedesca aveva preso le distanze da “Il Vicario”, con questo comunicato (pag. 323):

     “Il Governo Federale si rammarica che siano state mosse accuse contro Papa Pio XII. Il defunto Pontefice aveva levato in diverse occasioni la voce contro le persecuzioni razziali del Terzo Reich e liberato quanti più ebrei possibile dalle mani dei persecutori. Il Governo Federale è e rimane grato a Pio XII per essere stato fra i primi, subito dopo il crollo del regime nazista, ad adoperarsi per una riconciliazione interna alla Germania e tra la Germania e le altre nazioni. Questo rende tanto più incomprensibile e deplorevole una denigrazione della sua memoria proprio da parte tedesca”.

     Michael Hasemann cita l’ex-generale rumeno che oggi “spera che vengano aperti gli Archivi del KGB e venga alla luce l’intera procedura con cui i comunisti sono riusciti a screditare uno dei più importanti Papi del secolo XX”. E ricorda il discorso di Pio XII del 20 febbraio 1949 in Piazza San Pietro: “Esso (il comunismo) vorrebbe una Chiesa che tace quando dovrebbe parlare; una Chiesa che indebolisce la legge di Dio, adattandola al gusto dei voleri umani, quando dovrebbe altamente proclamarla e difenderla; una Chiesa che si distacca dal fondamento sul quale Cristo l’ha edificata, per adagiarsi comodamente sulla mobile sabbia delle opinioni del giorno o per abbandonarsi alla corrente che passa… E’ questa la Chiesa che voi venerate e amate? Riconoscereste voi in una tale Chiesa i lineamenti del volto della vostra Madre? Potete voi immaginare un successore del primo Pietro che si pieghi a simili esigenze?”.

     “Dalla massa dei fedeli si innalzò una sola risposta – continua Hasemann – “Nooo!”. Allora, continua Hasemann, quale modo migliore di incrinare la fiducia in quel paladino della giustizia, che accusarlo di aver assunto nei confronti del più spaventoso massacro della storia, l’atteggiamento che lui stesso esecrava: tacere?”.

                                                                                                          Piero Gheddo

 

Pio XII -Il Papa che si oppose ad Hitler

 

 

     Ho letto con grande interesse la biografia di Pio XII scritta da uno storico tedesco, Michael Hasemann: “Pio XII – Il Papa che si oppose a Hitler” (Paoline, Milano 2009, pagg. 336). Mentre la Chiesa prepara la beatificazione del grande servo di Dio,  questo volume fa giustizia delle molte calunnie e voci, che accusano Eugenio Pacelli: di aver favorito l’ascesa al potere di Hitler e di avere poi di aver taciuto di fronte alla Shoa degli ebrei e ai campi di sterminio nazisti.

    Pio XII, come Nunzio in Germania, era contro Hitler fin dagli anni venti. Da quel pazzo fanatico, che aveva carisma e mobilitava le folle, non sarebbe venuto nulla di buono: i suoi rapporti a Roma e l’azione che svolse in Germania lo dimostrano senza ombra di dubbio. Poi, come Papa Pio XII (marzo 1939), aveva mobilitato la diplomazia vaticana e la rete europea di diocesi, parrocchie, istituti ed enti religiosi cattolici per portare in salvo gli ebrei e ottenne, già durante la guerra, centinaia di migliaia di visti d’ingresso per i profughi dall’Europa nazista in Argentina, Santo Domingo e altri paesi cattolici dell’America Latina.

    “Nel frattempo – scrive Hasemann (pag. 257) – le potenze belligeranti non facevano nulla per impedire la Shoah. Parecchi Stati, fra i quali Svizzera e USA, respinsero i rifugiati ebrei, fino al punto di rimandarli in Germania, dove avrebbero preso la strada delle camere a gas! Per quanto l’Aviazione alleata avesse sorvolato Auschwitz fin dall’agosto 1944, scattando fotografie dettagliate anche dei forni crematori, non si prese la briga di bombardare le linee ferroviarie che venivano utilizzate per i trasporti. Il Papa taceva per poter agire liberamente, il mondo tacque per legittimare la propria inazione”.

     Eppure c’è stata una violenta campagna contro “il silenzio” di Pio XII, ma nessuno ha protestato contro il silenzio di Roosevelt, Churchill, Stalin e nemmeno della Croce Rossa, anche lei nella stessa situazione del Papa: impegnata nella salvezza dei profughi dal Nazismo e costretta al silenzio per poter salvarne il più possibile. Impressionante il numero degli ebrei salvati per intervento diretto della Chiesa cattolica nei vari paesi d’Europa occupati dai nazisti, secondo una ricerca archivistica documentata fino allo scrupolo di Pinchas Lapide, storico israeliano: da 847.000 a 882.000, con numeri per i singoli paesi (Romania 250.000, Francia e Ungheria 200.000, Italia 55.000, ecc.).

    Hasemann riporta molte citazioni di autorevoli rappresentanti del mondo ebraico, che per più di 15 anni dopo l’ultima guerra mondiale andavano a gara a ringraziare Pio XII per tutto quello che aveva fatto per il popolo ebraico. Chaim Weizmann (futuro primo Presidente dello Stato di Israele), già nel 1943 scriveva: “La Santa Sede presta il suo potente aiuto, ovunque sia possibile, allo scopo di alleviare la sorte dei miei correligionari perseguitati”. Nel 1944, il rabbino capo degli ebrei in Palestina, dichiarò: “Il popolo d’Israele non dimenticherà mai ciò che ha fatto Sua Santità per i nostri fratelli e sorelle più sfortunati, in questa tragicissima pagina della nostra storia. E’ una testimonianza vivente della Provvidenza divina che agisce nel mondo”. Il 21 settembre 1945 il segretario generale del “Congresso ebraico mondiale”, Leon Kubowitzky, ringraziava Pio XII per “aver salvato gli ebrei dalle persecuzioni fasciste e naziste” e per “tutto il bene che la Chiesa si è sforzata di compiere ed ha effettivamente compiuto a favore del nostro popolo”. Alle parole era unita una donazione di 20.000 dollari al Pontefice.

     Al termine della guerra, Moshe Scharett, futuro secondo Presidente di Israele, venne ricevuto in udienza da Pio XII e dichiarò: “Gli dissi che, a nome del popolo ebraico, era mio dovere ringraziare lui, e tramite lui l’intera Chiesa cattolica, per tutto ciò che avevano fatto per salvare gli ebrei nelle varie nazioni”.

      Raffaele Cantoni, Presidente dell’UCEI (Unione delle comunità ebraiche in Italia) dichiarava nel dopoguerra: “Sei milioni di miei correligionari sono stati assassinati dai nazisti, ma il numero delle vittime sarebbe stato ancora di molto superiore senza l’efficace intervento di Pio XII”. Per il 17 aprile 1955 gli ebrei italiani proclamarono una “Giornata del ringraziamento” per i soccorsi loro prestati dal Papa. Il 26 maggio di quell’anno l’Orchestra filarmonica di Israele venne appositamente in Vaticano per eseguire brani di Beethoven alla presenza di Pio XII, “in segno di gratitudine dello Stato ebraico per l’opera da lui compiuta a favore dei perseguitati”.

      Fino all’inizio degli anni sessanta, da parte del mondo ebraico non vi sono che voci favorevoli all’azione di Pio XII in aiuto agli ebrei perseguitati dal Nazismo. Perché poi s’è scatenata la campagna contro questo grande Papa, accusandolo di complicità col Nazismo nella persecuzione degli ebrei? Rimando i lettori al prossimo Blog (24 novembre).

 

                                                                           Piero Gheddo